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domenica 31 dicembre 2023

Addio monti



Alessandro Manzoni, I Promessi sposi, capitolo VIII

Addio, monti sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d’essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più si avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell’ampiezza uniforme; l’aria gli par gravosa e morta; s’inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campicello del suo paese, alla casuccia a cui ha già messo gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a’ suoi monti.

Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell’avvenire, e n’è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que’ monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l’immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s’imparò a distinguere dal rumore de’ passi comuni il rumore d’un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov’era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l’amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande. 
Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia, e poco diversi i pensieri degli altri due pellegrini, mentre la barca gli andava avvicinando alla riva destra dell'Adda.

Franco Brevini, La letteratura degli italiani, Feltrinelli, Milano 2010, pag. 79

... basta leggere l' Addio monti di Lucia per misurare l'abisso che si spalanca tra la pagina e la realtà, tra il compassato congedo dal villaggio natio del personaggio dei Promessi sposi e le parole effettivamente pronunciate dal suo corrispettivo nella realtà, una popolana del contado lecchese del Seicento, annaspante nelle semiocclusive dentali del suo irto dialetto. Al punto che lo stesso scrittore sente il bisogno di chiosare: "Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia".

 

venerdì 16 gennaio 2015

Pasolini sulle orme di Manzoni


Pier Paolo Pasolini (1962)
sceneggiatura

Sta sorgendo il sole e dal convento di Pescarenico esce un frate alto, magro, dall'aspetto nobile: frà Cristoforo. Il cielo è tutto sereno. La scena è lieta: ma ogni figura d'uomo che vi appare rattrista lo sguardo.


Alessandro Manzoni (1842)
I Promessi Sposi, cap. IV, incipit

Il sole non era ancor tutto apparso sull’orizzonte, quando il padre Cristoforo uscì dal suo convento di Pescarenico, per salire alla casetta dov'era aspettato. È Pescarenico una terricciola, sulla riva sinistra dell’Adda, o vogliam dire del lago, poco discosto dal ponte: un gruppetto di case, abitate la più parte da pescatori, e addobbate qua e là di tramagli e di reti tese ad asciugare. Il convento era situato (e la fabbrica ne sussiste tuttavia) al di fuori, e in faccia all’entrata della terra, con di mezzo la strada che da Lecco conduce a Bergamo. Il cielo era tutto sereno: di mano in mano che il sole s’alzava dietro il monte, si vedeva la sua luce, dalle sommità de' monti opposti, scendere, come spiegandosi rapidamente, giù per i pendìi, e nella valle. Un venticello d’autunno, staccando da' rami le foglie appassite del gelso, le portava a cadere, qualche passo distante dall’albero. A destra e a sinistra, nelle vigne, sui tralci ancor tesi, brillavan le foglie rosseggianti a varie tinte; e la terra lavorata di fresco, spiccava bruna e distinta ne’ campi di stoppie biancastre e luccicanti dalla guazza. La scena era lieta; ma ogni figura d’uomo che vi apparisse, rattristava lo sguardo e il pensiero.

domenica 4 gennaio 2015

Le grida manzoniane, nel testo




I promessi sposi
capitolo 1

Questa specie, ora del tutto perduta, era allora floridissima in Lombardia, e già molto antica. Chi non ne avesse idea, ecco alcuni squarci autentici, che potranno darne una bastante de’ suoi caratteri principali, degli sforzi fatti per ispegnerla, e della sua dura e rigogliosa vitalità. Fino dall’otto aprile dell’anno 1583, l’Illustrissimo ed Eccellentissimo signor don Carlo d’Aragon, Principe di Castelvetrano, Duca di Terranuova, Marchese d’Avola, Conte di Burgeto, grande Ammiraglio, e gran Contestabile di Sicilia, Governatore di Milano e Capitan Generale di Sua Maestà Cattolica in Italia, pienamente informato della intollerabile miseria in che è vivuta e vive questa città di Milano, per cagione dei bravi e vagabondi, pubblica un bando contro di essi. Dichiara e diffinisce tutti coloro essere compresi in questo bando, e doversi ritenere bravi e vagabondi... i quali, essendo forestieri o del paese, non hanno esercizio alcuno, od avendolo, non lo fanno... ma, senza salario, o pur con esso, s’appoggiano a qualche cavaliere o gentiluomo, officiale o mercante... per fargli spalle e favore, o veramente, come si può presumere, per tendere insidie ad altri... A tutti costoro ordina che, nel termine di giorni sei, abbiano a sgomberare il paese, intima la galera a’renitenti, e dà a tutti gli ufiziali della giustizia le più stranamente ampie e indefinite facoltà, per l’esecuzione dell’ordine. Ma, nell’anno seguente, il 12 aprile, scorgendo il detto signore, che questa Città è tuttavia piena di detti bravi... tornati a vivere come prima vivevano, non punto mutato il costume loro, né scemato il numero, dà fuori un’altra grida, ancor più vigorosa e notabile, nella quale, tra l’altre ordinazioni, prescrive: Che qualsivoglia persona, così di questa Città, come forestiera, che per due testimonj consterà esser tenuto, e comunemente riputato per bravo, et aver tal nome, ancorché non si verifichi aver fatto delitto alcuno... per questa sola riputazione di bravo, senza altri indizj, possa dai detti giudici e da ognuno di loro esser posto alla corda et al tormento, per processo informativo... et ancorché non confessi delitto alcuno, tuttavia sia mandato alla galea, per detto triennio, per la sola opinione e nome di bravo, come di sopra. Tutto ciò, e il di più che si tralascia, perché Sua Eccellenza è risoluta di voler essere obbedita da ognuno. All’udir parole d’un tanto signore, così gagliarde e sicure, e accompagnate da tali ordini, viene una gran voglia di credere che, al solo rimbombo di esse, tutti i bravi siano scomparsi per sempre. Ma la testimonianza d’un signore non meno autorevole, né meno dotato di nomi, ci obbliga a credere tutto il contrario. È questi l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signor Juan Fernandez de Velasco, Contestabile di Castiglia, Cameriero maggiore di Sua Maestà, Duca della Città di Frias, Conte di Haro e Castelnovo, Signore della Casa di Velasco, e di quella delli sette Infanti di Lara, Governatore dello Stato di Milano, etc. Il 5 giugno dell’anno 1593, pienamente informato anche lui di quanto danno e rovine sieno... i bravi e vagabondi, e del pessimo effetto che tal sorta di gente, fa contra il ben pubblico, et in delusione della giustizia, intima loro di nuovo che, nel termine di giorni sei, abbiano a sbrattare il paese, ripetendo a un dipresso le prescrizioni e le minacce medesime del suo predecessore. Il 23 maggio poi dell’anno 1598, informato, con non poco dispiacere dell’animo suo, che... ogni dì più in questa Città e Stato va crescendo il numero di questi tali (bravi e vagabondi), né di loro, giorno e notte, altro si sente che ferite appostatamente date, omicidii e ruberie et ogni altra qualità di delitti, ai quali si rendono più facili, confidati essi bravi d’essere aiutati dai capi e fautori loro,... prescrive di nuovo gli stessi rimedi, accrescendo la dose, come s’usa nelle malattie ostinate. Ognuno dunque, conchiude poi, onninamente si guardi di contravvenire in parte alcuna alla grida presente, perché, in luogo di provare la clemenza di Sua Eccellenza, proverà il rigore, e l’ira sua... essendo risoluta e determinata che questa sia l’ultima e perentoria monizione. Non fu però di questo parere l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Pietro Enriquez de Acevedo, Conte di Fuentes, Capitano, e Governatore dello Stato di Milano; non fu di questo parere, e per buone ragioni. Pienamente informato della miseria in che vive questa Città e Stato per cagione del gran numero di bravi che in esso abbonda... e risoluto di totalmente estirpare seme tanto pernizioso, dà fuori, il 5 decembre 1600, una nuova grida piena anch’essa di severissime comminazioni, con fermo proponimento che, con ogni rigore, e senza speranza di remissione, siano onninamente eseguite. Convien credere però che non ci si mettesse con tutta quella buona voglia che sapeva impiegare nell’ordir cabale, e nel suscitar nemici al suo gran nemico Enrico IV; giacché, per questa parte, la storia attesta come riuscisse ad armare contro quel re il duca di Savoia, a cui fece perder più d’una città; come riuscisse a far congiurare il duca di Biron, a cui fece perder la testa; ma, per ciò che riguarda quel seme tanto pernizioso de’ bravi, certo è che esso continuava a germogliare, il 22 settembre dell’anno 1612. In quel giorno l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Giovanni de Mendozza, Marchese de la Hynojosa, Gentiluomo etc., Governatore etc., pensò seriamente ad estirparlo. A quest’effetto, spedì a Pandolfo e Marco Tullio Malatesti, stampatori regii camerali, la solita grida, corretta ed accresciuta, perché la stampassero ad esterminio de’ bravi. Ma questi vissero ancora per ricevere, il 24 decembre dell’anno 1618, gli stessi e più forti colpi dall’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Gomez Suarez de Figueroa, Duca di Feria, etc., Governatore etc. Però, non essendo essi morti neppur di quelli, l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Gonzalo Fernandez di Cordova, sotto il cui governo accadde la passeggiata di don Abbondio, s’era trovato costretto a ricorreggere e ripubblicare la solita grida contro i bravi, il giorno 5 ottobre del 1627, cioè un anno, un mese e due giorni prima di quel memorabile avvenimento. Ne fu questa l’ultima pubblicazione; ma noi delle posteriori non crediamo dover far menzione, come di cosa che esce dal periodo della nostra storia. Ne accenneremo soltanto una del 13 febbraio dell’anno 1632, nella quale l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, el Duque de Feria, per la seconda volta governatore, ci avvisa che le maggiori sceleraggini procedono da quelli che chiamano bravi. Questo basta ad assicurarci che, nel tempo di cui noi trattiamo, c’era de’bravi tuttavia.

domenica 28 settembre 2014

Bianca e lo speziale: una tresca nella Venezia del Cinquecento



Ve lo sareste aspettato? Alessandro Barbero, con la sua aria di ragazzo studioso e birichino, da storico si è fatto, molto tempo fa ormai, romanziere senza abbandonare la sua vocazione primitiva. Ed ecco che, alla sua quinta prova da narratore libero, si ritrova sulle orme di un altro Alessandro e rifà I Promessi Sposi in una chiave più moderna. Per la verità Gli occhi di Venezia (Milano, Mondadori 2011) sono ambientati negli anni 1588-1590,
Ponte di Rialto, 1588-91
quaranta anni esatti prima del tempo in cui si svolge in Lombardia la vicenda del romanzo manzoniano: il triennio 1628-1630. Altra differenza: Michele e Bianca sono già sposati quando la narrazione di Barbero prende il suo avvio, a differenza di Renzo e Lucia che restano fidanzati per quasi tutta la durata della storia raccontata da Manzoni. I novelli sposi di Barbero però vengono separati dai duri colpi della sorte e il romanzo in fondo è la storia del loro fortunoso e fortunato ricongiungimento.
Dove sta la modernità, allora? In ciò che lo stesso Barbero riferisce e sostiene parlando dell’operazione da lui compiuta. Sembra non essersi accorto subito del parallelo con I Promessi Sposi nel suo lavoro di composizione, dopo di che non ha mai cercato - lui dice – “volutamente il parallelo o la   parodia” e aggiunge subito dopo: “questo non ha impedito a uno dei primi lettori di osservare che la mia Bianca, rimasta sola, fa tutto quello che Lucia non ha fatto – o che don Lisander non ha voluto raccontare! E a questo punto direi anche che il personaggio che per me è il più bello del romanzo, Clarice, è la risposta alla donna Prassede del Manzoni: tutta rovesciata in positivo però...” (Giulia Mozzato, Intervista a Barbero, 24 febbbraio 2011, http://www.wuz.it/intervista-libro/5606/alessandro-barbero-storia.html).
Già, Clarice. E’ la moglie di Lorenzo Bernardo.
Palazzo Bernardo sul Canal Grande
A un certo punto nel corso del romanzo diventa la padrona di Bianca. A ben vedere è la protagonista
della vicenda narrata. Ha un ruolo determinante negli sviluppi che portano al ricongiungimento degli sposi. In tal senso vale più di donna Prassede; e sovrasta inoltre la sua omologa in quanto è un personaggio a pieno titolo e non una caricatura.
Che cosa fa di speciale Bianca rispetto a Lucia? Non si fa solo proteggere, si muove da sola sulla scena della società veneziana. Potrebbe darsi alla prostituzione. E’ una soluzione che le viene prospettata in questi termini:  

…”Vedi, io ho una casa non lontano di qui, e tengo delle brave ragazze che lavorano. Loro mi danno una parte di quel che guadagnano, e stanno lì al sicuro.”

Così le parla una donna anziana che è andata a cercarla a casa. Quando Bianca capisce di che si tratta si ritrae sdegnosa. Qualche tempo dopo, mentre si trova a servizio da Clarice, non rifiuta invece la corte dello speziale Giacomo e ne diventa l’amante per un breve periodo.
E qui è la padrona a cavarla d’impaccio:

… “io dico che quando tuo marito tornerà, non c’è nessun bisogno che venga a saperlo, che ne dici, Bianca? Lui è chissà dove da anni, chissà che cosa ha fatto nel frattempo, e tu sei una moglie saggia e non glielo chiederai, vero? Lui, invece, siccome gli uomini non sono saggi, vorrà sapere tutto di te, e tu di questa storia che mi hai raccontato stanotte non gli dirai niente, hai capito bene? E’ un ordine della tua padrona, prendo io su di me le conseguenze, tu devi sapere solo una cosa, che ti ho dato un ordine ed è tuo dovere ubbidire.”
   Bianca non piangeva più ora; si teneva aggrappata alle mani di Clarice, e ogni momento le baciava. Poi, però, si trasse indietro e guardò smarrita la padrona.
   “Ma ser Giacomo! Lui lo dirà a tutti!” esclamò, atterrita. Clarice la guardò corrugando la fronte.
   “Tu credi? Vedremo!” esclamò.
  
Un approccio decisamente laico, non c’è che dire. Come è laico il modo in cui viene presentato il rapporto tra Bianca e Giacomo, prima. Niente “la sventurata rispose”, come per la povera Gertrude. Qualcosa che sta tra l’imbarazzo e il piacere:

Non era sicura che le fosse piaciuto, e ora si sentiva bruciare furiosamente tra le gambe. Ma era la prima volta che aveva un uomo da quando Michele era scomparso, e in tutto il suo corpo si erano risvegliate sensazioni sopite da troppo tempo.

Chissà poi se questa rivoluzione dall’alto, con la padrona che aiuta la sua cameriera a svincolarsi dal predominio maschile è plausibile. Nelle Nozze di Figaro, tanto per dire, c’è un’alleanza alla pari tra la cameriera Susanna e la padrona a danno del conte. Altri tempi, altri costumi. Una aristocratica veneziana pronta a battersi per i diritti dell’uomo e della donna nella seconda metà del Cinquecento è forse un frutto fuori stagione, una primizia. Sta qui in fondo il suo limite e il suo pregio.

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Lorenzo Bernardo, Viaggio a Costantinopoli di sier Lorenzo Bernardo: per l'arresto del bailo sier Girolamo Lippomano Cav., 1591 aprile, R. Deputazione Veneta sopra gli Studi di Storia Patria, Venezia 1886.

http://www.albanianhistory.net/en/texts1000-1799/AH1591.html

Diary of the voyage of Lorenzo Bernardo to Constantinople.
Note 56pp On this MS Mr Rawdon Brown has written the following note:- "The Sig. Lorenzo Bernardo was sent to Constantinople for the purpose of seizing the Bailo, Girolamo Lippomano, and shipping him off under the custody of Filippo Casalini, `fante' of the chiefs of the X, to Venice, and the orders of the Council of the Ten were in great measure carried into effect; but, when off Lido, Lippomano threw himself into the sea, and by a voluntary death escaped the penalties that awaited him for high treason. See a manuscript account of his death amongst the reports of Constantinople, and Andrea Morosini, Vol. 4, p. 140.

martedì 21 maggio 2013

Amore senza eros nei Promessi sposi

Le ragioni del silenzio 

Ma ponete il caso, che questa storia venisse alle mani per esempio d’una vergine non più acerba, più saggia che avvenente (non mi direte che non ve n’abbia), e di anguste fortune, la quale perduto già ogni pensiero di nozze, se ne va campucchiando, quietamente, e cerca di tenere occupato il cuor suo coll’idea dei suoi doveri, colle consolazioni della innocenza e della pace, e colle speranze che il mondo non può dare né torre; ditemi un po’che bell’acconcio potrebbe fare a questa creatura una storia che le venisse a rimescolare in cuore quei sentimenti, che molto saggiamente ella vi ha sopiti.
Ponete il caso che un giovane prete...
Fermo e Lucia, II, 2
 


Il ritratto di Lucia 

Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre. Le amiche si rubavano la sposa, e le facevan forza perchè si lasciasse vedere; e lei s’andava schermendo, con quella modestia un po’ guerriera delle contadine, facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto, e aggrottando i lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s’apriva al sorriso. I neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile dirizzatura, si ravvolgevan, dietro il capo, in cerchi moltiplici di trecce, trapassate da lunghi spilli d’argento, che si dividevano all’intorno, quasi a guisa de’ raggi d’un’aureola, come ancora usano le contadine nel Milanese. Intorno al collo aveva un vezzo di granati alternati con bottoni d’oro a filigrana: portava un bel busto di broccato a fiori, con le maniche separate e allacciate da bei nastri: una corta gonnella di filaticcio di seta, a pieghe fitte e minute, due calze vermiglie, due pianelle, di seta anch’esse, a ricami. Oltre a questo, ch’era l’ornamento particolare del giorno delle nozze, Lucia aveva quello quotidiano d’una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra di quand’in quando sul volto delle spose, e, senza scompor la bellezza, le dà un carattere particolare.
I Promessi Sposi, capitolo 2
Lucia nei pensieri di Renzo

Tre sole immagini gli si presentavano non accompagnate da alcuna memoria amara, nette d’ogni sospetto, amabili in tutto; e due principalmente, molto differenti al certo, ma strettamente legate nel cuore del giovine: una treccia nera e una barba bianca.
...  Che notte, povero Renzo! Quella che doveva esser la quinta delle sue nozze! Che stanza! Che letto matrimoniale! E dopo qual giornata! E per arrivare a qual domani, a qual serie di giorni! — Quel che Dio vuole, — rispondeva ai pensieri che gli davan più noia: — quel che Dio vuole. Lui sa quel che fa: c’è anche per noi. Vada tutto in isconto de’ miei peccati. Lucia è tanto buona! non vorrà poi farla patire un pezzo, un pezzo, un pezzo! —
...  Renzo si fermò un momentino sulla riva a contemplar la riva opposta, quella terra che poco prima scottava tanto sotto i suoi piedi. — Ah! ne son proprio fuori! — fu il suo primo pensiero. — Sta’ lì, maledetto paese, — fu il secondo, l’addio alla patria. Ma il terzo corse a chi lasciava in quel paese. Allora incrociò le braccia sul petto, mise un sospiro, abbassò gli occhi sull’acqua che gli scorreva [a’ piedi, e pensò — è passata sotto il ponte! —
pensieri di Renzo durante la fuga, capitolo 17


Una parola impossibile da proferire o anche solo da evocare allusivamente

Gertrude la faceva venire spesso in un suo parlatorio privato, e la tratteneva talvolta lungamente, compiacendosi dell’ingenuità e della dolcezza della poverina, e nel sentirsi ringraziare e benedire ogni momento. Le raccontava anche, in confidenza, una parte (la parte netta) della sua storia, di ciò che aveva patito, per andar lì a patire; e quella prima maraviglia sospettosa di Lucia s’andava cambiando in compassione. Trovava in quella storia ragioni più che sufficienti a spiegar ciò che c’era d’un po’ strano nelle maniere della sua benefattrice; tanto più con l’aiuto di quella dottrina d’Agnese su’ cervelli de’ signori. Per quanto però si sentisse portata a contraccambiare la confidenza che Gertrude le dimostrava, non le passò neppur per la testa di parlarle delle sue nuove inquietudini, della sua nuova disgrazia, di dirle chi fosse quel filatore scappato; per non rischiare di spargere una voce così piena di dolore e di scandolo. Si schermiva anche, quanto poteva, dal rispondere alle domande curiose di quella, sulla storia antecedente alla promessa; ma qui non eran ragioni di prudenza. Era perchè alla povera innocente quella storia pareva più spinosa, più difficile da raccontarsi, di tutte quelle che aveva sentite, e che credesse di poter sentire dalla signora. In queste c’era tirannia, insidie, patimenti; cose brutte e dolorose, ma che pur si potevan nominare: nella sua c’era mescolato per tutto un sentimento, una parola, che non le pareva possibile di proferire, parlando di sè; e alla quale non avrebbe mai trovato da sostituire una perifrasi che non le paresse sfacciata: l’amore!
cap. 18

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Alberto Arbasino, Solo per te, Lucia, in Certi romanzi, Einaudi, Torino 1971, p. 270:
Nella figura di Lucia, [...] convergono apertamente le due pulsioni fondamentali dei Promessi Sposi. La  prima dev'essere la cupidigia sessuale, anche se non si sente, perché dopo tutto è questa che mette in moto la trama con le voglie di Don Rodrigo, e poi la ricarica a metà romanzo con le pâmoisons della monaca di Monza. La seconda sarà evidentemente la religiosità che affanna e consola e dunque può risolvere un buon numero di problemi come uno stimolante o un tranquillante 'che fa miracoli'.

domenica 17 marzo 2013

Quel Manzoni che piace al papa

I promessi sposi, cap. XXIII

Nel brano che segue si possono vedere tra l'altro e in particolare gli effetti prodotti dalla manifestazione del carisma.
 ...
Appena introdotto l’innominato, Federigo gli andò incontro, con un volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a una persona desiderata, e fece subito cenno al cappellano che uscisse: il quale ubbidì.
I due rimasti stettero alquanto senza parlare, e diversamente sospesi. L’innominato, ch’era stato come portato lì per forza da una smania inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato disegno, ci stava anche come per forza, straziato da due passioni opposte, quel desiderio e quella speranza confusa di trovare un refrigerio al tormento interno, e dall’altra parte una stizza, una vergogna di venir lì come un pentito, come un sottomesso, come un miserabile, a confessarsi in colpa, a implorare un uomo: e non trovava parole, né quasi ne cercava. Però, alzando gli occhi in viso a quell’uomo, si sentiva sempre più penetrare da un sentimento di venerazione imperioso insieme e soave, che, aumentando la fiducia, mitigava il dispetto, e senza prender l’orgoglio di fronte, l’abbatteva, e, dirò così, gl’imponeva silenzio.
La presenza di Federigo era infatti di quelle che annunziano una superiorità, e la fanno amare. Il portamento era naturalmente composto, e quasi involontariamente maestoso, non incurvato né impigrito punto dagli anni; l’occhio grave e vivace, la fronte serena e pensierosa; con la canizie, nel pallore, tra i segni dell’astinenza, della meditazione, della fatica, una specie di floridezza verginale: tutte le forme del volto indicavano che, in altre età, c’era stata quella che più propriamente si chiama bellezza; l’abitudine de’ pensieri solenni e benevoli, la pace interna d’una lunga vita, l’amore degli uomini, la gioia continua d’una speranza ineffabile, vi avevano sostituita una, direi quasi, bellezza senile, che spiccava ancor più in quella magnifica semplicità della porpora.
...

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Stefania Falasca, Il Manzoni di Bergoglio, Avvenire, 17 marzo 2013



Un pomeriggio di qualche anno fa stavo accompagnando padre Bergoglio alla Casa del clero, in via della Scrofa 70, la residenza da dove è partito la mattina del 12 marzo per recarsi al Conclave e dove ha voluto tornare dopo l’elezione per salutare il personale conosciuto in questi anni.

Stavamo camminando. E conoscendo un po’ la sua sensibilità letteraria gli chiesi quali fossero gli autori italiani che amava di più. Mi rispose subito d’istinto: «Alessandro Manzoni. Le pagine dei Promessi Sposi  le ho lette e rilette tante volte. Soprattutto i capitoli in cui si parla del cardinale Federigo Borromeo, le pagine dove viene descritto l’incontro con l’Innominato... Ricordi?». «Sì», risposi, le ricordo benissimo. «Sono le pagine – riprese – in cui si descrive l’Innominato nel momento immediatamente precedente alla sua conversione, quando, dopo una notte vissuta nel tormento, dalla finestra della sua stanza sente uno scampanare a festa, e di lì a poco, sente un altro scampanio più vicino, poi un altro: 'Che allegria c’è?. Cos’hanno di bello tutti costoro?'. Saltò fuori da quel covile di pruni e, vestitosi, corse ad aprire una finestra e guardò.

Al chiarore che pure andava a poco poco crescendo si distingueva nella strada in fondo alla valle gente che passava, altra che usciva dalle case e s’avviava, tutti dalla stessa parte, e con un’alacrità straordinaria. 'Che diavolo hanno costoro? Che c’è d’allegro in questo maledetto paese? Dove va tutta quella canaglia?'. Erano uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; e andavano tutti insieme come amici a un viaggio convenuto. Gli atti indicavano una fretta e una gioia comune. Guardava, guardava e gli cresceva in cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa. 'Cos’ha quest’uomo? E perché deve venire?» si chiedeva l’Innominato.

«E poi – mi diceva padre Bergoglio – c’è l’incontro tra i due. Il cardinale Federigo gli andò incontro, con un volto premuroso e sereno e con le braccia aperte come a persona desiderata; e infine l’Innominato, come vinto da quell’impeto di carità, si abbandona a quell’abbraccio e c’è quel silenzio tra i due... un silenzio più eloquente di mille parole, l’uno di fronte all’altro... il misero e la misericordia». Padre Bergoglio parlava piano, mentre camminavamo nel centro di Roma, la città di cui ora è diventato vescovo. E ripeteva le parole del Manzoni mandate a memoria, con quel suo modo lieve e insieme incisivo di dire.

Proprio questo mi è tornato in mente quando con sorpresa l’ho visto affacciarsi dalla loggia centrale di San Pietro, dopo l’elezione che l’ha fatto diventare Papa Francesco. Una delle immagini che resteranno scritte negli occhi e nel cuore di credenti e non credenti è quella di quest’uomo, successore di Pietro, che affacciandosi dal balcone della basilica vaticana si china verso la folla venuta per vederlo. Si china, chiedendo a ciascuno in silenzio una preghiera, confessando il bisogno dell’amore e della misericordia di Dio al pari degli altri uomini.