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sabato 14 febbraio 2026

Hannah Arendt, una teoria dell'impegno civile



Simona Forti
La lezione di Arendt, fuori dalla logica del dominio c'è tutto un mondo

La Stampa, 28 novembre 2025

Victrix causa deis placuit sed victa Catoni, «La causa dei vincitori piace agli dèi, quella dei vinti a Catone»: sembra che fosse questa la citazione - una delle sue più amate - lasciata da Hannah Arendt nella macchina da scrivere la sera in cui morì, il 4 dicembre del 1975, nel suo appartamento newyorkese di Riverside Drive. Aveva 69 anni, insegnava filosofia politica alla New School for Social Research di New York, era ascoltata, letta, discussa e tradotta in tutto il mondo. Nonostante ciò, aveva continuato a percepirsi come una persona che, segnata dal trauma e dall’esilio, non poteva fare a meno di imprimere una distanza tra sé e ogni forma di riconciliazione stabile col mondo e con la storia.

In quei giorni di cinquant’anni fa, stava lavorando alla parte conclusiva di The Life of the Mind, La vita della mente: la sua ultima opera uscita postuma nel 1978. Aveva corretto le seconde bozze della sezione su Pensare, finita la stesura di Volere e iniziato a scrivere appunti per comporre le pagine dedicate a Giudicare. Messa a tema specifico durante le lezioni dedicate alla Terza Critica kantiana nei primi anni Settanta, la questione di come giudicare gli eventi in assenza di norme a priori e criteri trascendenti era stata in realtà da sempre, per così dire, la sua ossessione. Dalla scoperta delle “fabbriche della morte”, come ripete a tutti gli intervistatori, niente per lei «sarebbe stato più come prima». In che modo, allora, pensare e giudicare quando gli eventi, alla cui realtà si deve restare imperativamente fedeli, revocano in dubbio ogni validità del sapere tradizionale e dei suoi procedimenti? Come orientarsi se l’etica, con le sue distinzioni tra bene e male, «che ora appaiono di argilla», è diventata inservibile; se pure la filosofia, con le sue astrazioni, ha facilitato ideologie che hanno ucciso; se il diritto è rimasto muto davanti a delitti che eccedono ogni colpa?

Dalla fine degli anni Quaranta sino alla morte, Arendt traduce il proprio sconcerto nella difficile battaglia per riuscire a comprendere ciò che la storia le aveva presentato come incomprensibile. Le origini del totalitarismo, pubblicato per la prima volta nel 1951 e in una seconda importante edizione ampliata nel 1958, va letto in questa prospettiva: un testo che non prende posizione per il «liberalismo da guerra fredda», come a volte si è detto, ma che cerca di capire che cosa non ha funzionato, alla radice, nella «nostra tradizione occidentale». Certo, i regimi totalitari sono fenomeni dovuti a molteplici contingenze storiche e sociali, le quali non necessariamente dovevano cristallizzarsi in quel modo rovinoso. Tuttavia, Hannah Arendt non può fare a meno di chiedersi «che cosa è andato storto» nella storia europea, anche per quanto riguarda il glorioso percorso della sua filosofia. Se irresponsabili si sono dimostrati ai suoi occhi i devoti cultori del Geist tedesco, incapaci di evadere da una vocazione meramente contemplativa, e se la stessa metafisica (intesa in un modo molto vicino alla lettura di Heidegger) deve essere messa sotto accusa, non per questo Arendt smette di pensare filosoficamente. Nemmeno quando, scandalizzata dall’accademia di filosofi da cui proveniva, afferma chiaramente di voler voltare le spalle alla filosofia per dedicarsi alla teoria politica. Non è mai stata una teorica politica, né tantomeno una scienziata politica, nel senso stretto anglosassone del termine. Non analizza sistemi, non indaga meccanismi istituzionali, ma cerca di “riscoprire” e rinominare ciò che nell’esistenza è costitutivamente politico. E questo è ancora in senso proprio un gesto filosofico; anche se volto a smascherare la deriva di quella filosofia che, nell’aspirazione all’Uno e all’Eterno, ha dissolto la dimensione politica trasformandola in una logica di dominio. È una filosofia, quella di Arendt, che analogamente alla riflessione di molti pensatori dell’ultima parte del Novecento, porta la tradizione filosofica oltre se stessa e contro se stessa. Come dirà in Pensare, se anche il fondamento su cui si è retta per millenni la metafisica è crollato, tanto da spingere verso un’operazione di radicale decostruzione, la capacità di pensare non è venuta meno.

Insomma, è un campo segnato da forze contrastanti quello della riflessione arendtiana: attraversato, da una parte, dalla «presa in carico della crisi della tradizione», con il conseguente impegno a smontarne le costruzioni concettuali, a svelare le strategie discorsive di quell’universalità che spesso non è altro che negazione della differenza e, dall’altra, dalla persistenza di un’intenzione che, seppure non normativa, possa per così dire promettere la ricostituzione di un senso. La vita della mente riepiloga questa mai sopita ambivalenza, accettata e consapevole, nel tentare di restituire al pensiero la sua duplice forza: disfare di notte, come la tela di Penelope, la trama troppo stretta di concetti irrigiditisi durante il giorno e, allo stesso tempo, suggerire sommessamente elementi per un’etica del Sé. Perché, a differenza di alcuni pensatori post-nietzschiani degli anni Settanta e Ottanta, Arendt non può lasciarsi andare all’idea della fine irrimediabile di un soggetto della responsabilità. E se riconosce il tramonto delle false certezze di un Io che detta la legge a se stesso a partire dalla presunta sovranità della propria ragione, non può fare a meno di appellarsi ad una forma di soggettività che risponda, almeno parzialmente, delle proprie azioni e dei propri giudizi.

Non posso dilungarmi qui sulle pagine stupende dell’ultima fatica di Arendt, interrotta dalla morte. Nel loro continuo oscillare tra decostruzione, amarezza e speranza restituiscono il movimento di un pensiero che non si acquieta mai in un risultato e rifugge da ogni sintesi. Esse sono a mio parere tra le più belle e profonde, a tutt’oggi trascurate a favore della sua opera politica per eccellenza The Human Condition, del 1958, tradotta in italiano col titolo Vita Activa. La condizione umana.

Anche in questo caso, non si deve incorrere in un errore analogo a quello che alcuni interpreti commettono nei confronti del libro sul totalitarismo. Il legame tra libertà e azione politica, che sta al cuore dell’opera del 1958, non può essere letto come il semplice correlato di una teoria liberale. Così come i richiami costanti all’esperienza della polis non devono produrre l’impressione di un progetto volto a restaurare un modello del passato. Né nostalgica della politica greca né semplice sostenitrice della difesa dei diritti individuali, la filosofia politica di Hannah Arendt consiste soprattutto nell’esortazione a concepire il potere, e il soggetto che agisce, in maniera diversa dalle modalità tramandate dalla tradizione del pensiero politico. Senza lo sforzo di questa radicalità, ogni idea di politica rimane, a suo parere, imprigionata nel cerchio del dominio, destinata prima o poi ad inciampare in quella relazione verticale di comando-obbedienza che ormai riteniamo ovvia e inevitabile. Per questo non basta, per definire il senso arendtiano della libertà politica, ricordare che essa si riferisce ad un agire orizzontale e plurale che non può esprimersi attraverso la coercizione e la violenza, ma solo tramite il linguaggio. Allo stesso modo è riduttivo insistere su quell’idea di spazio pubblico, così cara all’autrice, come se si trattasse della mera ricerca di un’intesa intersoggettiva volta a legittimare chi governa, del riconoscimento reciproco tra le diverse identità degli attori o dei gruppi che agiscono sulla scena. Perché ogni ambito che taglia verticalmente lo spazio tra chi ritiene di avere potere e chi di quel potere è stato privato, tradisce quella pluralità anche conflittuale dell’agone che è la materia stessa di cui la politica è fatta.

Certo, la sfida arendtiana è in primo luogo volta a ripensare la politica al di fuori della dinamica del dominio: non soltanto come semplice limitazione dell’autorità centrale a tutela delle libertà private, ma esattamente come moltiplicazione delle fonti di potere e del potere stesso. Perché il potere, secondo Hannah Arendt, non coincide con la facoltà di dirigere e costringere il comportamento altrui. È invece l’espressione dell’energia che si sprigiona dall’azione, quell’energia che dà forma e significato alla vita del singolo e che la politica, con la sua dimensione corale, agonistica e conflittuale, moltiplica e potenzia. Il concetto di potere arendtiano, insieme a quello seppur diverso di Michel Foucault, ha segnato una vera e propria rivoluzione teorica nella filosofia politica continentale, innanzitutto dislocando la politica dal solo luogo delle istituzioni.

Vita Activa, allora, unanimemente considerata il testamento teorico politico di Arendt, più che al funzionamento dello stato e delle sue istituzioni, risponde a una domanda di senso: come conferire significato alla vita, in modo che diventi la vita di qualcuno che ha agito e che agisce nel mondo e per il mondo? Come riallacciare il legame tra politica ed esistenza fatto a pezzi e delegittimato nei regimi totalitari? A fronte dell’esito nichilistico della prima metà del Ventesimo secolo, Hannah Arendt rilancia la capacità formativa e performativa dell’agire; contro il risentimento nei confronti del nulla, invita a riscoprire la gioia dell’aprire insieme uno spazio comune. Quella gioia dell’essere liberi che consiste nella possibilità di incominciare sempre da capo. Non dobbiamo chiederle quello che non può e non vuole darci: le istruzioni per costruire, per consolidare e mantenere un ordine.

mercoledì 11 febbraio 2026

Un critico liberale del potere

Carlo Marsonet
Bertrand de Jouvenel

Il Foglio, 11 febbraio 2026

Bertrand de Jouvenel (1903-1987) non è del tutto ignoto al pubblico italiano. All’importante lavoro di Francesco Raschi (Autorità e potere. Il pensiero politico di Bertrand de Jouvenel) e alcune traduzioni dei suoi libri, si aggiunge ora lo studio di Gabriele Ciampini, nella collana sui “classici contemporanei” promossa dall’istituto Bruno Leoni. Come ha scritto uno studioso americano, Daniel J. Mahoney, il pensatore francese può essere considerato un esponente di un liberalismo di matrice conservatrice: i suoi interessi lo hanno portato a occuparsi del progressivo accrescimento delle prerogative statali durante l’epoca moderna e a formulare “una scienza politica che possa riconciliare tradizione e cambiamento preservando al tempo stesso la libertà e la dignità dell’individuo”.
Nella parte biografica, Ciampini evidenzia come de Jouvenel fosse in gioventù favorevole a un tipo di economia mista, caratterizzata da una forte ingerenza statale. Vicino al Partito radicale, prima, e successivamente al Partito popolare francese, il pensatore si sarebbe poi convinto, soprattutto dopo l’occupazione tedesca della Cecoslovacchia (1939), del pericolo di una sovraestensione dei pubblici poteri nella vita delle persone. Eppure, il suo liberalismo non sfocerà mai in una critica radicale, di taglio anarco-capitalista, al Leviatano: piuttosto, il suo liberalismo pare imparentato con quello degli ordoliberali tedeschi, i quali, pur nella diversità delle prospettive adottate dai suoi esponenti, vedevano nello Stato il «guardiano dell’ordine concorrenziale», ovvero lo strumento per far sì che il mercato non degeneri in un sistema monopolistico. Ciampini ricorda doverosamente la partecipazione – conclusasi burrascosamente – dello studioso alla vita intellettuale della Mont Pelerin Society, la più importante organizzazione internazionale nella promozione della libertà individuale fondata nel 1947 da Friedrich von Hayek. E’ però soprattutto la sua critica al potere a rimanere intatta nella sua essenzialità. Se esso fa parte delle società umane, e con ciò bisogna pertanto fare i conti, non va però idolatrato magari coprendo la sua azione di propositi alti e nobili. Prima dell’affermazione della modernità politico-statuale e della sovranità, il Medioevo poteva contare su micropoteri in concorrenza reciproca, che in tal modo frenavano la rispettiva espansione. Affermandosi invece il monismo statual-nazionale, il Potere ha trovato terreno fertile per il proprio radicamento, facendo così strame dell’ordine policentrico e pre-politico precedente: “dal momento in cui si ripromette di impadronirsi dei mezzi esistenti nella comunità, è naturalmente indotto a distruggere tutti gli edifici sociali allo stesso modo in cui l’orso in cerca di miele è portato a rompere le celle dell’alveare”.

martedì 10 febbraio 2026

Carl Schmitt l'innominato

Mattia Feltri
Il capo e il nemico

La Stampa, 10 febbraio 2026

Giorgia Meloni ha elogiato sui social le migliaia di persone al lavoro, anche di domenica, per far funzionare le Olimpiadi. Molti sono volontari «perché vogliono che la Nazione faccia bella figura». Poi, ha aggiunto, «ci sono loro: i nemici dell’Italia e degli italiani che manifestano contro». Non i manifestanti violenti: tutti. Chiunque è sceso in piazza ritenendo le Olimpiadi uno scialo, è un nemico dell’Italia e degli italiani. Al di là del giudizio di un capo di governo su chi manifesta, l’aspetto più interessante riguarda l’uso della parola nemico. Ci siete voi buoni, che lavorate per le Olimpiadi, e ci sono i nemici di tutti noi che manifestano contro. Non italiani che la pensano in altro modo, magari pessimo. No, i nostri nemici. A tanti saranno venuti in mente i nemici del popolo, categoria del comunismo su cui Stalin ed emuli costruirono la loro fortuna di assassini di massa. Ad altri forse sarà venuto in mente Carl Schmitt, ideologo e giurista del nazismo secondo il quale non c’è politica senza conflitto fra amico e nemico. E se non c’è conflitto, c’è una burocratica amministrazione, cioè la palude, cioè il declino. Non so se Meloni o qualcuno dei suoi si sia abbeverato a Schmitt, ma le coincidenze sono interessanti. Perché Schmitt teorizzò, a beneficio del nazismo, che è la presenza del nemico a creare l’emergenza, ed è nell’emergenza che il diritto cede il passo al capo, quando il capo più del diritto garantisce la salvezza dello Stato. E tutti questi reati nuovi e questi aggravi di pena e queste carceri traboccanti sono proprio la soluzione del capo davanti ai nemici (immaginari).

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Carl Schmitt (1888-1985) è stato un influente e controverso giurista e filosofo politico tedesco del Novecento, critico del liberalismo e del parlamentarismo. Il suo pensiero, radicato nella distinzione amico-nemico, definisce la politica, sostiene la necessità di un decisore sovrano nello "stato di eccezione" e giustifica il potere forte, aderendo al nazismo.

Schmitt, Carl

Filosofo e giurista tedesco (Plettenberg 1888 - ivi 1985). Prof. a Monaco e poi a Berlino presso la Scuola superiore di amministrazione, durante il nazismo fu nominato consigliere di Stato prussiano e prof. di diritto pubblico a Berlino. Attaccato dalle S.S. sulla loro rivista (Das Schwarze Korps), rinunciò a parte dei suoi incarichi. Dopo la guerra fu processato dagli alleati per i suoi rapporti con il nazismo, e venne prosciolto (1947) con un ‘non luogo a procedere’, ma con il divieto di insegnamento. Ritiratosi nella nativa Plettenberg, continuò i suoi studi fino alla morte. La produzione filosofica di S. può essere divisa in tre fasi. La prima, la fase ‘decisionistica’ (➔ decisionismo), è legata alla riflessione sul concetto di ‘politico’. Ispirandosi ad autori classici come Hobbes, e a moderni come Juan Donoso Cortés e Weber, S. isola il concetto di politico in quanto tale, e lo lega strettamente al rapporto amico-nemico. Secondo S. il fenomeno politico sorge in seno a una comunità di individui quando questa prende coscienza di sé stessa come di una comunità di intenti, mantenuta unita dalla fede negli stessi valori e decisa a proteggersi per mezzo di ‘rappresentanti’ che aiutino gli amici e combattano i nemici. Da questo punto di vista l’ordinamento giuridico – la costituzione – grazie al quale tale comunità prende forma legale non deve mai essere considerato secondo la lettera, ma secondo lo spirito. Ciò diventa particolarmente vero quando viene messa in pericolo la vita stessa della comunità. Tale era la situazione della Repubblica di Weimar, per fronteggiare la quale si sarebbe resa necessaria un’interpretazione estensiva dell’art. 48 della costituzione (che assegnava poteri eccezionali al presidente della Repubblica), e quindi la sospensione della costituzione stessa e l’instaurazione di una «dittatura commissaria». S. introduceva qui un nuovo concetto di sovranità, in base al quale «sovrano è chi decide sullo stato di eccezione». Lo stato di eccezione mette a nudo le radici di ogni ordinamento costituzionale, che poggia sempre su una decisione politica fondamentale, quella di proteggere gli amici e combattere i nemici. Tale visione trova un corrispettivo nella teologia «teistica» di Donoso Cortés, secondo la quale lo stato di eccezione ha per la giurisprudenza un significato analogo al miracolo per la teologia. In entrambi i casi, infatti, il corso apparentemente naturale delle cose si rivela dipendente ogni momento da un potere più forte. Non a caso S. definisce «teologica» tale concezione politica, che si collega intimamente al concetto di «creazione continua». Le opere più importanti di questa prima fase sono: Die Diktatur (1921; trad. it. La dittatura); Politische Theologie (1922; trad. it. Teologia politica); Die geistesgeschichtliche Lage des heutigen Parlamentarismus (1923; trad. it. La condizione storico-spirituale dell’odierno parlamentarismo); Römischer Katholizismus und politische Form (1923; trad. it. Cattolicesimo romano e forma politica); Der Begriff des Politischen (1927; trad. it. Il concetto di politico, in Le categorie del politico); Verfassungslehre (1928; trad. it. Dottrina della costituzione); Der Hüter der Verfassung (1929; trad. it. Il custode della costituzione). La seconda fase del pensiero di S. viene condizionata dai suoi rapporti con il nazismo. Da un lato, infatti, le teorie politiche di S. rappresentavano un possibile fondamento filosofico-giuridico del nazionalsocialismo. Egli stesso aderì al partito di Hitler, e tale decisione gli procurò una serie di vantaggi immediati, come la nomina a consigliere di Stato prussiano. In questi anni S. era considerato una sorta di Kronjurist («giurista della Corona») del Terzo Reich. E tuttavia S. avvertiva nel «decisionismo» di Hitler qualcosa di eccessivo, che lo stava trasformando in puro arbitrio. Egli tentò così di costruire un argine all’imprevedibilità delle decisioni del dittatore. Non potendo ricorrere agli aborriti «diritti innati» del liberalismo ripiegò sulla «teoria dell’istituzione» di Maurice Hauriou e Santi Romano e sui diritti consolidati dei tre «ceti» che nella sua visione formavano le tre articolazioni del Terzo Reich: Stato, partito e popolo diviso nelle rispettive corporazioni. Le opere più significative di questa fase sono: Staat, Bewegung, Volk (1933; trad. it. Stato, movimento, popolo); Über die drei Arten des rechtswissenschaftlichen Denkens (1934; trad. it. I tre tipi di scienza giuridica, in Le categorie del politico) e I caratteri essenziali dello Stato nazionalsocialista (1936, testo orig. italiano). L’ultima fase della riflessione di S. vede giungere a compimento la revisione del concetto stesso di «valore». Uscito dall’esperienza rovinosa della guerra, S. ora rifiuta la logica del valore, secondo la quale «per il valore supremo il prezzo supremo non è mai troppo alto, e va pagato». Ciò comporta una ridefinizione e un «raffreddamento» del concetto stesso di politico, che del valore è la manifestazione concreta. S. si orienta ora verso un recupero dello ius publicum europaeum e del concetto di «limite», che trova il suo modello nei rapporti tra gli Stati europei antecedenti ai due conflitti mondiali. Le opere più note di questo periodo sono: Der Nomos der Erde (1950; trad. it. Il nomos della Terra); Theorie des Partisanen (1963; trad. it. La teoria del partigiano); e Die Tyrannei der Werte (1967; trad. it. La tirannia dei valori). (Treccani)

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«Ma, davvero, in mezzo a tutte queste rovine non c’è altra via che il silenzio?». Il carteggio tra Norberto Bobbio e Carl Schmitt (1949-1980) / Stella, Giuliana. - In: LO STATO. - ISSN 2283-6527. - (2014), pp. 103-124.

lunedì 2 febbraio 2026

Merleau-Ponty, Note sur Machiavel

Maurice Merleau-Ponty, Signes. Paris : Les Éditions Gallimard, 1960, 438 pp.

Chapitre X Note sur Machiavel
Communication au Congrès Umanesimo e scienza politica, Rome-Florence, septembre 1949

Come dovremmo interpretarlo? Scrive contro le buone intenzioni in politica, ma è anche contro la violenza. Sconcerta sia i fautori della Legge che quanti credono nella Ragion di Stato, poiché ha l'audacia di parlare di virtù proprio nel momento in cui offende profondamente la morale comune. Di fatto egli descrive quel nodo della vita collettiva in cui la morale pura può essere crudele e in cui la politica pura esige qualcosa di simile a una morale. Un cinico che nega i valori o un ingenuo che sacrifica l'azione sarebbero accettabili. Non si apprezza questo pensatore difficile e senza idoli.
È stato, di sicuro, tentato dal cinismo: solo con grande fatica, dice, si è difeso contro l'opinione di coloro che vedono il mondo governato dal caso. Ora, se l'umanità è un caso, non si vede anzitutto cosa sosterrebbe la vita collettiva, se non la pura coercizione del potere politico. Tutto il ruolo di un governo sta dunque nel tenere a bada i suoi sudditi. Tutta l'arte del governare si riduce all'arte della guerra e le buone truppe fanno le buone leggi. Tra il potere e i sudditi, tra l'io e l'altro, non c'è terreno in cui cessi la rivalità. Bisogna o subire la costrizione o esercitarla. A ogni passo, Machiavelli parla di oppressione e aggressione. La vita collettiva è un inferno.
Ma ciò che è originale in lui, avendo stabilito il principio della lotta, è che lo supera senza mai dimenticarlo. Nella lotta stessa, trova qualcosa di diverso dall'antagonismo. "Mentre si sforzano di non aver timore, egli dice, gli uomini cominciano a farsi temere dagli altri, e rivolgono contro gli altri l’aggressione che respingono da sé, come se si dovesse necessariamente offendere o essere offeso". Nello stesso momento in cui sto per aver paura, io incuto paura; dirigo contro gli altri la stessa aggressione che distorno da me; diffondo lo stesso terrore che mi minaccia, vivo la mia paura in quella che ispiro. Ma per un contraccolpo il dolore che causo strazia in pari tempo me e la mia vittima: la crudeltà non è quindi una soluzione, ricomincia sempre. C’è un circuito fra me e gli altri, una nera Comunione dei Santi, il male che faccio io lo faccio a me, lottando con gli altri lotto anche contro me stesso. Dopotutto, un volto non è altro che ombre, luce e colore, eppure, poiché quel volto ha fatto una smorfia in un certo modo, il boia sperimenta misteriosamente una liberazione, un'altra angoscia ha preso il sopravvento sulla sua. Una frase non è mai più di un'affermazione, un insieme di significati che non potrebbero, in linea di principio, valere il sapore unico che ogni persona ha per se stessa. Eppure, quando la vittima ammette la sconfitta, l'uomo crudele sente un'altra vita battere attraverso quelle parole; si trova di fronte a un altro sé . Siamo lontani dai rapporti di pura forza che esistono tra gli oggetti. Per usare le parole di Machiavelli, siamo passati dalle "bestie" all'"uomo".
Più precisamente, siamo passati da un modo di combattere a un altro, dal “combattere con la forza” al “combattere con le leggi”. Il combattimento umano è diverso dal combattimento animale, ma è pur sempre combattimento. Il potere non è la forza bruta, ma non è nemmeno l’onesta delega delle volontà individuali, come se potessero negare la loro differenza. Che sia ereditario o nuovo, è sempre descritto nel 
Principe come contestabile e minacciato. Uno dei doveri del principe è quello di risolvere i problemi prima che siano resi insolubili dall’emozione dei sudditi. Sembra che l’obiettivo sia impedire ai cittadini di risvegliarsi. Non esiste un potere assolutamente fondato; esiste solo una opinione cristallizzata. Essa tollera, dà per scontato il potere. Il problema è impedire che questo accordo si disintegri, cosa che può avvenire in breve tempo, indipendentemente dai mezzi di coercizione, una volta raggiunto un certo punto di crisi. Il potere è tacito. Gli uomini si lasciano vivere nell’orizzonte dello Stato e della Legge finché l’ingiustizia non li rende consapevoli di ciò che lo Stato e la legge hanno di ingiustificabile. Il potere che chiamiamo legittimo è quello che riesce a evitare il disprezzo e l’odio. «Il principe deve ispirare timore in modo tale che, se non è amato, almeno non è odiato». Poco importa se il potere venga biasimato in un caso particolare: esso si instaura nell’intervallo tra critica e sconfessione, tra discussione e discredito. I rapporti tra soggetto e potere, come quello tra sé e l’altro, si stringono più profondamente del giudizio; sopravvivono alla contestazione, purché non sia la contestazione radicale del disprezzo.
Né puro fatto né diritto assoluto, il potere non costringe, non persuade: aggira – e si aggira meglio appellandosi alla libertà che terrorizzando. Machiavelli formula con precisione questa alternanza di tensione e distensione, di repressione e legalità, il cui segreto è custodito dai regimi autoritari ma che, in forma melliflua, costituisce l’essenza di ogni diplomazia. A volte 
si ritiene che coloro a cui si dà credito abbiano un controllo migliore: “Un principe nuovo non disarma mai i suoi sudditi; tutt’altro, si affretta ad armarli se li trova disarmati, e niente si capisce meglio: perché da allora in poi queste armi sono sue… Ma un principe che disarma i suoi sudditi li offende, facendo loro credere che diffida di loro, e niente è più adatto a incitare il loro odio”. “Una città abituata alla libertà si conserva più facilmente governandola attraverso i propri cittadini.” “In una società dove tutti assomigliano misteriosamente a tutti gli altri, sospettosi se sono sospettosi, fiduciosi se sono fiduciosi – non esiste una cosa come la pura costrizione: il dispotismo richiedeva disprezzo, l’oppressione richiederebbe rivolta. I migliori sostenitori di un potere non sono nemmeno coloro che lo hanno creato: credono di avere diritti su di esso, o almeno si sentono sicuri. È ai suoi avversari che un nuovo potere farà appello, a condizione che si radunino. Se non possono essere conquistati – allora il potere non colpirà a metà strada: ‘Bisogna o conquistare gli uomini o sbarazzarsene; possono vendicare offese minori, ma non quelle gravi.’ Tra la seduzione e l’annientamento dei vinti, il vincitore può quindi esitare, e Machiavelli è talvolta crudele: ‘L’unico modo per preservare è distruggere radicalmente.’”Chiunque diventi padrone di una città che ha iniziato a godere della libertà e non la distrugge deve aspettarsi di esserne distrutto. Tuttavia, la violenza pura non può che essere episodica. Non può procurare il profondo assenso che costituisce il potere, né sostituirlo. “Se (il principe) si trova nella necessità di imporre la morte, deve dichiarare le sue ragioni”. Ciò equivale a dire che non esiste un potere assoluto...
Fu quindi il primo a sviluppare la teoria della "collaborazione" e del raduno degli oppositori (così come quella della "quinta colonna"), che stanno al terrore politico come la Guerra Fredda sta alla guerra. Ma dov'è, ci si potrebbe chiedere, il vantaggio per l'umanesimo? Sta innanzitutto nel fatto che Machiavelli ci introduce nel cuore stesso della politica e ci permette di misurarne il compito, se vogliamo trovarvi una qualche verità. Sta anche in questo: ci viene mostrata un'umanità nascente che emerge dalla vita collettiva come all'insaputa di chi detiene il potere, e semplicemente in virtù dei suoi tentativi di conquistare le coscienze. La trappola della vita collettiva funziona in entrambi i sensi: i regimi liberali sono sempre un po' meno liberali di quanto si possa pensare, gli altri un po' di più. Il pessimismo di Machiavelli non è quindi assoluto. Egli ha persino indicato le condizioni per una politica che non sia ingiusta: sarà quella che soddisfa il popolo. Non che il popolo sappia tutto, ma perché, se qualcuno è innocente, è lui: «Si può soddisfare il popolo senza ingiustizia, non i grandi: questi ultimi cercano di esercitare la tirannia, i primi solo di evitarla… Il popolo non chiede altro che di non essere oppresso».
Machiavelli non dice altro ne Il Principe sul rapporto tra potere e popolo. Ma sappiamo che è un repubblicano nei Discorsi sopra Livio. Forse, quindi, possiamo estendere al rapporto tra potere e popolo ciò che dice sul rapporto tra il principe e i suoi consiglieri. Descrive poi, sotto il nome di virtù , un modo di vivere con gli altri. Il principe non deve decidere in base alle opinioni altrui: sarebbe disprezzato. Né dovrebbe governare isolato, perché l'isolamento non è autorità. Ma esiste una possibile via di mezzo tra queste due insidie. “Il sacerdote Luca disse dell’imperatore Massimiliano, suo signore, ora regnante, che non accettava consigli da nessuno e tuttavia non agiva mai secondo le proprie opinioni. In questo, segue una via diametralmente opposta a quella che ho appena delineato. Poiché questo principe non condivide i suoi piani con nessuno dei suoi ministri, le osservazioni giungono proprio nel momento in cui devono essere eseguite; così che, pressato dal tempo e sopraffatto da ostacoli imprevisti, cede ai consigli che gli vengono dati. C’è un modo di affermarsi che cerca di eliminare gli altri – e che rende schiavi di lui. E c’è con gli altri un rapporto di consultazione e di scambio, che non è la morte, ma l’atto stesso dell'io. La lotta originaria minaccia sempre di ripresentarsi: deve essere il principe a porre le questioni, e non deve, sotto pena di essere disprezzato, concedere a nessuno il permesso permanente di parlare francamente. Ma, almeno nei momenti in cui delibera, comunica con gli altri e, alla decisione che prende, gli altri possono aderire, perché è in qualche modo la loro decisione. La ferocia delle origini è superata quando, tra l'uno e l'altro, si stabilisce il legame del lavoro comune e del destino comune. Così l'individuo cresce proprio per via dei doni che fa al potere; c'è uno scambio tra loro. Quando il nemico devasta il territorio, e quando i sudditi, rifugiati in città con il principe, vedono i loro beni saccheggiati e perduti, è allora che si dedicano a lui senza riserve: "chi non sa infatti che gli uomini si affezionano tanto per il bene che fanno quanto per quello che ricevono". Che importa, potrebbe dire qualcuno, se si tratta solo dell'ennesimo inganno, se il più grande trucco del potere è persuadere le persone di vincere quando stanno perdendo? Ma Machiavelli non dice mai che i sudditi vengano ingannati. Descrive la nascita di una vita condivisa, che trascende le barriere dell'interesse personale. Parlando ai Medici, dimostra loro che il potere non può esistere senza un appello alla libertà. In questo rovesciamento, è forse il principe a essere ingannato. Se Machiavelli era repubblicano, era perché aveva trovato un principio di comunione. Ponendo il conflitto e la lotta all'origine del potere sociale, non intendeva che l'accordo fosse impossibile; voleva sottolineare la condizione di un potere che non fosse mistificante, e che fosse l'aderenza a una situazione comune.
L'"immoralismo" di Machiavelli assume così il suo vero significato. Si citano sempre massime a lui attribuite che relegano l'onestà alla vita privata e fanno degli interessi del potere l'unica regola in politica. Ma esaminiamo le ragioni per cui egli sottrae la politica al puro giudizio morale: ne indica due. La prima, che "un uomo che voglia essere perfettamente onesto, in mezzo a gente disonesta, non può non perire prima o poi ". Argomento debole, poiché potrebbe essere applicato altrettanto facilmente alla vita privata dove, tuttavia, Machiavelli rimane "morale". La seconda ragione porta oltre: è che, nell'azione storica, la gentilezza è talvolta catastrofica e la crudeltà, meno crudele di un'indole bonaria. "Cesare Borgia fu ritenuto crudele; ma fu alla sua crudeltà che dovette il vantaggio di unire la Romagna ai suoi stati, e di restituire a quella provincia la pace e la tranquillità di cui era stata a lungo privata". E, tutto considerato, bisogna ammettere che questo principe fu più umano del popolo di Firenze che, per non apparire crudele, lasciò che Pistoia fosse distrutta. Quando si tratta di mantenere i propri sudditi in linea con il dovere, non bisogna preoccuparsi del rimprovero di crudeltà, soprattutto perché alla fine il Principe si dimostrerà più umano, dando pochi esempi necessari, di coloro che, per eccessiva indulgenza, incoraggiano il disordine e alla fine provocano omicidi e brigantaggio. Perché questi sconvolgimenti sconvolgono lo Stato, mentre le pene inflitte dal Principe colpiscono solo pochi individui. Ciò che talvolta trasforma la dolcezza in crudeltà, la durezza in valore e sconvolge i precetti della vita privata, è che gli atti di potere si verificano all'interno di un certo stato dell'opinione pubblica, che ne altera il significato; a volte risvegliano un'eco eccessiva; aprono o chiudono fessure segrete nel blocco del consenso generale e avviano un processo molecolare che può alterare l'intero corso degli eventi. O ancora: come gli specchi disposti in cerchio trasformano una fiamma sottile in una realtà fiabesca, gli atti del potere, riflessi nella costellazione delle coscienze, si trasfigurano, e i riflessi di questi riflessi creano un'apparenza che è il luogo proprio e, in breve, la verità dell'azione storica. Il potere porta attorno a sé un'aureola, e la sua maledizione – come quella del popolo che non si conosce meglio – è di non vedere l'immagine di sé che presenta agli altri. È dunque condizione fondamentale della politica svolgersi nelle apparenze: «Gli uomini in genere giudicano più con gli occhi che con le mani. Ogni uomo può vedere; ma pochissimi uomini sanno toccare. Ognuno vede facilmente ciò che appare, ma quasi nessuno identifica ciò che è; e questo piccolo numero di menti penetranti non osa contraddire la moltitudine, che ha come scudo la maestà dello Stato. Ora, quando si tratta di giudicare la vita interiore degli uomini, e specialmente quella dei principi, poiché non si può ricorrere alle corti, bisogna guardare solo ai risultati; si tratta di mantenere la propria autorità; i mezzi, qualunque essi siano, appariranno sempre onorevoli e saranno lodati da tutti».Ciò non significa che l'inganno sia necessario o addirittura preferibile, ma che, nella distanza e nel grado di generalità con cui si stabiliscono le relazioni politiche, emerge una figura leggendaria, formata da pochi gesti e pochi mesi, e che gli uomini onorano o odiano ciecamente. Il principe non è un impostore; Machiavelli scrive esplicitamente: "Un principe deve sforzarsi di farsi fama di gentilezza, clemenza, pietà, lealtà e giustizia; deve, inoltre, possedere tutte queste buone qualità... ".Ciò che intende dire è che, anche se vere, le qualità di un leader sono sempre preda della leggenda, perché non sono sperimentate, ma osservate; perché non sono conosciute nel movimento della vita che le sostiene, ma congelate in atteggiamenti storici. Il principe deve quindi essere consapevole degli echi che le sue parole e le sue azioni suscitano; deve mantenere il contatto con quei testimoni da cui trae tutto il suo potere; non deve governare come un visionario; deve rimanere libero anche rispetto alle proprie virtù. Il principe deve possedere le qualità che appare avere, dice Machiavelli, ma, conclude, “mantenere sufficientemente il controllo di sé per mostrare il loro opposto quando opportuno”. Un precetto della politica, ma che potrebbe anche essere la regola della vera moralità. Perché il giudizio pubblicato secondo le apparenze, che trasforma la bontà del principe in debolezza, forse non è poi così sbagliato. Cos'è una bontà incapace di durezza? Cos'è una bontà che finge semplicemente di essere bontà? Un modo gentile di ignorare gli altri e in definitiva disprezzarli. Machiavelli non invoca il governo attraverso il vizio, la menzogna, il terrore o l'astuzia; tenta di definire una virtù politica che, per il principe, è parlare agli spettatori silenziosi intorno a lui, presi nel vortice vertiginoso della vita comunitaria. Questa è una vera forza di carattere, poiché implica, tra il desiderio di piacere e la sfida, tra la gentilezza autoindulgente e la crudeltà, concepire un'impresa storica a cui tutti possono contribuire. Questa virtù non è soggetta ai turbamenti sperimentati dal politico moralizzante perché ci situa immediatamente in una relazione con gli altri che un tale personaggio ignora. È questa virtù che Machiavelli prende come segno del valore in politica – e non il successo, poiché cita come esempio Cesare Borgia, che non ebbe successo ma possedeva virtù, e pone molto più indietro Francesco Sforza, che ebbe successo, ma solo per caso. Come a volte accade, il politico intransigente ama l'umanità e la libertà più sinceramente dell'umanista dichiarato: è Machiavelli a lodare Bruto, ed è Dante a condannarlo. Controllando i rapporti con gli altri, il potere supera gli ostacoli tra le persone e introduce una certa trasparenza nelle nostre interazioni, come se le persone potessero essere vicine solo attraverso una sorta di distanza.Ciò che rende Machiavelli così difficile da comprendere è il fatto che egli combina il più acuto senso di contingenza o irrazionalità del mondo con il gusto per la coscienza o la libertà dell'umanità. Considerando questa storia, piena di disordine, oppressione, imprevisti e capovolgimenti, non vede nulla che la predestini a un esito finale. Evoca l'idea di una casualità fondamentale, un'avversità che la strapperebbe dalla presa anche del più intelligente e del più forte. E se alla fine esorcizza questo spirito malevolo, non è attraverso alcun principio trascendente, ma semplicemente facendo appello ai dati della nostra condizione. Respinge contemporaneamente speranza e disperazione. Se c'è avversità, è senza nome, senza intenzione; non possiamo trovare alcun ostacolo che non abbiamo contribuito a creare con i nostri errori o sbagli; non possiamo limitare il nostro potere in alcun modo. Qualunque sorpresa l'evento possa riservarci, non possiamo liberarci dalla preveggenza e dalla coscienza più di quanto possiamo liberarci dal nostro corpo. «Dato che abbiamo il libero arbitrio, mi sembra che dobbiamo riconoscere che il caso governa la metà o poco più della metà delle nostre azioni, e che noi dirigiamo il resto». Anche se supponessimo un principio ostile nelle cose, poiché non ne conosciamo i piani, per noi è come nulla: «Gli uomini non dovrebbero mai arrendersi; poiché non conoscono la loro fine e questa giunge per vie oblique e sconosciute, hanno sempre motivo di sperare, e, sperando, non dovrebbero mai arrendersi, qualunque fortuna e qualunque pericolo possano trovarsi». Il caso prende forma solo quando rinunciamo a comprendere e volere. La fortuna «esercita il suo potere quando non viene posta alcuna barriera sul suo cammino; concentra i suoi sforzi sui punti mal difesi ». Se sembra esserci un corso inflessibile delle cose, è solo nel passato; se la fortuna appare a volte favorevole e a volte sfavorevole, è perché l'uomo a volte comprende e a volte non comprende il suo tempo, e le stesse qualità, a seconda dei casi, determinano il suo successo e la sua rovina, ma non per caso. Come nei nostri rapporti con gli altri, Machiavelli definisce nel nostro rapporto con la fortuna una virtù tanto lontana dalla solitudine quanto dalla docilità. Indica come nostra unica risorsa questa presenza agli altri e al nostro tempo, che ci permette di trovare gli altri nel momento stesso in cui rinunciamo a opprimerli – di trovare il successo nel momento stesso in cui rinunciamo all’avventura, di sfuggire al destino nel momento stesso in cui comprendiamo il nostro tempo. Anche l’avversità assume per noi una forma umana: la fortuna è una donna. “Penso che sia meglio essere troppo audaci che troppo circospetti, perché la fortuna è una donna; cede solo alla violenza e all’audacia; l’esperienza mostra che si dà agli uomini feroci piuttosto che agli uomini freddi”. Non c’è decisamente nulla, per un uomo, che sia interamente contro l’umanità perché l’umanità è sola nel suo ordine. L’idea di un’umanità che è fortuita e la cui causa non è ancora vinta è ciò che conferisce alla nostra virtù il suo valore assoluto. Quando abbiamo colto ciò che, tra le possibilità del momento, è umanamente valido, segni e presagi non mancano mai: «Deve forse parlare il cielo? Ha già manifestato la sua volontà con segni eclatanti. Abbiamo visto il mare aprirsi le sue profondità, una nube tracciare la via da seguire, l’acqua sgorgare dalla roccia e la manna cadere dal cielo. A noi il resto, poiché Dio, facendo ogni cosa senza di noi, ci priverebbe dell’azione del nostro libero arbitrio e, al tempo stesso, della porzione di scelta a noi riservata». Quale umanesimo è più radicale di questo? Machiavelli non ignorava i valori. Li vedeva vivi, in fermento come un cantiere, legati a certe azioni storiche: l’Italia da costruire, i barbari da scacciare. Per chi intraprende tali imprese, la sua religione terrena riscopre le parole dell’altra religione. «Esurientes implevit bonis, et divites dimisit inanes ». Come dice A. Renaudet: “Questo allievo della prudente audacia di Roma non ha mai voluto negare il ruolo svolto nella storia universale dall’ispirazione, dal genio e dall’azione, individuata da Platone e Goethe, di qualche demone sconosciuto...  Ma, perché la passione, aiutata dalla forza, abbia il potere di rinnovare un mondo, deve nutrirsi di certezza dialettica tanto quanto di sentimento. Se Machiavelli non esclude la poesia e l’intuizione dal regno della pratica, questa poesia è verità, questa intuizione è fatta di teoria e calcolo.”Ciò che viene condannato in lui è l'idea che la storia sia una lotta e la politica una questione di rapporti con gli uomini piuttosto che con i principi. Eppure c'è qualcosa di più certo? La storia, dopo Machiavelli ancor più che prima di lui, non ha forse dimostrato che i principi non sono vincolanti e possono essere piegati a qualsiasi scopo? Lasciamo perdere la storia contemporanea. La graduale abolizione della schiavitù era stata proposta dall'abate Grégoire nel 1789. Fu nel 1794 che fu votata dalla Convenzione, in un momento in cui, per usare le parole di un colono, in tutta la Francia "servi, contadini, operai e braccianti agricoli manifestavano contro l'aristocrazia della pelle" e quando la borghesia provinciale, che traeva le sue entrate da Santo Domingo, non deteneva più il potere. I liberali conoscono l'arte di trattenere i principi dal pendio scivoloso delle conseguenze indesiderate. C'è di più: applicati in una situazione appropriata, i principi sono strumenti di oppressione. Pitt osserva che il cinquanta per cento degli schiavi importati nelle isole inglesi viene rivenduto nelle colonie francesi. I mercanti di schiavi inglesi rendono prospera Santo Domingo e offrono alla Francia il mercato europeo. Prende quindi posizione contro la schiavitù: “Chiese a Wilberforce”, scrive il signor James, “di intraprendere la campagna. Wilberforce rappresentava l’importante regione dello Yorkshire; era un uomo di grande reputazione; espressioni di umanità, giustizia, vergogna nazionale, ecc., sarebbero suonate bene dalle sue labbra… Clarkson venne a Parigi per stimolare le energie dormienti (della Società degli Amici dei Neri), per sovvenzionarle e per inondare la Francia di propaganda inglese”. “ Non ci si può fare illusioni sul destino che questa propaganda riservava agli schiavi di Saint-Domingue: pochi anni dopo, in guerra con la Francia, Pitt firmò un accordo con quattro coloni francesi che poneva la colonia sotto la protezione britannica fino alla pace e ripristinava la schiavitù e la discriminazione contro i mulatti. Chiaramente, non è solo importante sapere quali principi vengono scelti, ma anche chi, quali forze, quali uomini li applicano. Ancora più chiaro: gli stessi principi possono servire entrambi gli avversari. Quando Bonaparte inviò truppe contro Saint-Domingue destinate a perire lì, “molti ufficiali e tutti i soldati credevano di combattere per la Rivoluzione; vedevano Toussaint come un traditore venduto ai preti, agli emigrati e agli inglesi… gli uomini si consideravano ancora appartenenti a un esercito rivoluzionario”. Tuttavia, in alcune notti, sentivano i neri all’interno della fortezza cantare La Marsigliese , Ça ira e altri canti rivoluzionari. Lacroix racconta che i soldati fuorviati, sentendo questi canti, si alzavano in piedi e guardavano i loro ufficiali come per dire: "La giustizia è dalla parte dei nostri barbari nemici? Non siamo più soldati della Francia repubblicana? Siamo diventati meri strumenti politici.?" Ma che importa? La Francia era la terra della Rivoluzione. Bonaparte, che le aveva dedicato alcune delle sue acquisizioni, stava marciando contro Toussaint Louverture. Era quindi chiaro: Toussaint era un controrivoluzionario al servizio di potenze straniere. Qui, come spesso accade, tutti combattono in nome degli stessi valori: libertà, giustizia. Ciò che li distingue è il tipo di persone per le quali si esige libertà o giustizia, con le quali si intende formare una società: schiavi o padroni. Machiavelli aveva ragione: bisogna avere dei valori, ma questo non basta, ed è persino pericoloso fermarsi lì; Finché non abbiamo scelto chi li guiderà nella lotta storica, non abbiamo realizzato nulla. E non è solo in passato che vediamo repubbliche negare la cittadinanza alle loro colonie, uccidere in nome della Libertà e passare all'offensiva in nome della legge. Certo, la dura saggezza di Machiavelli non le condannerebbe per questo. La storia è una lotta, e se le repubbliche non combattessero, scomparirebbero. Come minimo, dobbiamo riconoscere che i metodi utilizzati rimangono sanguinosi, spietati e sordidi. L'astuzia suprema delle Crociate sta nel non ammetterlo. Il ciclo deve essere spezzato.È ovviamente su questa base che una critica di Machiavelli è possibile e necessaria. Non aveva torto a insistere sul problema del potere. Ma si è limitato ad alludere in poche parole a un potere che non sarebbe stato ingiusto; non ha cercato vigorosamente di definirlo. Ciò che lo scoraggia è il fatto di credere che gli uomini siano immutabili e che i regimi si succedano ciclicamente  . Ci saranno sempre due tipi di uomini, quelli che vivono e quelli che fanno la storia: il mugnaio, il fornaio, l'oste con cui Machiavelli, in esilio, trascorre le sue giornate, chiacchierando e giocando a backgammon ("allora", dice, "nascono discussioni, parole di risentimento, insulti, litigi si scambiano per un soldo; si levano grida che si sentono fino a San Casciano. Avvolto in questa sporcizia, esaurisco fino in fondo la malignità del mio destino"); e i grandi uomini di cui legge la storia la sera, vestito in abiti di corte, che interroga e che gli rispondono sempre . ("E per quattro lunghe ore", dice, "non sento più la noia, dimentico ogni miseria, non temo più la povertà, la morte non mi spaventa più. Passo interamente in loro"). Senza dubbio non si è mai rassegnato a separarsi dagli uomini spontanei: non passerebbe giorni a contemplarli se non fossero un mistero per lui. Potrebbero questi uomini amare e comprendere veramente le stesse cose che comprende e ama lui? Vedendo tanta cecità da una parte, e dall'altra una così naturale arte del comando, è tentato di pensare che non ci sia un'unica umanità, ma piuttosto uomini storici e uomini pazienti - e di schierarsi con i primi. È allora che, non avendo più motivo di preferire un "profeta armato" a un altro, agisce solo per capriccio: ripone speranze sconsiderate nel figlio di Lorenzo de' Medici, e i Medici, seguendo le loro regole, lo compromettono senza impiegarlo. Repubblicano, rinnega nella prefazione alla sua Storia di Firenze il giudizio che i repubblicani diedero sui Medici, e i repubblicani, che non glielo perdonano, non lo impiegheranno più. La condotta di Machiavelli rivela ciò che mancava alla sua politica: un principio guida che gli avrebbe permesso di riconoscere, tra i poteri, quello da cui c'era qualcosa di valido da sperare, e di elevare decisamente la virtù al di sopra dell'opportunismo.
Bisogna anche aggiungere, per correttezza, che il compito era arduo. Per i contemporanei di Machiavelli, il problema politico primario era se gli italiani sarebbero stati impediti di coltivare la loro terra e di vivere a lungo dalle incursioni di Francia e Spagna, o persino da quelle del Papato. Cosa poteva ragionevolmente desiderare, se non una nazione italiana e dei soldati per costruirla? Per creare l'umanità, bisognava cominciare creando questo frammento di vita umana. Nella discordia di un'Europa inconsapevole di sé, di un mondo che non aveva ancora preso coscienza della propria identità, e dove paesi e popoli sparsi non si erano ancora incontrati, dov'era il popolo universale che poteva diventare alleato di una città-stato popolare italiana? Come avrebbero potuto i popoli di tutti i paesi riconoscersi, consultarsi e unirsi? Non esiste vero umanesimo se non quello che attende, in tutto il mondo, l'effettivo riconoscimento dell'umanità da parte dell'umanità. Esso non può quindi precedere il momento in cui l'umanità si dà i mezzi di comunicazione e comunione.
Esistono oggi, e il problema di un autentico umanesimo, posto da Machiavelli, è stato ripreso da Marx un secolo fa. Possiamo dire che sia stato risolto? Marx mirava specificamente, per creare un'umanità, a trovare un fondamento diverso da quello sempre ambiguo dei principi. Cercò nella situazione e nel movimento vitale dei più sfruttati, dei più oppressi, dei più impotenti, la base di un potere rivoluzionario, cioè capace di abolire lo sfruttamento e l'oppressione. Ma divenne chiaro che l'intero problema stava nell'instaurare un potere degli impotenti. Infatti, o per rimanere il potere del proletariato, doveva seguire le fluttuazioni della coscienza delle masse, e allora sarebbe stato rapidamente abbattuto, oppure, se voleva evitarlo, doveva diventare il giudice degli interessi del proletariato, e allora si costituiva come potere nel senso tradizionale; era l'abbozzo di una nuova classe dominante. La soluzione poteva essere trovata solo in un rapporto completamente nuovo [282] tra il potere e i sottomessi. Era necessario inventare forme politiche capaci di controllare il potere senza annullarlo; era necessario avere leader capaci di spiegare le ragioni di una politica ai sottomessi e di ottenere da loro, se necessario, i sacrifici che il potere impone loro ordinariamente. Queste forme politiche furono abbozzate, questi leader apparvero nella rivoluzione del 1917, ma, a partire dalla Comune di Kronstadt, il potere rivoluzionario perse il contatto con una parte del proletariato, una parte che era stata comunque messa alla prova, e, per nascondere il conflitto, cominciò a mentire. Proclamò che lo stato maggiore degli insorti era nelle mani delle Guardie Bianche, proprio come le truppe di Bonaparte trattarono Toussaint Louverture come un agente straniero. Già, la divergenza era mascherata da sabotaggio, l'opposizione da spionaggio. All'interno della rivoluzione, vediamo riapparire le stesse lotte che avrebbe dovuto superare. E, quasi a dare ragione a Machiavelli, mentre il governo rivoluzionario ricorre ai classici stratagemmi del potere, l'opposizione non trova carenza di simpatizzanti nemmeno tra i nemici della Rivoluzione. Ogni potere tende all'"autonomia", ed è questo un destino inevitabile in qualsiasi società umana, oppure è uno sviluppo contingente, legato alle particolari condizioni della Rivoluzione in Russia, alla clandestinità del movimento rivoluzionario prima del 1917, alla debolezza del proletariato russo, e che non si sarebbe verificato in una rivoluzione occidentale? Questa, naturalmente, è la domanda essenziale. In ogni caso, ora che l'espediente di Kronstadt è diventato un sistema e il potere rivoluzionario ha decisamente sostituito il proletariato come strato dirigente, con gli attributi di potere di un'élite incontrollata, possiamo concludere che, cento anni dopo Marx, il problema di un vero umanesimo rimane del tutto irrisolto, e quindi mostrare indulgenza verso Machiavelli, che poté solo intravederlo.
Se per umanesimo intendiamo una filosofia dell'interiorità, che non trova difficoltà fondamentali nelle sue relazioni con gli altri, nessuna opacità nel funzionamento sociale, e sostituisce la cultura politica con l'esortazione morale, allora Machiavelli non è un umanista. Ma se per umanesimo intendiamo una filosofia che affronta come un problema il rapporto tra gli esseri umani e la costituzione tra loro di una situazione e di una storia che sono loro comuni, allora dobbiamo dire che Machiavelli ha formulato alcune condizioni per ogni umanesimo serio. E la sconfessione di Machiavelli, così comune oggi, assume allora un significato inquietante: sarebbe la decisione di ignorare i compiti di un vero umanesimo. C'è un modo di sconfessare Machiavelli che è machiavellico; è la pia astuzia di coloro che dirigono i loro occhi, e i nostri, verso il cielo dei principi per distrarli da ciò che stanno facendo. Esiste poi un modo di elogiare Machiavelli che è l'esatto opposto del machiavellismo, poiché rende omaggio al contributo della sua opera alla chiarezza politica.












giovedì 5 giugno 2014

Aristofane contro Platone. Il destino del comunismo



Paolo Randazzo
Aristofane contro l'utopia platonica
Europa, 31 maggio 2014

Le parole talvolta nascondono trappole di senso e, a prenderle alla leggera, spesso si scivola nella banalità: ad esempio, si ha un bel dire che oggi per ricostruire il senso del nostro rapporto col mondo classico (un senso culturalmente fecondo) occorra ripartire da una corretta esplorazione di quanto in esso è totale “alterità” rispetto a ciò che siamo diventati.
Il rischio è che, mentre gli specialisti studiano ed esplorano, il resto della società scivoli in una delle due antitetiche semplificazioni: rifugiarsi nella percezione del mondo classico inteso come radice unica della nostra identità culturale (l’eterno neoclassicismo ideologico e rassicurante) o scivolare in un antropologismo d’accatto che finisce col nascondere la complessità degli effetti che da quella radice continuano a sgorgare.
Ovviamente i primi campi in cui questo rischio deve essere combattuto sono la scuola, l’università, le istituzioni politiche e culturali, ma anche la pubblicistica ha un ruolo centrale in questa battaglia in Italia sono rari gli autori in grado di elaborare una scrittura che sia scientificamente avvertita e al contempo godibile sul piano della lettura.

Piccola premessa per dire che La crisi dell’Utopia, Aristofane contro Platone (Laterza), l’ultimo saggio di Luciano Canfora, non solo è un libro interessantissimo nel merito dell’argomento di cui tratta, ma è anche di godibilissima lettura da parte di un pubblico di non specialisti. Canfora ricostruisce con rigore e straordinaria dovizia di fonti, informazioni, particolari, la vicenda di una polemica (politica e culturale) scoppiata tra Platone e Aristofane nei primi anni del IV secolo a.C., subito dopo la traumatica condanna a morte di Socrate da parte del nuovo governo democratico di Atene.


Motivo della polemica è l’utopia comunistica che Platone andava delineando e che probabilmente aveva già fatto circolare (in forma scenica) prima del suo primo viaggio a Siracusa (388) e molto prima della sua definitiva pubblicazione nel V libro della Repubblica.
Canfora dimostra che la commedia Ecclesiazuse altro non è che un feroce attacco proprio a questa utopia platonica. Un attacco in cui Aristofane prende di mira non tanto gli aspetti più tradizionali di questa costruzione utopica e che risalivano alla tradizione culturalmente filospartana dell’aristocrazia ateniese, ma la scandalosa parificazione della condizione delle donne a quella degli uomini nella nuova Kallipolis guidata dai filosofi che, in una società maschio-centrica come quella di Atene e dell’intera Grecia classica, appariva appunto una pericolosissima utopia.
Un attacco feroce, cui Platone sembra rispondere già con la definitiva stesura della Repubblica e, ulteriormente, nel Simposio e nelle Leggi.
Ma la auto-difesa di Platone non sortirà gli stessi effetti dell’attacco del commediografo ispirato al senso comune: se l’utopia comunistica continuerà ad avanzare nel percorso della storia culturale europea, ripercorrendo quasi sempre le orme di Platone (dal mito di Atlantide alla rivolta antiromana di Blossio di Cuma, dal racconto del viaggio di Giambulo nelle “Isole del sole”, contenuto in Diodoro Siculo, alla durezza con cui Lattanzio e altri scrittori cristiani stroncano ogni tentativo di lettura comunistica del messaggio evangelico, dalla Città del sole di Campanella ai Viaggi di Gulliver di Swift, fino a giungere alle vicende del socialismo utopistico e della costruzione politico-filosofica “scientifica” di Marx ed Engels), allo stesso modo la stroncatura aristofanesca e poi aristotelica dell’utopia platonica si ripresenta nei secoli come il necessario lato scettico di quello sguardo luminoso ed ottimistico sulla realtà.
E resta aperta insomma la domanda da cui questo splendido saggio prende le mosse: «I fallimenti liquidano l’utopia, o l’utopia resta un bisogno morale al di là del naufragio? E la demonizzazione, fin troppo facile, dell’utopia non diviene un alibi per blindare in eterno la conservazione e l’ingiustizia?».