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mercoledì 20 maggio 2026

Renzi il sinistro


Salvatore Merlo 
Il convertito zelante

Il Foglio, 20 maggio 2026

Matteo Renzi ha scoperto la sinistra come certi uomini scoprono il jogging: tardi, con metodo, e con risultati che fanno sentire pigri quelli che lo facevanob di già. “E’ riuscito a passare di slancio dal progetto di fagocitare Forza Italia a quello di spianare la strada a Elly Schlein. E siccome è una spanna sopra tutti ci sta pure riuscendo: lei è la faccia, lui è il bulldozer”. Al telefono parla così Luca Lotti, che Renzi lo conosce bene – abbastanza da non sorprendersi più di niente. L’uomo della rottamazione, del Jobs Act, quello che voleva ribaltare tutto il vocabolario della sinistra italiana ha dunque deciso di fare l’oppositore di sinistra-sinistra, il tessitore del campo largo, perfino l’amico di Giuseppe Conte se necessario. E lo fa con quella meticolosa applicazione del convertito che ha studiato il manuale, sottolineato i passi importanti, aggiunto i post-it e poi ha riletto tutto da capo per sicurezza. In Toscana si è pure alleato con i 5 stelle. “Matteo lavora per obiettivi”, dice Lotti. “A lungo termine”, aggiunge. I compagni di coalizione, quelli del Pd, gli uomini della segretaria, persino Fratoianni e Bonelli, lo guardano con un misto di gratitudine e sgomento che è esattamente lo sguardo dei parrocchiani quando arriva a messa uno sconosciuto che sa tutte le preghiere meglio di loro, le canta più forte, e durante il segno della pace stringe la mano al parroco con un’energia che lascia tutti leggermente a disagio. Lunedì mattina alle stazioni Termini di Roma e Centrale di Milano sono comparsi i suoi manifesti in stile Istituto Luce: “QVANDO C’ERA LEI i treni arrivavano in ritardo”, “QVANDO C’ERA LEI i giovani scappavano dall’italia”. La V littoria, il bianco e nero, la voce di Guido Notari. Efficace, divertente, politicamente scorretto con chi governa. Micidiale. Al Senato, dove il suo intervento polemico è ormai un appuntamento fisso, il 13 maggio aveva già detto a Meloni che il suo governo “sembra la famiglia Addams”. E fuori dall’aula, circondato dai cronisti come in un salotto, aveva aggiunto con soddisfazione “adoro farli incazzare, mi diverto un sacco”. Nel frattempo qualcosa nel suo lessico si è silenziosamente spostato, ha persino firmato per il salario minimo – lui che nel 2023 era stato l’unico leader di opposizione a non volerlo.
Il convertito supera sempre il fedele di nascita. Il vegano diventato tale a quarant’anni sa tutto sulla lisina e fa sentire in colpa chi mangia tofu dall’asilo. Renzi che scopre la sinistra è uguale. Arturo Scotto ci crede forse dalla culla, chissà, Igor Taruffi probabilmente dal grembo materno. Eppure nessuno dei due, nemmeno il gran visir Francesco Boccia, riesce a fare quello che Renzi fa in dieci minuti al Senato o con un manifesto a Termini. Ma ci crede lui? Forse non importa. Luca Lotti, a questo punto, aggiunge un dettaglio. Renzi fa tutto questo “con la morte nel cuore”, dice. Poi, dopo una pausa: “Ci vorrebbe essere lui al posto di Schlein. Pensa che sofferenza. E’ come Ronaldo, ma obbligato a passare sempre la palla a un altro”.

martedì 10 febbraio 2026

Carl Schmitt l'innominato

Mattia Feltri
Il capo e il nemico

La Stampa, 10 febbraio 2026

Giorgia Meloni ha elogiato sui social le migliaia di persone al lavoro, anche di domenica, per far funzionare le Olimpiadi. Molti sono volontari «perché vogliono che la Nazione faccia bella figura». Poi, ha aggiunto, «ci sono loro: i nemici dell’Italia e degli italiani che manifestano contro». Non i manifestanti violenti: tutti. Chiunque è sceso in piazza ritenendo le Olimpiadi uno scialo, è un nemico dell’Italia e degli italiani. Al di là del giudizio di un capo di governo su chi manifesta, l’aspetto più interessante riguarda l’uso della parola nemico. Ci siete voi buoni, che lavorate per le Olimpiadi, e ci sono i nemici di tutti noi che manifestano contro. Non italiani che la pensano in altro modo, magari pessimo. No, i nostri nemici. A tanti saranno venuti in mente i nemici del popolo, categoria del comunismo su cui Stalin ed emuli costruirono la loro fortuna di assassini di massa. Ad altri forse sarà venuto in mente Carl Schmitt, ideologo e giurista del nazismo secondo il quale non c’è politica senza conflitto fra amico e nemico. E se non c’è conflitto, c’è una burocratica amministrazione, cioè la palude, cioè il declino. Non so se Meloni o qualcuno dei suoi si sia abbeverato a Schmitt, ma le coincidenze sono interessanti. Perché Schmitt teorizzò, a beneficio del nazismo, che è la presenza del nemico a creare l’emergenza, ed è nell’emergenza che il diritto cede il passo al capo, quando il capo più del diritto garantisce la salvezza dello Stato. E tutti questi reati nuovi e questi aggravi di pena e queste carceri traboccanti sono proprio la soluzione del capo davanti ai nemici (immaginari).

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Carl Schmitt (1888-1985) è stato un influente e controverso giurista e filosofo politico tedesco del Novecento, critico del liberalismo e del parlamentarismo. Il suo pensiero, radicato nella distinzione amico-nemico, definisce la politica, sostiene la necessità di un decisore sovrano nello "stato di eccezione" e giustifica il potere forte, aderendo al nazismo.

Schmitt, Carl

Filosofo e giurista tedesco (Plettenberg 1888 - ivi 1985). Prof. a Monaco e poi a Berlino presso la Scuola superiore di amministrazione, durante il nazismo fu nominato consigliere di Stato prussiano e prof. di diritto pubblico a Berlino. Attaccato dalle S.S. sulla loro rivista (Das Schwarze Korps), rinunciò a parte dei suoi incarichi. Dopo la guerra fu processato dagli alleati per i suoi rapporti con il nazismo, e venne prosciolto (1947) con un ‘non luogo a procedere’, ma con il divieto di insegnamento. Ritiratosi nella nativa Plettenberg, continuò i suoi studi fino alla morte. La produzione filosofica di S. può essere divisa in tre fasi. La prima, la fase ‘decisionistica’ (➔ decisionismo), è legata alla riflessione sul concetto di ‘politico’. Ispirandosi ad autori classici come Hobbes, e a moderni come Juan Donoso Cortés e Weber, S. isola il concetto di politico in quanto tale, e lo lega strettamente al rapporto amico-nemico. Secondo S. il fenomeno politico sorge in seno a una comunità di individui quando questa prende coscienza di sé stessa come di una comunità di intenti, mantenuta unita dalla fede negli stessi valori e decisa a proteggersi per mezzo di ‘rappresentanti’ che aiutino gli amici e combattano i nemici. Da questo punto di vista l’ordinamento giuridico – la costituzione – grazie al quale tale comunità prende forma legale non deve mai essere considerato secondo la lettera, ma secondo lo spirito. Ciò diventa particolarmente vero quando viene messa in pericolo la vita stessa della comunità. Tale era la situazione della Repubblica di Weimar, per fronteggiare la quale si sarebbe resa necessaria un’interpretazione estensiva dell’art. 48 della costituzione (che assegnava poteri eccezionali al presidente della Repubblica), e quindi la sospensione della costituzione stessa e l’instaurazione di una «dittatura commissaria». S. introduceva qui un nuovo concetto di sovranità, in base al quale «sovrano è chi decide sullo stato di eccezione». Lo stato di eccezione mette a nudo le radici di ogni ordinamento costituzionale, che poggia sempre su una decisione politica fondamentale, quella di proteggere gli amici e combattere i nemici. Tale visione trova un corrispettivo nella teologia «teistica» di Donoso Cortés, secondo la quale lo stato di eccezione ha per la giurisprudenza un significato analogo al miracolo per la teologia. In entrambi i casi, infatti, il corso apparentemente naturale delle cose si rivela dipendente ogni momento da un potere più forte. Non a caso S. definisce «teologica» tale concezione politica, che si collega intimamente al concetto di «creazione continua». Le opere più importanti di questa prima fase sono: Die Diktatur (1921; trad. it. La dittatura); Politische Theologie (1922; trad. it. Teologia politica); Die geistesgeschichtliche Lage des heutigen Parlamentarismus (1923; trad. it. La condizione storico-spirituale dell’odierno parlamentarismo); Römischer Katholizismus und politische Form (1923; trad. it. Cattolicesimo romano e forma politica); Der Begriff des Politischen (1927; trad. it. Il concetto di politico, in Le categorie del politico); Verfassungslehre (1928; trad. it. Dottrina della costituzione); Der Hüter der Verfassung (1929; trad. it. Il custode della costituzione). La seconda fase del pensiero di S. viene condizionata dai suoi rapporti con il nazismo. Da un lato, infatti, le teorie politiche di S. rappresentavano un possibile fondamento filosofico-giuridico del nazionalsocialismo. Egli stesso aderì al partito di Hitler, e tale decisione gli procurò una serie di vantaggi immediati, come la nomina a consigliere di Stato prussiano. In questi anni S. era considerato una sorta di Kronjurist («giurista della Corona») del Terzo Reich. E tuttavia S. avvertiva nel «decisionismo» di Hitler qualcosa di eccessivo, che lo stava trasformando in puro arbitrio. Egli tentò così di costruire un argine all’imprevedibilità delle decisioni del dittatore. Non potendo ricorrere agli aborriti «diritti innati» del liberalismo ripiegò sulla «teoria dell’istituzione» di Maurice Hauriou e Santi Romano e sui diritti consolidati dei tre «ceti» che nella sua visione formavano le tre articolazioni del Terzo Reich: Stato, partito e popolo diviso nelle rispettive corporazioni. Le opere più significative di questa fase sono: Staat, Bewegung, Volk (1933; trad. it. Stato, movimento, popolo); Über die drei Arten des rechtswissenschaftlichen Denkens (1934; trad. it. I tre tipi di scienza giuridica, in Le categorie del politico) e I caratteri essenziali dello Stato nazionalsocialista (1936, testo orig. italiano). L’ultima fase della riflessione di S. vede giungere a compimento la revisione del concetto stesso di «valore». Uscito dall’esperienza rovinosa della guerra, S. ora rifiuta la logica del valore, secondo la quale «per il valore supremo il prezzo supremo non è mai troppo alto, e va pagato». Ciò comporta una ridefinizione e un «raffreddamento» del concetto stesso di politico, che del valore è la manifestazione concreta. S. si orienta ora verso un recupero dello ius publicum europaeum e del concetto di «limite», che trova il suo modello nei rapporti tra gli Stati europei antecedenti ai due conflitti mondiali. Le opere più note di questo periodo sono: Der Nomos der Erde (1950; trad. it. Il nomos della Terra); Theorie des Partisanen (1963; trad. it. La teoria del partigiano); e Die Tyrannei der Werte (1967; trad. it. La tirannia dei valori). (Treccani)

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«Ma, davvero, in mezzo a tutte queste rovine non c’è altra via che il silenzio?». Il carteggio tra Norberto Bobbio e Carl Schmitt (1949-1980) / Stella, Giuliana. - In: LO STATO. - ISSN 2283-6527. - (2014), pp. 103-124.

giovedì 4 dicembre 2025

Eroi del libero pensiero

Disciplinare la cultura e la scienza, censurare l'informazione

Alessandro BARBERO e Angelo D'ORSI

si confronteranno sul tema dell'evento che vedrà la partecipazione di: Elena BASILE, Alberto BRADANINI, Luciano CANFORA, Alessandro DI BATTISTA, Donatella DI CESARE, Margherita FURLAN, Enzo IACCHETTI, Marc INNARO, Roberto LAMACCHIA, Tomaso MONTANARI, Piergiorgio ODIFREDDI, Moni OVADIA, Marco REVELLI, Carlo ROVELLI, Vauro SENESI, Marco TRAVAGLIO

Teatro grande Valdocco
via Sassari 28/B
Torino
martedì 9 dicembre ore 21

IN RISPOSTA ALLA CENSURA
Come avevamo annunciato al termine della esaltante serata del 12 novembre a Torino, al Circolo ARCI “LA PODEROSA”, in risposta alla censura nei miei confronti disposta dal Polo del ‘900, su indicazione di una serie di personaggi del sottobosco politico nazionale, abbiamo organizzato, con la collaborazione della dirigenza dello stesso Circolo, un altro evento, di ben maggiore rilievo.
Al di là del numero e del prestigio di coloro che hanno accettato l'invito, a cominciare dall'amico e collega Alessandro Barbero (che ringrazio di cuore), si tratta, nella mia personale prospettiva, di un evento che vuole proseguire il tragitto per dar vita a un grande movimento contro la menzogna, contro la narrazione unilaterale, contro la censura alla libertà di informazione, di pensiero, di ricerca, contro il tentativo di militarizzare la scuola, l’università, la cultura, contro la pretesa di piegare la scienza agli interessi di chi produce armi per giocare alla guerra: contro tutto ciò che ci sta spingendo a un conflitto con la Federazione Russa, che sarebbe un salto nel vuoto, con prevedibili rischi di annientamento da parte della maggiore potenza nucleare nel mondo.
Perciò questa iniziativa come la precedente si propone anche come una denuncia della russofobia. E vuole essere anche un monito alle classi politiche che in preda alla follia bellicistica, e accanto ad esse, anche e forse soprattutto agli “opinionisti”, i soldatini e le soldatine dell’immenso, grottesco esercito dell’ “Armiamoci e partite!”. Ci vadano loro a combattere per un regime nazistoide e corrotto come quello di Zelensky!
Devono ricevere i nostri s/governanti italiani ed europei, il nostro “BASTA!”. Un grido che noi eleviamo ed eleveremo nei prossimi mesi, e che esprime, lo sappiamo, la volontà delle masse popolari.
NOI NON VOGLIAMO LA GUERRA. NON VOGLIAMO GETTARE NELLA FORNACE BELLICA LE NOSTRE VITE, QUELLE DEI FIGLI, QUELLE DEI NIPOTI, QUELLA DELLA INTERA UMANITÀ.

lunedì 29 settembre 2025

Da che parte sta Dio


Carlo Verdelli
Stravolgere la religione (per fini politici)
Corriere della Sera, 29 settembre 2025

Mentre il mondo scivola verso il rischio catastrofico di un’altra grande guerra, con una irresponsabilità di atti e minacce che ci avvicinano al superamento del confine di non ritorno, prende sempre più corpo una impetuosa corrente d’odio che attraversa sia la scena internazionale sia quella dei singoli Stati, Italia compresa.

E uno dei collanti di questa crescente e rabbiosa intolleranza sembra diventato la croce. Non una qualsiasi: la croce di Cristo.

Non c’è un reato per l’uso improprio della parola Dio. Non esiste tribunale che sanzioni chi travisa a propri fini la pietra d’angolo del suo messaggio evangelico: ama il prossimo tuo come te stesso. Non c’è legge che eviti di trasformare il Padre in padrone. E così assistiamo al fenomeno di ideologie che, proprio nel nome di Dio, si cimentano a benedire posizioni e scelte che niente hanno a che fare con lo spirito evangelico e molto con una concezione autoritaria, gerarchica, dei rapporti sociali e anche delle relazioni politiche, belliche o commerciali che siano. Cuore di questa nuova chiesa, cristiana d’ispirazione ma tribale e pagana di fatto, sono gli Stati Uniti del secondo Trump, con un imperatore che si sente anche papa (si è fatto ritrarre in quella veste un po’ per celia e un po’ no), con la folla di fedeli Maga, con i suoi predicatori, come lo era Charlie Kirk, asceso a una specie di santità laica dopo essere stato oscenamente assassinato.

Diceva, l’influencer Kirk, di voler salvare l’America. In realtà voleva salvarne una soltanto: la sua, bianca, armata, impaurita. Una volta arringò la platea sostenendo che «Dio non ci ha fatti tutti uguali, ci ha dato ruoli diversi». Un’altra che «le minoranze devono ricordarsi di essere ospiti in questa casa». Spesso smussava queste uscite il giorno dopo, ma intanto il messaggio era arrivato. Kirk parlava alla pancia di un Paese che vede nella diversità una minaccia, che trasforma la fede in un’arma e la Bibbia in una bandiera. Un Paese che ha trovato in Trump non un leader ma uno specchio. Quel Trump che continua a invocare Dio non per chiedere perdono ma consenso, con un messaggio primitivo e potente: Lui è dalla nostra parte.

Difficile dire come faccia a stabilirlo, facilissimo capire il tornaconto di questa indebita appropriazione. Una legittimazione del proprio potere che trascende, letteralmente, il consenso elettorale. Un’investitura divina che cancella ogni traccia di responsabilità democratica e che vanta non illustri ma innumerevoli precedenti, dalle Crociate al «Gott Mit Uns», Dio è con noi, impresso sulle fibbie del Terzo Reich.

È il catechismo delle nuove destre, con la rispolverata trinità «Dio, patria e famiglia», che fa proseliti anche in Europa, dalla Francia di Marine Le Pen all’Ungheria di Orbán, con la premier italiana che rivendica con furore la propria cristianità, il vicepremier Salvini che ha attraversato una fase, ma sembrerebbe superata, di baci esibiti alla medaglietta della Madonna, e una maggioranza che impone al Parlamento una seduta in memoria e onore di Charlie Kirk, che nessuno conosceva prima che venisse  assassinato ma che è rapidamente assurto nell’eletta schiera dei martiri della Fede. 

Ancora, dal vangelo apocrifo dello stesso Kirk: «Dio ha creato l’America per essere una nazione cristiana e chi vuole cambiarla si mette contro il piano divino». Un’altra volta, rivolto ai manifestanti per i diritti civili: «Non abbiamo bisogno di più uguaglianza, abbiamo bisogno di più ordine». E ci risparmiamo i sermoni sulla prevalenza genetica dei bianchi sui neri o variamente colorati.

Non c’è davvero più religione in questa appropriazione indebita della religione più praticata al mondo e nella sua diabolica distorsione in qualcosa che sta agli antipodi di quanto predicato dal Cristo e incarnato nella sua Passione. Come se le Tavole dei Dieci Comandamenti, con il loro profondo e inderogabile insegnamento a fare il bene, non fossero incise sulla pietra ma vergate con inchiostro simpatico. Gli ultimi saranno i primi, altro che «America First». Ma quasi tutto è lecito in politica, anche condurci come pecorelle smarrite verso orizzonti angoscianti ma sotto sgargianti bandiere benedette da non si sa quale divinità, piegata alla propaganda, convocata nei comizi come un testimone compiacente.

Dall’8 maggio scorso, siede sul soglio di Pietro il pontefice Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost da Chicago, Illinois. Il primo papa statunitense a ricoprire quella carica. Viene da domandarsi che cosa prova a vedere il Dio che rappresenta su questa Terra tirato per la tunica per cause che esulano dalla sua onnipotente divinità e che, comunque, sembrerebbero molto lontane dalle indicazioni di fratellanza, uguaglianza, amore per l’altro e per la natura, predicate dal Verbo. Dovrebbe valere una specie di tutela contro ogni tentativo di contraffazione e forse proprio lui, il Papa americano, potrebbe mandare una colomba viaggiatrice al suo conterraneo Donald, con un messaggio legato alla zampetta: «Non nominare il nome di Dio invano. Secondo comandamento. Grazie». E soprattutto non usarlo come stemma sull’ariete che minaccia di travolgere l’ultima trincea della democrazia, della pace.

mercoledì 3 maggio 2023

Fanfaronate senza costrutto

 

O forse un costrutto c'è, sul piano della comunicazione. Riunendo il Consiglio dei ministri il primo maggio, Giorgia Meloni è riuscita a occupare il centro dell'attenzione sui media, in un giorno che normalmente vede in primo piano i sindacati. C'è del metodo in questa mossa estemporanea. Si ripete lo schema della discussione inutile sull'antifascismo. Molto rumore per nulla, o quasi. E intanto gli stessi si fanno ancora avanti, come se fossero degni del massimo riguardo, come se avessero qualcosa da dire. Al dunque dicono assai poco, un giorno dopo l'altro la vita se ne va. Spetta all'opposizione cambiare musica, invece di stare al gioco. 

Luciano Capone, Lavoro senza misura, Il Foglio, 3 maggio 2023

Roma. Il dibattito sul Primo maggio e sul “decreto Lavoro” mostra che si è perso un po’ il senso della misura. Da un lato il governo presenta il suo decreto, simbolicamente approvato nel giorno della Festa dei lavoratori, come un provvedimento storico: “Il più importante taglio delle tasse sul lavoro degli ultimi decenni”, ha detto Giorgia Meloni. Dall’altro le opposizioni descrivono le misure del governo approvate il Primo maggio come uno sfregio ai lavoratori e una devastazione del mercato del lavoro: “Il decreto è una provocazione insopportabile. Ruba il futuro alle prossime generazioni ed è una sentenza di condanna alla precarietà”, dice Elly Schlein. “E’ la restaurazione più becera, si uccidono i sogni dei giovani”, sostiene Giuseppe Conte. Ma entrambe le descrizioni hanno a che fare più con la propaganda o il tifo da stadio che con la realtà, che è molto più sbiadita. Né misura storica né attacco ai diritti.
Il taglio del cuneo fiscale prevede un innalzamento dell’esonero contributivo dal 2 al 7 per cento per i redditi fino a 25 mila euro, e dal 2 al 6 per cento per i redditi fino a 35 mila euro. Solo per il secondo semestre del 2023: da luglio a dicembre. Lo sgravio contributivo costare circa 4 miliardi. Non proprio una svolta che resterà impressa nei libri di storia e nella memoria degli italiani, nonostante il video propagandistico di una premier che si mostra alacremente al lavoro anche nei dì di festa. Di sicuro è falsa l’affermazione sul “più importante taglio delle tasse sul lavoro degli ultimi decenni”, pure sommando a questi 4 miliardi i 4,6 miliardi di taglio dei contributi inserito in legge di Bilancio. Il governo Draghi stanziò 7 miliardi per la riforma dell’irpef (che a differenza di questa decontribuzione è strutturale) più circa 3 miliardi per una riduzione temporanea di 2 punti dei contributi, poi prorogata dal governo Meloni. In totale fanno 10 miliardi. Come si vede, Draghi aveva tagliato di più le tasse rispetto a Meloni. Così come, ad esempio, aveva fatto il governo Renzi introducendo il cosiddetto “bonus 80 euro” che costata circa 10 miliardi di euro, strutturali. Pensare che uno sgravio a termine sia il più importante taglio delle tasse degli ultimi decenni, tanto da presentarlo in pompa magna, vuol dire non saper fare di conto. Ma il governo dovrà imparare presto per preparare la prossima legge di Bilancio, perché andranno trovati 12 miliardi e passa per rifinanziare il taglio dei contributi in scadenza mentre c’è da fare un aggiustamento fiscale.
La stessa mancanza di senso della misura, però, c’è nel grido di dolore di Schlein e Conte contro il decreto che “ruba il futuro alle prossime generazioni” e “uccide i sogni dei giovani”. Un “insulto” al Primo maggio, l’ha definito una deputata del Pd. Il riferimento è alla modifica della disciplina sui contratti a termine, che per i contratti tra 12 e 24 mesi codifica tre causali per la proroga (che però non ecceda i 24 mesi): casi previsti dai contratti collettivi; esigenze di natura tecnica, organizzativa o produttiva; sostituzione di altri lavoratori. Non è uno stravolgimento della normativa attuale, non è una “liberalizzazione” selvaggia, non è un ritorno al “far west”, ma semplicemente il superamento di alcune rigidità del decreto Dignità approvato nel 2018, contro cui all’epoca si schierò il Pd proprio per le criticità che presentava (come ha ricordato Marco Bentivogli su Repubblica, dopo il decreto Dignità nel 2019 un terzo dei contratti a termine era inferiore alla settimana). Il decreto Lavoro è una via di mezzo tra la flessibilità del Jobs act del Pd, che consentiva rinnovi per tre anni senza causali, e la rigidità del decreto Dignità del M5s che ha un sistema molto restrittivo delle causali per il rinnovo dopo il primo anno. Peraltro, la modifica del ministro del Lavoro Marina Calderone che rinvia alle causali previste dai contratti collettivi era una richiesta di alcuni sindacati. Ed era anche una proposta del Pd già nel 2018, che il partito di Elly Schlein era riuscito a far inserire nel decreto Sostegni-bis del governo Draghi come misura temporanea fino a settembre 2022. In sostanza, su questo punto, il governo Meloni si è ispirato al Pd. E’ probabile che la norma aggiungerà solo confusione e burocrazia, ma non è un affronto ai lavoratori né una violazione dei diritti umani. Se non il senso della misura, si mantenga almeno quello del ridicolo.

mercoledì 6 aprile 2022

Questione di scala sociale

 
 
 

Alessandro Ferretti
 
Possiamo ormai dire che l'imbarbarimento di gran parte della piccola borghesia italiana è un fatto compiuto. Mentre i bassi strati della popolazione rimangono in qualche modo consapevoli che nessuno ha da guadagnare dall'acuirsi del conflitto, man mano che si sale nella scala sociale l'adesione ad una guerra punitiva nei confronti della Russia aumenta a dismisura. Persone un tempo ragionevoli e posate ora si scagliano con violenza inusitata non solo contro Putin, ma anche contro coloro che osano associarsi alla richiesta ONU di un'indagine indipendente sui fatti di Bucha: "cosa c'è da capire?", urlano dalle loro bacheche di guerra, additando chi chiede indagini come un collaborazionista putiniano.
Anche qui, niente di nuovo sotto il sole: questa isteria di massa è l'inevitabile prodotto di 40 giorni di scientifica pornografia del dolore a reti pressochè unificate. Eppure non è sempre stato così, come ci spiega J.F.C. Fuller, storico militare, in un passaggio di un suo libro. Tutto iniziò con la prima guerra mondiale:
"Nelle guerre napoleoniche e franco-prussiane, lungi dal fomentare la rivolta nei paesi nemici, i belligeranti si prendevano cura di non istigarla. Napoleone avrebbe potuto scatenare a suo vantaggio l '"animosità repressa" dei servi della gleba russi e degli Ucraini nel 1812, e avrebbe potuto suscitare una rivoluzione in Francia durante i Cento giorni, ma si astenne dal farlo. Il duca di Wellington, come lui stesso ci racconta, aveva orrore di fomentare rivoluzioni in qualsiasi paese; e, nel 1871, Bismarck non strinse amicizia con la Comune di Parigi. Il motivo era che, in passato, la guerra veniva condotta per cambiare la politica del nemico, e non per cambiare il suo governo - il decisore politico. Lo scopo della guerra era quello di far cambiare idea al governo: se il governo fosse stato rovesciato, non ci sarebbe stata un'autorità stabile con cui negoziare la pace. Il mondo era allora ancora sano di mente, e l'idea di creare anarchia sociale in un paese nemico sarebbe stata considerata contraria al buon senso.
La guerra tramite propaganda è lo strumento democratico per eccellenza, modellato per dominare la mente delle masse [mass-mind]- la "volontà generale" di Rousseau. I suoi obiettivi sono: (1) stimolare la coscienza collettiva sul fronte interno; (2) guadagnare il supporto della mente delle masse di nazioni neutrali; e (3) sovvertire la mente delle masse nel fronte interno del nemico.
Il primo si ottiene risvegliando gli istinti tribali latenti nell'uomo, trasformando il nemico in un demonio in modo da focalizzare tali istinti.
Lo scopo del secondo è portare nazioni neutrali ad accettare e a credere nella realtà di questa mostruosità, come la propaganda britannica fece con successo negli Stati Uniti.
Eccitato da notizie del tipo che i soldati tedeschi tagliavano le mani ai bambini belgi e crocifiggevano i loro prigionieri, il popolo americano si lanciò in guerra con un'isteria emotiva che può essere capita solo comprendendo il potere della propaganda nel generare azioni collettive in nazioni in situazione di guerra. L'estasi quasi primitiva che attanagliò il popolo americano è stata recentemente riassunta in modo indimenticabile: “Odiavamo con un odio comune che era esilarante. Ricordo di aver partecipato a un grande incontro nel New England, tenutosi sotto gli auspici di una Chiesa cristiana - rendiamoci conto! Un oratore chiese che il Kaiser, quando fosse stato catturato, venisse bollito nell'olio e l'intero pubblico si alzò in piedi sulle sedie gridando la sua isterica approvazione. Questo era il nostro stato d'animo. Questo era il tipo di follia che ci aveva colto."
"Una delle rivelazioni più spaventose dell'intera guerra", scrivono Morison e Commager, 'era la facilità con cui la tecnica moderna e la suggestione di massa consentono a un governo di far credere qualsiasi cosa desideri alla sua gente, anche se tale gente è ragionevolmente intelligente e con un background individualistico e democratico.""
Tratto da "The Conduct of War 1789-1961: A Study of the Impact of the French, Industrial and Russian Revolutions on War and Its Conduct", di J.F.C. Fuller

 

giovedì 9 marzo 2017

Doxa, opinione e verità

Salvatore Natoli


Un tempo si parlava della doxa

Aldo Natoli, Il rischio di fidarsi, Il Mulino, Bologna 2016
"Credo che..." nel suo impiego corrente, significa possedere buoni argomenti per sostenere che cose di cui non si può affermare che siano in assoluto vere possono, tuttavia, essere ritenute tali. Avere un'opinione vuol dire, dunque, farsi un'idea di come stanno le cose secondo il costrutto latino mihi videtur - "mi sembra che...". Come dire: non ci giurerei, ma se non sono nel vero ci sono vicino. Che poi è il significato del verbo greco dokeo: infatti vuol dire insieme "sembrare" e "credere". Di qui doxa - opinione - che si colloca in una zona intermedia tra l'apparire e l'essere. Ora, chi si fa o ha un'opinione, se non è presuntuoso, tiene in conto un certo margine d'errore. D'altra parte, di verità ne possediamo poche; anzi per lo più viviamo di opinioni, certo non arbitrarie, ma apprese nelle pratiche di vita, nel ripetersi delle circostanze. Tenute quindi per vere almeno fino a quando l'esperienza non le smentisce.

°°°
Marco Biffi
Redazione Consulenza Linguistica, Accademia della Crusca
Viviamo nell'epoca della postverità? 25 novembre 2016 
 
... Si discute molto sul fatto che in fondo non si tratti di un fenomeno nuovo: da sempre nelle campagne politiche lo screditamento dell’avversario con false notizie è uno strumento largamente impiegato, e la propaganda di regime da un certo punto di vista è una post-verità; dall’antichità a oggi molteplici sono poi gli esempi, anche al di fuori della politica, in cui l’emotività e le convinzioni personali hanno finito per prendere il sopravvento sui dati oggettivi. In fondo più che di lingua stiamo parlando di mancanza di correttezza e di morale; e questo è un problema endemico purtroppo non strettamente legato al nostro tempo. Le caratteristiche e le dimensioni assunte dal fenomeno ai nostri giorni sono però diverse e ci sono alcuni fattori che in particolare devono essere sottolineati, tutti legati alla rete: la globalità, la capillarità, la velocità virale della diffusione delle varie post-verità; e poi la generalità e genericità degli attori che possono alimentarle, spesso con una propaganda nascosta e inaspettata che può provenire da pseudo-istituti di ricerca, da esperti improvvisati. E se tutto questo riguarda la produzione della post-verità, non meno preoccupante è l’analisi della sua ricezione: perché c’è una complicità molto forte da parte di chi “subisce” il dato emotivamente accattivante o di parte, visto che il dato è quasi sempre facilmente verificabile con mezzi endogeni, facilmente accessibili attraverso la stessa rete (mentre all’interno di un regime, ad esempio, non è certo facile contrastare la non veridicità dell’informazione della propaganda).
Del resto la lingua sarà uno degli strumenti che col tempo ci aiuterà a capire se davvero siamo di fronte a un fenomeno nuovo: se al di là della moda del momento la parola attecchirà nella lingua (la nostra, ma anche le altre lingue del mondo visto che il fenomeno è globale) evidentemente avrà riempito una casella semantica vuota riservata a descrivere un concetto caratterizzante, se non un’era, almeno una specifica congiuntura storica.
La rete ha senza dubbio delineato i connotati fondamentali di questa dimensione “oltre la verità”. ‘Oltre’ è il significato che qui sembra assumere il prefisso post- (invece del consueto ‘dopo’): si tratta cioè di un ‘dopo la verità’ che non ha niente a che fare con la cronologia, ma che sottolinea il superamento della verità fino al punto di determinarne la perdita di importanza. E, analizzando le modalità in cui il superamento si concretizza di volta in volta, colpisce la vocazione profetica che la parola nasconde tra le sue lettere: la post-verità, infatti, spesso finisce per scivolare nella “verità dei post” (come è successo spesso sulla rete proprio in relazione alle campagne politiche legate alla Brexit o alle elezioni americane).

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/viviamo-nellepoca-post-verit

domenica 14 settembre 2014

L'estetica della politica in atto: arte totalitaria


Marcello Flores
Architettura totalitaria
Cattedrali profane per il culto del potere
Costringere il cittadino suddito a interiorizzare le indicazioni dell’ideologia nella quale è immerso
Corriere della Sera, La Lettura, 14 settembre 2014

 L’arte monumentale, soprattutto quella del Novecento, ci appare indissolubilmente legata alla stagione dei regimi totalitari, tanto che proprio sull’anti-monumentalità si è fondata largamente la costruzione di memoriali dedicati alle vittime dei totalitarismi. È anche vero, tuttavia, che non sono state solo l’arte e l’architettura dei totalitarismi a far ricorso alla monumentalità come cifra privilegiata. Eppure la monumentalità totalitaria continua a mantenere — anche nelle vestigia spesso abbandonate che ne rimangono dopo la fine di quei regimi — una sua profonda originalità, che non può ridursi soltanto alla scelta estetica, per quanto forte e incisiva.
Questo non solo perché l’arte totalitaria, nella prima metà del Novecento, ha in qualche modo dialogato incessantemente, sia pure spesso in negativo, con le correnti artistiche contemporanee; ma soprattutto perché le sue Memorie di pietra, come recita il titolo di un bel libro curato da Gian Piero Piretto (Raffaello Cortina, pagine 272, e 25), sono state create non soltanto come autorappresentazione statica del potere ma come elementi dinamici di un percorso di propaganda, indottrinamento, appartenenza identitaria, educazione, ricerca di consenso con cui i regimi totalitari hanno interagito con le masse sulle quali avevano costruito il proprio dominio.
Il monumento totalitario non appartiene soltanto alla schiera degli oggetti intenzionalmente piegati a fini celebrativi, commemorativi, propagandistici, ma è parte di un discorso di costruzione ideologica che intendeva interagire con l’esperienza e la storia passata (come ci spiegano i due saggi sul fascismo inclusi nel volume: uno sull’Ara Pacis e il Mausoleo di Augusto, l’altro sulla riformulazione della memoria della Grande guerra attraverso i sacrari). La grandiosità monumentale, per i regimi totalitari, è il segno della volontà di scrivere e modificare la storia, e solo in quest’ottica rivolta al passato e al futuro ha senso la celebrazione del potere. Il confronto tra il saggio sul nazismo e quello sul mausoleo sovietico a Berlino, voluto da Stalin per celebrare la vittoria, testimonia quanto questa progettualità complessiva rivolta alla costruzione dell’uomo nuovo renda strumentalmente potente la monumentalità estetica privilegiata.


Una monumentalità che si manifesta a volte nell’eccessiva ripetitività e richiamo di elementi che, presi per sé, potrebbero anche non apparire così grandiosi. Dietro questi memoriali, edifici, sacrari, sculture non vi è solo un regime che si autoglorifica, ma la scelta di costringere il cittadino-suddito, che vi si trova immerso spesso nella sua quotidianità, a interagire emotivamente con il potere e a interiorizzare le sue indicazioni ideologiche.

Mattia Cinquegrani
La materia dura delle dittature
il manifesto, 20 agosto 2014

... Deci­frare ade­gua­ta­mente simili oggetti è un pro­cesso fati­coso, poi­ché richiede di rico­sti­tuire quella trama imper­cet­ti­bile e com­plessa (a essi sot­tesa) for­ma­tasi dal fitto intrec­ciarsi di ele­menti non esclu­si­va­mente este­tici o storico-artistici. Pro­prio que­sta è l’operazione feli­ce­mente intra­presa in Memo­rie di pie­tra. I monu­menti delle dit­ta­ture, a cura di Gian Piero Piretto (Raf­faello Cor­tina, pp. 276, euro 25,00). Nel corso del libro (arti­co­lato in dieci saggi cri­tici) il rap­porto tra pro­du­zione monu­men­tale e costru­zione della memo­ria col­let­tiva viene ana­liz­zato nel con­te­sto par­ti­co­lare dei regimi «tota­li­tari» nove­cen­te­schi, che – rela­ti­va­mente a que­sta tema­tica – rap­pre­sen­tano, senza ombra di dub­bio, un oggetto di stu­dio pri­vi­le­giato. Facendo uso di un approc­cio for­te­mente inter­di­sci­pli­nare (che spa­zia dall’architettura all’antropologia, dalla filo­so­fia alla sto­ria, dagli studi visuali a quelli let­te­rari) e senza alcuna pre­tesa di esau­sti­vità o di com­ple­tezza, i diversi con­tri­buti ana­liz­zano effi­ca­ce­mente tanto i pro­getti e le opere rea­liz­zate, quanto spe­ci­fi­che poli­ti­che architettonico-monumentarie che hanno vista la luce nell’Italia fasci­sta, nella Ger­ma­nia nazi­sta e nella Repub­blica Demo­cra­tica Tede­sca, nell’ex Unione Sovie­tica e nella Jugo­sla­via di Tito, come a Cuba o nella Corea del Nord. «I Paesi coin­volti non coprono, per ovvi motivi, tutte le pos­si­bi­lità che la situa­zione uni­ver­sale offre a chi si voglia occu­pare di rovine o mace­rie archi­tet­to­ni­che, este­ti­che della poli­tica, ideo­lo­gie mani­fe­ste o crip­tate, riscon­tri socio­cul­tu­rali legati a glo­ba­liz­za­zioni, nazio­na­li­smi, derive post-totalitarie e rim­pianti più vicini a mito­lo­gie emo­tive e per­so­nali che alla sto­ria».
...

domenica 19 maggio 2013

Il realismo socialista in pittura

Daniela Ciabattini

"Un'arte comprensibile per le masse". In questo breve assunto di Lenin, formulato negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione Proletaria, appare chiara la sua posizione nei confronti dell'arte, che secondo Vladimir Il'ič doveva essere "lontana dagli eccessi formalistici dell'astrazione futurista" per diventare, appunto, comprensibile a tutti.



Con il passare del tempo il pensiero di Lenin andò via via prendendo forma fino a trovare la sua massima espressione durante la dittatura di Stalin, con la formulazione ufficiale del Realismo socialista, ovvero l'unico tipo di arte permessa dallo Stato nel periodo dell'Unione Sovietica. La nascita ufficiale del Realismo socialista si ebbe nel 1934 durante il Congresso degli Scrittori Sovietici di Mosca: lo scrittore Maksim Gor'kij sancì il principio secondo il quale l'arte doveva avere una forma realista e un contenuto socialista, in accordo con la dottrina marxista-leninista.
La massima affermazione del Realismo socialista si ebbe durante lo Ždanovismo: Andrej Ždanov, fido collaboratore di Stalin, proclamò il Realismo socialista unica forma d'arte ammessa dallo Stato e sciolse i movimenti artistici indipendenti, formando delle Unioni degli artisti strettamente controllate dal potere sovietico.


I principi del Realismo socialista sono molto semplici: gli artisti dovevano rappresentare in modo concreto la rivoluzione e la realtà socialista in modo da educare i lavoratori secondo gli ideali del partito; pertanto, tra i soggetti prediletti di questi artisti c'erano la grande guerra patriottica, il futuro glorioso dell'Urss e la vittoria del Comunismo. Le opere di questo periodo rappresentavano scene trionfalistiche di partito, culto della personalità dei maggiori esponenti politici, ritratti di famiglie sane e felici, contadini lieti di lavorare per la collettivizzazione, insomma: propaganda politica allo stato puro. Gli artisti che si rifiutavano di seguire i dettami dell'arte di regime venivano esiliati o esclusi dagli incarichi pubblici, praticamente privati della possibilità di esprimersi e, nei fatti, di lavorare.


Ovviamente il Realismo socialista non è rimasto fermo monoliticamente sulle sue posizioni, bensì si è evoluto con il tempo, ad esempio, nel tardo dopoguerra, alle scene di collettivi agricoli si sono sostituiti motivi di carattere nazionalista in reazione alle influenze straniere. Dopo la morte di Stalin, e la successiva destalinizzazione operata da Chruščev, il Realismo socialista rimase arte di regime ma con notevoli attenuazioni, fino alla fine del movimento artistico dopo il periodo di Brežnev.

lunedì 1 aprile 2013

Pangloss e le false ragioni


Voltaire
Candido

"... Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmoscemologia. Dimostrava in modo mirabile che non c’è effetto senza causa, e che, in questo che è il migliore dei mondi possibili, il castello di monsignore era il più bello dei castelli e la signora la migliore delle baronesse possibili. “E’ dimostrato” diceva “che le cose non possono essere in altro modo: perché siccome tutto è creato per un fine, tutto è necessariamente per il migliore dei fini. Notate che i nasi son stati fatti per portar gli occhiali, infatti ci sono gli occhiali. Le gambe sono evidentemente istituite per esser calzate, ed ecco che ci sono i calzoni. Le pietre sono state formate per essere squadrate, e per farne castelli, infatti monsignore ha un bellissimo castello; il massimo barone della provincia dev’essere il meglio alloggiato; e siccome i maiali sono fatti per essere mangiati, mangiamo maiale tutto l’anno; quelli che hanno affermato che tutto va bene hanno quindi affermato una sciocchezza: bisognava dire che tutto va nel migliore dei modi.” Candido ascoltava attentamente e innocentemente credeva; perché trovava bellissima madamigella Cunégonde anche se non si pigliava mai la licenza di dirglielo. Concludeva che dopo la felicità di esser nato barone di Thunder-ten-tronckh, il secondo grado di felicità era di essere madamigella Cunégonde; il terzo, era di vederla ogni giorno; e il quarto, di ascoltar mastro Pangloss, il massimo filosofo della provincia, quindi della Terra intera. Un giorno Cunégonde, andando a spasso nei pressi del castello nel boschetto che chiamavano parco, vide tra i cespugli il dottor Pangloss che impartiva una lezione di fisica sperimentale alla cameriera di sua mamma, piccola brunetta assai carina e docilissima. Siccome madamigella Cunégonde aveva spiccate disposizioni per le scienze, osservò senza batter ciglio le reiterate esperienze di cui fu testimone; vide chiaramente la ragion sufficiente del dottore, gli effetti e le cause, e tornò tutta sconvolta, tutta pensosa, tutta piena d’una gran voglia d’esser erudita, pensando che lei poteva ben essere la ragion sufficiente del giovane Candide, il quale poteva d’altronde essere la sua. S’imbatté in Candide tornando al castello, e arrossì; anche Candide arrossì, lei gli diede il buongiorno con voce rotta, e Candide le parlò senza sapere cosa dicesse. L’indomani, dopo il pranzo, uscendo di tavola Cunégonde e Candide si trovaron dietro un paravento; Cunégonde lasciò cadere il fazzoletto, Candide glielo raccattò, lei gli prese innocentemente la mano, innocentemente il giovane baciò la mano della giovinetta con una vivacità una sensibilità, una grazia particolarissima; le bocche si incontrarono, gli occhi si accesero, le ginocchia tremarono, le mani si smarrirono. Il signor barone di Thunder- ten-tronckh passò accanto al paravento e, vedendo quella causa e quell’effetto, cacciò Candide dal castello a grandi pedate nel sedere; Cunégonde svenne; appena tornata in sé la signora baronessa la schiaffeggiò; e tutto fu desolazione nel più bello e più piacevole dei castelli possibili... "

Scelta antologica a cura di Francesca Civile

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Pangloss oggi avrebbe a che vedere con la propaganda. O con la pubblicità. O con l'informazione addomesticata e docile. Quindi con una visione alquanto ovvia della realtà, con un aggiustamento verbale intessuto  di ragioni sempre pronte a spiegare le disgrazie e a renderle accettabili. In un certo senso Pangloss, con la sua accettazione del mondo, è il contrario di ciò che Marx suggerisce quando scrive: "I filosofi finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di cambiarlo". Il personaggio è perfino ridicolo nel suo ottimismo. Più che un personaggio, anzi, è una maschera. Quanti Pangloss ci sono tra noi? Meglio ancora: quante volte siamo tentati di fare come Pangloss? Di trovare una ragione a tutto, in modo da poter tutto accettare e stare tranquilli... 
Una vita fatta solo di inquietudini e interrogativi angosciosi è poco attraente. Solo allontanandoci da Pangloss, tuttavia, possiamo accostarci davvero alla realtà. Pensare a cosa abolire, a cosa cambiare, a come cambiare, a come imprimere un senso a ciò che resiste alle nostre domande di senso. A come stare nel mondo, in un mondo tanto più riconoscibile in quanto modificabile.