mercoledì 29 dicembre 2021

Pasolini novax

 


 

Fulvio Abbate, Pasolini improbabile icona no-vax, Huffington Post, 6 dicembre 2021

Pier Paolo Pasolini icona no-vax? Improbabile. Ai morti non andrebbero attribuiti pensieri postumi. O almeno così eleganza pretende. Chi ha detto che Pasolini porterebbe attualmente in piazza la sua voce, a protestare contro la “dittatura sanitaria”, magari accanto a chi affermi che l’epidemia del Covid-19 nasconda un complotto globale? Sulla bacheca social di persone (presumibilmente) ostili al vaccino e, così ancora c’è da immaginare, alla “schedatura” del green pass, scorgo, incorniciate con partecipata commozione retorica zoppicante, alcune affermazioni che appartengono proprio a Pier Paolo Pasolini, espressamente riferite alla sua rivolta a oltranza contro l’omologazione consumistica, nel rifiuto del “progresso”, parole storicamente datate e connotate, sia detto per chiarezza:

“Io sono un uomo antico, che ha letto i classici, che ha raccolto l’uva nella vigna, che ha contemplato il sorgere e il calare del sole sui campi, tra i vecchi, fedeli nitriti, tra i santi belati; che è poi vissuto in piccole città dalla stupenda forma inespressa dalle età artigianali, in cui anche un casolare o un muricciolo sono opere d’arte, e bastano un fiumicello o una collina per dividere due stili e creare due mondi. Non so quindi cosa farmene di un mondo unificato dal neocapitalismo, ossia da un internazionalismo creato, con la violenza, dalla necessità della produzione e del consumo”.

Le ho riportate quasi per esteso poiché, sia pure in filigrana, mostrano, così temo, la cifra principale che scandirà il prossimo - la ricorrenza cade il 5 marzo 2022 – ormai imminente anniversario della nascita del più evidente poeta “civile” del trascorso secolo; Antonio Gramsci, politico e filosofo comunista, tra i suoi riferimenti perfino poetici.

Cento anni esatti, proprio così. Eppure ad alcuni di noi sembra ieri che ne leggevamo le invettive politiche, le riflessioni di segno antropologico (si pensi all’articolo “contro i capelloni”) sul “Corriere della Sera”, partecipando al dibattito collettivo sullo “scandalo”, parola ormai desueta, che giungeva anche dai suoi film, “Il Decameron” su tutti.

Essere fraintesi appartiene alle prevedibili eventualità dell’umano; ancora più da morti, da trapassati, fraintesi e insieme travisati.

La persona in carne e ossa Pasolini è assente al mondo dal novembre del 1975. Nei decenni che hanno fatto seguito alla sua scomparsa, lo scrittore, il polemista, il poeta “corsaro”, il regista, è stato evocato in modo puntuale e continuo, fra molto altro, per quel suo atto di denuncia: “Io so i nomi”, riferito alle menzogne di Stato sulle stragi: Piazza Fontana e oltre. E ancora per una nostalgia riferita al tempo delle “lucciole”, il mondo pre-industriale, contadino; e ancora, altrettanto, così da destra, per il suo rifiuto dell’aborto.

Infine, su tutto, appunto, come cadavere sfigurato sullo spiazzo sterrato dell’Idroscalo di Ostia, la sconfitta della sua “disperata vitalità”, bulimica omosessualità venata perfino di masochismo, come mostrano alcune pagine di “Petrolio”.

Un caso in chiaroscuro di cronaca criminale, da osservare muovendo da dubbi, ragioni e tecnica spicciola di un assassinio che lo vede “martire” per alcuni, esempio di “depravazione” per altri, come nelle invettive fotografiche che gli riservava il settimanale di destra “Il Borghese”: una infinita autopsia postuma, quasi. Delitto politico o tragica eventualità di una condotta personale e sessuale al limite d’ogni possibile rischio?

Non si può dire che altrettanta attenzione critica, polemica e perfino apologetica abbia riguardato altre figure di intellettuali suoi contemporanei [...].

Ho però una sensazione premonitrice: a dispetto della complessità dell’autore Pasolini, e perfino del dato cronologico della sua stessa morte, i giorni, le settimane, i mesi, l’intero anno che ne accompagneranno le celebrazioni, il centenario tondo, vedrà il volto, la voce e il corpo stessi di Pier Paolo Pasolini innalzati segnatamente dalla ampia e variegata comunità che ormai d’abitudine definiamo no-vax e complottista, ossia da chi affermi l’esistenza in atto di una “dittatura sanitaria”. Dunque, Pasolini impropriamente, arbitrariamente sollevato come totem, garante morale immobile della denuncia contro il “regime” del “pensiero unico”, del “grande reset” e ogni altra categoria che voglia muovere attraverso i social e la sua piazza un sentire subculturale espressamente antisistema, perfino nell’accezione fascista del termine.

Non sarà così affatto semplice ribadirne il marxismo che dimorava in lui, ammesso che questa parola abbia ancora realtà nel dibattito delle idee.

Assai più probabilmente, in nome di ciò che i psichiatri definiscono pensiero magico, il rifiuto cieco e ostinato d’ogni razionalità, risulterà impossibile sottrarre alla falsificazione chi scriveva che “L’intelligenza non avrà mai peso, mai nel giudizio di questa pubblica opinione. Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai da uno dei milioni d’anime della nostra nazione, un giudizio netto, interamente indignato: irreale è ogni idea, irreale ogni passione, di questo popolo ormai dissociato da secoli, la cui soave saggezza gli serve a vivere, non l’ha mai liberato”.

I primi germi di questa attitudine qualunquistica, propria delle opinioni assimilabili agli ormai paradigmatici “tatuatori e antennisti laureati su Facebook” (cit.) in nome della difesa di chissà quali “belle bandiere” della (presunta) libertà dal presidio poliziesco sanitario della scienza, li vediamo fiorire in rete, attraverso l’attribuzione impropria del volto del cadavere Pasolini alla necessità di un ritrovato antagonismo che si nutre di poche apodittiche sentenze: “… quella gloriosa bandiera è stata calpestata soprattutto dai suoi eredi che si sono venduti al globalismo capitalista almeno da noi in Italia, e tutto questo avrebbe trovato il Poeta del tutto contrario come peraltro si evince dai suoi scritti.” (sic) e ancora: “… quando una persona dice la verità e fa autocritica diventa scomodo” (sic) cui segue faccina con lacrima.

Anche dai nostri occhi, si “evince” qualcosa. Sarà tempo perso ricordare che ai morti non dovrebbero essere attributi pensieri e adesioni mai espressi. Povera la nostra battaglia persa in partenza. 



lunedì 27 dicembre 2021

Draghi alla resa dei conti

 


 

Gad Lerner, Governissimo dell'irrealtà, Il Fatto Quotidiano, 24 dicembre 2021

Per i disorientati laudatori dello status quo, secondo i quali non può esistere governo migliore di quello in carica, l’optimum sarebbe revocare la separazione dei poteri prevista dalla Costituzione e consentire a Draghi il cumulo delle cariche: presidente della Repubblica (con annessa sovrintendenza su Forze Armate e Magistratura), presidente del Consiglio dei ministri e in sovrappiù – perché no, visto il suo curriculum? – magari anche Governatore della Banca d’italia. Un’ipotesi, com’è noto, già accarezzata dai fedelissimi Giorgetti e Brunetta che per primi lo hanno pubblicamente candidato al Quirinale. Peccato che la cura tecnocratica, escogitata per “salvare” l’italia dal disfacimento della politica parlamentare, debba fare i conti con l’ostacolo rappresentato dalle nostre regole costituzionali.

E poi ci sarebbe il suffragio universale, altro fastidioso intralcio. Si può tenere duro fino al 2023, non oltre. Vero è che la pandemia Covid è già servita un paio di volte come pretesto per rinviare elezioni regionali e comunali. Ma è impensabile che basti la variante Omicron a posticipare la scadenza del mandato di Mattarella.

O a congelare i pericolanti assetti emergenziali di unità nazionale che martedì Draghi ha voluto svincolare dalla sua persona.


Neanche i più entusiasti ammiratori di Supermario hanno finto di prenderlo sul serio quando egli ha dichiarato il suo “missione compiuta”. Hanno assistito con disagio all’incepparsi della sua azione di governo, dacché le opposte visioni dei partiti lo hanno costretto a rinviare o annacquare o rimangiarsi buona parte delle riforme pattuite con Bruxelles. Solo sulla giustizia, col M5S recalcitrante, lo hanno incoraggiato a forzare la mano. Da lì in avanti, lo hanno frenato, costringendolo a temporeggiare. Draghi ha capito di non poter più combinare molto a Palazzo Chigi e ha deciso di sfidare anche l’istinto proprietario di Berlusconi – che l’ha fatto accusare di diserzione dai suoi scherani – ritenendosi più adatto al ruolo di garante sul Colle più alto.

Spiace per i fautori della cura tecnocratica, spiazzati dal loro paladino, ma la politica si sta prendendo la rivincita. Per adempiere alla richiesta di Draghi, e cioè far propria la prospettiva di lungo periodo del governissimo con tutti dentro, Letta, Conte, Speranza e Salvini dovrebbero ripudiare la missione che si sono dati di fronte ai loro militanti e all’elettorato. Non un rospo da ingoiare momentaneamente, bensì un vero e proprio annullamento.

Per questo la candidatura di Draghi al Quirinale segna piuttosto la fine di una breve stagione che non l’inaugurazione di un’era nuova. La pretesa di investire Draghi del ruolo simultaneo di esecutore e garante, in una prolungata sospensione della politica, risuona come un periodo ipotetico dell’irrealtà. Velleitaria. Il governissimo che sognano è una creatura di fantasia che piacerebbe, certo, all’establishment nostrano e internazionale, ma richiederebbe il rinvio sine die di ogni campagna elettorale.

Tra le conseguenze nefaste del culto della personalità di Draghi e delle sue decantate virtù salvifiche, c’è anche la falsa illusione propagata nell’opinione pubblica secondo cui per risolvere i problemi dell’italia ci vuole un “uomo forte”, distaccato dalle piccinerie della politica.

Non stupisce che in questo clima i sondaggi registrino un favore crescente per una riforma presidenzialista, cavalcata entusiasticamente dalla Meloni, ma contraria allo spirito della nostra Costituzione. L’esatto opposto della scelta di Mattarella che, escludendo la propria ricandidatura, segnala la necessità di un ricambio fisiologico al vertice delle istituzioni, indice di salute dei sistemi democratici capaci di rispettare nonni e bisnonni (quando meritano rispetto) ma anche di rimpiazzarli con energie nuove quando il tempo è venuto.

La soluzione tecnocratica, nel mentre prefigura modelli illiberali, sospinge un numero crescente di cittadini insoddisfatti a rifiutare la politica. L’astensionismo dilagante troverebbe in un governo di unità nazionale guidato da uno sbiadito vice-draghi il più forte degli incentivi.

Il messaggio di Draghi è contraddittorio: “La mia missione è compiuta, ma questa formula di governissimo deve continuare”. Lo sconcerto con cui è stato accolto, e la volontà ribadita ieri dal vertice riunito a casa Berlusconi di dare vita prima possibile a un governo di destra, senza Pd e M5S, lasciano presagire che l’unità nazionale stia giungendo al capolinea. Anche i draghisti se ne faranno una ragione: dovrebbero pur sapere che la destra italiana ha una vocazione storica estremista che si lascia malvolentieri imbrigliare da chicchessia. Può darsi che alla fine, saziata la volontà di potenza dell’ex Cavaliere, faccia loro comodo trovare proprio in Draghi il garante più utile a legittimarli all’estero.

 

giovedì 23 dicembre 2021

Draghi, il braccio di ferro


 

Come era prevedibile, Mario Draghi ha parlato. Si è pronunciato sulla eventualità di una sua elezione a presidente della Repubblica. Si è detto disponibile. Ha aggiunto di voler agire in modo tale da consentire una prosecuzione della legislatura. Ha infine indicato un percorso. La Lega dovrebbe votare per lui fin dall'inizio, altrimenti ci sarebbe una spaccatura nella maggioranza di governo. Fratelli d'Italia potrebbe a sua volta convergere sul nome del candidato sostenuto dall'attuale maggioranza di governo. E il gioco sarebbe fatto. Senza dar luogo a un semipresidenzialismo di fatto, in quanto lo stesso Draghi intenderebbe essere soltanto un garante.
Quello che Draghi chiede di ottenere non rappresenta un mutamento di poco conto nell'attuale configurazione del sistema politico italiano. Lega e Fratelli d'Italia dovrebbero voltare le spalle a Berlusconi con il risultato di portare la rappresentanza parlamentare della destra a un livello molto più basso di quello attuale. Potremmo avere per questa via una sorta di presidenzialismo suppletivo, al di là delle intenzioni espresse da singole forze o persone.
Insomma Draghi pur esaltando l'importanza dei partiti potrebbe trovarsi a svolgere un ruolo di assoluta preminenza rispetto ai partiti. Non è detto che vi sia una docile sottomissione delle varie forze politiche a un destino simile. Molto dipende da come si muoveranno Fratelli d'Italia e la Lega. La partita resta aperta, come sembra incline a pensare anche Alessandro Sallusti in un editoriale che tiene nel debito conto tutte le novità delle ultime ore. 

Alessandro Sallusti, Parte la corsa per il Quirinale, Libero, 23 dicembre 2021.

Mario Draghi si candida di fatto a Presidente della Repubblica facendo una affermazione («questo governo può andare avanti indipendentemente da chi lo guiderà») e ricorrendo a una metafora: «Io sono un nonno al servizio delle istituzioni». E ciò accade proprio nel giorno in cui diventa pubblica la notizia, data dal settimanale Chi, che Silvio Berlusconi è diventato per la prima volta bisnonno essendo nata Olivia, figlia della figlia che Piersilvio ha avuto da una relazione giovanile. Nonno Mario contro bisnonno Silvio (al Cavaliere piace sempre stare un passo avanti a chiunque in qualsiasi campo) non è solo una divertente coincidenza di notizie parentali ma il primo nodo politico da sciogliere nella corsa al Quirinale. Perché fino a che Berlusconi rimarrà in campo, sia pure non ufficialmente, per contarsi alla quarta votazione quirinalizia a maggioranza semplice è difficile che Lega e Fratelli d’Italia convergano su Mario Draghi nei primi tre scrutini che richiedono una maggioranza dei due terzi, pena una spaccatura probabilmente irreparabile con Berlusconi e Forza Italia.

Per essere ancora più chiaro, ieri sera bisnonno Berlusconi ha ribadito che a suo avviso nonno Draghi deve restare a Palazzo Chigi fino al termine della legislatura nel 2023, respingendo di fatto l’autocandidatura al Quirinale dell’attuale premier. Del resto tra i due è in corso una guerra a distanza: in mattinata Draghi, rispondendo a una domanda sulla possibilità che Berlusconi salga al Colle, aveva risposto scocciato: «Non sta a me dare valutazioni».

Ci siamo, insomma. Al tavolo dove si gioca la partita per la sostituzione di Sergio Mattarella i giocatori calano le prime carte, che non sono ancora i jolly ma qualche strategia si comincia a vedere. Partita complicata perché per la prima volta nella storia della Repubblica uno dei candidato eccellenti, Mario Draghi, è anche Presidente del Consiglio in carica. Non essendo previsto il doppio incarico – osservazione stupida ma per dire che anche le emergenze hanno dei limiti invalicabili in democrazia - che ne sarà del governo Draghi dopo Draghi se Draghi dovesse traslocare? «Si può andare avanti senza di me e con la stessa maggioranza di oggi, il lavoro è ben avviato», ha minimizzato ieri il premier per tranquillizzare il Parlamento sul fatto che con lui al Colle la legislatura potrà tranquillamente continuare. Ma Draghi immagino sappia che dicendo questo la fa un po’ troppo semplice, che va bene la stima e la fiducia nei suoi confronti ma che potere, ambizioni e appetiti sono altra cosa, tanto che il suo discorso è stato accolto con garbata freddezza da un po’ tutti i partiti poco disposti ad accettare soluzioni preconfezionate e per di più a scatola chiusa. Nessun patto e nessun annuncio possono garantire che via Draghi da Palazzo Chigi tutto continuerà come se nulla fosse. Non dico che ciò è impossibile, penso che oggi non ci siano le condizione perché accada tante sono le tensioni e le divergenze tra i partiti che compongono la maggioranza. E poi chi dovrebbe essere il suo successore alla guida del governo? Un politico puro lo escluderei e per questo non credo alle ipotesi che circolano in queste ore sui nomi di Giorgetti o Brunetta (ma anche di chiunque altro). Un tecnico? Dopo Draghi, chiunque sarebbe una scelta al ribasso non accettabile dai partiti poco disposti a ulteriori, per di più gratuite, cessione di potere.

Ed ecco che allora si torna al punto di partenza: tenere insieme le tre ipotesi care a Draghi, cioè lui al Quirinale, avanti con la stessa maggioranza e quindi niente elezioni anticipate è davvero dura. Come è dura per Matteo Salvini e Giorgia Meloni non sostenere fino in fondo, o quantomeno fino all’ultimo minuto possibile, la candidatura di Silvio Berlusconi primo presidente di centrodestra. Al momento quindi è una guerra di nervi tra nonno Mario e bisnonno Silvio. Gli altri, nipotini naturali o acquisiti, tutti a guardare e ad aspettare il primo passo falso di uno dei due.







lunedì 20 dicembre 2021

Sgurbiól


 

Giovanna Scalzo, Lelia, 90 anni di battaglie, Corriere della sera, 19 dicembre 2021

Il fascismo e la guerra, la vita nei campi, le lotte in fabbrica: grandi e piccoli avvenimenti a partire da una cascina nella Bassa modenese.

 Di Lelia senti i passi piccoli e veloci mentre va a raccogliere fiori lungo il fiume. Ignora il pericolo della corrente dell’acqua, che ha già portato via alcuni bambini come lei. Ad attenderla a casa ci sono le urla dei genitori, pronti a sgridarla. Ma di Lelia senti anche i passi, sempre piccoli e sempre più veloci, che portano pane e vino ai partigiani nascosti tra il fitto della campagna. Ignora il pericolo del rastrellamento, che ha già portato via tantissime persone. Ad attenderla c’è il silenzio carico di terrore.

La storia di Lelia inizia nel 1931, quando nasce in una cascina di Villavara, frazione di Bomporto, provincia di Modena, in Emilia. Ed è proprio dall’infanzia che Lelia inizia il suo racconto. Un vero racconto, dove c’è Lelia che parla e Antonella Romeo che trasforma le sue parole in una preziosa testimonianza. Sgurbiól. Delle cose e del tempo di Lelia, pubblicato da Edizioni Seb21, è il risultato di questo dialogo intenso. Sgurbiól è un termine dialettale modenese che viene affibbiato a Lelia dalla sua famiglia: non più una bambina, non ancora una donna. E proprio come sta a cavallo di queste due fasi della sua vita, Lelia vive a cavallo di due storie. I grandi parlano di cose che Lelia non capisce, usano termini come resistenza, insurrezione. Ai nomi di famiglia, come il fratello Uber — morto per mano delle Brigate nere —, si sovrappongono altri nomi, come Palmiro Togliatti, il quale esprime riconoscenza per la comunità modenese durante quegli anni difficili. Mentre ricorda la cugina Elda, la cui famiglia fu sterminata dai fascisti, Lelia nomina anche i fratelli Cervi, dispiacendosi allo stesso modo.

Lelia non riesce a trovare una distinzione tra la sua storia e quella che verrà poi tramandata alle generazioni future. Ed effettivamente una distinzione non c’è, alcune storie sono inevitabilmente legate ad altre: raccontandone una, in realtà se ne racconta anche un’altra, attraverso la piccola storia si comprende anche quella grande.

Lelia cresce con altre 35 persone — sono parenti, soprattutto cugini e zii. Racconta di grandi stanze dove dormire tutti insieme e di animali da accudire e curare. Racconta dei genitori che si alzano all’alba, di mani che impastano il pane una volta alla settimana. È la storia di Lelia bambina — non ancora sgurbiól — che si gode la sua infanzia. Ma si percepisce anche che questo racconto non è solo il racconto della sua infanzia: è un racconto sociale, dove emergono le dinamiche di potere all’interno di una tipica famiglia mezzadrile del territorio emiliano; ed è un racconto corale, in cui storia e Storia si mescolano.

Ecco allora che Lelia cresce, inizia a portare il cibo ai partigiani, viene informata della morte di Uber, capisce che cosa è successo ai fratelli Cervi. Anche grazie a queste rivelazioni Lelia si trasforma in una sgurbiól, a metà tra la bambina e la donna, una sorta di essere mitologico che poco alla volta lascia la sua infanzia e le regole che la confinano tra le mura di una cucina, in un anonimo casale sperduto nella provincia modenese.

Raggiunge la città, accetta un lavoro, uno stipendio. Si sposa, mette su famiglia. Lelia passa dall’aiutare a spennare i polli al lavorare in fabbrica come operaia: monta cerniere, un lavoro che la renderà indipendente e la aiuterà a sostenere i genitori. Studierà alla scuola del partito, proprio come il marito, ma soltanto i quaderni di quest’ultimo verranno conservati.

Lelia continua a raccontare la sua storia, una storia che di nuovo appare normale, soprattutto a Lelia. Ma non al lettore, il quale si ritrova — ancora una volta — nel bel mezzo di una storia che non ha nulla di normale.

Compaiono di nuovo i grandi nomi, avvenimenti che abbiamo già conosciuto. Lelia, nel frattempo, si trasforma in un’altra creatura fantastica, per la quale non c’è un nomignolo dialettale, simile ai supereroi. È protagonista ignara, senza mezzi speciali, se non le sue scelte e il suo impegno: spianerà una strada che nemmeno c’è, permettendo a tutti noi di renderci conto che esistono ancora problemi come la disparità salariale e la difficoltà a conciliare lavoro e famiglia. Lelia non è più soltanto a cavallo di due storie, ma di più epoche, risultando attuale e credibile anche ai giorni nostri.

In Lelia ci si può (e forse ci si deve) immedesimare, perché alle due storie fin qui raccontate, se ne aggiunge una terza: la nostra storia.

Lelia ci racconta quindi tante cose, ma ci lascia anche tante indicazioni — più o meno implicite — su come proseguire: nella foto di Lelia adulta — non più sgurbiól — che accompagna il libro la si vede intenta a indicare un fienile posto in alto, dove dormiva il nonno, considerato la colonna portante della famiglia. Ma si può anche vedere Lelia che indica la direzione da continuare a seguire: un punto indefinito verso il futuro, da guardare rigorosamente a testa alta, senza paura.

 

domenica 19 dicembre 2021

Morti sul lavoro


 
 
 Simone Lorenzati

 
La tragedia di oggi a Torino è qualcosa di terribile. Stringe il cuore leggere ciò che è accaduto, vedere anche solo una foto.
Tre vite distrutte in un attimo, una triplice morte assurda.
Io lì, a venti metri da quell'incrocio, ho abitato. Io lì, per nove anni, ho preso il caffè in quel bar. Io lì, ieri mattina alle undici, ci sono passato.
Ero fermo al semaforo rosso, e ho alzato gli occhi al cielo. Ho visto tre persone appese che stavano lavorando.
Ventiquattro ore dopo quelle tre vite non esistono più.
Non credo ci sia nulla da dire, se non che il conto dei morti sul lavoro aumenta a dismisura, una carneficina quotidiana che pare non toccare nessuno. Fino a quando non succede in un posto che conosci come le tue tasche.
E allora nomi e luoghi sconosciuti non sono più tali. C'è il posto dove parcheggiavi, il marciapiedi dove camminavi, l'incrocio a cui ti sei fermato una miriade di volte. Non è più qualcosa di astratto, è carne viva che senti pulsare sotto di te.
Questa è, purtroppo, la realtà lavorativa di molti, di troppi.
Di quei ragazzi che sfrecciano sotto la pioggia, magari pure col semaforo rosso, per consegnare prima la nostra pizza.
Di quei sessantenni che, furgoncino sotto il sedere, non devono tardare la consegna del nostro pacco preziosissimo.
E i cinque euro ad articolo per altri, quando arrivano si intende.
E i contratti che scadono come lo yogurt. Sempre che non scada prima tu.
Il lavoro - per non pochi - è questo.
Sarebbe ora che qualcuno lo dicesse.
Magari avvertendo anche Mattia Feltri.

martedì 14 dicembre 2021

Teodorico di Verona


 
Giosuè Carducci, La leggenda di Teodorico, Rime nuove 1906, poesia numero LXXVI
Su 'l castello di Verona
Batte il sole a mezzogiorno,
Da la Chiusa al pian rintrona
Solitario un suon di corno,
Mormorando per l'aprico
Verde il grande Adige va;
Ed il re Teodorico
Vecchio e triste al bagno sta.
Pensa il dí che a Tulna ei venne
Di Crimilde nel conspetto
E il cozzar di mille antenne
Ne la sala del banchetto,
Quando il ferro d'Ildebrando
Su la donna si calò 
E dal funere nefando
Egli solo ritornò.
Guarda il sole sfolgorante
E il chiaro Adige che corre,
Guarda un falco roteante
Sovra i merli de la torre; 
Guarda i monti da cui scese
La sua forte gioventú, 
Ed il bel verde paese 
Che da lui conquiso fu.
Il gridar d'un damigello
Risonò fuor de la chiostra:
— Sire, un cervo mai sí bello
Non si vide a l'età nostra. 
Egli ha i pié d'acciaro a smalto, 
Ha le corna tutte d'òr.
— Fuor de l'acque diede un salto
Il vegliardo cacciator. 
— I miei cani, il mio morello,
Il mio spiedo — egli chiedea;
E il lenzuol quasi un mantello
A le membra si avvolgea.
I donzelli ivano. In tanto
Il bel cervo disparí,
E d'un tratto al re da canto 
Un corsier nero nitrí. 
Nero come un corbo vecchio,
E ne gli occhi avea carboni.
Era pronto l'apparecchio,
Ed il re balzò in arcioni.
Ma i suoi veltri ebber timore
E si misero a guair,
E guardarono il signore
E no 'l vollero seguir.
In quel mezzo il caval nero
Spiccò via come uno strale
E lontan d'ogni sentiero
Ora scende e ora sale: 
Via e via e via e via,
Valli e monti esso varcò. 
Il re scendere vorría,
Ma staccar non se ne può. 
Il più vecchio ed il più fido
Lo seguía de' suoi scudieri,
E mettea d'angoscia un grido
Per gl'incogniti sentieri: 
— O gentil re de gli Amali,
Ti seguii ne' tuoi be' dí,
Ti seguii tra lance e strali,
Ma non corsi mai cosí. 
Teodorico di Verona,
Dove vai tanto di fretta? 
Tornerem, sacra corona,
A la casa che ci aspetta? — 
— Mala bestia è questa mia, 
Mal cavallo mi toccò:
Sol la Vergine Maria
Sa quand'io ritornerò. — 
Altre cure su nel cielo
Ha la Vergine Maria: 
Sotto il grande azzurro velo
Ella i martiri covría,
Ella i martiri accoglieva
De la patria e de la fé;
E terribile scendeva 
Dio su 'l capo al goto re. 
Via e via su balzi e grotte
Va il cavallo al fren ribelle:
Ei s'immerge ne la notte,
Ei s'aderge in vèr' le stelle.
Ecco, il dorso d'Appennino
Fra le tenebre scompar,
E nel pallido mattino
Mugghia a basso il tosco mar.
Ecco Lipari, la reggia
Di Vulcano ardua che fuma
E tra i bòmbiti lampeggia
De l'ardor che la consuma: 
Quivi giunto il caval nero 
Contro il ciel forte springò
Annitrendo; e il cavaliero
Nel cratere inabissò. 
Ma dal calabro confine
Che mai sorge in vetta al monte?
Non è il sole, è un bianco crine; 
Non è il sole, è un'ampia fronte
Sanguinosa, in un sorriso
Di martirio e di splendor:
Di Boezio è il santo viso,
Del romano senator.

 

domenica 12 dicembre 2021

Valérie Pécresse, presidenziabile


 
 
Valérie Pécresse punta all’Eliseo e alla rivincita del gaullismo
Al ballottaggio? La candidata dei Républicains supera nei sondaggi Marine Le Pen e diventa un’avversaria temibile per Emmanuel Macron

«Effet primaire». «Effetto primarie»: la Francia lo conosce bene. Anche in questa occasione, tutto è cambiato. La vittoria finora certa di Emmanuel Macron alle presidenziali di aprile è ora in dubbio; e l’elemento dirompente non è stata la discesa in campo di Éric Zemmour, il polemista radicale che imita De Gaulle, ma la vittoria alle primarie dei Républicains di Valérie Roux Pécresse che del generale può considerarsi un' erede politicamente “legittima”.

I sondaggi, soprattutto se letti in successione temporale, sono abbastanza chiari. La presidente della regione parigina dell’Ile de France non ha goduto nei mesi precedenti le primarie di un consenso superiore al 10%. Altri candidati della sua stessa area sembravano più popolari, a cominciare da Xavier Bertrand, il presidente della regione degli Hauts de France che, con una fuga in avanti, si era candidato ufficialmente nell’agosto 2020. Dopo la proclamazione degli iscritti al partito - quel partito da cui lei era uscita criticandone il tradimento della sua cultura repubblicana - Pécresse è “esplosa”: il suo consenso - nei sei sondaggi finora effettuati - ha superato i livelli più alti, e ormai dimenticati, di cui godeva a inizio 2021, e hanno raggiunto il 20%, contro il 24% stabile di Emmanuel Macron, che dopo cinque anni di presidenza non sembra essere riuscito ad aumentare i suoi potenziali voti (24% fu il risultato dl primo turno del 2017). Il calo simultaneo dei consensi di Marine Le Pen, insidiata nel suo stesso bacino elettorale da Zemmour, porta a uno scenario del tutto nuovo. Al ballottaggio è molto probabile che si assista a uno scontro tra Macron e Pécresse, e l’esito non è scontato. Dei due sondaggi effettuati sul secondo turno, uno prevede la vittoria del presidente uscente, l’altro quello della sfidante gollista: nella sfida, Macron non potrebbe più contare sul sostegno della destra repubblicana al quale ha potuto attingere, e che ha potuto coccolare, nei momenti di difficoltà.

Basta questo per fare di Valérie Pécresse, in ogni caso, la vera novità di queste elezioni. Tutto può ancora cambiare, ma Pécresse potrebbe segnare la rivincita dei gaullisti, travolti nel 2017 dallo scandalo che colpì il candidato François Fillon (aveva “assunto” la moglie come assistente parlamentare) e poi alle europee del 2019 dalla svolta verso la destra radicale voluta da Laurent Wauquiez: +8,5% il tragico responso delle urne per un partito in realtà ancora molto radicato in Francia. Alle elezioni dipartimentali e regionali del 2021, Les Républicains sono risultati il primo partito con il 28% dei consensi (correttamente indicati dai sondaggi), oscurando un po’ il Rassemblement National che in quell’occasione non ha mantenuto le sue promesse.

Pécresse ha inoltre puntato molto sull’”ortodossia” repubblicana. Di fronte alla disinvoltura del partito nella sua collocazione politica, lei è apparsa più coerente. All’opposizione durante la leadership di Wauquiez, ha rinunciato alla possibilità di diventare presidente del partito dopo la débâcle alle europee, per rendere autonomo il proprio movimento, Soyons Libres (Siamo liberi), sposando un repubblicanesimo liberale, centrista, diverso dall’anima “sociale” di altre componenti del gaullismo. Anche oggi, Pécresse spiega di voler ispirarsi per un terzo a Margareth Thatcher - una scelta scomoda, in Francia, anche se ormai un po’ “antica” - e per due terzi a Angela Merkel.

Esterna al partito fino a ottobre, ha prevalso alle primarie di inizio dicembre, aperta ai soli iscritti superando Éric Ciotti, che rappresentava l’anima più radicale dei repubblicani, più vicina alle posizioni dei populisti (in Francia tutti, anche a sinistra, usano la retorica della “sovranità”). Eppure la nuova candidata è l’espressione di quel mondo francese che ama presentarsi, ed è considerato, come élite, ed è oggi disprezzato proprio per questo: nipote dello psichiatra Louis Bertagna, il medico di Henry Malraux, cattolico e resistente; figlia dell’economista Dominique Roux, ex presidente della Bolloré Telecom, Pécresse si è laureata in economia, ha frequentato l’Ena, e ha insegnato diritto costituzionale a Science Po. È stata ministro dell’Università e della Ricerca nei governi Fillon I, II, e II e ministro delegato del Budget, dei Conti pubblici e della Riforma dello Stato e portavoce dell’Esecutivo nel governo Fillon III. Suo marito Jérôme Pécresse è Pdg (Presidente-direttore generale) di Ge Renewable Energy (l’ex Alstom Renewable Energy) e vicepresidente di Alstom. È considerata una gran lavoratrice, molto metodica, conosce il russo, il giapponese, l’inglese.

«Sono una donna che vince», ha detto alla vigilia della sua vittoria alle primarie, in un confronto che ha riportato i Républicains a ragionare attorno ai valori fondanti del partito: la République, ovviamente, vista da destra, una destra che con De Gaulle rivendicava i valori di Liberté, egalité, fraternité a differenza di quanto avviene in genere nel mondo conservatore; lo Stato; la laicità (è una cattolica tiepida che considera la religione un fatto privato); l’istruzione; e soprattutto l’”ordine”, termine che le permette di distanziarsi dalla retorica sulla “sicurezza” ormai dominante in Francia. Consigliere regionale dell’Ile de France dal 2004 e presidente da dicembre 2015, Pécresse si è dovuta occupare di aree socialmente turbolente: è quindi favorevole all’uso dell’esercito nelle “zone-di-non-diritto”. Popolare tra i più anziani, Pécresse vuole un’Europa forte, mentre punta a diminuire le spese pubbliche e le imposte su imprese e successioni. Intende sopprimere 200mila posti di funzionari pubblici, portare l’età pensionabile da 62 a 65 anni, abrogare le 35 ore, ridimensionare i sussidi di disoccupazione e vendere le quote di minoranza possedute dallo Stato.