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martedì 25 gennaio 2022

Gli errori di Draghi




Adriano Sofri
, Piccola posta, Il Foglio 25 gennaio 2021

 A reti ancora inviolate si può fare qualche considerazione su quello che è già successo. Un paio di mesi fa, prima che cominciasse la recita, immaginavo che Draghi fosse più ambizioso, per così dire, di un aspirante alla presidenza della Repubblica italiana. Mi sembrava che età e curriculum e dimestichezza con l’atlante lo mettessero al riparo e, caso mai, gli facessero desiderare qualcosa di più o qualcosa di meno. Mi colpiva intanto l’atteggiamento pressoché unanime di suoi fautori e suoi avversi: i casi di encomio servile superati da quelli di oltraggio invidioso e livoroso, i vincitori di lotteria cui era stato rubato il tagliando a metà incasso. Uni e altri sembravano credere, e sostenevano perentoriamente, che la scelta di restare a capo del governo o trasferirsi al Quirinale dipendesse solo da lui: forse sono riusciti a persuaderne lui stesso. Che così ha commesso, penso, due errori politici. (Mi fa ridere la storiella di chi è politico e di chi non lo è, compresa la rivendicazione del riscatto della politica – il correttore voleva scrivere ricatto – da parte di chi si fece strada gridandole vaffanculo: è politico, e non da oggi, Draghi, sono politiche le altre comparse del chiasso quotidiano, senza nemmeno pagarne lo scotto). Il primo, umanissimo, errore di Draghi, ai miei occhi, è stato di desiderare di andare al Quirinale. Il secondo, la vera ingenuità, di lasciar trasparire questo desiderio, contraddicendo la sobrietà irritante che in lui sembrava far le veci dell’ipocrisia. Non aspettava altro, la scolaresca sgangherata messa d’un tratto in castigo. C’è un Parlamento largamente – ed effimeramente – composto di senzatetto e franchi tiratori per interesse e più ancora per meschinità. Impallinato Draghi, si sarebbe azzoppato governo e Quirinale. Impallinato ancora prima del fischio d’inizio: ecco un risultato che si poteva evitare. Cui ha contribuito anche la sciocchezza di credere, o fingere di credere, che la candidatura di Berlusconi andasse presa sul serio: cinque minuti supplementari per vivere di rendita. E adesso? Chi lo sa. Il programma massimo adesso è: metterci una toppa.

martedì 4 gennaio 2022

Il sacrificio di Draghi

 

QUIRINALE, ULTIMA CHIAMATA

Massimo Rostagno

Il Mondo di Pannunzio, 3 gennaio 2022

“Disgraziato è quel paese che ha bisogno di eroi”, diceva Brecht. Sottintendeva che quando una collettività non riesce a funzionare secondo regole proprie, anonime ma efficaci, e deve fare ricorso all’ ‘uomo della provvidenza’ che la risollevi vuol dire che è precipitata nella disgrazia. A leggere le cronache politiche delle ultime settimane sembra la fotografia dell’Italia. Il paese disgraziato bisognoso di eroi forse è proprio il nostro. L’Italia infatti è appesa a Mario Draghi. Il suo destino personale appare inestricabilmente intrecciato a quello dell’intera nazione. Nella sua ultima conferenza stampa il Presidente del Consiglio ha cercato di negarlo, sostenendo che il suo percorso individuale non è importante. Lo è,
invece. Lo è maledettamente. A rendere evidente questa verità è l’appuntamento che nelle prossime settimane attende le nostre istituzioni e tutta la politica nazionale: l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Questo passaggio è da sempre molto delicato perché le schede nella insalatiera esprimono al massimo grado possibile le tensioni, gli accordi riusciti o falliti, i rancori dell’intero corpo parlamentare. Per molti versi è il passaggio politico per eccellenza in cui si consumano vendette, si regolano conti, si dà prova o meno di responsabilità nazionale. Ciò che ci attende è tutto questo ma ancora di più. La contingenza in cui ci troviamo infatti configura il delicato passaggio come una specie di giudizio di Dio in cui la posta in palio non è soltanto la massima carica dello Stato, ma il futuro dell’intero paese. Alcuni elementi rendono l’appuntamento istituzionale così eccezionale, anche rispetto al passato. In primo luogo, il fatto che siamo in una situazione di politica commissariata. Dal gennaio 2021, la politica nazionale ha fatto default e la nascita del governo Draghi ne è la testimonianza. L’arrivo dell’ex banchiere ha reso evidente l’incapacità, l’incompetenza, l’inadeguatezza se non addirittura la cialtroneria di gran parte delle rappresentanze politiche uscite dalle elezioni del 2018. Nelle prossime settimane tuttavia l’onere della scelta sta proprio nelle loro mani. Poi naturalmente vi è l’emergenza pandemica: una grande catastrofe sanitaria che porta in sé enormi implicazioni politiche. La sua curvatura in meglio o in peggio – misurata in nuove infezioni, ospedalizzazioni, stress sanitario e deceduti – eserciterà una pressione decisiva sulla scelta per il Colle, aprendo o chiudendo possibilità e alternative. La reiterata indisponibilità dell’attuale Presidente della Repubblica ad un secondo mandato preclude inoltre ai grandi elettori un anomalo ma già praticato escamotage: congelare lo statu quo per sopravvivere fino alla fine della legislatura. Era giù accaduto con il presidente Napolitano, di fronte al quale una politica già allora incapace di trovare soluzioni si era inginocchiata, implorandolo di accettare un prolungamento del mandato. In quel caso il presidente, tra mille malumori, aveva acconsentito, introducendo un’eccezione nella prassi costituzionale fino ad allora seguita. Ma soprattutto, la novità che rende davvero inedito il prossimo appuntamento costituzionale è proprio la figura di Mario Draghi che ha molte qualità ma non quella di duplicarsi. Eleggerlo alla Presidenza della Repubblica significa rimuoverlo dalla Presidenza del Consiglio e trovare un suo sostituto. Non eleggerlo alla Presidenza della Repubblica o, peggio ancora, esporlo ad una candidatura che venga poi impallinata dai franchi tiratori nell’urna, comporterebbe una sua delegittimazione politica anche come premier. A dover sbrogliare una matassa così complicata è proprio quella classe politica che già una pessima prova di sé ha fornito nel corso della legislatura, la peggiore di tutta la storia repubblicana. Iniziata male fin dal principio, nel corso degli anni ci ha portato il primo governo populista d’Europa, il Conte 1, l’estate del Papeete, il Conte 2, andato poi a schiantarsi per conclamata incapacità di fronte alle urgenze imposte dalla pandemia. Il gruppo parlamentare più importante, entrato in parlamento con l’intenzione di aprirlo come una scatoletta di tonno, ha subito a sua volta una mutazione genetica trasformandosi nel proprio opposto:
una forza neo dorotea disposta ad allearsi con tutti pur di rimanere al potere, nella totale indifferenza a contenuti e schieramenti. Nel frattempo, si è frantumato, subendo scissioni, abbandoni, generando gruppi alternativi ed aumentando l’ingovernabilità del Parlamento stesso. Questo è il contesto chiamato a misurarsi con la scelta dell’inquilino del Colle. Chi scrive è convinto che la soluzione più vantaggiosa per il Paese sia la permanenza di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio - vera cabina di regia della gestione del PNRR - e che la sua rimozione o il suo trasloco indeboliscano la credibilità italiana in Europa e nel mondo. Le prospettive indicate da qualcuno (Giorgetti) che vedono nella sua salita al Quirinale la realizzazione di un semipresidenzialismo di fatto appaiono avventuriste, costituzionalmente poco fondate, per non dire quasi eversive. Quanto alle altre ipotesi alternative circolanti per il Quirinale – da Berlusconi all’autorevole esponente del centro destra alla donna – è bene lasciarle per il momento ai retroscena dei quotidiani, ma certo indicano, se ce ne fosse bisogno, la complessità della situazione. Ciò che invece è interessante mettere a fuoco sta proprio nel meccanismo decisionale per giungere all’elezione, perché illumina un’epoca, rivela una antropologia. Da sempre, l’elezione del Presidente della Repubblica richiede arte della mediazione, capacità di tessere accordi ed autorevolezza per farli rispettare. Richiede cioè l’esercizio di un’alta sapienza politica. Ed è proprio questa a latitare clamorosamente nell’ attuale classe parlamentare che si è formata plasmandosi sugli umori più rabbiosi, sulla ricerca del consenso di breve periodo senza alcuna visione strategica. Figlia della ‘bestia’ di Morisi e degli algoritmi di Casaleggio, nutrita dalla società dello spettacolo, risulta capace tutt’al più di radunare i propri tifosi con rozze riaffermazioni identitarie: esattamente il contrario di ciò che richiede la delicata partita del Colle. È proprio nella fisionomia antropologica e nella cultura dei nostri rappresentanti che si misura lo scarto tra ciò che sarebbe necessario e ciò che è invece disponibile, tra l’altezza del compito e l’incapacità di assolverlo. Solo un dio ci può salvare, verrebbe da dire richiamando Heidegger, e abbandonandoci alla disperazione. In realtà, più laicamente, c’è da aspettarsi altro, o quanto meno da avanzare una richiesta Si richiede con forza una prova di responsabilità da fornire al paese. Giocarsi l’attuale premier con una condotta inopportuna, con pasticci politici e improvvisazioni dilettantistiche sarebbe letale per tutti noi. Draghi (in qualità di premier o di Presidente della repubblica) è l’anello che congiunge l’Italia all’Europa e ai fondi europei del PNRR. Far saltare questo meccanismo virtuoso produrrebbe conseguenze nefaste per un paio di generazioni. E’in grado la politica di garantire almeno questo e di riscattare il pessimo spettacolo offerto in questi quattro anni di legislatura? Riesce a dimostrare che i mesi di ‘sospensione per cattiva condotta’ inflitti dal governo Draghi sono serviti almeno ad acquisire    la consapevolezza della propria miseria? L’opinione pubblica è ben conscia che la prima preoccupazione della grandissima parte dei grandi elettori chiamati a scegliere l’inquilino del Quirinale consiste nell’evitare lo scioglimento anticipato delle Camere e nel mantenere lo stipendio per un altro anno. E tuttavia, data l’entità della posta in gioco, sarebbe bene che accanto a questa preoccupazione (umanissima, per carità!), i parlamentari si facessero carico anche di un’altra più alta esigenza: quella di collocare una prestigiosa personalità al colle più alto, mantenendo l’Italia nell’assetto virtuoso di questi ultimi dodici mesi. In fondo, potrebbe essere un riscatto dai disastri politici di questi quattro anni. Un modo di congedarsi, avendo qualcosa di importante da raccontare ai propri nipoti, evitando che una legislatura iniziata malissimo finisca anche peggio.

lunedì 27 dicembre 2021

Draghi alla resa dei conti

 


 

Gad Lerner, Governissimo dell'irrealtà, Il Fatto Quotidiano, 24 dicembre 2021

Per i disorientati laudatori dello status quo, secondo i quali non può esistere governo migliore di quello in carica, l’optimum sarebbe revocare la separazione dei poteri prevista dalla Costituzione e consentire a Draghi il cumulo delle cariche: presidente della Repubblica (con annessa sovrintendenza su Forze Armate e Magistratura), presidente del Consiglio dei ministri e in sovrappiù – perché no, visto il suo curriculum? – magari anche Governatore della Banca d’italia. Un’ipotesi, com’è noto, già accarezzata dai fedelissimi Giorgetti e Brunetta che per primi lo hanno pubblicamente candidato al Quirinale. Peccato che la cura tecnocratica, escogitata per “salvare” l’italia dal disfacimento della politica parlamentare, debba fare i conti con l’ostacolo rappresentato dalle nostre regole costituzionali.

E poi ci sarebbe il suffragio universale, altro fastidioso intralcio. Si può tenere duro fino al 2023, non oltre. Vero è che la pandemia Covid è già servita un paio di volte come pretesto per rinviare elezioni regionali e comunali. Ma è impensabile che basti la variante Omicron a posticipare la scadenza del mandato di Mattarella.

O a congelare i pericolanti assetti emergenziali di unità nazionale che martedì Draghi ha voluto svincolare dalla sua persona.


Neanche i più entusiasti ammiratori di Supermario hanno finto di prenderlo sul serio quando egli ha dichiarato il suo “missione compiuta”. Hanno assistito con disagio all’incepparsi della sua azione di governo, dacché le opposte visioni dei partiti lo hanno costretto a rinviare o annacquare o rimangiarsi buona parte delle riforme pattuite con Bruxelles. Solo sulla giustizia, col M5S recalcitrante, lo hanno incoraggiato a forzare la mano. Da lì in avanti, lo hanno frenato, costringendolo a temporeggiare. Draghi ha capito di non poter più combinare molto a Palazzo Chigi e ha deciso di sfidare anche l’istinto proprietario di Berlusconi – che l’ha fatto accusare di diserzione dai suoi scherani – ritenendosi più adatto al ruolo di garante sul Colle più alto.

Spiace per i fautori della cura tecnocratica, spiazzati dal loro paladino, ma la politica si sta prendendo la rivincita. Per adempiere alla richiesta di Draghi, e cioè far propria la prospettiva di lungo periodo del governissimo con tutti dentro, Letta, Conte, Speranza e Salvini dovrebbero ripudiare la missione che si sono dati di fronte ai loro militanti e all’elettorato. Non un rospo da ingoiare momentaneamente, bensì un vero e proprio annullamento.

Per questo la candidatura di Draghi al Quirinale segna piuttosto la fine di una breve stagione che non l’inaugurazione di un’era nuova. La pretesa di investire Draghi del ruolo simultaneo di esecutore e garante, in una prolungata sospensione della politica, risuona come un periodo ipotetico dell’irrealtà. Velleitaria. Il governissimo che sognano è una creatura di fantasia che piacerebbe, certo, all’establishment nostrano e internazionale, ma richiederebbe il rinvio sine die di ogni campagna elettorale.

Tra le conseguenze nefaste del culto della personalità di Draghi e delle sue decantate virtù salvifiche, c’è anche la falsa illusione propagata nell’opinione pubblica secondo cui per risolvere i problemi dell’italia ci vuole un “uomo forte”, distaccato dalle piccinerie della politica.

Non stupisce che in questo clima i sondaggi registrino un favore crescente per una riforma presidenzialista, cavalcata entusiasticamente dalla Meloni, ma contraria allo spirito della nostra Costituzione. L’esatto opposto della scelta di Mattarella che, escludendo la propria ricandidatura, segnala la necessità di un ricambio fisiologico al vertice delle istituzioni, indice di salute dei sistemi democratici capaci di rispettare nonni e bisnonni (quando meritano rispetto) ma anche di rimpiazzarli con energie nuove quando il tempo è venuto.

La soluzione tecnocratica, nel mentre prefigura modelli illiberali, sospinge un numero crescente di cittadini insoddisfatti a rifiutare la politica. L’astensionismo dilagante troverebbe in un governo di unità nazionale guidato da uno sbiadito vice-draghi il più forte degli incentivi.

Il messaggio di Draghi è contraddittorio: “La mia missione è compiuta, ma questa formula di governissimo deve continuare”. Lo sconcerto con cui è stato accolto, e la volontà ribadita ieri dal vertice riunito a casa Berlusconi di dare vita prima possibile a un governo di destra, senza Pd e M5S, lasciano presagire che l’unità nazionale stia giungendo al capolinea. Anche i draghisti se ne faranno una ragione: dovrebbero pur sapere che la destra italiana ha una vocazione storica estremista che si lascia malvolentieri imbrigliare da chicchessia. Può darsi che alla fine, saziata la volontà di potenza dell’ex Cavaliere, faccia loro comodo trovare proprio in Draghi il garante più utile a legittimarli all’estero.

 

giovedì 23 dicembre 2021

Draghi, il braccio di ferro


 

Come era prevedibile, Mario Draghi ha parlato. Si è pronunciato sulla eventualità di una sua elezione a presidente della Repubblica. Si è detto disponibile. Ha aggiunto di voler agire in modo tale da consentire una prosecuzione della legislatura. Ha infine indicato un percorso. La Lega dovrebbe votare per lui fin dall'inizio, altrimenti ci sarebbe una spaccatura nella maggioranza di governo. Fratelli d'Italia potrebbe a sua volta convergere sul nome del candidato sostenuto dall'attuale maggioranza di governo. E il gioco sarebbe fatto. Senza dar luogo a un semipresidenzialismo di fatto, in quanto lo stesso Draghi intenderebbe essere soltanto un garante.
Quello che Draghi chiede di ottenere non rappresenta un mutamento di poco conto nell'attuale configurazione del sistema politico italiano. Lega e Fratelli d'Italia dovrebbero voltare le spalle a Berlusconi con il risultato di portare la rappresentanza parlamentare della destra a un livello molto più basso di quello attuale. Potremmo avere per questa via una sorta di presidenzialismo suppletivo, al di là delle intenzioni espresse da singole forze o persone.
Insomma Draghi pur esaltando l'importanza dei partiti potrebbe trovarsi a svolgere un ruolo di assoluta preminenza rispetto ai partiti. Non è detto che vi sia una docile sottomissione delle varie forze politiche a un destino simile. Molto dipende da come si muoveranno Fratelli d'Italia e la Lega. La partita resta aperta, come sembra incline a pensare anche Alessandro Sallusti in un editoriale che tiene nel debito conto tutte le novità delle ultime ore. 

Alessandro Sallusti, Parte la corsa per il Quirinale, Libero, 23 dicembre 2021.

Mario Draghi si candida di fatto a Presidente della Repubblica facendo una affermazione («questo governo può andare avanti indipendentemente da chi lo guiderà») e ricorrendo a una metafora: «Io sono un nonno al servizio delle istituzioni». E ciò accade proprio nel giorno in cui diventa pubblica la notizia, data dal settimanale Chi, che Silvio Berlusconi è diventato per la prima volta bisnonno essendo nata Olivia, figlia della figlia che Piersilvio ha avuto da una relazione giovanile. Nonno Mario contro bisnonno Silvio (al Cavaliere piace sempre stare un passo avanti a chiunque in qualsiasi campo) non è solo una divertente coincidenza di notizie parentali ma il primo nodo politico da sciogliere nella corsa al Quirinale. Perché fino a che Berlusconi rimarrà in campo, sia pure non ufficialmente, per contarsi alla quarta votazione quirinalizia a maggioranza semplice è difficile che Lega e Fratelli d’Italia convergano su Mario Draghi nei primi tre scrutini che richiedono una maggioranza dei due terzi, pena una spaccatura probabilmente irreparabile con Berlusconi e Forza Italia.

Per essere ancora più chiaro, ieri sera bisnonno Berlusconi ha ribadito che a suo avviso nonno Draghi deve restare a Palazzo Chigi fino al termine della legislatura nel 2023, respingendo di fatto l’autocandidatura al Quirinale dell’attuale premier. Del resto tra i due è in corso una guerra a distanza: in mattinata Draghi, rispondendo a una domanda sulla possibilità che Berlusconi salga al Colle, aveva risposto scocciato: «Non sta a me dare valutazioni».

Ci siamo, insomma. Al tavolo dove si gioca la partita per la sostituzione di Sergio Mattarella i giocatori calano le prime carte, che non sono ancora i jolly ma qualche strategia si comincia a vedere. Partita complicata perché per la prima volta nella storia della Repubblica uno dei candidato eccellenti, Mario Draghi, è anche Presidente del Consiglio in carica. Non essendo previsto il doppio incarico – osservazione stupida ma per dire che anche le emergenze hanno dei limiti invalicabili in democrazia - che ne sarà del governo Draghi dopo Draghi se Draghi dovesse traslocare? «Si può andare avanti senza di me e con la stessa maggioranza di oggi, il lavoro è ben avviato», ha minimizzato ieri il premier per tranquillizzare il Parlamento sul fatto che con lui al Colle la legislatura potrà tranquillamente continuare. Ma Draghi immagino sappia che dicendo questo la fa un po’ troppo semplice, che va bene la stima e la fiducia nei suoi confronti ma che potere, ambizioni e appetiti sono altra cosa, tanto che il suo discorso è stato accolto con garbata freddezza da un po’ tutti i partiti poco disposti ad accettare soluzioni preconfezionate e per di più a scatola chiusa. Nessun patto e nessun annuncio possono garantire che via Draghi da Palazzo Chigi tutto continuerà come se nulla fosse. Non dico che ciò è impossibile, penso che oggi non ci siano le condizione perché accada tante sono le tensioni e le divergenze tra i partiti che compongono la maggioranza. E poi chi dovrebbe essere il suo successore alla guida del governo? Un politico puro lo escluderei e per questo non credo alle ipotesi che circolano in queste ore sui nomi di Giorgetti o Brunetta (ma anche di chiunque altro). Un tecnico? Dopo Draghi, chiunque sarebbe una scelta al ribasso non accettabile dai partiti poco disposti a ulteriori, per di più gratuite, cessione di potere.

Ed ecco che allora si torna al punto di partenza: tenere insieme le tre ipotesi care a Draghi, cioè lui al Quirinale, avanti con la stessa maggioranza e quindi niente elezioni anticipate è davvero dura. Come è dura per Matteo Salvini e Giorgia Meloni non sostenere fino in fondo, o quantomeno fino all’ultimo minuto possibile, la candidatura di Silvio Berlusconi primo presidente di centrodestra. Al momento quindi è una guerra di nervi tra nonno Mario e bisnonno Silvio. Gli altri, nipotini naturali o acquisiti, tutti a guardare e ad aspettare il primo passo falso di uno dei due.







domenica 28 novembre 2021

Draghi al Quirinale

Antonio Socci, Perché Draghi è l’uomo migliore per il Quirinale, Libero, 28 novembre 2021 L’elezione del nuovo presidente della Repubblica è un appuntamento che – nelle cronache dei giornali – sembra un gioco a nascondino o un banale Risiko (per qualcuno un “rosico”). I partiti non sanno dove sbattere la testa. In questa nebbia fitta di chiacchiere però ha fatto irruzione finalmente un pensiero, una riflessione geopolitica che fa capire almeno la vera posta in gioco nella partita del Colle. Il piccolo e denso libro di Giulio Sapelli e Lodovico Festa - «due sovranisti molto chic» li ha definiti Giuliano Ferrara – ha un titolo perentorio: «Draghi o il caos. La grande disgregazione: l’Italia ha una via d’uscita?» (Guerini e Associati). Il pamphlet ha dietro l’erudizione storica, politica ed economica di Sapelli, nella prima parte, per sfociare poi nella brillante analisi dell’oggi (e qui si sente di più la prosa giornalistica di Festa). Riprendo, dalle loro pagine, alcuni flash perché aiutano a inquadrare i termini del problema. Cominciamo dal primo, ovvero Mario Draghi che – secondo loro - fu «nominato grazie agli Stati Uniti al vertice della Bce». Perché quella scelta? «Nella contesa globale di potenza» scrivono i due autori «quella americana è una forma di capitalismo differente da quella “renana”, franco-tedesca, attribuendo da sempre un ruolo ben diverso alla deflazione e al debito pubblico. E proprio per questo motivo richiede anche forze intellettuali in grado di contestare il verbo tedesco, austero e filocinese». Dunque «l’originalità e la forza di Draghi rispetto alla retorica europeista imperante» scrivono Sapelli e Festa «risiede nel fatto che ha rappresentato la versione americana e non tedesca di tale capitalismo, come prova il suo ruolo – sempre contestato dalla Bundesbank – nella Bce e la lotta che ha condotto per anni contro l’austerità stupida che ancora oggi sta distruggendo l’Europa… e il suo intervento riparatore a Francoforte, intervento che gli ha conferito quella speciale autorevolezza che ora pone al servizio dell’Italia». Veniamo agli altri elementi del titolo: il caos e la «grande disgregazione». Sono un’amara descrizione della situazione dell’Italia, sprofondata in una crisi economica ventennale (che è anche crisi politica, crisi di identità e crisi demografica), ora aggravata dal ciclone del Covid, nonché da una delegittimazione sempre più preoccupante delle istituzioni, dei partiti e del tessuto democratico. Se è stato decisivo che un tecnico come Draghi, uomo delle istituzioni, assumesse quest’anno in prima persona la guida di un governo di unità nazionale, per affrontare l’emergenza più drammatica, è anche vero – secondo Sapelli e Festa - che ora la politica deve riprendere il suo ruolo di governo. PROFILO IDEALE Mentre il profilo di Draghi è perfetto per l’istituzione massima dello Stato: la presidenza della repubblica. Perché «quel che serve alla nostra nazione» argomentano i due autori «è un periodo di garanzia dall’alto che protegga la nostra vita politica e aiuti a far crescere partiti radicati sul territorio dove tra storia, famiglia e piccola impresa si esprime la nostra principale “forza”». Per chiarire il prezioso ruolo che Draghi può svolgere dal Quirinale i due autori ricordano «due “tecnici” senza l’azione dei quali non avremmo avuto lo sviluppo capitalistico nazionale che impetuosamente si è realizzato negli anni Cinquanta per poi consolidarsi fino alla fine degli anni Ottanta. Senza un “tecnico” come Alberto Beneduce, la sua Iri, il salvataggio della Commerciale da lui reso possibile non ci sarebbe stato neanche un “tecnico” come Raffaele Mattioli che poi tra Mediobanca ed Eni, collaborando con i governi Dc e dialogando con i comunisti, è stato tra gli uomini decisivi per porre le basi del miracolo economico post Seconda guerra mondiale. In questo senso la perfetta potenza di un supertecnico» concludono Sapelli e Festa «si manifesta non quando sostituisce il potere politico ma quando con la massima influenza possibile, si affianca al potere politico e lo indirizza verso lo sviluppo». La logica del libro è ferrea: «Se la nostra analisi sullo stato disperato in cui versano le istituzioni italiane è fondata, se si ritiene che la ricostruzione della disgregazione italiana, precipitata del decennio 2010-2020, sia corretta… allora quella che abbiamo definito “la chance” Draghi per salvare la Repubblica, va giocata nella partita del Quirinale con il massimo della consapevolezza». A rinforzo di questa tesi Sapelli e Festa sottolineano che «il caos italiano» è determinato da due fattori: «Una carenza di credibilità internazionale accentuata dalle mosse franco-tedesche tese a semplificare così la loro egemonia sulla governance europea, e una parallela e gravissima rottura tra società e istituzioni italiane». DEM NEL PANICO Tenere ancora Draghi a Palazzo Chigi potrebbe risolvere il primo problema, ma per quanto? Oltretutto le elezioni del 2023 sono dietro l’angolo…. Inoltre così si lascerebbe «andare alla deriva il sistema politico» perché «senza rinascita dei partiti la democrazia italiana non ha futuro». Del resto il caos e la disgregazione riguardano anche l’Unione Europea e continuare a farci commissariare dalla Ue, come è accaduto nel decennio scorso, non solo è disastroso per l’Italia, ma anche per la Ue: «L’Italia ha un ruolo centrale nell’Unione europea: se accetta di essere commissariata» concludono Sapelli e Festa «permette quella dialettica degli egoismi e delle chiusure che abbiamo vissuto particolarmente nell’ultimo decennio; se riacquista un’alta capacità di iniziativa fondata sul risanamento del suo Stato (e conseguentemente fino in fondo della politica) costringe tutti a fare i conti con le esigenze di riforma dell’Unione che sono urgenti quanto quelle italiane». Il libro di Sapelli e Festa merita di essere letto. Si possono avere preferenze diverse sul futuro inquilino del Quirinale, ma bisognerebbe saper sfornare, a supporto, analisi dello stesso valore. Dal Pd – che sembra essere oggi il principale avversario dell’elezione di Draghi al Colle – traspare solo la paura di non poter eleggere ancora una volta uno dei suoi candidati. Politica di piccolo cabotaggio.

mercoledì 7 gennaio 2015

Eccesso di sicurezza, superficialità e senso di onnipotenza

In occasione del decreto fiscale la stampa di area governativa ha preso le distanze dal premier

Federico Geremicca
A rischio la sintonia con il Paese 
La Stampa, 7 gennaio 2015

Sono stati giorni non facili, gli ultimi, per il premier Matteo Renzi. A volerla dire tutta, anzi, le due settimane appena trascorse sarebbero letteralmente da buttar via. Una inebriante miscela fatta di eccesso di sicurezza, superficialità e senso di onnipotenza, ha infatti prodotto errori, scivoloni e forzature delle quali non si sentiva affatto la mancanza: soprattutto in un momento delicato come questo. 
Se è a un tale modo di governare che il premier si riferiva con il suo ormai noto «meglio arrogante che disertore», ebbene quel modo - in tutta evidenza - non va: e all’ex sindaco di Firenze andrebbe ricordato che tra il disertare e il maramaldeggiare vi sono infinite - e spesso utilissime - vie di mezzo. Non percorrerle, a volte può rivelarsi errore fatale.
Quel che più colpisce nelle ultime gravi disavventure di Renzi (citiamo per tutte il caso del volo di Stato per Courmayeur e la cosiddetta norma fiscale «salva-Berlusconi») è che sembrano segnalare l’improvviso smarrimento della caratteristica che in quest’ultimo anno ha fatto del segretario-premier un leader popolarissimo e a suo modo diverso: la sintonia con il «comune sentire» della maggioranza dei cittadini italiani.
Infatti, avventurarsi con tanta disinvoltura nei campi minati rappresentati dai «privilegi della casta» e dall’evasione fiscale (soprattutto se riferibile anche a Silvio Berlusconi) è idea che, ancora qualche mese fa, non avrebbe mai nemmeno sfiorato il presidente del Consiglio. Il fatto che questo accada oggi, invece, testimonia - a parte tutto il resto - l’aprirsi di un solco insidioso e di una grande distanza dal «sentimento pubblico» che rischiano di fare di Renzi un premier non poi così diverso dai suoi predecessori.
... Da quando è entrato nel tunnel del patto del Nazareno, Berlusconi ha visto il proprio declino accelerare. Oggi è un leader apertamente contestato all’interno del suo partito, ha perso tutte le elezioni svoltesi, secondo alcuni sondaggi è a capo addirittura della quarta forza politica del Paese (superato perfino dalla Lega) ed è opinione diffusa che pagherebbe di tasca propria per non restar tagliato fuori dall’elezione del nuovo presidente. Se fosse perfino ricandidabile alle prossime elezioni, l’en plein per Renzi sarebbe completo: considerato che giudica il Cavaliere - e forse non a torto - come il miglior avversario possibile in un duello elettorale. 
Comunque stiano le cose, molte risposte non tarderanno ad arrivare, visto che il premier va incontro ad un gennaio cruciale. Lo comincia nel modo peggiore: col «vento in faccia», direbbe lui. Il guaio è che all’inevitabile vento della crisi, il governo ci sta aggiungendo del suo: segno di superficialità e confusione. Viatico pessimo per l’imminente battaglia del Quirinale...

Claudio Tito
Gli errori del premier
la Repubblica, 7 gennaio 2015 

Il problema non sono i dubbi o i sospetti. La vera questione sono gli interrogativi senza risposta che alimentano quei dubbi e quei sospetti. Le forme con cui il decreto fiscale è stato approvato e il suo contenuto stanno lasciando sul terreno troppe domande inevase. Troppe le eccezioni e troppe le opacità. A cominciare da quella soglia del tre per cento che — se confermata — di fatto concederebbe a Silvio Berlusconi di aggirare la legge Severino e tornare alla politica attiva.
Anche ieri il presidente del Consiglio ha fatto poco per diradare le nubi. Da quattro giorni non si riesce a capire chi ha deciso di inserire quella norma e chi l’ha concretamente scritta. Un classico balletto dello scaricabarile che soprattutto tra sabato e domenica ha reso la vicenda ancor più nebulosa. Ma in politica l’assenza di chiarezza si paga, sempre. Più l’incertezza viene mantenuta nel tempo più le domande crescono. E quasi sempre il consenso scende. Anche per questo l’annuncio di rinviare al 20 febbraio l’approvazione finale del testo non può che suscitare ulteriori perplessità.
È inutile girarci attorno. La vera domanda cui Renzi deve rispondere — non solo perché la pongono i giornali, ma perché se lo chiedono anche gli elettori del suo partito — è se l’articolo 19 bis sia stato studiato in quei termini per fare un favore a Berlusconi. Allontanando il momento della scelta, questa domanda sarà la spada di Damocle dell’intera trattativa prima sulla legge elettorale all’esame del Senato e poi — in modo particolare — sul Quirinale. L’impressione offerta è quella di voler creare un inevitabile nesso tra il “Salva-Silvio” e il nuovo capo dello Stato. Come se il leader di Forza Italia venisse chiamato ad accettare il candidato proposto da Palazzo Chigi in cambio di quel codicillo.
Il premier anche ieri ha ripetuto che non è quella la ratio della legge. Bene. E allora perché non definire subito la questione? Sarebbe il modo più semplice per rendere il caso di un’evidenza palmare. Il sospetto di un accordo sottobanco, invece, rischia di condizionare la corsa al Colle, di indispettire l’opinione pubblica e irritare molti dei suoi parlamentari ingrossando la pattuglia dei franchi tiratori.
Anche il ribadire che la pena inflitta all’ex Cavaliere sarà scontata fino alla fine lascia un ampio margine di ambiguità. La pena, infatti, come è noto, sarà esaurita tra pochissimo, a metà febbraio. Anche per l’interdizione dai pubblici uffici non si dovrà attendere le calende greche: terminerà alla fine di quest’anno. Resta in ballo la legge Severino che esclude Berlusconi dagli incarichi pubblici per altri quattro anni. Il leader di Forza Italia sconterà per intero anche questa sanzione? È di sicuro comprensibile sostenere che se si considera giusto e corretto l’impianto di un provvedimento, non conta chi viene danneggiato e chi viene premiato. Ma allora lo si dica. E non si lasci appeso quell’articolo al filo della presidenza della Repubblica. Come se fosse il premio finale per chi si comporta bene. Perché allora il sospetto di un baratto diventerà il vero oggetto della discussione e non la selezione della figura più adatta per il dopo-Napolitano.


... Naturalmente non si può escludere che si tratti solo di un incidente di percorso o di una svista. Ma allora sarebbe ancora più semplice esporre tutto alla luce del sole. E non procrastinarlo di un mese e mezzo. I sospetti e i dubbi, quando non vengono sciolti, diventano una debolezza. Soprattutto ai tempi della politica 2.0.

giovedì 24 gennaio 2013

Amato lord di Siena

Ambrogio Lorenzetti, Allegoria del Cattivo Governo (1338-1339), Parete di sinistra della Sala dei Nove, Palazzo Pubblico, Siena


Chissà che il dottor sottile non si sia giocato il Quirinale in questa vicenda, o piuttosto nella sua ricaduta sotto forma di scandalo. Se poi questo dovesse addirittura favorire la sua candidatura, mettendolo nella posizione del complice salvaguardato per garantire tutti, allora sarebbe un pessimo segno. Certo non tutte le colpe portano a Roma. Amato ha coperto l'ingordigia dei politici (e della stessa popolazione) locali. Sul territorio pochi erano disposti a perdere il controllo sulla banca. Così è diventato possibile Mussari, che ha tentato l'impossibile per poter reggere il gioco e si è sfracellato rovinosamente. L'hybris fa di questi scherzi.

Giovanni Carpinelli

Amato lord di Siena, storia politica di un dissesto
Stefano Cingolani
Il Foglio, 24 gennaio 2013

Alexandria, Santorini, cdo, abs, trs, nomi da crociera, acronimi esoterici, il mondo stregato dei derivati che fanno scandalo, escrescenze della finanza, crusca del diavolo. Sono solo ombre, epifenomeni. La sostanza è ben più allarmante. Ecco perché Giuseppe Mussari, che per undici anni ha tenuto le redini al Monte dei Paschi di Siena, si è dimesso da presidente dell’Assobancaria italiana. Ieri il titolo è caduto ancora del 7 per cento, ma la sensazione generale è che siamo solo all’inizio. Banca d’Italia, in serata, ha fatto sapere che “la vera natura di alcune operazioni” è emersa solo di recente, dopo il “rinvenimento di documenti tenuti celati all’Autorità di vigilanza” e portati alla luce, ha sottolineato Palazzo Koch, “dalla nuova dirigenza di Mps” (Alessandro Profumo ringrazia: “Pronti a rivalerci sugli amministratori precedenti”). Ora sono in corso “approfondimenti e indagini” e venerdì è prevista una movimentata assemblea degli azionisti. Le perdite nascoste e il belletto steso sui conti grazie a operazioni rivelatesi fallimentari, conducono con un inesorabile filo di Arianna al vero nocciolo oscuro: l’acquisizione di Antonveneta dal Banco di Santander di Emilio Botín (assistito da Ettore Gotti Tedeschi). La banca di Padova è stata pagata 9 miliardi di euro poi saliti a dieci, tre più di quanto fosse costata al venditore e 5 o 6 miliardi oltre il valore patrimoniale, stando alle stime del commercialista Tommaso Di Tanno, membro del collegio sindacale, portate in consiglio nell’assemblea di Mps il 27 aprile dello scorso anno. Sulla operazione pende un’indagine della magistratura e un’accusa di aggiotaggio e ostacolo alla Vigilanza. E cala il sospetto su presunte operazioni estero su estero che varrebbero fino a un miliardo e mezzo di euro. In quel crudele aprile in cui Alessandro Profumo prende il posto di Mussari, con il piglio del risanatore, spunta anche Alexandria. Il contratto viene rivelato persino in tv da un anonimo funzionario intervistato da “Report” di Milena Gabanelli. E’ il 6 maggio. Sono cominciate anche le prime turbolenze interne. Nessuno si sente più al sicuro. Si parla di teste che rotolano, tagli, licenziamenti, i primi nella secolare storia. Volano gli stracci, le parole, le carte. Le cifre del resto sono impressionanti. Dal 2011 ai primi nove mesi del 2012 la banca senese ha accumulato 6,2 miliardi di perdite. Ha in pancia titoli di stato per 26 miliardi (due volte e mezzo il capitale, ma in qualche modo questo ha un valore “patriottico”); derivati per 11 miliardi; e ben 17 miliardi di crediti a rischio. Profumo deve bussare alla porta del Tesoro che emette titoli speciali, i cosiddetti Monti bond, per due miliardi che si aggiungono a 1,9 miliardi di Tremonti bond del 2009. Quattrini dei contribuenti i quali vorrebbero chiarezza. “Ci vorrebbe un’operazione trasparenza, una indagine approfondita condotta da un organismo indipendente”, propone Giancarlo Galli, che conosce bene “la giungla degli gnomi”, come ha definito la finanza. Come stanno davvero le banche italiane? In questi giorni è in corso la missione del Fondo monetario internazionale. Ma per Galli non c’è certezza, perché “ogni banchiere ha come emblema un gattopardo”.
Giuseppe Mussari è diventato presidente dell’Assobancaria nel 2010 sostenuto da Giovanni Bazoli, presidente di Intesa, che ha convinto lo stesso Profumo allora capo di Unicredit. Sarebbe stato proprio Bazoli, l’altroieri, a invitare Mussari a mollare. Anche Giuseppe Guzzetti, il gran patron delle fondazioni e presidente dell’Associazione casse di risparmio, aveva preso il giovane avvocato sotto la sua ala, nominandolo vicepresidente dell’Acri. Ma nel giro di relazioni eccellenti entra anche Giuliano Amato, ex premier ora in corsa per il Quirinale, da sempre gran protettore di Siena, città ultramassonica. Il filo si snoda ancora e porta indietro al 2002 quando Mps voleva acquisire la Bnl e venne stoppata dalla Banca d’Italia; Bankitalia chiede alla Fondazione di scendere sotto il 50 per cento come prevede la legge. E ancora al 2005. E’ l’anno delle scalate parallele, ma Mps si sfila e non sostiene la Unipol di Giovanni Consorte. E’ Mussari a guidare la Fondazione e il suo atteggiamento provoca una frattura nei Democratici di sinistra che controllano Siena e la banca. Piero Fassino e Massimo D’Alema se la prendono, ma i senesi possono vantare autorevoli amici a cominciare da Amato che viene eletto deputato proprio a Siena, e Franco Bassanini che del Montepaschi è stato anche vicepresidente. Sì, perché la politica in banca c’è entrata sempre, soprattutto là dove la banca è sempre stata sistema. Il sindaco è un dipendente del Monte che poi vuol diventarne il capo come Pierluigi Piccini che aspira a guidare la Fondazione. E’ allora che entra in campo il giovane avvocato nato a Catanzaro nel 1962, ma ormai senese a tutti gli effetti.
La debolezza del Montepaschi emerge già nella seconda metà degli anni 90, ricorda Angelo De Mattia allora alla Banca d’Italia con il governatore Antonio Fazio. La foresta pietrificata comincia a muoversi, le banche si aggregano, nascono nuovi gruppi. Il Mps si chiude a Rocca Salimbeni, il suo quartier generale, e difende la senesità. Quando mette gli occhi sulla Bnl, allora controllata direttamente dal Tesoro, la Fondazione azionista rifiuta di ridimensionare la propria presenza. Intanto è al governo Silvio Berlusconi e al Tesoro c’è Giulio Tremonti; i diessini senesi gridano al complotto della destra. All’insegna del rinnovamento, nel 2002 arriva Vincenzo De Bustis, banchiere dalemiano, che porta la Banca del Salento (poi ribattezzata 121). Con essa entrano nelle antiche casseforti del Monte anche esotici prodotti che si chiamano Mayway, 4you, Btp-tel e altre diavolerie per le quali la banca verrà condannata per scarsa trasparenza dai tribunali di Firenze e Brindisi. De Bustis passa a Deutsche Bank la quale finanzia Stefano Ricucci nell’improbabile assalto al Corriere della Sera.
Siamo all’estate dei furbetti e al gran rifiuto che un anno dopo porterà Mussari direttamente alla guida del Monte. I Ds si spaccano. Amato non nasconde la sua contrarietà alle scalate. I dalemiani s’inalberano. Vincenzo Visco che non aveva nascosto le sue critiche per l’autoreferenzialità della banca quando era ministro del Tesoro nel 2000, vorrebbe chiarezza. Nicola Latorre, pro D’Alema, se la prende con la Fondazione, “simbolo della conservazione”. La grande rivincita arriva nel novembre 2007 con l’operazione Antonveneta che coglie tutti di sorpresa. Il prezzo fa suonare un campanello d’allarme, ma le critiche vengono messe a tacere perché attorno tutto si muove in modo frenetico. Nel gennaio Intesa si fonde con Sanpaolo, creando un nuovo asse tra Milano e Torino, a maggio Unicredit acquisisce Capitalia e porta Cesare Geronzi sulla poltrona di Enrico Cuccia. Siena doveva restare con le pive nel sacco? Ettore Gotti Tedeschi, rappresentante in Italia del Santander fa da intermediario con Botìn che aveva appena preso la banca da Abn Amro, la banca olandese affondata dalla crisi dei subprime. L’orgoglio costa caro. Al di là delle inchieste giudiziarie (e vedremo che cosa verrà fuori) la decisione pare avventata. Per sopportarne l’onere, finanza creativa. Anche perché la gestione ordinaria non va bene. I titoli Alexandria erano stati acquistati nel 2005 da Dresdner Bank: 400 milioni e due anni dopo ne valevano 180. A quel punto, entra in campo Nomura con la quale si stipula un contratto per acquistare 3 miliardi di Btp trentennali facendosi prestare i quattrini dalla stessa banca giapponese. L’idea è di spalmare il rischio nel tempo. Intanto, la crisi dei debiti sovrani, i Btp crollano e viene firmato il contratto segreto che consente di scaricare le perdite su Nomura e abbellire il bilancio 2009. Spunta anche Santorini, vicenda che risale al 2002 e coinvolge Deutsche Bank: nel 2008 si stipula un prestito per coprire le perdite di un precedente contratto. Alla fine, per liquidare l’operazione nel 2009 si spendono 224 milioni.
Al di là dei dettagli tecnici che andranno esaminati con attenzione (i derivati sono marchingegni giuridici nei quali si perde anche chi li ha costruiti e tutto è nelle mani dei magistrati senesi) l’impressione è che il Montepaschi sia stremato da un’acquisizione al di sopra delle sue forze. Ecco perché tutti i fili di questa complicata matassa riconducono poi alla banca patavina. Mussari ha peccato di hybris? Si è fidato troppo della propria abilità, delle protezioni eccellenti, di quel sistema senese che mette insieme la curia, la massoneria, i sindacati, gli ex socialisti e gli ex comunisti? E’ probabile. Siena non può cadere, invece “è finito il mondo dei numi tutelari”, commenta De Mattia. Questo vale anche per i più autorevoli, fossero candidati al Quirinale o suoi inquilini. E ricorda la battuta di Cuccia: “Conta solo il titolo quinto, chi ha i soldi ha vinto”.