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| Ambrogio Lorenzetti, Allegoria del Cattivo Governo (1338-1339), Parete di sinistra della Sala dei Nove, Palazzo Pubblico, Siena |
Chissà che il dottor sottile non si sia giocato il Quirinale in questa vicenda, o piuttosto nella sua ricaduta sotto forma di scandalo. Se poi questo dovesse addirittura favorire la sua candidatura, mettendolo nella posizione del complice salvaguardato per garantire tutti, allora sarebbe un pessimo segno. Certo non tutte le colpe portano a Roma. Amato ha coperto l'ingordigia dei politici (e della stessa popolazione) locali. Sul territorio pochi erano disposti a perdere il controllo sulla banca. Così è diventato possibile Mussari, che ha tentato l'impossibile per poter reggere il gioco e si è sfracellato rovinosamente. L'hybris fa di questi scherzi.
Giovanni Carpinelli
Amato lord di Siena, storia politica di un dissesto
Stefano Cingolani
Il Foglio, 24 gennaio 2013
Alexandria, Santorini, cdo, abs, trs, nomi da crociera, acronimi esoterici, il
mondo stregato dei derivati che fanno scandalo, escrescenze della
finanza, crusca del diavolo. Sono solo ombre, epifenomeni. La sostanza è
ben più allarmante. Ecco perché
Giuseppe Mussari, che
per undici anni ha tenuto le redini al Monte dei Paschi di Siena, si è
dimesso da presidente dell’Assobancaria italiana. Ieri il titolo è
caduto ancora del 7 per cento, ma la sensazione generale è che siamo
solo all’inizio. Banca d’Italia, in serata, ha fatto sapere che “la vera
natura di alcune operazioni” è emersa solo di recente, dopo il
“rinvenimento di documenti tenuti celati all’Autorità di vigilanza” e
portati alla luce, ha sottolineato Palazzo Koch, “dalla nuova dirigenza
di Mps” (Alessandro Profumo ringrazia: “Pronti a rivalerci sugli
amministratori precedenti”). Ora sono in corso “approfondimenti e
indagini” e venerdì è prevista una movimentata assemblea degli
azionisti. Le perdite nascoste e il belletto steso sui conti grazie a
operazioni rivelatesi fallimentari, conducono con un inesorabile filo di
Arianna al vero nocciolo oscuro: l’acquisizione di Antonveneta dal
Banco di Santander di Emilio Botín (assistito da Ettore Gotti Tedeschi).
La banca di Padova è stata pagata 9 miliardi di euro poi saliti a
dieci, tre più di quanto fosse costata al venditore e 5 o 6 miliardi
oltre il valore patrimoniale, stando alle stime del commercialista
Tommaso Di Tanno, membro del collegio sindacale, portate in consiglio
nell’assemblea di Mps il 27 aprile dello scorso anno. Sulla operazione
pende un’indagine della magistratura e un’accusa di aggiotaggio e
ostacolo alla Vigilanza. E cala il sospetto su presunte operazioni
estero su estero che varrebbero fino a un miliardo e mezzo di euro. In
quel crudele aprile in cui Alessandro Profumo prende il posto di
Mussari, con il piglio del risanatore, spunta anche Alexandria. Il
contratto viene rivelato persino in tv da un anonimo funzionario
intervistato da “Report” di Milena Gabanelli. E’ il 6 maggio. Sono
cominciate anche le prime turbolenze interne. Nessuno si sente più al
sicuro. Si parla di teste che rotolano, tagli, licenziamenti, i primi
nella secolare storia. Volano gli stracci, le parole, le carte. Le cifre
del resto sono impressionanti. Dal 2011 ai primi nove mesi del 2012 la
banca senese ha accumulato 6,2 miliardi di perdite. Ha in pancia titoli
di stato per 26 miliardi (due volte e mezzo il capitale, ma in qualche
modo questo ha un valore “patriottico”); derivati per 11 miliardi; e ben
17 miliardi di crediti a rischio. Profumo deve bussare alla porta del
Tesoro che emette titoli speciali, i cosiddetti Monti bond, per due
miliardi che si aggiungono a 1,9 miliardi di Tremonti bond del 2009.
Quattrini dei contribuenti i quali vorrebbero chiarezza. “Ci vorrebbe
un’operazione trasparenza, una indagine approfondita condotta da un
organismo indipendente”, propone Giancarlo Galli, che conosce bene “la
giungla degli gnomi”, come ha definito la finanza. Come stanno davvero
le banche italiane? In questi giorni è in corso la missione del Fondo
monetario internazionale. Ma per Galli non c’è certezza, perché “ogni
banchiere ha come emblema un gattopardo”.
Giuseppe Mussari è diventato presidente dell’Assobancaria nel 2010 sostenuto da Giovanni Bazoli,
presidente di Intesa, che ha convinto lo stesso Profumo allora capo di
Unicredit. Sarebbe stato proprio Bazoli, l’altroieri, a invitare Mussari
a mollare. Anche Giuseppe Guzzetti, il gran patron delle fondazioni e
presidente dell’Associazione casse di risparmio, aveva preso il giovane
avvocato sotto la sua ala, nominandolo vicepresidente dell’Acri. Ma nel
giro di relazioni eccellenti entra anche Giuliano Amato, ex premier ora
in corsa per il Quirinale, da sempre gran protettore di Siena, città
ultramassonica. Il filo si snoda ancora e porta indietro al 2002 quando
Mps voleva acquisire la Bnl e venne stoppata dalla Banca d’Italia;
Bankitalia chiede alla Fondazione di scendere sotto il 50 per cento come
prevede la legge. E ancora al 2005. E’ l’anno delle scalate parallele,
ma Mps si sfila e non sostiene la Unipol di Giovanni Consorte. E’
Mussari a guidare la Fondazione e il suo atteggiamento provoca una
frattura nei Democratici di sinistra che controllano Siena e la banca.
Piero Fassino e Massimo D’Alema se la prendono, ma i senesi possono
vantare autorevoli amici a cominciare da Amato che viene eletto deputato
proprio a Siena, e Franco Bassanini che del Montepaschi è stato anche
vicepresidente. Sì, perché la politica in banca c’è entrata sempre,
soprattutto là dove la banca è sempre stata sistema. Il sindaco è un
dipendente del Monte che poi vuol diventarne il capo come Pierluigi
Piccini che aspira a guidare la Fondazione. E’ allora che entra in campo
il giovane avvocato nato a Catanzaro nel 1962, ma ormai senese a tutti
gli effetti.
La debolezza del Montepaschi emerge già nella seconda metà degli anni 90,
ricorda Angelo De Mattia allora alla Banca d’Italia con il governatore
Antonio Fazio. La foresta pietrificata comincia a muoversi, le banche si
aggregano, nascono nuovi gruppi. Il Mps si chiude a Rocca Salimbeni, il
suo quartier generale, e difende la senesità. Quando mette gli occhi
sulla Bnl, allora controllata direttamente dal Tesoro, la Fondazione
azionista rifiuta di ridimensionare la propria presenza. Intanto è al
governo Silvio Berlusconi e al Tesoro c’è Giulio Tremonti; i diessini
senesi gridano al complotto della destra. All’insegna del rinnovamento,
nel 2002 arriva Vincenzo De Bustis, banchiere dalemiano, che porta la
Banca del Salento (poi ribattezzata 121). Con essa entrano nelle antiche
casseforti del Monte anche esotici prodotti che si chiamano Mayway,
4you, Btp-tel e altre diavolerie per le quali la banca verrà condannata
per scarsa trasparenza dai tribunali di Firenze e Brindisi. De Bustis
passa a Deutsche Bank la quale finanzia Stefano Ricucci nell’improbabile
assalto al Corriere della Sera.
Siamo all’estate dei furbetti e al gran rifiuto che
un anno dopo porterà Mussari direttamente alla guida del Monte. I Ds si
spaccano. Amato non nasconde la sua contrarietà alle scalate. I
dalemiani s’inalberano. Vincenzo Visco che non aveva nascosto le sue
critiche per l’autoreferenzialità della banca quando era ministro del
Tesoro nel 2000, vorrebbe chiarezza. Nicola Latorre, pro D’Alema, se la
prende con la Fondazione, “simbolo della conservazione”. La grande
rivincita arriva nel novembre 2007 con l’operazione Antonveneta che
coglie tutti di sorpresa. Il prezzo fa suonare un campanello d’allarme,
ma le critiche vengono messe a tacere perché attorno tutto si muove in
modo frenetico. Nel gennaio Intesa si fonde con Sanpaolo, creando un
nuovo asse tra Milano e Torino, a maggio Unicredit acquisisce Capitalia e
porta Cesare Geronzi sulla poltrona di Enrico Cuccia. Siena doveva
restare con le pive nel sacco? Ettore Gotti Tedeschi, rappresentante in
Italia del Santander fa da intermediario con Botìn che aveva appena
preso la banca da Abn Amro, la banca olandese affondata dalla crisi dei
subprime. L’orgoglio costa caro. Al di là delle inchieste giudiziarie (e
vedremo che cosa verrà fuori) la decisione pare avventata. Per
sopportarne l’onere, finanza creativa. Anche perché la gestione
ordinaria non va bene. I titoli Alexandria erano stati acquistati nel
2005 da Dresdner Bank: 400 milioni e due anni dopo ne valevano 180. A
quel punto, entra in campo Nomura con la quale si stipula un contratto
per acquistare 3 miliardi di Btp trentennali facendosi prestare i
quattrini dalla stessa banca giapponese. L’idea è di spalmare il rischio
nel tempo. Intanto, la crisi dei debiti sovrani, i Btp crollano e viene
firmato il contratto segreto che consente di scaricare le perdite su
Nomura e abbellire il bilancio 2009. Spunta anche Santorini, vicenda che
risale al 2002 e coinvolge Deutsche Bank: nel 2008 si stipula un
prestito per coprire le perdite di un precedente contratto. Alla fine,
per liquidare l’operazione nel 2009 si spendono 224 milioni.
Al di là dei dettagli tecnici che andranno esaminati con attenzione
(i derivati sono marchingegni giuridici nei quali si perde anche chi li
ha costruiti e tutto è nelle mani dei magistrati senesi) l’impressione è
che il Montepaschi sia stremato da un’acquisizione al di sopra delle
sue forze. Ecco perché tutti i fili di questa complicata matassa
riconducono poi alla banca patavina. Mussari ha peccato di hybris? Si è
fidato troppo della propria abilità, delle protezioni eccellenti, di
quel sistema senese che mette insieme la curia, la massoneria, i
sindacati, gli ex socialisti e gli ex comunisti? E’ probabile. Siena non
può cadere, invece “è finito il mondo dei numi tutelari”, commenta De
Mattia. Questo vale anche per i più autorevoli, fossero candidati al
Quirinale o suoi inquilini. E ricorda la battuta di Cuccia: “Conta solo
il titolo quinto, chi ha i soldi ha vinto”.