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lunedì 2 marzo 2026

L' Europa e la guerra



Dominique de Villepin: "Iran, metti fine alla tragedia,
trova una via di speranza
"
Le Nouvel Observateur, 28 febbraio 2026


Il popolo iraniano ha sofferto per cinquant'anni l'oppressione di un regime tirannico e assassino, le ambizioni imperiali di questo regime che stanno destabilizzando l'intera regione e la povertà indotta dalle sanzioni. Oggi è intrappolata tra le bombe dal cielo e le mitragliatrici di un apparato repressivo che, in guerra, non si incrina, ma si irrigidisce.
Sono consapevole dell'angoscia e delle aspettative del popolo iraniano e delle diaspore in tutto il mondo, che chiedono la liberazione del regime dei Mullah, dopo aver provato orrore di fronte ai massacri di decine di migliaia di donne e uomini. Voglio chiarire che questa aspirazione alla libertà è legittima e la sofferenza immensa. Questo intervento sostiene di tenere conto di questa aspirazione, la invoca, si adorna con essa. Ma in realtà, non tiene mai conto degli interessi del popolo iraniano. Non ha ambizione di servire il ripristino della libertà e della democrazia in Iran. Aggiunge sofferenza alla sofferenza, quando decine di persone innocenti muoiono in un attacco a una scuola femminile nel sud dell'Iran. Obbedisce a una logica di potere, coercizione e sicurezza immediata. I popoli diventano un argomento, mai una finalità.
Questa nuova guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l'Iran non serve né alla pace, né alla democrazia, né alla legge. Si svolge al di fuori di qualsiasi quadro collettivo e apre una spirale di ritorsioni il cui risultato, portata e costo umano nessuno può controllare. C'è cinismo, e persino una forma di codardia, nel gettare un popolo sotto le mitragliatrici del regime invocando una rivolta senza dargli i mezzi e il sostegno per realizzarla, così come è irresponsabile esporre i paesi del Golfo e del Medio Oriente a bombe e fiamme senza poter garantire la loro sicurezza. né oggi né domani. Mi rammarico anche che le trattative non siano mai state concluse. Scoraggiando la buona volontà delle potenze mediatrici, il ricorso automatico alla guerra è ancora più facilitato.

Schiacciare ogni dissenso

Il Medio Oriente è stanco dell'oppressione dei popoli, ma questa guerra, come nessun'altra, è capace di stabilire la democrazia. Senza il dispiegamento di uomini sul terreno, il regime potrà sopravvivere e rafforzarsi ulteriormente. Sotto i colpi, sono i Guardiani della Rivoluzione e i Basij a vincere, lo stato di eccezione, la paura, le purghe, le esecuzioni di massa, la chiusura di Internet, lo schiacciamento di ogni dissenso. Anche se ogni popolo e nazione è unico, se ci fosse un impegno sul campo, saremmo in una situazione simile a quella dell'Iraq nel 2003, dove la caduta di un sanguinoso dittatore ha portato a un decennio di sanguinosa guerra civile. Un regime che sorga da queste condizioni non sarebbe né stabile né legittimo. Una democrazia non si esporta con ultimatum. È costruito da istituzioni, garanzie, uno stato di diritto e dalla volontà di un popolo, liberamente espressa. Nessun intervento militare per cambiare il regime di un grande paese verso la democrazia ha mai raggiunto il suo obiettivo.
Il Medio Oriente è malato del virus imperiale. Ma gli imperi non vengono guariti da altri imperi. Oggi, Stati Uniti e Israele si arrogano un diritto assoluto di intervenire ovunque e in qualsiasi momento, senza dover rispondere alla comunità internazionale. Questo è il caso, oltre all'Iran oggi, nel sud della Siria e nel sud del Libano. Questo precedente è esplosivo. Stabilì l'idea che in Medio Oriente il governo lasci il posto alla forza, e che ogni potere possa diventare giudice e parte in nome della sua "prevenzione". Sostituire un impero iraniano con un altro impero non avrebbe creato le condizioni per una pace duratura. Ora ci sono due vie d'uscita. In altre parole, la costante ripetizione della stessa logica dei bombardamenti, in una strategia del "tosaerba", come dice l'esercito israeliano, si estese a un'ampia regione del mondo. In altre parole, la trasformazione dell'Iran in un proxy dell'asse Washington-Tel Aviv. Ma un Iran "vassallizzato" sarebbe una bomba a orologeria politica. Genererebbe meccanicamente nuove opposizioni, nuovi radicali, nuove destabilizzazioni, perché non si può umiliare una nazione a lungo termine senza fabbricare la vendetta di domani. Questa dinamica potrebbe riattivare il terreno fertile per il terrorismo e alimentare la tentazione generalizzata della proliferazione.

Il ruolo dell'Europa

Il Medio Oriente è stanco della povertà e dello scarso sviluppo, con disuguaglianze colossali di ricchezza. Questa guerra, creando insicurezza e rendendo l'economia prigioniera delle armi, devia le risorse dei popoli verso la sopravvivenza e la rendita, e accelera la fuga della ricchezza a favore della logica del potere. Questa guerra, che non può essere priva del desiderio di controllare le risorse petrolifere del Medio Oriente, produrrà solo un'ulteriore evasione della ricchezza regionale e un ulteriore approfondimento delle fratture sociali.
La Francia non può aderire a un approccio così unilaterale. C'è un altro modo, l'unico responsabile, quello del diritto e della politica. Prima di tutto, dobbiamo fermare l'escalation, fermare gli attacchi e le rappresaglie, proteggere i civili come priorità e aprire canali per la de-escalation e la prevenzione degli incidenti. La crisi deve quindi essere riportata in un quadro di legittimità collettiva, attraverso una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
L'Europa ha un ruolo da svolgere mobilitando una coalizione politica di potenze europee e regionali in grado di garantire una transizione negoziata verso la democrazia e una ricostruzione ambiziosa del paese. L'ambizione sarebbe quella di strappare il maggior numero possibile di forze economiche, sociali e politiche dalla presa del regime. Infine, dobbiamo dissociare gli obiettivi. Sull'energia nucleare e sui missili, solo negoziati verificabili, supervisionati e controllati possono prevenire la proliferazione, perché la bomba non può essere combattuta a lungo termine con bombe. Sui diritti umani, deve esserci una strategia basata sulla verità, sulle prove, sanzioni mirate contro i responsabili della repressione e protezione delle vittime, senza punire collettivamente il popolo iraniano. Sul futuro politico dell'Iran, bisogna affermare un principio intangibile. Non può essere dettato dall'esterno. Deve essere restituito agli iraniani, con un orizzonte credibile di sovranità, ricostruzione e reintegrazione.
Il Medio Oriente non ha bisogno di una nuova guerra. Ha bisogno di un nuovo contratto basato su sovranità valida, sicurezza collettiva e sviluppo condiviso. Il coraggio, oggi, non è colpire. Il coraggio è aggrapparsi alla regola quando tutto spinge a romperla, perché è l'unica forza che protegge nel lungo termine.


domenica 12 dicembre 2021

Valérie Pécresse, presidenziabile


 
 
Valérie Pécresse punta all’Eliseo e alla rivincita del gaullismo
Al ballottaggio? La candidata dei Républicains supera nei sondaggi Marine Le Pen e diventa un’avversaria temibile per Emmanuel Macron

«Effet primaire». «Effetto primarie»: la Francia lo conosce bene. Anche in questa occasione, tutto è cambiato. La vittoria finora certa di Emmanuel Macron alle presidenziali di aprile è ora in dubbio; e l’elemento dirompente non è stata la discesa in campo di Éric Zemmour, il polemista radicale che imita De Gaulle, ma la vittoria alle primarie dei Républicains di Valérie Roux Pécresse che del generale può considerarsi un' erede politicamente “legittima”.

I sondaggi, soprattutto se letti in successione temporale, sono abbastanza chiari. La presidente della regione parigina dell’Ile de France non ha goduto nei mesi precedenti le primarie di un consenso superiore al 10%. Altri candidati della sua stessa area sembravano più popolari, a cominciare da Xavier Bertrand, il presidente della regione degli Hauts de France che, con una fuga in avanti, si era candidato ufficialmente nell’agosto 2020. Dopo la proclamazione degli iscritti al partito - quel partito da cui lei era uscita criticandone il tradimento della sua cultura repubblicana - Pécresse è “esplosa”: il suo consenso - nei sei sondaggi finora effettuati - ha superato i livelli più alti, e ormai dimenticati, di cui godeva a inizio 2021, e hanno raggiunto il 20%, contro il 24% stabile di Emmanuel Macron, che dopo cinque anni di presidenza non sembra essere riuscito ad aumentare i suoi potenziali voti (24% fu il risultato dl primo turno del 2017). Il calo simultaneo dei consensi di Marine Le Pen, insidiata nel suo stesso bacino elettorale da Zemmour, porta a uno scenario del tutto nuovo. Al ballottaggio è molto probabile che si assista a uno scontro tra Macron e Pécresse, e l’esito non è scontato. Dei due sondaggi effettuati sul secondo turno, uno prevede la vittoria del presidente uscente, l’altro quello della sfidante gollista: nella sfida, Macron non potrebbe più contare sul sostegno della destra repubblicana al quale ha potuto attingere, e che ha potuto coccolare, nei momenti di difficoltà.

Basta questo per fare di Valérie Pécresse, in ogni caso, la vera novità di queste elezioni. Tutto può ancora cambiare, ma Pécresse potrebbe segnare la rivincita dei gaullisti, travolti nel 2017 dallo scandalo che colpì il candidato François Fillon (aveva “assunto” la moglie come assistente parlamentare) e poi alle europee del 2019 dalla svolta verso la destra radicale voluta da Laurent Wauquiez: +8,5% il tragico responso delle urne per un partito in realtà ancora molto radicato in Francia. Alle elezioni dipartimentali e regionali del 2021, Les Républicains sono risultati il primo partito con il 28% dei consensi (correttamente indicati dai sondaggi), oscurando un po’ il Rassemblement National che in quell’occasione non ha mantenuto le sue promesse.

Pécresse ha inoltre puntato molto sull’”ortodossia” repubblicana. Di fronte alla disinvoltura del partito nella sua collocazione politica, lei è apparsa più coerente. All’opposizione durante la leadership di Wauquiez, ha rinunciato alla possibilità di diventare presidente del partito dopo la débâcle alle europee, per rendere autonomo il proprio movimento, Soyons Libres (Siamo liberi), sposando un repubblicanesimo liberale, centrista, diverso dall’anima “sociale” di altre componenti del gaullismo. Anche oggi, Pécresse spiega di voler ispirarsi per un terzo a Margareth Thatcher - una scelta scomoda, in Francia, anche se ormai un po’ “antica” - e per due terzi a Angela Merkel.

Esterna al partito fino a ottobre, ha prevalso alle primarie di inizio dicembre, aperta ai soli iscritti superando Éric Ciotti, che rappresentava l’anima più radicale dei repubblicani, più vicina alle posizioni dei populisti (in Francia tutti, anche a sinistra, usano la retorica della “sovranità”). Eppure la nuova candidata è l’espressione di quel mondo francese che ama presentarsi, ed è considerato, come élite, ed è oggi disprezzato proprio per questo: nipote dello psichiatra Louis Bertagna, il medico di Henry Malraux, cattolico e resistente; figlia dell’economista Dominique Roux, ex presidente della Bolloré Telecom, Pécresse si è laureata in economia, ha frequentato l’Ena, e ha insegnato diritto costituzionale a Science Po. È stata ministro dell’Università e della Ricerca nei governi Fillon I, II, e II e ministro delegato del Budget, dei Conti pubblici e della Riforma dello Stato e portavoce dell’Esecutivo nel governo Fillon III. Suo marito Jérôme Pécresse è Pdg (Presidente-direttore generale) di Ge Renewable Energy (l’ex Alstom Renewable Energy) e vicepresidente di Alstom. È considerata una gran lavoratrice, molto metodica, conosce il russo, il giapponese, l’inglese.

«Sono una donna che vince», ha detto alla vigilia della sua vittoria alle primarie, in un confronto che ha riportato i Républicains a ragionare attorno ai valori fondanti del partito: la République, ovviamente, vista da destra, una destra che con De Gaulle rivendicava i valori di Liberté, egalité, fraternité a differenza di quanto avviene in genere nel mondo conservatore; lo Stato; la laicità (è una cattolica tiepida che considera la religione un fatto privato); l’istruzione; e soprattutto l’”ordine”, termine che le permette di distanziarsi dalla retorica sulla “sicurezza” ormai dominante in Francia. Consigliere regionale dell’Ile de France dal 2004 e presidente da dicembre 2015, Pécresse si è dovuta occupare di aree socialmente turbolente: è quindi favorevole all’uso dell’esercito nelle “zone-di-non-diritto”. Popolare tra i più anziani, Pécresse vuole un’Europa forte, mentre punta a diminuire le spese pubbliche e le imposte su imprese e successioni. Intende sopprimere 200mila posti di funzionari pubblici, portare l’età pensionabile da 62 a 65 anni, abrogare le 35 ore, ridimensionare i sussidi di disoccupazione e vendere le quote di minoranza possedute dallo Stato.