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venerdì 4 settembre 2026

Il partito mai nato. Mussi e D'Alema

Andrea Carugati
D'Alema: "Sul Pd aveva ragione lui"
il manifesto, 4 settembre 2026

«Ci siamo conosciuti nell’autunno del 1967, sulle scale della scuola Normale di Pisa. Eravamo gli unici due iscritti al Pci, oltre al bibliotecario. Facemmo appena in tempo a poggiare le valigie e subito andammo a una manifestazione contro i fascisti che inneggiavano ai colonnelli in Grecia. Facemmo a botte, fu il nostro battesimo».

Massimo D’Alema non nasconde il turbamento per la scomparsa di Fabio Mussi. Due vite che si sono incrociate per quasi sessant’anni attraverso il ’68, i primi contratti da funzionari del Pci, la svolta, il Pds, i governi del centrosinistra, fino alla separazione del 2007, quando Mussi decise di non aderire al Pd. «Non abbiamo mai litigato nonostante i non rari dissensi politici, l’amicizia si è sempre mantenuta», racconta D’Alema al manifesto.

Un momento di condivisione è alla fine degli anni Sessanta, quando il gruppo del manifesto viene radiato dal Pci. «Eravamo contrari, Fabio che era nel comitato centrale votò contro, ma decidemmo di non uscire. Rossana Rossanda ci rimase un po’ male. Lui, che amava le citazioni latine, mi disse “Extra ecclesiam nulla salus”. Frase che io gli ricordai nel 2007, quando lui decise di non aderire al Pd».

«Nel 1969 eravamo funzionati del Pci e facevamo di nascosto gli abbonamenti al manifesto che era ancora una rivista. Filippo Maone veniva alla Normale a incontrarci e noi gli davamo i soldi che avevamo raccolto. In quei tempi per una cosa del genere si veniva accusati di frazionismo e puniti severamente…». «Lui fu un grande sostenitore della svolta di Occhetto, io aderii con assai meno passione. Ricordo che, in una discussione, per rispondere ad alcuni intellettuali contrari alla svolta, definì il comunismo un “bambolotto di pezza” e in tanti si infuriarono. Ma lui amava la battuta tagliente. Oltre alle citazioni latine. Dopo le dimissioni di Occhetto, Fabio sostenne Veltroni alla segreteria. E mi disse: “Amicus Plato sed magis amica veritas”. Lo ringraziai per il paragone con Platone, espressi qualche dubbio sul fatto che dall’altra parte ci fosse la Verità…».

Vennero poi gli anni del Correntone Ds, di cui Mussi ereditò la guida da Sergio Cofferati, all’opposizione della segretaria Fassino che era sostenuta da D’Alema. Fino alla nascita del Pd. «Fabio non ha avuto torto nel vedere la fragilità politica e culturale di quel progetto, forse aveva ragione lui…». «E pensare», ricorda l’ex premier, «che lui era stato ultra ulivista e l’Ulivo è stato prodromico del Pd. Io ho resistito a lungo alla trasformazione del nostro partito, ho cercato di non arrivarci. Alla fine ci siamo scambiati i ruoli, ma in politica le opinioni evolvono».

Un altro ricordo è dell’autunno del 1998, caduta del primo governo Prodi: «Io ero segretario dei Ds, lui e Veltroni vennero nel mio ufficio a Botteghe oscure per propormi di formare il nuovo governo. Io, a differenza di quanto è stato raccontato, ero riluttante. Fu Fabio a parlare, condividemmo l’idea che bisognava evitare un esecutivo istituzionale, il presidente Scalfaro non avrebbe mai sciolto le camere perché eravamo in uno stato di pre-guerra nei Balcani».

«Mussi è stato una personalità importante della sinistra, pioniere sui temi dell’ambientalismo. Ricordo la sua battaglia al congresso del Pci a Firenze del 1986. Seppe rompere i tabù industrialisti, si battè contro il nucleare. Fu uno dei protagonisti di quel congresso, e noi non eravamo abituati a una discussione così serrata sulle tesi del congresso…».

Negli ultimi anni le due visioni si sono riavvicinate nella critica al neoliberismo. «Abbiamo condiviso una visione più critica della società capitalista, delle sue contraddizioni. Ma abbiamo avuto meno occasioni di confronto, ci siamo un po’ persi di vista. L’ultima volta ci siamo sentiti alcuni mesi fa, Fabio mi ha mandato il libro della moglie Luana sulla sua famiglia nella Piombino operaia, che ho molto apprezzato. Tra noi il filo dell’amicizia non si è mai spezzato. Ma sento il rammarico per non averla coltivata anche negli ultimi anni».

David Allegranti
Fabio Mussi ci spiega chi aveva ragione tra lui e D'Alema

Il Foglio, 22 settembre 2017

Roma. Fabio Mussi e Massimo D’Alema, insieme. Di nuovo, dopo una vita spesa fra Pci, Pds e Ds. Alla festa di Sinistra italiana di Reggio Emilia, ieri l’altro. Il primo, allo scioglimento dei Ds, pronunciò un assordante “Io mi fermo qui”, l’altro gli disse “extra ecclesiam nulla salus” e proseguì nel Pd. Adesso si sono ritrovati, fuori dal “partito mai nato”, come lo chiama Mussi. Ma per fare cosa? Un duello, un confronto? “Una cosa a mezzo”, dice al Foglio l’ex ministro dell’Università e della Ricerca, che con D’Alema ha da sempre un rapporto intenso, diciamo. Ora devono fare insieme la sinistra; peccato che, spiega Mussi, “la sinistra è un continente, solo che è la Polinesia. Alle prossime elezioni dobbiamo diventare la Nuova Zelanda”. Dice Mussi che “in questo paese c’è la necessità storica – un aggettivo che di solito uso con qualche prudenza – di una sinistra politica”. Anche perché le distinzioni fra destra e sinistra esistono, checché se ne dica. “E’ una sentenza che è stata emessa più volte, ma se devo dire chi è Trump come lo definisco? Dico che è di destra. E Sanders com’è? Di sinistra”. E Renzi com’è? “Renzi è di Rignano – ride – e lo dico con rispetto per i rignanesi…”. Renzi “è un autopromoter, uno che pensa che il problema sia dare a Matteo il giusto spazio. Difficile inquadrarlo, anche se ha fatto cose che sono nitidamente di destra. Cose che ha tentato di realizzare Berlusconi, solo che poi per prudenza ha fatto un passo indietro, penso all’articolo 18”. E D’Alema come l’ha trovato l’altra sera? “D’Alema l’ho trovato favorevole a un quarto polo di sinistra, cosa che mi fa piacere. Era dialogante, disteso, gli avrà fatto bene la festa di Sinistra italiana, oppure il dialogo con un antico amico come me. L’ho trovato particolarmente disteso”. Ma perché di solito D’Alema è così arrabbiato? “D’Alema non è arrabbiato, casomai è sovente sarcastico. E il sarcasmo è una forma di arrabbiatura che passa attraverso un filtro”.  

Ai tempi – era dieci anni fa – D’Alema lo salutò dicendogli che fuori dalla Chiesa non c’è salvezza. Oggi aveva ragione lei, Mussi? “Avevo ragione io non si dice mai perché non è elegante. Io comunque non sono mai stato seguace di San Cipriano, il principale attore del concilio di Cartagine. Il Papa non andò e lui mandò una lettera di sintesi, dove c’era scritto, appunto ‘extra ecclesiam nulla salus’. Da allora quella frase è diventato una specie di motto integralista”. “Io – dice Mussi al Foglio – non ci ho mai creduto a questa frase, né per quanto riguarda i partiti né per la chiesa”.
Figurarsi oggi “che i partiti non ci sono più e sono solo dei simulacri”. Nella sua scala gerarchica, ci sono sempre stati in ordine di importanza “l’imperativo morale, che risponde alla coscienza, poi la fedeltà alla costituzione, infine l’appartenenza a un partito. Ma non essendo convinto del Pd, li ho salutati”. E ora lei e D’Alema siete insieme. Avete fatto un giro immenso e poi vi siete ritrovati. “Sì, ora ci si ritrova, per costruire questo quarto polo di sinistra”. Ma con tutti questi generali come fa a nascere una sinistra unita? “Oh ragazzi, il Pd è stato fatto con una cooperativa di trentatré correnti. Noi siamo di meno, ma parecchi di meno. Ora però mi scusi, devo andare ché ho le valigie in mano e la famiglia protesta”.


venerdì 21 agosto 2026

Gerusalemme e Lampedusa

Roberta De Monticelli
Quello che il Papa può ricordare a chi alza i muri

il manifesto, 21 agosto 2026

Non si pregano i papi. Si prega Iddio, semmai. Eppure, eppure. Come vorrei pregare papa Leone, questa volta che va, dopo 44 anni di assenza dei papi, al Meeting di Rimini, quello di Comunione e Liberazione.

Ci sono preghiere di ringraziamento e preghiere di domanda. Ringraziarlo di questa sua presenza, da domani, nel cuore dello spettacolo che inaugura la ripresa post-ferragostana della politica? E di che politica. Ci saranno quasi tutti gli attuali governanti.

Quelli che hanno imbarcato l’Italia in un incredibile litigio con mezza Europa, prima a causa di Ceuta e poi dei dublinanti. Quelli che non dicono una parola a proposito dei massacri che continuano a Gaza, del terrorismo coloniale sempre più efferato in Cisgiordania, delle forche con vista alzate in Israele per i palestinesi. E quelli che sono orgogliosi dell’attuale politica italiana sulla migrazione, che vantano come una gloria il dimezzamento degli arrivi, ottenuto al prezzo di morte che sappiamo, nei centri di detenzione libica dove si sopravvive facendo a turno per dormire, metà si sdraiano gli uni sugli altri e l’altra metà aspettano il loro turno in piedi, e non rispetti i turni solo se sei già cadavere.

A Rimini quest’anno c’è anche la presidente del Parlamento Ue, Roberta Metsola, a simboleggiare la stretta europea su migrazione e asilo e la tendenza a favorire i centri di detenzione extra-europei o addirittura la deportazione, facendo carta straccia dei trattati costitutivi e dei principi dell’Unione. Sì, sono tutti lì, quelli di cui papa Leone disse in luglio a Lampedusa: «C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese sia di decisioni omesse».

No, non sarebbe una preghiera di ringraziamento. Ma nemmeno una preghiera di domanda, forse. Una preghiera di speranza sì, e quella sarebbe, credo, proprio corale. Che il papa porti con sé lo spirito di Lampedusa. Lampedusa e Linosa, che sono «su un cammino pericoloso, come quello che scendeva da Gerusalemme a Gerico… Qui non hanno visto uno solo, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che li spogliano di tutto, li percuotono e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti».

È il papa che illumina questo nesso fra quel «Porto di salvezza» che è Lampedusa, e Gerusalemme, dove l’inferno si mescola all’oro del duomo della Roccia, ricordo di Abramo, e le urla vigliacche dei ladri di case, di vite, di memoria si mescolano al suono di campane di settanta chiese. Da entrambi i luoghi, Gerusalemme e Lampedusa, si può finire su una via di morte o una di speranza.

Come, da Gerusalemme, i resistenti nonviolenti israelopalestinesi, la cui resistenza cresce col numero dei martiri, proprio come ai tempi delle persecuzioni dei cristiani a Roma.

Come, da Lampedusa, un caso emblema di migliaia d’altri, quello della giovane somala Abdirisak Warsame, che il pollice verso dell’Ufficio per l’Immigrazione della Bassa Franconia vorrebbe separare dai suoi cari che ha finalmente raggiunto dopo il tempo orribile della migrazione, e rispedire in Italia. Di cui lei conserva il ricordo del mese passato in un centro da incubo vicino alla stazione di Milano, fra la promiscuità e il lerciume, senza docce.

Disse Leone XIV a Lampedusa citando san Paolo: «Alcuni, senza saperlo, hanno ospitato angeli». Annunciatori di una civiltà che nasca dalle rovine di questa. Se ne sono ricordati gli evangelici tedeschi che hanno preso sotto la loro protezione Abdirisak, ospitandola in una chiesa di Norimberga.

Santo Padre, la prego, si ricordi di loro, di Lampedusa e di Gerusalemme, e dell’angelica Abdirisak, a Rimini. Siamo in tanti a sperarlo.

sabato 4 luglio 2026

Papa Leone a Lampedusa

Marcello Sorgi
Padre bob, il capo dell'altro Occidente

La Stampa, 4 luglio 2026

Èessenzialmente una sfida politica, non solo religiosa, quella di oggi tra Leone e Trump. In cui il Papa si erge a capo dell’altro mondo, dell’altro Occidente, che mette la solidarietà al posto dell’odio, sostituisce i ponti ai muri, spinge per la convivenza pacifica.

E ancor prima di atterrare a Lampedusa, ricorda all’attuale inquilino della Casa Bianca che l’America è la patria della libertà proprio perché è stata costruita dagli immigrati, che sono potuti entrare nel suo territorio senza trovare le frontiere chiuse.

Queste parole sono ancora più forti proprio perché vengono dal primo Papa americano: «Padre Bob di Chicago», ma anche il figlio di migranti, nelle cui vene scorre sangue creolo, che come superiore degli Agostiniani ha visitato i suoi fratelli in tutto l’emisfero, Cina compresa, e ha sviluppato i suoi personali multilateralismo e multiculturalismo, l’idea che popoli diversi possano vivere insieme nel dialogo e nella pace, ciò che è il contrario di combattersi in guerra. In questo senso la sfida di oggi del Papa, che, invitato d’onore a Washington per le celebrazioni dei 250 anni della democrazia americana, sceglie invece Lampedusa, è la continuazione, il secondo tempo di quella aperta da Trump a metà aprile, violando il rispetto per la Settimana Santa.

Quando definì sbrigativamente Leone XIV «debole con il crimine, vicino alla sinistra radicale» e lo invitò a una sorta di sottomissione: «Non era su nessuna lista per diventare Papa. È stato messo lì dalla Chiesa solo perché è americano, pensavano che questo sarebbe stato il miglior modo di rapportarsi con me».

Sottinteso, uno che in un’immagine digitale aveva trovato il modo di travestirsi da Gesù. La risposta di Prevost, era solo due mesi e mezzo fa, era stata dura ma segnata da una certa sorpresa: «Non ho paura dell’amministrazione Trump, né di parlare del messaggio del Vangelo». Ricordare questi precedenti serve a capire come Papa Leone si fosse riservata una replica più articolata, simboleggiata dal viaggio a Lampedusa. Ed è possibile che quel che dirà oggi contribuisca a una rottura sempre più profonda tra un repubblicano americano, tradizionalmente conservatore come Prevost - altro che “sinistra radicale” - e il trumpismo.

Scegliere Lampedusa invece della Washington in cui The Donald intende celebrare con un discorso, si dice, di sei ore la sua era, il senso delle sue guerre repentine e delle sue paci provvisorie, ha un significato preciso.

Innanzitutto il Papa vuole sottolineare la sua assenza alle celebrazioni in cui le delegazioni di tutto il mondo si troveranno a condividere, gioco forza, quel che Trump ha fatto finora nel suo secondo mandato. Prima ancora che il Presidente Usa le ricordi, scorreranno nelle menti dei presenti a Washington e del suo grande pubblico globale anche le immagini più crude degli ultimi mesi di quell’altra guerra che ha condotto contro gli immigrati: Minneapolis, le vittime delle operazioni condotte spietatamente dalla nuova polizia “Ice”, i figli delle famiglie di origine straniera sequestrati e tenuti come strumenti di ricatto per convincere i genitori ad abbandonare il Paese.

Sono medaglie che Trump si appunta sul petto. E saranno spunti di riflessione interessanti per l’Italia e l’Europa che si avviano verso appuntamenti elettorali importanti sentendo rimbombare la parola d’ordine della “Remigrazione”, lo slogan che Trump per primo ha brandito come un’arma verbale di propaganda per tornare alla Casa Bianca. E che Leone non a caso ha praticamente scomunicato («la remigrazione non è una risposta cristiana») in un recente intervento da Castelgandolfo.

È a tutto questo che il Papa si opporrà, solitario, da Lampedusa. La sua visita nell’isola che rappresenta la porta dell’Europa per i migranti sarà diversa da quella che inaugurò il papato di Francesco l’8 luglio 2013. Allora, con quel mazzo di fiori gettato in silenzio nel mare davanti agli scogli dell’isola, Francesco volle richiamare l’attenzione del mondo sulla strage dei migranti che perdevano la vita nell’ultimo tratto della loro Odissea. Oggi la disperazione, il grido di Leone serviranno a non dimenticare che dopo altri tredici anni nulla è cambiato. E tutto, purtroppo, davanti ai nostri occhi, peggiora.

giovedì 2 luglio 2026

Una setta senza respiro

Luca Kocci
Daniele Menozzi: "I lefevriani hanno una grande forza mediatica, ma restano una setta"

il manifesto, 2 luglio 2026

«Per il diritto canonico non c’è alcun dubbio: la consacrazione di un vescovo senza il consenso del papa costituisce la violazione di una norma che comporta la scomunica. Dunque la responsabilità della rottura ricade sulla comunità lefebvriana che, pur consapevole della legislazione vigente, l’ha deliberatamente infranta». Lo storico Daniele Menozzi, professore emerito alla Scuola Normale Superiore di Pisa, studioso della Chiesa in età moderna e contemporanea, spiega al manifesto il nuovo scisma all’interno della Chiesa cattolica.

Oltre la messa in latino, cosa divide Roma da Ecône?

È tutto riconducibile al rifiuto dei lefebvriani del Concilio Vaticano II, di cui contestano in particolare tre documenti. La costituzione dogmatica sulla Chiesa, perché la collegialità episcopale come forma di governo della Chiesa universale minerebbe il primato petrino, ovvero l’autorità del papa. Il decreto sulla libertà religiosa, che mette in questione quello Stato confessionale che per loro costituisce il modello ideale di rapporto tra religione e potere. Il decreto sull’ecumenismo, che aprirebbe vie di salvezza anche ai membri di comunità non cattoliche.

È un nuovo scisma?

Nel 1988 la scomunica di Giovanni Paolo II a monsignor Lefebvre aveva determinato un primo scisma. Ma la decisione di Benedetto XVI, che voleva la ricomposizione con i tradizionalisti, di revocare la scomunica aveva limitato l’irregolarità canonica dei lefebvriani alla sospensione a divinis. Ora la consacrazione di nuovi vescovi senza il consenso di Roma determina automaticamente il ritorno ad una situazione scismatica.

In questi anni qual è stato l’atteggiamento del Vaticano verso i lefebvriani?

Benedetto XVI si era illuso di poter recuperare l’unità attraverso una serie di concessioni, talora assai pasticciate, come la parificazione tra il rito preconciliare e quello conciliare o la riformulazione di una nuova preghiera per la conversione degli ebrei nel Venerdì santo, che si sono peraltro infrante sulla volontà dei lefebvriani di non riconoscere l’autorità della Santa sede nella corretta interpretazione dei documenti conciliari. Ciononostante Roma ha mantenuto aperto un canale di dialogo, che si è sempre scontrato con il rifiuto della Fraternità San Pio X di attribuire a un soggetto altro da sé l’autentica interpretazione del Vaticano II.

Un controsenso?

I tradizionalisti non sembrano percepire la contraddizione di una posizione che denuncia l’allontanamento dal primato papale e poi rifiuta l’obbedienza al pontefice.

Come si colloca Prevost rispetto ai suoi predecessori?

Per ora Leone XIV segue le orme di Giovanni Paolo II e Francesco: disponibilità alla discussione nel tentativo di riassorbire la frattura, senza però mettere in questione il rispetto del diritto canonico e soprattutto l’autorità del papa in materia dottrinale.

Quanto pesano i lefebvriani nella Chiesa?

Sono un gruppo numericamente insignificante, ma hanno notevoli risorse economiche e rilevante forza mediatica, in particolare sui nuovi mezzi di comunicazione. Usano questi strumenti per re-informare, cioè dare notizie sulla vita della Chiesa manipolando o stravolgendo il significato dei fatti. Presentano l’aggiornamento del rapporto tra Chiesa e mondo moderno come un appiattimento della prima sul secondo. Sotto il profilo culturale il loro atteggiamento è inconsistente: scambiano l’intransigentismo ottocentesco per la bimillenaria tradizione cattolica.

E dal punto di vista politico?

Qui incontrano il consenso di gruppi che puntano a cancellare il supporto del cattolicesimo alle fondamentali acquisizioni del mondo moderno: diritti umani, libertà religiosa, democrazia. Vogliono fare della religione un canale per la restaurazione di una società organicistica e gerarchicamente ordinata.

Le destre approveranno lo scisma?

L’ondata conservatrice-reazionaria che percorre il pianeta, alimentata dal complesso militar-industriale-tecnologico, è interessata a dare spazio a ogni espressione che sgretoli la modernità democratica, quindi è presumibile verrà utilizzato a questo scopo.

La frattura si allargherà?

I lefebvriani urtano contro uno scoglio insormontabile: la loro impalcatura teologica li rende incapaci di comunicare il messaggio cristiano agli uomini d’oggi. Potranno incontrare qualche successo, ma resteranno quel che sono: una setta senza possibilità di dare respiro universale alla loro pastorale.

giovedì 18 giugno 2026

Ruini prelato e politico

Giacomo Galeazzi
Georg Gänswein: "Ruini univa fine teologia e santa furbizia. avvertì Benedetto XVI degli avversari"
La Stampa, 18 giugno 2026

Un mix irripetibile. «Ruini si distingueva per la combinazione dell’ecclesiastico di professione e del politico di natura. Ciò gli consentiva di chiarire la linea della Chiesa senza la necessità di approcci con esponenti politici, pur avendoli avuti», dice monsignor Georg Gänswein che dopo la lunga esperienza in Vaticano come più stretto collaboratore di Benedetto XVI da due anni è nunzio apostolico nei Paesi baltici. Anche nel ruolo, mai ricoperto da nessuno in due millenni di papato, di trait d’union tra papa regnante e papa emerito, l’arcivescovo non ha mai interrotto il filo diretto con l’ex leader Cei. Una barriera rispetto a quella cultura secolarizzata che «rappresenta un taglio radicale e profondo non solo con il cristianesimo ma più in generale con tradizioni religiose e morali dell’umanità».

Quale fu il momento clou?

«La stagione del referendum sulla procreazione assistita nel 2005, ma da dieci anni ero in contatto con Ruini già saldamente architetto della politica ecclesiastica italiana. Era un uomo con una robusta e al contempo fine formazione teologica. Con Joseph Ratzinger si stimavano dai tempi in cui erano giovani teologi e parteciparono a convegni in Toscana. Ruini aggiungeva una speciale dote per la politica. Non soltanto una solida formazione teologica ma fiuto per la temperie politico-culturale e una furbizia quasi santa. Doti messe a frutto nella collaborazione con i papi e che lo hanno reso un valido supporto per il Magistero».

Più politico o intellettuale?
«Ha scritto libri importanti e interveniva nella vita pubblica con una limpidezza che aiutava i fedeli rafforzando la Chiesa italiana rispetto a quanto di negativo arrivava da fuori. In questo è stato uno statista: la Chiesa poteva parlare direttamente alla società senza mediazione partitica. Ruini ha avuto rapporti anche espliciti con i politici però non era dipendente da loro. Era lui a guidare, non è stato solo un esecutore. Mai stato subalterno alla fase politica oppure alla leadership del momento».

Com’era caratterialmente?

«Era davvero una persona facilmente raggiungibile e gioviale. Capace di aprirsi spontaneamente in una sincera fiducia reciproca. Insuperabile nell’analisi della situazione sia politica sia ecclesiastica così come delle relazioni tra l’Italia e il Vaticano. Parlarci era una lezione politica su come avvicinarsi alle situazioni e reagire agli accadimenti. Inclusi gli eventi più inattesi».

Come le dimissioni papali?

Non riusciva a darsi una spiegazione della rinuncia di Benedetto XVI che per lui fu motivo di sofferenza e mistero portato nella tomba. Ne fece un’esperienza di personale dolore. Anche dopo la fine del pontificato di Joseph Ratzinger siamo rimasti in costante contatto ma non affrontammo il tema. Ci siamo rivisti per due udienze programmate con Leone senza toccare quel tasto. Rimase questione sensibile per il rispetto nei confronti della decisione di Benedetto».

Di Ratzinger fu grande elettore in conclave nel 2005.

«Lo vedeva nel segno della continuità con Giovanni Paolo II con cui Joseph Ratzinger aveva condiviso 23 anni di servizio in Curia. Il cardinale Ruini identificava la stessa linea teologica ed ecclesiologica. Riconosceva nelle azioni e nei documenti pontifici gli input di Ratzinger con il quale aveva sintonia teologica fin dagli anni Settanta, prima ancora della nomina episcopale. Questa comune impostazione nella teologia facilitava la scelta per il post-Giovanni Paolo II. Nel conclave del 2005 Ruini sentiva continuità e provava sicurezza nei confronti della figura di Joseph Ratzinger nella convinzione che una confusione in materia teologica produca malcontento anche sul piano pastorale. L’universalità della Chiesa si manifesta nella capacità di valorizzare le differenze esistenti non come contrasto ma come ricchezza, senza perdere di vista il fondamento della fede che unisce i fratelli nella Chiesa».

Paura di un salto nel vuoto?

«Ruini sapeva che se la dottrina non è sana, non è giusta allora neppure l’azione pastorale può avere successo. Al centro c’è proprio un concetto di San Paolo: la dottrina sana. Se si teorizzano errori tutto ciò che viene applicato concretamente nel mondo risulta errato. Ruini vedeva in Ratzinger un argine a derive che creano confusione laddove il diavolo mette disordine e contrappone. Sentivano bene l’insidia del secolarismo e la necessità di una fede vissuta in rapporto alle sfide del nostro tempo».

Cosa significano le esequie celebrate oggi dal Papa?

«Sicuramente un segno di attenzione e rispetto secondo la tradizione ripristinata da Leone di officiare i funerali dei cardinali. Nel telegramma di cordoglio lo chiama fratello e ricorda il patrimonio di esperienza al servizio della Chiesa. Un grande saggio che ha trasmesso competenze e spiritualità a nuove generazioni».

Cosa la colpiva di più?

«Oltre a tutto il resto anche l’amore per Roma e i romani univa Ruini e Ratzinger che non mancava mai di fare una passeggiata il pomeriggio a Borgo Pio. Entrambi avevano un’intelligenza acutissima e una capacità di andare al cuore delle questioni nel parlare ma anche un comportamento mite, semplice, quasi un po’ timido, senza darsi arie».

C’è un episodio-simbolo?

«Nell’immediatezza dell’elezione di Benedetto XVI ricordo la gioia di Camillo Ruini ma anche il senso di consapevolezza con cui disse “dobbiamo pregare insieme, lottare insieme, ma anche soffrire insieme”. Espresse chiaramente la convinzione che dopo Giovanni Paolo II non sarebbe stato facile e che gli avversari che Ratzinger aveva avuto da cardinale, adesso sarebbero stati ancora più numerosi e animati da sentimenti ostili nei suoi confronti. Con Ratzinger il cardinale Ruini condivideva il senso dell’insufficienza di una razionalità chiusa in se stessa e di un’etica troppo individualista. Entrambi, infatti, avvertivano la chiara gravità del rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà».

Come nacque la battaglia ratzingeriana-ruiniana per i valori non negoziabili?
«Dalla constatazione che la cultura predominante in Italia e in Occidente ha la pretesa di porsi come universale e autosufficiente creando nuovi costumi di vita. Da qui le ondate di laicismo per le quali sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile, mentre la libertà individuale diventa un valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare. La reazione che unì Raztinger e Ruini fu l’opposizione a un’etica ricondotta nei confini del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale valido e vincolante per se stesso».

Chi è stato per lei Ruini?

«La nostra conoscenza risaliva al 1995. Appena arrivai a Roma mi fu chiaro perché Giovanni Paolo II tenesse in così alta considerazione la sua capacità di analisi e di governo delle situazioni. Non aveva atteggiamenti di lontananza, si poneva in atteggiamento di ascolto e di confronto. Aveva un talento e un’arguzia che rendevano ogni colloquio uno sguardo gettato oltre le apparenze superficiali delle situazioni e delle persone. Non era scontato né distruttivo».

martedì 26 maggio 2026

Magnifica humanitas. un programma

Alberto Melloni 
«Con la sua enciclica, Leone XIV non si limita a avanzare "che un altro mondo è possibile", ci chiama a costruire questo altro mondo»

Le Monde, 26 maggio 2026

A tredici mesi dall'inizio del suo pontificato, Leone XIV firmò la sua prima enciclica. L'evento si svolse in un contesto altamente teso e affrontò un tema di particolare attualità: l'intelligenza artificiale (IA). Esaminiamo cosa c'è di prevedibile e, al contrario, di sorprendente in questa enciclica.

Magnifica humanitas ["Magnifica umanità"] contiene molti elementi attesi. Papa Prevost l'ha firmata venerdì 15 maggio, lo stesso giorno in cui Leone XIII – sulle cui orme l'attuale pontefice intende seguire – promulgò, nel 1891, la sua enciclica Rerum novarum ["Cose nuove", un testo fondamentale che tratta della questione del lavoro e degli eccessi del capitalismo] .

Non sorprende quindi che l'enciclica del 2026 si ispiri a ciò che Pio XII definì nel 1950 come la "dottrina sociale" della Chiesa. Come previsto, Leone XIV, nella Magnifica humanitas , riflette sulla "brama di novità" : egli indica l'espansione sfrenata, attraverso l'intelligenza artificiale, del "paradigma tecnocratico ", che il teologo Romano Guardini denunciò nel 1951. Secondo Robert Francis Prevost, è essenziale impedire che la consapevolezza della dignità umana venga "oscurata sotto la pressione di nuove ideologie o di interessi estremamente potenti nel mondo odierno" (paragrafo 51 della Magnifica humanitas ).

Le dimensioni imponenti della Magnifica humanitas non sorprendono affatto: con le sue 105 pagine, 250 paragrafi e 39.000 parole ( la Rerum novarum era limitata a 42 paragrafi e 11.500 parole), offre a ogni ramo del cattolicesimo la soddisfazione di vedere affrontato un tema o un papa a loro caro, sia per ragioni teologiche che ideologiche. La Magnifica humanitas contiene 63 citazioni o riferimenti a Papa Francesco, 50 a Giovanni Paolo II, 29 a Paolo VI, 20 a Benedetto XVI, 14 a Leone XIII, 8 a Pio XII, 4 a Pio XI e 4 a Giovanni XXIII. La lunga gestazione del testo non è sorprendente: Paolo VI [papa dal 1963 al 1978] impiegò all'incirca lo stesso tempo per pubblicare la sua Ecclesiam suam , durante il Concilio Vaticano II (1962-1965).

Infine, come nelle encicliche di Giovanni Paolo II, le particolarità linguistiche, le differenze stilistiche e i punti di vista dei vari autori non sono stati appianati. Pertanto, un netto rifiuto della teoria della "guerra giusta" (paragrafo 192) coesiste con l'idea che la "forza letale" debba rimanere sotto il controllo umano e non essere affidata a un agente morale artificiale (paragrafo 200).

Fedeltà al Concilio Vaticano II

Tuttavia, vi sono anche alcuni elementi meno comuni. Mentre nessuna enciclica contemporanea prende come punto di partenza un atto del papa precedente, Magnifica humanitas sviluppa diversi aspetti del messaggio pronunciato da Papa Francesco in occasione della Giornata internazionale della pace del 2024 – un messaggio alla cui stesura potrebbero aver contribuito Leone XIV, allora cardinale Prevost, e padre Paolo Benanti, pioniere francescano dell'IA, diventato un punto di riferimento per le Nazioni Unite, il governo [italiano] di Giorgia Meloni e l'Università Luiss di Roma.

Un altro aspetto peculiare della Magnifica humanitas , che ricorda la celebre pipa di René Magritte, è la decisione di Leone XIV di non redigere un'enciclica programmatica. Infatti, a differenza delle prime encicliche di Pio XII o Paolo VI, non definisce l'agenda del nuovo pontificato, né delinea i fondamenti teologici su cui il Papa intende basare la sua opera, come avvenne ai tempi di Giovanni Paolo II.

Papa Leone XIV, durante una visita pastorale ad Acerra (Italia), il 23 maggio 2026.

Al contrario, Magnifica Humanitas afferma il diritto e il dovere della Chiesa di affrontare, nella fede, le sfide del suo tempo e della storia. Leone XIV ribadisce la sua fedeltà al Concilio Vaticano II, riprendendo le parole della costituzione pastorale Gaudium et Spes (1965): «Le gioie e le speranze, i dolori e le angosce degli uomini di quest'epoca, specialmente dei poveri (...) sono anche le gioie e le speranze, i dolori e le angosce dei seguaci di Cristo». In tal modo, rivolge un sottile rimprovero a tutti coloro che hanno criticato Francesco per non aver parlato abbastanza della vita eterna e per aver dedicato troppo tempo ai poveri.

Un altro aspetto peculiare di questo testo è la sua visione politica. Secondo la "dottrina sociale" di Leone XIV , i baluardi contro le minacce alla dignità umana sono le autorità pubbliche (paragrafo 63), gli interventi pubblici (69), il controllo pubblico (80 e 95) e il sostegno pubblico all'istruzione (144).

"La verità, un dono da condividere"

All'Anticristo del teologo apprendista Peter Thiel , il Vescovo di Roma si oppone la lunga eredità del "socialismo pulpitico" [un movimento di fine Ottocento che propugnava politiche sociali gestite dallo Stato] , il Kathedersozialismus dell'economista Adolf Wagner (1835-1917), ma anche gli insegnamenti di John Maynard Keynes (1883-1946) e quello che sarebbe diventato, con l'economista Wilhelm Röpke (1899-1966), l'ordoliberalismo tedesco [secondo il quale la missione economica dello Stato è quella di creare e mantenere un quadro normativo] . Egli fa della "verità" un principio cardinale delle democrazie, una verità che la Chiesa non pretende di possedere, perché "la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere" (paragrafo 25).

Tutto ciò si intreccia con riflessioni sull'intelligenza artificiale, riflessioni che il Papa sa essere provvisorie, data la velocità con cui si evolve e il rapido oblio che, a partire da Giovanni Paolo II, accompagna le encicliche papali – in particolare la condanna del possesso di armi atomiche nell'enciclica Fratelli tutti (2020) di Papa Francesco .

Tuttavia, Magnifica humanitas potrebbe lasciare un'impressione più duratura. Non perché tratti un tema "moderno", né perché le pagine finali – quelle in cui forse percepiamo maggiormente la penna e il cuore di Leone XIV – potentissimi sul piano spirituale, rivelano ciò che la maggior parte dei cardinali vide in Prevost.

La Magnifica humanitas sarà ricordata se ci incoraggerà ad andare oltre l' «entusiasmo ingenuo» e le «paure sterili» che alimenta (paragrafo 14). Leone XIV non si limita a dichiarare che «un altro mondo è possibile» : ci invita a costruire questo altro mondo, anche se non ha una ricetta da offrire. Non si limita a inveire contro il mercato; ci chiede di riconoscere che il capitalismo odierno, che concentra denaro e potere, non è lo stesso di quello di ieri.

Qui Leone XIV non fa appello ai sentimenti, ma al pensiero. Un pensiero che esige per il domani un impegno che oggi non esiste. Questo, di per sé, è un programma. Proprio come la pipa di Magritte è una pipa.

https://www.lemonde.fr/le-monde-des-religions/article/2026/05/25/avec-son-encyclique-leon-xiv-ne-se-borne-pas-a-lancer-qu-un-autre-monde-est-possible-il-nous-appelle-a-batir-cet-autre-monde_6693640_6038514.html