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lunedì 10 febbraio 2025

Giulia




Antonio Maria Mira, Gli arresti. Giulia, sposa a 12 anni, schiava sessuale e madre a 14: choc a Latina, Avvenire, 10 febbraio 2025

Sposa bambina a 12 anni, incinta alla stessa età, una prima interruzione di gravidanza al quinto mese, nuovamente incinta dopo meno di tre mesi, una seconda interruzione di gravidanza, e infine a 14 anni la nascita di una figlia. Non è una storia da Terzo mondo ma italianissima. Storia di Giulia (nome di fantasia), bambina campana trasferita con la famiglia a Latina, dove finiscono in contatto con ambienti criminali.

È stata infatti scoperta dai carabinieri che indagavano su una piazza di spaccio di cocaina a Campo Boario, nel capoluogo pontino, gestita dal clan Di Silvio, famiglia rom sinti, italianissimi, riconosciuta da anni come famiglia mafiosa, con attività illecite in molti territori del Lazio, da Ostia alle province di Latina e Frosinone.

Un’inchiesta durata più di quattro anni e che si è occupata in particolare dei coniugi Ferdinando Di Silvio detto “Gianni” e Laura De Rosa, detta “Puccia”, famosi anche per i due enormi leoni dorati davanti alla loro casa. Intercettandoli i carabinieri hanno scoperto «una realtà di abusi di carattere sessuale a danno della minore infraquattordicenne».

Emerge così che la bambina nel mese di agosto 2021 era in stato di gravidanza «dovuta al concepimento, avvenuto quando era ancora dodicenne, con Armando Di Silvio», figlio della coppia indagata, all’epoca diciassettenne. Durante la gravidanza, nel settembre 2021, viene celebrato «il matrimonio, non consacrato, dei due giovani, come da tradizione Sinti». Gli sposi avevano 17 e 13 anni. Due mesi dopo, una visita medica accerta che il bimbo che Giulia portava in grembo era morto.

Essendo alla 22ma settimana è necessario un intervento. Ma le famiglie dei due ragazzini, che erano a conoscenza dei rapporti sessuali tra i due e «consapevoli dell’illiceità della situazione», per evitare denunce, portano la minore presso l’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia (Napoli) dove avviene l’intervento, senza che nessuno segnali l’evidente illegalità dello stato della bambina, malgrado si tratti, oltretutto, di una struttura pubblica.

Dopo l’intervento Giulia viene riportata dai Di Silvio malgrado la madre sia preoccupata del suo stato psicofisico. «È solo una bambina», dice in un’intercettazione, insistendo nel riportarla a casa. Ma la famiglia del clan si oppone perché, dicono, è stato celebrato un matrimonio. La stessa ragazzina telefona al padre per dirgli che vuole tronare a casa, perché solo dai suoi genitori può trovare l’affetto di cui ha bisogno dopo il trauma della perdita del figlio. La mamma così la va a prendere ma provoca la reazione della De Rosa che dice di sentirsi offesa, così alla fine il papà di Giulia convince la moglie a desistere.

E la bambina non solo deve restare a casa Di Silvio accettare di avere rapporti sessuali già pochi giorno dopo l’aborto perché, diceva il giovane compagno, la doveva mettere incinta subito. Giulia è usata «come una marionetta» dice ancora la madre all’altra figlia. E lei stessa racconta che le hanno buttato via i vestiti, jeans e pantacollant, perché deve indossare solo gli abiti tradizionali Sinti. Inoltre la obbligano a collaborare nello spaccio, come documentato, dalle videoriprese dei carabinieri.

E ha 13 anni. Un’età che evidentemente non conta. Niente scuola, niente svaghi. Lei serve per altro. Così dopo trenta giorni dall’aborto è nuovamente incinta. Mentre lei è preoccupata, perché il ginecologo le aveva sconsigliato una nuova gravidanza dopo poco tempo, la famiglia Di Silvio fa i complimenti al ragazzo per le sue doti sessuali. Ma, come prevedibile, dopo pochi giorni arriva la seconda interruzione di gravidanza nel dicembre 2021.

La storia non finisce qui e non finiscono le insistenze per farle fare un figlio. Che alla fine arriva, una bimba nata ad aprile, 2023, quando Giulia ha ancora 14 anni. Lo scorso 4 febbraio scatta l’operazione dei carabinieri, coordinati dalla Procura di Latina, che porta all’arresto dei coniugi Di Silvia sia per il traffico di stupefacenti che per violenza a un minore. Indagati anche i genitori di Giulia. Il gip nell’ordinanza parla di «inconcepibili e assolutamente non giustificati usi e costumi» della famiglia Di Silvio «che non può trovare ingresso nel nostro sistema giuridico e desta particolare allarme ove si tenga conto dello stato di evidente sottomissione della minore e delle pressioni psicologiche attuate sulla stessa dagli indagati, tali da indurre la vittima, che era solo una bambina, a subire passivamente le vessazioni descritte e che, tutt’oggi risulta vivere con gli indagati». Fino al 4 febbraio.

Ora, infatti, Giulia, che è nuovamente incinta di 4 mesi, è ospitata con la figlia in una casa famiglia protetta. Qui è stata ascoltata dai magistrati, alla presenza di una psicologa. Un colloquio difficile, tra ammissioni e paure, la difesa, apparsa non convinta, degli usi Sinti, ma anche la conferma del suo desiderio di tornare nella sua famiglia. Una vicenda ancora da chiarire fino in fondo, anche sulle responsabilità dei servizi sociali e delle istituzioni scolastiche e sanitarie che non hanno mai segnalato nulla al Tribunale per i minori di una bambina cresciuta troppo in fretta, di due gravidanze e di due aborti. Neanche il matrimonio celebrato in uno dei locali più lussuosi di Latina, con oltre cento invitati, e malgrado le riprese dei carabinieri, ha suscitato interesse su quella bambina, quasi un fantasma.

mercoledì 27 novembre 2024

Il corpo delle donne mature


Cristina Battocletti, 50enni dal viale del tramonto al chirurgo plastico. Identità femminile, Il Sole 24ore, 25 novembre 2024

 Nell’incipit de Il corpo delle donne (Feltrinelli, 2010) l’autrice, Lorella Zanardo, racconta lo stupore e lo sconvolgimento nell’accendere la televisione nel pomeriggio e vedere una donna di mezz’età su un lettino, come in una sala operatoria, con medici e presentatori che simulano un intervento di lipoaspirazione. All’interno del libro, alcune immagini mostrano momenti di programmi televisivi in cui si plaude all’intervento chirurgico estetico al seno – che nulla ha a che fare con operazioni successive a un carcinoma – con palpazione della cavia in presenza.

The substance, il film di Coralie Fargeat ancora nelle sale con successi incerti, propone lo stesso sguardo misogino, spudorato, consumista e rapace sul corpo delle donne. Elisabeth, interpretata da un’ottima Demi Moore, è il volto di un celeberrimo programma televisivo americano di fitness. La sorprendiamo nel giorno in cui compie 50 anni in una forma fisica eccellente e, nonostante questo, viene cassata dal palinsesto. Di ricambio è fatta la società e in particolare quella dello spettacolo, ma la regista, che ha 48 anni, impernia tutta la sceneggiatura sul fatto che l’annuncio venga confezionato proprio al raggiungimento dei cinquant’anni, inducendo Elisabeth a mettersi in trappola con “The substance”, ovvero sottoponendosi a una dolorosa clonazione di sé stessa in versione giovane.

Guidata da una specie di memoria istintiva, sono andata a rivedere Sul viale del tramonto, finalmente trovando la frase che cercavo, cioè quando Joe Gillis (William Holden) rimprovera a Norma Desmond (Gloria Swanson): «Tu sei una donna di cinquant’anni. Apri gli occhi!». Swanson-Norma con i suoi amici incartapecoriti, sembra la rappresentazione della vetustà. Il film di Billy Wilder è del 1950, ma non molto è cambiato. Al corpo delle donne mature continua a non essere concesso di piacere alla gioventù, come dimostra l’altissimo ascolto di Inganno di Pappi Corsicato, una serie tivù piuttosto soap con Monica Guerritore che a sessant’anni ha un rapporto carnale e sentimentale con un trentenne. L’avidità con cui la serie è seguita, schizzando al vertice delle classifiche, è spinta dalla generale incredulità e scabrosità di quel legame oltraggioso per la morale. Mentre l’inverso è più che accettato, anche se ormai meno frequente.

«Assisto alla cancellazione dei volti delle donne mature dallo schermo televisivo come un’onta, una vergogna, un sopruso terribile contro tutte noi», scrive ancora Zanardo. A quarant’anni sono molte le donne che tirano quasi un sospiro di sollievo: niente più cat calling, niente più ammiccamenti consci o inconsci sulle rotondità fisiche, dal fruttivendolo al rapporto professionale. Finisce il tempo in cui una donna è “troppo bionda, mora o rossa” per essere anche intelligente, troppo piccola per non aver bisogno di essere “protetta”, troppo acerba “per essere presa in considerazione”. Ma quasi per tutte, a prescindere dalla forma fisica, raggiungere 50 anni è imperdonabile, una colpa verso la società. Senza volerlo, sono molti i maschi che non celano la propria delusione di fronte all’invecchiamento femminile: «Ma io ti ricordavo...», come se la donna non avesse messo abbastanza impegno a conservarsi una smagliante ventenne. A dispetto del film sci-fi-horror, artisticamente non riuscito, ma personalmente intrigante fino alla prima parte, quello che mette in rilievo The substance è che, nonostante tutti i propositi e i passi avanti, la nostra società è ancora legata a una tribale questione riproduttiva. A cinquant’anni, chi prima chi dopo, la donna entra in menopausa, il che sancisce l’impossibilità di procreare, cosa che non avviene per gli uomini. Siamo ancora dunque fondati sulla primitiva, ancestrale, crudele idea che la donna in fondo sia, prima di tutto, una macchina riproduttiva, un utero. Mi affiorano in testa alcuni versi di Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, anche se probabilmente l’autrice li ha scritti per altri motivi: «Chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna?».

Le donne sono sempre sotto “giudizio fecondativo”. Se i figli hanno qualche grosso problema, è sempre legato a una madre assente (soprattutto se lavora) o troppo protettiva. Se non hanno figli, perché non usano la propria capacità riproduttiva, come se sprecassero un talento. Se non possono averli sono trattate come se avessero attirato una maledizione o uno stigma. Agli uomini non viene richiesto un ruolo da fuco e non attirano un giudizio collettivo sulla mancata paternità.

Lunedì scorso è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il ddl n. 824 sulla “gestazione per altri”, cioè il disegno di legge che rende la maternità surrogata reato universale. In Italia il ricorso all’utero in affitto era già illegale, ora la norma vieta agli italiani di ricorrere alla pratica anche all’estero. Oltre ad essere punita in termini detentivi e pecuniari, la Gda è ammantata di distinguo morali che pesano ancora sul corpo delle donne.

The substance, che inizialmente appare profondamente antifemminista proprio per lo sguardo famelico sul corpo delle donne, a un’analisi successiva e angosciata, risulta profondamente femminista. Raccogliendo pareri tra cinquantenni – anche chi scrive lo è –, il giudizio, al netto dello splatter finale, è che il film ha colpito nel segno. Il messaggio è: hai raggiunto i cinquanta? La società ti comunica che non sarai più “adorata” come prima (parole del film). Ribellati, goditi la tua età, i progressi che hai fatto, l’equilibrio psico-fisico raggiunto con l’esperienza. La regista Fargeat è stata molto astuta a volere come protagonista Demi Moore, una delle pioniere nel sottoporsi a molteplici interventi di chirurgia estetica per conservarsi “adorata”. E Demi Moore è stata all’altezza del gioco. Penso a Margaret Spada, morta a 20 anni per una rinoplastica, e poi a Boris Pahor, morto a 108 anni dopo 5 campi di concentramento, che preservava il proprio fisico con rispetto e senza violenza, come se avesse in uso per sorte un elemento spinoziano dell’universo. «Il corpo è l’unica cosa che possediamo», diceva sempre...


Théo van Rysselberghe (1862-1926)


















martedì 1 marzo 2016

Donne perplesse su Vendola


 
Franca Fossati

Paolo Conti
Vendola, il fronte delle donne contro
Boldrini: «Riserve sulla surrogata»

La presidente della Camera: pratica che si presta allo sfruttamento delle donne
Da Serracchiani (Pd) a Ronzulli (Forza Italia) il no all’utero in affitto
Corriere della Sera, 29 febbraio 2016

ROMA «Personalmente ho molte riserve sulla maternità surrogata». Laura Boldrini, presidente della Camera, parla da Londra ma si rivolge al dibattito italiano: «É un tema molto delicato, i dubbi ci sono soprattutto quando si ha a che fare con giovani donne straniere. È una pratica che si presta allo sfruttamento delle donne». Ma il dubbio, per la presidente della Camera, esclude ogni possibile attacco alla scelta di Nichi Vendola e del suo compagno Ed Testa: «Ho sentito commenti sguaiati e volgari, è squallido arrivare a fare questo. Faccio loro i miei migliori auguri e spero che non continui questo assalto alla loro scelta. Nessuno può esprimere pareri così pesanti contro un bambino che è nato».
Le donne e il dibattito
L’orientamento della presidente Boldrini è condiviso da molte donne dell’area progressista e femminista. Avverte Debora Serracchiani, vicesegretario del Pd: «Sono contenta per Nichi, per il suo compagno e per il piccolo Tobia. Ho qualche perplessità, lo abbiamo sempre detto, sull’utero in affitto che è vietato in questo Paese e resta vietato nonostante l’approvazione delle unioni civili. Non facciamo confusione». Franca Fossati, firma storica del giornalismo femminista italiano, ieri ha affidato a questo post sulla sua pagina su Facebook il proprio tormentato stato d’animo: «Probabilmente è già successo nel senso comune: la gravidanza, questo meraviglioso e misterioso processo per cui l’uno, anzi l’una, diventa due, questa relazione corporea e psichica attraverso la quale un grumo di cellule diventa un individuo unico e irripetibile, non vale niente. La differenza sessuale tra uomini e donne non vale niente. Non so che mondo ne deriverà. Non so se l’umanità ne avrà un guadagno, o se perderà se stessa. Ma sento parlare uomini e donne di tutto questo come se il problema non esistesse, e mi fa paura».
L’appello
I toni non sono lontani da quelli usati nel recente appello di «Se Non Ora Quando Libere», firmato — tra i tanti — anche da Dacia Maraini, Sonia Bergamasco, Francesca Neri: «Noi rifiutiamo di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore. Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione». La falsariga è quella di un altro famoso appello lanciato all’inizio di febbraio in Francia dall’universo femminista, legato alla sottoscrizione internazionale contro la maternità surrogata così come appare sul sito abolition-gpa.org. Tematica politicamente trasversale, visto che non è dissimile da ciò che scrive l’eurodeputata Licia Ronzulli di Forza Italia: «No all’utero in affitto. No alla compravendita dei bambini. No allo sfruttamento delle madri in affitto».
Armeni: contro lo sfruttamento delle donne
Ritanna Armeni, già firma storica de Il manifesto ed ex caporedattore di Noi donne si ritrova sulla linea degli appelli. Così scrive, anche lei su Facebook: «Per onestà e per chiarezza. Sono contro l’utero in affitto e la maternità surrogata. Ma sono indignata e anche schifata dalla campagna contro Nichi Vendola e il suo compagno Ed. Sono addolorata per l’accoglienza che si fa a Tobia, un bambino che oggi si deve solo a amare». Poi, a voce, spiega il senso della sua scelta: «C’è di mezzo lo sfruttamento del corpo femminile. Non c’è differenza tra lo sfruttamento di una giovane donna nigeriana o di una madre americana che lo fa per pagare l’università ai figli perché comunque, in qualche modo, rimettiamo in discussione alcuni capisaldi della nostra condizione di esseri umani». E ancora: «Mi piacerebbe discutere con serenità su un punto. Noi non sappiamo ancora con certezza quali saranno le conseguenze su questi figli. Quando chiederanno notizie sulle loro origini, scopriranno di essere nati da una transazione economica. Come reagiranno? C’è chi dice che le conseguenze saranno tutte positive, altri giurano che saranno tutte negative. Ma sono posizioni per ora solo ideologiche».

https://palomarblog.wordpress.com/2016/03/01/concita-de-gregorio-su-vendola/

venerdì 25 dicembre 2015

Sartre alle prese con il Natale


Jean-Paul Sartre, Bariona o il figlio del tuono. Racconto di Natale per cristiani e non credenti

Racconto scritto e rappresentato da Sartre nel Natale del 1940 per i suoi compagni di prigionia nel campo di Treviri. La storia ruota intorno alla figura di Bariona, capo di un villaggio vicino a Betlemme, ed è ambientata nell'epoca in cui la Giudea era oppressa dai Romani e vessata da continue richieste di tributi. Il testo si offre al lettore come l'immagine di un'esperienza religiosa che raggiunge il suo apice nella descrizione del rapporto di intimità che lega la Madonna al Bambino, e nel contempo come esperienza politica che, nella chiara allusione alla Francia occupata dai nazisti, vuole creare aggregazione e solidarietà tra i prigionieri, credenti e non credenti, e sollecitarli alla resistenza contro gli invasori. 



Massimo Borghesi
Sartre e il Natale di Gesù
30Giorni,  12, 2003


... Nell’opera compare però la figura del re magio Baldassarre, impersonata sulla scena proprio da Sartre, improvvisatosi attore. Baldassarre rappresenta il momento nuovo che interviene nella visione sartriana, il momento della speranza: «è vero siamo molto vecchi e molto sapienti e conosciamo tutto il male della terra. Pertanto quando abbiamo visto questa stella nel cielo, i nostri cuori hanno gioito come quelli dei bambini e siamo diventati bambini e ci siamo messi in cammino, poiché volevamo compiere il nostro dovere di uomini che sperano. Chi perde la speranza, Bariona, sarà cacciato dal suo villaggio […]. Ma a chi spera, tutto gli sorride e il mondo è dato come un regalo».
La speranza di Baldassarre è la speranza di Sara. Anch’ella vuole andare a Betlemme: «Laggiù c’è una donna felice e soddisfatta, una madre che ha partorito per tutte le madri, ed è come un permesso che mi ha donato: il permesso di mettere al mondo il mio bambino. Voglio vederla, vederla, questa madre felice e sacra».
Il proposito della moglie non fa recedere Bariona. Saputo da una specie di veggente il destino di morte del Messia crocifisso, matura in lui il proposito di uccidere il bambino per il bene del suo popolo, per «conservare in essi la fiamma pura della rivolta». Giunto a Betlemme, davanti alla stalla, Bariona sorprende Maria di spalle, non vede Gesù in braccio alla madre, vede solo Giuseppe. «Ma vedo l’uomo. È vero: come lo guarda! Con quali occhi! Che cosa può avere dietro quei due occhi chiari, chiari come due limpide profondità in questo viso dolce e segnato? Quale speranza? […] Per trovare il coraggio di spegnere questa giovane vita tra le mie dita, non avrei dovuto scorgerlo dapprima in fondo agli occhi di suo padre. Andiamo, sono vinto». Lo sguardo di Giuseppe posato su Gesù ferma la mano omicida di Bariona il quale non può impedirsi di invidiare la felicità stupita della folla accorsa ad adorare il bambino. Una felicità illusoria, dal suo punto di vista, e tuttavia evidente: «Hanno unito le mani e pensano: qualcosa è incominciato. E si sbagliano, s’intende, e sono caduti in una trappola e pagheranno ciò caro più tardi; ma cionondimeno, avranno avuto questo minuto; hanno fortuna di poter credere a un inizio. Che cosa c’è di più commovente per un cuore d’uomo che l’inizio di un mondo e la giovinezza dai tratti ambigui e l’inizio di un amore, quando tutto è ancora possibile, quando il sole è presente nell’aria e sui visi […]. E io sono nella grande notte terrestre, nella notte tropicale dell’odio e della disgrazia. Ma – potenza ingannevole della fede – per i miei uomini, migliaia d’anni dopo la creazione, si alza in questa stanza, al chiarore di una candela, il primo mattino del mondo».

giovedì 3 aprile 2014

La ferocia della donna tradita

Massimo Recalcati
Recalcati: “Mamme Medea. L’amore divorante che si trasforma in desiderio di morte”
la Repubblica, 14 marzo 2014

Potremmo definirlo “complesso di Medea” quello che porta le madri a uccidere i propri figli rovesciando d’un sol colpo la catena della generazione: ti ho dato la vita e ora ti do la morte. È a Corinto nel 431 a.C. che Euripide mette in scena la tragedia di Medea. In essa si narra la vicenda di una donna che non può sopportare il tradimento del suo uomo Giasone e che per vendetta uccide spietatamente i suoi figli. La spinta verso il figlicidio è provocata dalla ferita causata dal trauma dell’abbandono. Se di fronte all’amore che univa nell’idillio iniziale Medea a Giasone il coro poteva ricordarci che «è la più grande delle fortune quando una donna va d’accordo con il proprio uomo», Medea dopo il tradimento, subito come una ferita insanabile, ci mostra che «quando una donna si vede tradita nell’amore, la sua ferocia non conosce limiti».
Nel suo caso è la follia della gelosia a pervertire la funzione dell’accudimento e della protezione della vita che caratterizza la funzione materna. Ma quale verità profonda si annida nel gesto estremo di Medea? In esso dobbiamo vedere emergere tutta la differenza che separa l’essere donna dall’essere madre. Alla luce della psicoanalisi sappiamo quanto problematico sia per una donna diventare madre senza perdersi come donna. Un tempo era quasi la regola: divenire madre per una donna significava morire come donna, sacrificare tutta la propria femminilità all’accudimento della vita dei propri figli. Con la conseguenza che il legame materno coi figli diveniva a sua volta patologico, fagocitante, cannibalico. Se, infatti, una donna diventa tutta madre i suoi figli si troveranno inchiodati nella posizione insostenibile di chi deve consolare e colmare la vita che a loro si è dedicata. Il gesto di Medea mostra dunque quanto la non coincidenza tra donna e madre possa rivelarsi tragica. È perché si è sentita rifiutata come donna che si cancella come madre cancellando a sua volta anche la vita dei suoi figli.
Molti casi di cronaca rispondono al complesso di Medea. Una donna non si può accontentare di apparire agli occhi dell’uomo che ama solo come una madre. Esige, giustamente, di continuare a esistere e ad essere desiderata come donna. Sappiamo come la nascita di un figlio possa destabilizzare anche le coppie più solide. Un uomo può faticare a riconoscere la donna che amava e desiderava sessualmente in quella che è divenuta la madre dei suoi figli e una donna può non riconoscere più nel padre dei suoi figli l’uomo che l’ha fatta innamorare.
Ma esistono anche altre ragioni che possono animare il passaggio all’atto del figlicidio. Freud aveva messo in evidenza l’equivalenza del bambino col fallo. Questa equivalenza significava come attraverso la maternità una donna avesse la possibilità di superare l’invidia del pene colmando la propria mancanza con il potere di generare e accudire la vita. È il senso di pienezza e di gioia che accompagna ogni maternità sufficientemente buona. Ma questa rappresentazione del bambino fallo deve essere integrata con qualcosa di più inquietante che si annida in ogni esperienza di maternità sin dal momento del concepimento. Il pensiero inconscio (o conscio) di molte donne relativo al non essere in grado di generare. L’ombra della deformazione, della mostruosità, del figlio inadeguato o malato, cala così sul desiderio di maternità. Come se tra il bambino immaginato nelle sue vesti più ideali (falliche) e il bambino reale vi fosse un divario impossibile da colmare.
Questo divario è ciò che spiega l’angoscia, a volte spessa altre più sottile, che può accompagnare il periodo della gravidanza ma anche quello della “ricerca” di un figlio. Sarò davvero in grado di generare? Sarò davvero in grado di donare la vita? Dietro queste domande sorge prepotente la figura della madre primordiale e la necessità affinché si realizzi un accesso positivo alla maternità che il cordone ombelicale con questa madre sia stato reciso, ovvero che sia avvenuta una giusta trasmissione del desiderio tra madre e figlia. Per diventare davvero madre una donna non può continuare ad essere figlia. Il giudizio con il quale allora una madre può non tollerare l’imperfezione del figlio – la sua non coincidenza con il figlio immaginato, con quello che Silvia Vegetti Finzi* definisce il «figlio della notte» – sino al punto di sopprimerne la vita, riflette spesso il giudizio severo di cui è stata a sua volta vittima. La volontà narcisistica di avere un figlio ideale, perfetto, coincidente con il figlio immaginato, non può accettare il limite costituito dall’esistenza reale del figlio. L’amore materno che è sempre amore per il figlio nella sua particolarità anche più difettosa, lascia in questi casi il posto ad una sua trasfigurazione perversa: la gioia della maternità non è più quella di donare la vita ma solo quella di avere un figlio ideale. Se il figlio si discosta da questo ideale deve essere rifiutato. Molte depressioni post partum parlano di questo rifiuto che trova la sua manifestazione più crudele nel passaggio all’atto dell’infanticidio.