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lunedì 3 novembre 2025

Soldati israeliani suicidi

Nello Scavo
Tra i reduci di Gaza è allarme suicidi. Le denunce dei veterani israeliani

Avvenire, 3 novembre 2025

«Adulto, maschio: uccidi. Spara per uccidere». Se ad approssimarsi sono «donne e bambini: spara per allontanarli. Se si avvicinano alla recinzione, fermali». Laddove «fermare» vuol dire anche guardare nel mirino e premere il grilletto. Non dice quante volte abbia ricevuto quegli ordini, né quante volte li abbia eseguiti, ma i ricordi del reduce, riportati in parlamento sotto anonimato, mulinano nella sua testa giorno e notte. C’è chi impara a convivere con l’orrore di Gaza. E chi la fa finita. Nel 2024 in Israele ci sono stati 358 casi di tentato suicidio: 279 erano era soldati delle forze di difesa in servizio o di rientro da Gaza, il 78% del totale. In nessun altro Paese del mondo con una storia di conflitti alle spalle si sono registrate proporzioni simili negli ultimi decenni, a meno di tornare ai postumi del Vietnam per gli Usa. Un rapporto pubblicato dal Centro di ricerca e informazione della Knesset, il parlamento israeliano, ha rivelato che tra gennaio 2024 e luglio 2025 per ogni soldato che si è tolto la vita, altri sette hanno provato a fare lo stesso. Secondo il dossier gli episodi segnano un drammatico aumento rispetto agli anni precedenti, quando il tasso di militari coinvolti oscillava tra il 42% e il 45% sul totale del Paese, mentre nel 2023 non arrivava al 17%. La scomposizione del fenomeno non lascia prevedere niente di buono. In totale, secondo l’organismo del parlamento, tra il 2017 e il luglio 2025 sono morti suicidi 124 soldati. Il rapporto ha chiarito che le cifre si riferiscono solo ai militari in servizio regolare che di riserva al momento della morte o del tentativo di suicidio, e non includono i veterani che si sono tolti la vita dopo aver completato il servizio nelle forze armate. Tra i casi censiti, il 68% erano coscritti, il 21% erano in servizio di riserva attiva e l’11% erano soldati di carriera. Molti di questi suicidi si potevano forse prevenire. Il rapporto della Knesset ha rivelato che solo il 17% dei soldati che si sono uccisi negli ultimi due anni, avevano incontrato un ufficiale di salute mentale nei due mesi precedenti la morte. La maggior parte dei dati è stata fornita dal centro di salute mentale del Corpo medico dell’Idf, dopo che erano stati richiesti da Hadash-Ta’al Ofer Cassif, parlamentare della sinistra israeliana noto per essere stato allontanato con la forza dall’emiciclo non appena aveva accusato il suo Paese di genocidio a Gaza. «Non c’è niente di più prezioso della vita umana», ha affermato Cassif. «L’epidemia di suicidi, che probabilmente peggiorerà ora che la guerra è finita - ha osservato -, richiede la creazione di sistemi di sostegno reali per i soldati e, soprattutto, la fine delle guerre e la realizzazione di una pace vera».

Le testimonianze dei combattenti raccolte sotto anonimato dall’organizzazione israeliana di reduci “Breaking the silence”, hanno non solo lo scopo di denunciare gli abusi commessi sul campo di battaglia, ma fare in modo di “rompere il silenzio” anche intorno alla condizione dei veterani. Lo studio della Knesset mette in collegamento i tentativi di suicidio con l’impennata della mobilitazione dei riservisti durante la guerra seguita all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Un’indagine militare interna disposta nell’agosto di quest’anno ha rilevato che la maggior parte dei recenti suicidi tra le truppe era il risultato di traumi psicologici causati dalla guerra, tra cui dispiegamenti prolungati in zone di combattimento, l’aver assistito a scene strazianti e la perdita di compagni. L’esercito ha dichiarato che intensificherà le misure per affrontare i problemi di salute mentale tra i membri dei reparti. Il 15 settembre il veterano Shlomi Damari, che sul corpo reca i segni dei combattimenti, è stato ascoltato in parlamento. «Ogni combattente delle Idf sa che se viene colpito da una pallottola alla gamba, gli verrà applicato un laccio emostatico, ma quando una bomba esplode nell’anima, non c’è soluzione», ha spiegato. «Quando si verifica un incidente e una squadra arriva per evacuare i morti, nessun addetto alla salute mentale arriva con loro - ha aggiunto -. Nessuno si avvicina ai soldati che hanno appena visto scene indescrivibilmente orribili». Perché quelle che non si vedono sono «ferite reali». I ricordi resteranno per sempre. E hanno le fattezze degli incubi. Alcuni soldati sono bombe a orologeria, in un Paese dove abbondano le armi. «Guidi, guardi a destra e a sinistra e vedi edifici a più piani distrutti. Luoghi bruciati, tutto distrutto. È difficile immaginare la portata della distruzione», ha ripetuto un altro dei veterani a “Breaking the silence”. Ha osservato Gaza diventare nient’altro che polvere, anche per mano sua. «Nel corso di tre settimane, ho visto come lo spazio si trasforma da un luogo che sembrava normale in uno spazio in cui tutto ciò che si trovava tra le case è stato distrutto. È stata, per me, una delle cose più difficili da vedere». Come se la moltiplicazione di quel preciso ordine, prendesse la forma dell’annientamento, da una parte e dall’altra della canna del fucile: «Adulto, maschio: uccidi. Spara per uccidere».
Pubblicato da Giovanni Carpinelli alle 12:48 Nessun commento:
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Etichette: guerra, orrore, Vietnam

martedì 26 agosto 2025

Il testamento di Mariam





La strage di giornalisti. Il testamento di Mariam: figlio mio, non dimenticarmi
Luca Foschi, Ramallah lunedì 25 agosto 2025
Avvenire

Due cannonate in chirurgica, sconvolgente successione. Il primo sull’ospedale Nasser, il secondo sui soccorritori: è ancora una volta strage di operatori sanitari e giornalisti a Gaza. Questa mattina i carri armati israeliani hanno preso di mira il quarto piano dell’ultima struttura funzionante nel governatorato meridionale di Khan Yunis. La seconda esplosione ha travolto coloro che si stavano arrampicando sulle scale esterne dell’edificio per portare i primi aiuti e diffondere la notizia dell’attacco. Fra questi Mariam Dagga, che collaborava con l’Associated Press, e Moaz Abu Taha, freelance. Una foto scattata dall’alto li ritrae intorno al sacco bianco di un cadavere tenuto fra la selva di corpi e mani, nella concitazione dell’intervento. Pochi istanti dopo lo schianto, un’enorme nuvola di fumo, una pioggia di detriti.
«Eravamo all’interno dell’ospedale, impegnati in mezzo alla grave carenza di attrezzature e farmaci. Gli spazi intorno alla sala operatoria, soprattutto al mattino, sono pieni di pazienti, medici, infermieri, studenti di medicina. I giornalisti erano lì per riferire sulla difficile situazione sanitaria. Facevamo tutti il nostro lavoro quando è arrivato l’attacco», ha raccontato Saber al-Asmar, medico del Nasser. Come se fosse la cura di anime e corpi a entrare nelle coordinate di tiro, nel centro dei mirini: «Mariam si recava regolarmente in ospedale per raccontare in immagini le storie dei bambini affamati, siamo rattristati e scioccati», si legge in un comunicato dell’Associated Press. Su Facebook si legge una lettera testamento scritta dalla giornalista al figlio dodicenne, che è stato evacuato durante questi mesi di guerra: «Ghaith, sei il cuore e l'anima di tua madre. Voglio che tu preghi per me, non che tu pianga per me, affinché io possa rimanere felice. Voglio che tu non mi dimentichi. Facevo di tutto per renderti felice e a tuo agio, facevo di tutto per te. E quando sarai grande, ti sposerai e avrai una figlia, chiamala Maryam come me». Mariam nei mesi scorsi aveva donato un rene all'anziano padre.
«Siamo sconvolti nell’apprendere della morte di Hossam al-Masri, e del ferimento di Hatem Khaled, nostri collaboratori», ha dichiarato Reuters in un messaggio diffuso sul suo sito web. Insieme a Mariam, Moaz e Hossam, hanno perso la vita anche il reporter del giornale al-Quds Ahmed Abu Aziz e Moahmmed Salama di al-Jazeera. In serata i giornalisti uccisi a Khan Yunis sono diventati sei. Hassan Douhan, reporter di al-Hayat al Jadid, è stato vittima di un bombardamento nel campo per sfollati di al-Mawasi. Secondo il ministero della Salute di Gaza 20 persone sono rimaste uccise nell’attacco all’ospedale Nasser. Quattro i morti fra medici e infermieri.
«Israele è profondamente dispiaciuto per il tragico incidente verificatosi all’ospedale Nasser», ha succintamente commentato il premier Netanyahu nella tarda serata. Una a dir poco lacunosa spiegazione dell’inconcepibile massacro era arrivata nel pomeriggio con un comunicato dell’esercito, che ha spiegato come il quarto piano del Nasser sia stato colpito nel tentativo di distruggere una telecamera che la squadra di carristi sospettava appartenere ad Hamas. Il secondo proiettile sarebbe stato esploso per assicurare lo smantellamento del dispositivo. Una inchiesta verrà avviata “il prima possibile”.
L’area intorno al Nasser, hanno tuttavia fatto notare diversi ufficiali dell’esercito intervistati dal quotidiano Haaretz, è piena di telecamere. Impossibile capire perché sia stato bombardato proprio il quarto piano dell’ospedale. «Un attacco si sarebbe dovuto condurre in tutt’altra maniera. Non è chiaro chi abbia dato l’ordine», hanno dichiarato le fonti al giornale. Il direttore della struttura sanitaria, Atef al-Hout, non ha dubbi: «Hanno preso di mira il centro chirurgico. Stavamo operando quando tutto è successo».
Continuano intanto le operazioni di “Gideon’s chariots 2”, il piano di assedio di Gaza City attanagliata dalla carestia. 58 i morti e 308 i feriti in tutta la Striscia secondo il ministero della Sanità controllato da Hamas.
«Restiamo allibiti di fronte a quello che sta succedendo a Gaza nonostante la condanna del mondo intero», ha dichiarato il segretario di Stato vaticano cardinale Pietro Parolin, a Napoli durante l’apertura della settimana liturgica nazionale.
«Non sono contento dell’attacco all’ospedale. Dobbiamo mettere fine a questo incubo», ha detto in serata il presidente americano Trump.
L’orrore di Gaza è il cuore di una guerra più vasta, che proietta Israele in Yemen, Siria e Libano. «Credo che l’intera regione stia imparando la forza di Israele», ha affermato Netanyahu dopo il bombardamento dall’aviazione su Sana’a, centro del regime degli Houthi che venerdì aveva lanciato un missile sul territorio di Israele. Dieci i morti e 92 i feriti causati dalla risposta di Tel Aviv, arrivata domenica. Il governo di Damasco ieri ha duramente condannato un’incursione dell’Idf nelle campagne sud-occidentali della capitale. Il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, ha in serata replicato a Netanyahu, che si era dichiarato pronto a intervenire in appoggio al governo Libanese nell’operazione di disarmo delle milizie operanti nel paese dei cedri. «Israele può occupare il nostro territorio, ma noi lo affronteremo per impedirgli di raggiungere i suoi scopi», ha minacciato Qassem.


Louis Aragon
Il manifesto rosso / L'affiche rouge 
Strofe per ricordare 
(1959)

Non avete richiesto né la gloria né le lagrime \ né il suono dell’organo, né la preghiera degli afflitti \ come son passati veloci già 11 anni \ v’eravate semplicemente serviti delle vostre armi \ La morte non offusca gli occhi dei partigiani I vostri ritratti erano sui muri delle nostre città \ barba nera, minacciosi e irsuti, nottetempo \ il manifesto che pareva una macchia di sangue \ perché i vostri nomi eran difficili da pronunciare \ cercava proprio di far paura ai passanti Pare proprio nessuno volesse vedervi come francesi \ la gente passava senza neanche guardarvi, di giorno \ ma all’ora del coprifuoco delle dita erranti \ avevano scritto sotto le vostre foto: MORTI PER LA FRANCIA. Ed i mattini tetri ne risultavano cambiati \ tutto aveva il colore uniforme della brina \ a fine febbraio, per i vostri ultimi momenti \ ed è allora che uno di voi disse, calmo \ Buone cose a tutti, Buone cose a quelli che sopravviveranno \ muoio senza provare odio per il popolo tedesco Addio al piacere, alla pena, alle rose \ addio alla vita, addio alla luce ed al vento \ Sposati, sii felice, pensa spesso a me \ tu potrai vivere nella bellezza delle cose \ quando tutto sarà finito, un giorno, a Erevan* Un gran sole d’inverno illumina la collina \ Com’è bella la natura, come mi spacca il cuore\ ma verrà la giustizia, sui nostri passi trionfanti \ Melina** amore mio, orfana mia / ti dico: vivi, fa’ un bambino!/ erano 23 quando fiorirono i fucili \ 23 col loro cuore in anticipo sui tempi\ 23 stranieri, eppure fratelli nostri\ 23 innamorati da morire della vita \ 23 che cadendo inneggiarono alla Francia *[capitale dell’Armenia, terra d’origine di Manuscian] **[la compagna di Manouscian] LA STORIA DI MISSAK MANOUCHIAN E DEL MANIFESTO ROSSO

Missak Manouchian (in armeno: Միսաք Մանուշյան) ha 19 anni quando giunge in Francia, nel 1925. È nato il 1° settembre 1906 in una famiglia di contadini armeni del paesino di Adyaman, in Turchia. Ha otto anni quando suo padre viene ucciso da alcuni militari turchi durante un massacro; sua madre morirà di malattia, aggravata dalla carestia che aveva colpito la popolazione armena. Le atrocità del genocidio segnarono Missak Manouchian per tutta la vita. Di carattere introverso, diverrà ancora più taciturno e questo lo porterà, verso i dodici o tredici anni, a esprimere il suo stato d'animo in versi:
« Un bel bambino
Ha sognato per una notte intera
Di fare all'alba porpora e dolce
Dei mazzi di rose ».
Essendo orfano, è accolto prima da una famiglia curda, e in seguito da un'istituzione cristiana. Al suo arrivo in Francia impara il mestiere di falegname, ma accetta tutti i lavori che gli vengono offerti. Contemporaneamente fonda due riviste letterarie in lingua armena, Čank (« Lo sforzo ») e Makhaguyt (« Cultura »). Missak Manouchian frequenta le università operaie create dalla CGT e, nel 1934, aderisce al Partito Comunista e si unisce alla sezione armena della MOI (Manodopera Immigrata). Nel 1937 sarà al tempo stesso presidente del Comitato di Soccorso per l'Armenia e redattore del suo giornale Zangu (nome di un fiume armeno).
Dopo la disfatta del 1940, ridiventa operaio e, in seguito, responsabile della sezione armena della MOI clandestina. Nel 1943 entra ne Franchi Tiratori Partigiani (FTP) della MOI parigina, di cui diviene direttore delle operazioni militari sotto il comando di Joseph Epstein. Missak Manouchian dirige una rete formata da 22 uomini e da una donna.
A partire dalla fine del 1942, questi uomini conducono a Parigi un'incessante guerriglia contro i tedeschi: in media portano a termine un'operazione armata ogni due giorni, fra attentati, sabotaggi, deragliamenti di treni e collocamento di bombe. Il loro colpo più riuscito risale al 28 settembre 1943, quando abbattono Julius Ritter, responsabile del Servizio di Lavoro Obbligatorio in Francia e generale delle SS.

Il 16 novembre 1943 Missak Manouchian deve incontrare Joseph Epstein sugli argini della senna, a Evry. Non sa che veniva seguito fin dalla sua casa parigina; i due sono arrestati sulla riva sinistra da dei poliziotti francesi in borghese. Con questo, tutte le unità di combattimento della MOI parigina vengono smantellate il giorno stesso o nei giorni successivi. Si trattò di un'operazione di polizia ben condotta o di una denuncia? Alcuni storici ritengono che le circostanze in cui ebbe luogo l'arresto del gruppo Manouchian restano oscure e fanno certamente pensare ad una spiata. Il gruppo sarebbe stato utilizzato per operazioni troppo pericolose per i suoi mezzi, e non sarebbe stato convenientemente avvertito dalla direzione della Resistenza comunista sui rischi che correva.
I tedeschi danno un'insolita pubblicità al loro processo. La stampa è invitata: una trentina di giornali francesi e stranieri sono presenti. I servizi di propaganda tedeschi mandano una troupe cinematografica. Si ha così un processo-spettacolo per tre giorni: il fine è evidente e il presidente della Corte Marziale lo specifica immediatamente: occorre « far sapere all'opinione pubblica francese fino a che punto la patria è in pericolo ». Gli imputati sono tutti stranieri, figurarsi quindi l'occasione propizia.
Il gruppo è infatti formato principalmente da stranieri: otto polacchi, cinque italiani, tre ungheresi, due armeni, uno spagnolo, una rumena e soltanto tre francesi. Tra di essi, inoltre, vi sono nove ebrei (a partire da Epstein) e tutti sono comunisti o vicini al PC. Il loro capo è l'armeno Missak Manouchian.

Contemporaneamente, su tutti i muri di Francia viene affisso un manifesto che li presenta come criminali: il Manifesto Rosso. La propaganda tedesca intende mostrare che questi uomini non sono dei liberatori, bensì dei criminali, dei terroristi, dei delinquenti comuni. Gli autori del manifesto cercano di realizzare una composizione che sappia impressionare:
1 / La scelta del colore: il rosso, colore del sangue, ovvero il sangue scorso negli omicidi perpetrati dall' « esercito del crimine »;
2 / Il titolo del manifesto: « Liberatori? » Più in basso, la risposta: No, sono criminali. Tra la domanda e la risposta, le prove (armi nascoste, sabotaggi, morti e feriti);
3 / Sotto la parola « liberatore », presentata come leggenda, i dieci volti mal rasati degli imputati sono inseriti in medaglioni dal bordo nero, disposti simmetricamente. Sotto ciascuna immagine c'è un nome dal suono straniero, ebreo per sette di essi. Beninteso non vi figura nessun francese. Missak Manouchian è qualificato come « capobanda ». Non è un resistente, non è un liberatore, ma un delinquente comune.
I dieci medaglioni formano come una freccia di cui Manouchian è il vertice, e che punta direttamente sulla parola « crimine ».
Il manifesto viene diffuso anche in forma di volantino, con il presente testo sul verso:
« Anche se dei francesi rubano, sabotano e uccidono, sono sempre comandati da stranieri; sono sempre disoccupati e criminali di professione quelli che eseguono; sono sempre degli Ebrei che li ispirano. »

I tedeschi e il governo di Vichy intesero trasformare questo processo in propaganda contro la Resistenza. Vollero mostrare che la Resistenza era soltanto banditismo e un complotto straniero contro la Francia e i francesi. Si servirono della xenofobia, dell'antisemitismo e del presunto anticomunismo dell'opinione pubblica. La radio e i giornali di Vichy ripresero il tema del « giudeo-bolscevismo, agente del banditismo ». Si trattava di destabilizzare la Resistenza in un momento in cui si era organizzata e causava problemi sempre più gravi alle forze della repressione.

Missak Manouchian fu fucilato al Mont-Valérien assieme a ventuno dei suoi compagni, il 19 febbraio 1944. La donna rumena fu decapitata a Stoccarda. Joseph Epstein e ventotto altri partigiani francesi furono fucilati l'11 aprile 1944.

Il Panthéon accoglie Missak e Mélinée Manouchian

Francia Oggi le spoglie dell'operaio, poeta, capo militare dei Ftp-Moi e di sua moglie saranno trasferiti nel tempio laico della storia francese. E accanto ai due feretri ci sarà una targa con i nomi dei 23 condannati a morte al processo cosiddetto dell’Affiche Rouge, 22 fucilati 80 anni fa, il 21 febbraio 1944, dai nazisti.
Anna Maria Merlo, il manifesto, 21 febbraio 2024













Pubblicato da Giovanni Carpinelli alle 08:04 Nessun commento:
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Etichette: Gaza, orrore, stampa

giovedì 21 agosto 2025

Soldati. Viva la guerra

Henri Rousseau, La guerra, 1894

Carlo Salsa
Trincee. Confidenze di un fante
Mursia, Milano 1982 [1924]

Giunge un altro ferito, portato a braccia, che si lamenta con una cantilena musulmana e dondola la testa senza tregua, tentando di tratto in tratto di divincolarsi con dei sussulti improvvisi. È stato raggiunto poco fa, mentre stava rientrando, da una scheggia frastagliata come un pezzo di carbone che gli ha sfondato la spalla.
Lo faccio posare per terra, in attesa che Sangiorgi giunga con la sua borsa di sanità: in breve, il posto dove è collocato si trasforma in una pozzanghera di sangue. Improvvisamente il ferito si leva sui gomiti e urla:
"Se trovo chi grida ancora
 'Viva la guerra!'...".
Un tracollo lo ributta giù, sui suoi stracci inzuppati.
"Ah, sì, viva la guerra!..." ansa, con gli occhi inferociti di una bestia che tenti invano di riavventarsi.
Giunge Sangiorgi di corsa e solleva il ferito, cercando di applicare le bende su cui sbocciano i fiori istantanei del sangue.
"Viva la guerra!".
Delira: sulla sua agonia queste parole sono rimaste con la fissità delle frasi stolte degli allucinati, con la desolazione di un ultimo grido di naufragio.
Il tenente colonnello sbuca dalla trincea e s'accosta. Osserva il ferito puntando le mani sulle ginocchia. 
"Viva la guerra!..." grida ancora il morente. Poi d'un colpo s'accascia e resta lì di schianto.
"
È morto! borbotta Sangiorgi, dopo un istante di ascoltazione.
Il tenente colonnello si inalbera e dice:
"È morto da eroe, gridando viva la guerra". 

In prima linea sul San Michele (1915)

Ritornati alla nostra nicchia, il mio compagno si imbatte sul tappeto di sacchetti vuoti.
 «Hai veduto?».
 «Niente».
 «Hai capito com’è la linea?».
 «Io no».
 «Ecco com’è la linea». Si accinge a spiegarmi tracciando con un mozzicone di matita, ripescato nel fondo di una tasca, dei ghirigori vacillanti su un ritaglio di carta umidiccia. «Ecco qua. Primo plotone, in questa trincea sopraffina che, invece di essere parallela, è normale alla linea austriaca: non è che un vecchio camminamento nemico conquistato in qualche modo.
 «Tutto quanto il primo plotone insalsicciato in questo budello profondo un metro; guai a chi, durante il giorno, si permetta di allungare uno stinco. Qua, spazio netto, battuto da fucili puntati durante tutta la notte. Poi, buca del comando di compagnia. A destra, altra zona scoperta, tratta come l’altra. Di là fino a noi, tane d’appostamento e qualche breve tratto di scavo, protetto da pochi sacchetti a terra e da molti morti che ci fanno da riparo. Bisogna farci lo stomaco, ai morti: vedrai, domani, alla luce del sole. Senti che tanfo? (Oh, alla sera – io non so il perché cominci a salire, alla sera – questo lezzo ci ammorba e ci sgomenta. Orribile! Oh! Orribile!) Ebbene, anche qui, sotto questi sacchetti, c’è una carcassa di ungherese, conficcata nel fango. Che devo fare? Toglierla? Impossibile. Ci dormo su».
Parla lentamente, rispondendo alle mie domande, con una smorfia d’amarezza intorno alla pipa combusta che s’è ficcata tra i denti. «Lavorare, scavare, risanare? Storie! Di giorno, nessuno si può muovere. Questi dannati ungheresi non ci permettono la minima imprudenza; e sono dei tiratori formidabili. Quanti soldati si son fatti accoppare per un moto di impazienza, per un niente? Quanti ufficiali – di quegli eroici, ingenui ufficiali che non conoscevano ancora la musica – sono rimasti lì, con le scarpe al sole, per non aver voluto accettare le necessità ferree di questa guerra di talpe! Ne ho visti tanti salire quassù con delle idee garibaldine. Fermi? Curvi? Macché! E alla prima luce, la fucilata di un cecchino che stava alla posta con la pipa in bocca e una caraffa colma di birra vicino; e lì, stecchiti, senza un gemito. Quanti! Pare che questi austriaci stiano tutto il giorno con l’occhio sul mirino, golosamente. Sanno che ci dovremo pur muovere ed aspettano. Se un soldato allunga una zampa, gliela marcano con una fucilata. Bisogna rimanere talvolta immobili come mummie per ore intere, durante le loro esercitazioni al bersaglio. Ho provato ieri a issare sui sacchetti una scatoletta di carne vuota, infilzata sulla punta della baionetta. Dopo un attimo, barilotto. Pensati, quando issiamo le zucche, che cuccagna per loro. Di notte, c’è questa sparatoria che grandina, sempre, dal tramonto all’alba. Non potendoci ributtare e conoscendo le nostre condizioni disperate, vogliono abbrutirci; non permettono che, con qualche lavoro, si tenti di rendere possibile la permanenza quassù: vogliono che i morti rimangano qui a sgomentarci, che le corvée siano paralizzate, e che questo martirio intollerabile ci faccia impazzire. Se, di notte, odono il raschio di una vanghetta, intervengono con una annaffiata di mitragliatrici per farci smettere. E, d’altra parte, come vuoi scavare se siamo privi di tutto e se, scavando, non si fa che disseppellire dei cadaveri che ci mettono in fuga con le loro esalazioni? Non si può: siamo dannati all’immobilità, fino a quando vien l’ordine di andare all’attacco. Senti? Avranno udito lo scalpiccio della corvée che tenta di portarci i vivere. Restano sempre per la strada quei poveracci, con i sacchi del pane e i bariletti di vino: quassù spesso non giunge nulla. E quando anche le cose vanno bene… Ci sono dei soldati che preferiscono patire la fame e la sete per quarantott’ore piuttosto che fare due salti allo scoperto di notte, e venire qui a ritirare i viveri. Eh! ne hanno vedute troppe ormai!».

Carlo Salsa (nato a Milano nel 1893 e morto a Milano 1962) è stato scrittore, giornalista e sceneggiatore. Si arruolò come tenente in fanteria e fu subito inviato al fronte in prima linea, combatté sul Carso rimanendo ferito e cadendo prigioniero nel 1917. Dopo la guerra ritornò a scrivere, fu vicedirettore della Società Italiana degli Autori ed Editori e fondò nel 1929 con Leonida Rèpaci e Alberto Colantuoni il “Premio Viareggio”. Fra le altre attività, collaborò alla sceneggiatura del film La grande guerra di Mario Monicelli. (Luca Arborio)



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Etichette: orrore, retorica, verità

martedì 22 luglio 2025

Pure se non fosse genocidio

Omer Bartov

Mattia Feltri 
Buongiorno
La colpa indicibile 
La Stampa, 22 luglio 2025

I giornali italiani hanno ampiamente ripreso e commentato un intervento firmato la scorsa settimana sul New York Times da Omer Bartov. È tutta la vita che studio i genocidi e, quando li vedo, li riconosco, ha scritto. Fino a qualche tempo fa, ha scritto, l’ipotesi di genocidio a Gaza non mi convinceva, adesso invece sì. Al contrario, io sono di quelli ancora persuasi che genocidio sia una parola da usare con cura e per Gaza se ne fa un uso grossolano, lo dico per mille motivi qui irrilevanti, e il lungo articolo di Bartov non mi pareva aggiungesse qualcosa di decisivo; ma nessuno può trascurare i titoli accademici che fanno di lui uno dei massimi storici israeliani della Shoah.

Poi, non saremo noi sui giornali a dare una risposta, e nemmeno i tribunali internazionali, da sempre così dipendenti da umori ed equilibri politici, bensì il tempo, quando si guarderà alle cose di oggi senza le squassanti passioni. Sarà una risposta importante ma, per paradosso, oggi lo è molto meno. Cominciano a essere tanti gli israeliani o i membri delle comunità ebraiche che con dolore non escludono una colpa così grave, e in particolare per la storia degli ebrei: dalla nostra Anna Foa a un grande come Benny Morris fino a Jean Hatzfeld. O che dicono genocidio apertamente: da Amos Goldberg a Judith Butler a Avi Shlaim, tutti accademici di rilievo. Davanti all’orrenda carneficina di Gaza, anche al netto della propaganda, l’ultima barriera a difesa della reputazione di Israele sta per essere abbattuta, e da parte di Netanyahu è folle non comprendere che per il suo Paese il genocidio diventa un guaio serio, pure se non fosse genocidio.

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Etichette: Gaza, Israele, orrore

sabato 7 giugno 2025

Genocidio


Perché non possiamo non dire genocidio
Chantal Meloni
il manifesto, 7 giugno 2025

Quando Raphael Lemkin, giurista ebreo-polacco, coniò questo termine, per descrivere lo sterminio di milioni di ebrei ad opera della Germania nazista e dei suoi alleati, aveva già maturato la convinzione che fosse necessario un nuovo crimine, caratterizzato dalla volontà di distruggere un gruppo in quanto tale, osservando quello che oggi chiamiamo senza ambiguità genocidio degli armeni, all’inizio del secolo scorso.

Sono tanti i genocidi della storia, commessi sia prima che dopo la Convenzione per la prevenzione e repressione del crimine di genocidio, adottata dall’Onu nel 1948.

Su quella promessa, di non permettere mai più un genocidio, si fonda la nostra comunità internazionale, che si dotava degli strumenti, politici e giuridici per ripartire dalle macerie della Seconda guerra mondiale, con decine di milioni di vittime e intere città rase al suolo.

Sono tanti i modi in cui si commette un genocidio e sono tante le accezioni in cui si impiega il temine, ma genocidio è anzitutto un termine giuridico. Perché parliamo di genocidio rispetto a quel che Israele sta facendo a Gaza? Perché è un termine tecnicamente corretto per descrivere ciò che è in corso; perché appaiono integrati gli elementi costitutivi di tale crimine; perché è necessario ricorrere alle categorie giuridiche esistenti, prima di parafrasare o creare neologismi.

Occorre guardare alla definizione di genocidio ai sensi della Convenzione, rimasta immutata da 78 anni. Una definizione accettata da tutti gli Stati del mondo come diritto consuetudinario, cogente, che obbliga tutti al suo rispetto – non solo nel senso di non commettere atti di genocidio, ma anche, e questo è un punto fondamentale, alla sua prevenzione e punizione.

Solo la prima delle cinque condotte integranti genocidio comporta peraltro l’uccisione fisica (e non si tratta certo di soglie in termini quantitativi di morti): anche causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo, infliggere condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica, imporre misure volte a prevenire le nascite all’interno del gruppo o trasferire forzatamente bambini a un altro gruppo, possono integrare questo crimine.

Sono tanti i modi in cui si commette un genocidio, ma tutti sono accomunati da una cosa, lo scopo che si prefigge chi agisce, ossia quell’intento che caratterizza il crimine – di distruggere in tutto o in parte un gruppo protetto in quanto tale (su base nazionale, etnica, razziale o religiosa).

Israele nega di stare commettendo un genocidio a Gaza: afferma di stare combattendo un conflitto armato con Hamas, invoca il suo intrinseco diritto di difendersi e sostiene che le sue azioni sono giustificate dal fine della liberazione degli ostaggi; in breve, di stare combattendo obiettivi militari seguendo le regole dei conflitti armati (il diritto internazionale umanitario).

Ma nessuna regola di diritto internazionale umanitario permette di fare ciò che Israele sta facendo a Gaza – gli attacchi agli ospedali, alle scuole, i bombardamenti a tappeto, la distruzione totale delle infrastrutture civili, gli sfollamenti impossibili di centinaia di migliaia di civili, le torture sui prigionieri, l’uso della fame come arma di guerra. Gli esperti hanno definito il tentativo di Israele di giustificare la sua condotta con la retorica della guerra come «camuffamento umanitario», un abuso del diritto internazionale.

L’esistenza di un conflitto armato (e la commissione di crimini di guerra) non esclude peraltro la commissione di un genocidio, come ben spiegato nel ricorso del Sudafrica contro Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia già a dicembre 2023. Sono innumerevoli i rapporti che analizzano in questi termini, con ampia documentazione, ciò che Israele fa a Gaza: organizzazioni palestinesi, israeliane, internazionali, esperti indipendenti, special rapporteur dell’Onu, autorevoli accademici, storici, sociologi, studiosi del genocidio, studiosi ebrei dell’Olocausto giungono alle stesse conclusioni.

La situazione è divenuta tanto più chiara nelle ultime settimane, con il blocco totale degli aiuti umanitari e la popolazione di Gaza, bombardata, mutilata e affamata in diretta davanti ai nostri occhi.

Non si parla più di un rischio di genocidio, ma di un genocidio in pieno corso, che gli Stati hanno fallito di prevenire. Come ci insegnano gli studiosi del genocidio, l’uccisione fisica dei membri del gruppo è solo l’ultimo di diversi stadi che preparano il terreno, a partire dalla deumanizzazione del gruppo in quanto tale. Il piano di distruzione del gruppo palestinese non è iniziato il 7 ottobre 2023, né è avvenuto senza avvisaglie, né può essere confinato a Gaza. Rapporti datati 2022 ci ricordano che sufficienti segnali c’erano già prima del 7 ottobre; le spunte sulla check list del livello di allarme erano già complete.

Le dichiarazioni del governo israeliano dopo il 7 ottobre hanno reso esplicito ciò che i palestinesi già sapevano. Dovremmo ascoltare di più le vittime ma non lo facciamo, anche perché in fondo siamo razzisti. E così i segnali di allarme rimangono inascoltati, ignorati. Così si arriva a decine di anni di omissioni da parte degli Stati terzi, che poi così terzi non sono.

Sono tanti i modi in cui si commette un genocidio e sono tanti i modi in cui lo si lascia commettere. Ci siamo chiesti come sia potuto avvenire l’Olocausto, il genocidio del Ruanda, quello di Srebrenica e tanti altri. Oggi, rispetto a Gaza, lo sappiamo.

Pubblicato da Giovanni Carpinelli alle 09:44 Nessun commento:
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Etichette: Israele, orrore, Palestina

lunedì 10 febbraio 2025

Giulia




Antonio Maria Mira, Gli arresti. Giulia, sposa a 12 anni, schiava sessuale e madre a 14: choc a Latina, Avvenire, 10 febbraio 2025

Sposa bambina a 12 anni, incinta alla stessa età, una prima interruzione di gravidanza al quinto mese, nuovamente incinta dopo meno di tre mesi, una seconda interruzione di gravidanza, e infine a 14 anni la nascita di una figlia. Non è una storia da Terzo mondo ma italianissima. Storia di Giulia (nome di fantasia), bambina campana trasferita con la famiglia a Latina, dove finiscono in contatto con ambienti criminali.

È stata infatti scoperta dai carabinieri che indagavano su una piazza di spaccio di cocaina a Campo Boario, nel capoluogo pontino, gestita dal clan Di Silvio, famiglia rom sinti, italianissimi, riconosciuta da anni come famiglia mafiosa, con attività illecite in molti territori del Lazio, da Ostia alle province di Latina e Frosinone.

Un’inchiesta durata più di quattro anni e che si è occupata in particolare dei coniugi Ferdinando Di Silvio detto “Gianni” e Laura De Rosa, detta “Puccia”, famosi anche per i due enormi leoni dorati davanti alla loro casa. Intercettandoli i carabinieri hanno scoperto «una realtà di abusi di carattere sessuale a danno della minore infraquattordicenne».

Emerge così che la bambina nel mese di agosto 2021 era in stato di gravidanza «dovuta al concepimento, avvenuto quando era ancora dodicenne, con Armando Di Silvio», figlio della coppia indagata, all’epoca diciassettenne. Durante la gravidanza, nel settembre 2021, viene celebrato «il matrimonio, non consacrato, dei due giovani, come da tradizione Sinti». Gli sposi avevano 17 e 13 anni. Due mesi dopo, una visita medica accerta che il bimbo che Giulia portava in grembo era morto.

Essendo alla 22ma settimana è necessario un intervento. Ma le famiglie dei due ragazzini, che erano a conoscenza dei rapporti sessuali tra i due e «consapevoli dell’illiceità della situazione», per evitare denunce, portano la minore presso l’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia (Napoli) dove avviene l’intervento, senza che nessuno segnali l’evidente illegalità dello stato della bambina, malgrado si tratti, oltretutto, di una struttura pubblica.

Dopo l’intervento Giulia viene riportata dai Di Silvio malgrado la madre sia preoccupata del suo stato psicofisico. «È solo una bambina», dice in un’intercettazione, insistendo nel riportarla a casa. Ma la famiglia del clan si oppone perché, dicono, è stato celebrato un matrimonio. La stessa ragazzina telefona al padre per dirgli che vuole tronare a casa, perché solo dai suoi genitori può trovare l’affetto di cui ha bisogno dopo il trauma della perdita del figlio. La mamma così la va a prendere ma provoca la reazione della De Rosa che dice di sentirsi offesa, così alla fine il papà di Giulia convince la moglie a desistere.

E la bambina non solo deve restare a casa Di Silvio accettare di avere rapporti sessuali già pochi giorno dopo l’aborto perché, diceva il giovane compagno, la doveva mettere incinta subito. Giulia è usata «come una marionetta» dice ancora la madre all’altra figlia. E lei stessa racconta che le hanno buttato via i vestiti, jeans e pantacollant, perché deve indossare solo gli abiti tradizionali Sinti. Inoltre la obbligano a collaborare nello spaccio, come documentato, dalle videoriprese dei carabinieri.

E ha 13 anni. Un’età che evidentemente non conta. Niente scuola, niente svaghi. Lei serve per altro. Così dopo trenta giorni dall’aborto è nuovamente incinta. Mentre lei è preoccupata, perché il ginecologo le aveva sconsigliato una nuova gravidanza dopo poco tempo, la famiglia Di Silvio fa i complimenti al ragazzo per le sue doti sessuali. Ma, come prevedibile, dopo pochi giorni arriva la seconda interruzione di gravidanza nel dicembre 2021.

La storia non finisce qui e non finiscono le insistenze per farle fare un figlio. Che alla fine arriva, una bimba nata ad aprile, 2023, quando Giulia ha ancora 14 anni. Lo scorso 4 febbraio scatta l’operazione dei carabinieri, coordinati dalla Procura di Latina, che porta all’arresto dei coniugi Di Silvia sia per il traffico di stupefacenti che per violenza a un minore. Indagati anche i genitori di Giulia. Il gip nell’ordinanza parla di «inconcepibili e assolutamente non giustificati usi e costumi» della famiglia Di Silvio «che non può trovare ingresso nel nostro sistema giuridico e desta particolare allarme ove si tenga conto dello stato di evidente sottomissione della minore e delle pressioni psicologiche attuate sulla stessa dagli indagati, tali da indurre la vittima, che era solo una bambina, a subire passivamente le vessazioni descritte e che, tutt’oggi risulta vivere con gli indagati». Fino al 4 febbraio.

Ora, infatti, Giulia, che è nuovamente incinta di 4 mesi, è ospitata con la figlia in una casa famiglia protetta. Qui è stata ascoltata dai magistrati, alla presenza di una psicologa. Un colloquio difficile, tra ammissioni e paure, la difesa, apparsa non convinta, degli usi Sinti, ma anche la conferma del suo desiderio di tornare nella sua famiglia. Una vicenda ancora da chiarire fino in fondo, anche sulle responsabilità dei servizi sociali e delle istituzioni scolastiche e sanitarie che non hanno mai segnalato nulla al Tribunale per i minori di una bambina cresciuta troppo in fretta, di due gravidanze e di due aborti. Neanche il matrimonio celebrato in uno dei locali più lussuosi di Latina, con oltre cento invitati, e malgrado le riprese dei carabinieri, ha suscitato interesse su quella bambina, quasi un fantasma.

Pubblicato da Giovanni Carpinelli alle 11:53 Nessun commento:
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