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martedì 1 marzo 2016

Donne perplesse su Vendola


 
Franca Fossati

Paolo Conti
Vendola, il fronte delle donne contro
Boldrini: «Riserve sulla surrogata»

La presidente della Camera: pratica che si presta allo sfruttamento delle donne
Da Serracchiani (Pd) a Ronzulli (Forza Italia) il no all’utero in affitto
Corriere della Sera, 29 febbraio 2016

ROMA «Personalmente ho molte riserve sulla maternità surrogata». Laura Boldrini, presidente della Camera, parla da Londra ma si rivolge al dibattito italiano: «É un tema molto delicato, i dubbi ci sono soprattutto quando si ha a che fare con giovani donne straniere. È una pratica che si presta allo sfruttamento delle donne». Ma il dubbio, per la presidente della Camera, esclude ogni possibile attacco alla scelta di Nichi Vendola e del suo compagno Ed Testa: «Ho sentito commenti sguaiati e volgari, è squallido arrivare a fare questo. Faccio loro i miei migliori auguri e spero che non continui questo assalto alla loro scelta. Nessuno può esprimere pareri così pesanti contro un bambino che è nato».
Le donne e il dibattito
L’orientamento della presidente Boldrini è condiviso da molte donne dell’area progressista e femminista. Avverte Debora Serracchiani, vicesegretario del Pd: «Sono contenta per Nichi, per il suo compagno e per il piccolo Tobia. Ho qualche perplessità, lo abbiamo sempre detto, sull’utero in affitto che è vietato in questo Paese e resta vietato nonostante l’approvazione delle unioni civili. Non facciamo confusione». Franca Fossati, firma storica del giornalismo femminista italiano, ieri ha affidato a questo post sulla sua pagina su Facebook il proprio tormentato stato d’animo: «Probabilmente è già successo nel senso comune: la gravidanza, questo meraviglioso e misterioso processo per cui l’uno, anzi l’una, diventa due, questa relazione corporea e psichica attraverso la quale un grumo di cellule diventa un individuo unico e irripetibile, non vale niente. La differenza sessuale tra uomini e donne non vale niente. Non so che mondo ne deriverà. Non so se l’umanità ne avrà un guadagno, o se perderà se stessa. Ma sento parlare uomini e donne di tutto questo come se il problema non esistesse, e mi fa paura».
L’appello
I toni non sono lontani da quelli usati nel recente appello di «Se Non Ora Quando Libere», firmato — tra i tanti — anche da Dacia Maraini, Sonia Bergamasco, Francesca Neri: «Noi rifiutiamo di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore. Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione». La falsariga è quella di un altro famoso appello lanciato all’inizio di febbraio in Francia dall’universo femminista, legato alla sottoscrizione internazionale contro la maternità surrogata così come appare sul sito abolition-gpa.org. Tematica politicamente trasversale, visto che non è dissimile da ciò che scrive l’eurodeputata Licia Ronzulli di Forza Italia: «No all’utero in affitto. No alla compravendita dei bambini. No allo sfruttamento delle madri in affitto».
Armeni: contro lo sfruttamento delle donne
Ritanna Armeni, già firma storica de Il manifesto ed ex caporedattore di Noi donne si ritrova sulla linea degli appelli. Così scrive, anche lei su Facebook: «Per onestà e per chiarezza. Sono contro l’utero in affitto e la maternità surrogata. Ma sono indignata e anche schifata dalla campagna contro Nichi Vendola e il suo compagno Ed. Sono addolorata per l’accoglienza che si fa a Tobia, un bambino che oggi si deve solo a amare». Poi, a voce, spiega il senso della sua scelta: «C’è di mezzo lo sfruttamento del corpo femminile. Non c’è differenza tra lo sfruttamento di una giovane donna nigeriana o di una madre americana che lo fa per pagare l’università ai figli perché comunque, in qualche modo, rimettiamo in discussione alcuni capisaldi della nostra condizione di esseri umani». E ancora: «Mi piacerebbe discutere con serenità su un punto. Noi non sappiamo ancora con certezza quali saranno le conseguenze su questi figli. Quando chiederanno notizie sulle loro origini, scopriranno di essere nati da una transazione economica. Come reagiranno? C’è chi dice che le conseguenze saranno tutte positive, altri giurano che saranno tutte negative. Ma sono posizioni per ora solo ideologiche».

https://palomarblog.wordpress.com/2016/03/01/concita-de-gregorio-su-vendola/

venerdì 20 giugno 2014

Vendola, l'esaurimento di un ruolo

Simone Lorenzati 
Giovanni Carpinelli 
La partita del futuro per Sel

Sembrerebbe l'ennesima riedizione di un copione già noto nella storia della sinistra italiana. Da Turati e Gramsci fino a Migliore e Fratoianni (eviteremmo imbarazzanti paragoni) c'è sempre stato chi voleva essere più a sinistra. Certo le situazioni non sono paragonabili ma il futuro di Sel pare fosse già scritto nel suo dna. Nata da una costola di destra di Rifondazione e da una di sinistra dei Ds (con un pezzo dei Verdi fedeli a Cento) Sel ha vissuto stretta tra l'altalenante amore per il proprio leader Vendola e un interesse marcato per il Pd. Quello che sembra esser semplice a livello di amministrazioni locali (ossia l'alleanza con il più grande partito di centrosinistra) diventa difficile a livello nazionale. A maggior ragione, poi, se il Pd e il governo vivono sulle spalle carismatiche e sfavillanti di Matteo Renzi. Vendola sembra aver puntato sul mantenimento di una collocazione incerta. E da ultimo ha perso. La sua stessa leaderhip ha subito con questo un colpo dal quale difficilmente si risolleverà. Già nelle recenti elezioni europee il dilemma si era ripresentato, con una parte dei vendoliani favorevole ad entrare nel Pse (e che aveva mal digerito il progetto Tsipras) ed un'altra schierata per l'ingresso nel Gue (e che mai avrebbe detto sì a Schultz). In mezzo, o in una posizione centrista, proprio il governatore pugliese impegnato nel tentativo di tenere unito un partito che, pur avendo con la lista Tsipras superato il quorum al 4%, oscillava assai (ed il caso Spinelli con Furfaro, esponente proprio di Sel, che doveva cederle il posto non ha certamente aiutato). L'impressione è che il decreto Irpef sui famosi 80 euro (per inciso una misura di redistribuzione, qualunque sia il giudizio che se ne voglia dare) sia stata solamente la scintilla che ha fatto scoppiare l'incendio. Il postino suona sempre due volte, si dice. Nella storia della sinistra italiana il messaggio dell'unità è stato spedito molte volte. Nel 1924, nel 1946, nel 1956 (Pralognan), nel 1968... Tanto per smentire la frase fatta, il postino ha parecchie volte bussato alla porta senza che nessuno rispondesse veramente all'appello. Per l'unità più vasta ci saranno forse altre occasioni, intanto c'è sempre qualcuno che pensa di preservare meglio il futuro nella distinzione e nella solitudine.

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LA FINE DI UN CICLO A SINISTRA 

Stefano Folli
Dal debole antagonismo di Vendola alla sinistra «renziana» di governo
La secessione di Migliore è l'effetto, non la causa della crisi. Il premier oggi come una calamita

Il Sole 24 ore, 20 giugno 2014

Va rispettato il «profondo dolore» di Nichi Vendola, ma la vera causa della sua amarezza non può essere l'addio di Gennaro Migliore e di altri tre che hanno abbandonato Sinistra&Libertà. Il dolore di Vendola va riferito alla chiusura di un ciclo. Perché di questo realmente si tratta. Il capogruppo Migliore che se ne va è l'effetto, non la causa della crisi. E se ci sono «errori politici», come pensa il leader storico della sinistra ex antagonista, è un po' ingeneroso attribuirli tutti agli scissionisti di oggi. Gli errori li hanno commessi in tanti negli ultimi anni, a cominciare da Vendola stesso.
In fondo l'ambizione iniziale era generosa, nutrita di utopia, ma aveva un senso: creare una sorta di movimento "arcobaleno" alla sinistra del Partito Democratico in cui far confluire diversi filoni, ciascuno con le proprie delusioni e frustrazioni. Ecologisti e verdi di varie sfumature, ex comunisti (ma non tutti), pacifisti, una parte dei seguaci di Fausto Bertinotti, l'uomo che per anni aveva dato spessore e una prospettiva a quell'area politica e il cui abbandono aveva provocato, esso sì, uno strappo doloroso.
Tutto doveva essere filtrato e rigenerato dal leader Vendola con le sue qualità di affabulatore, padrone di un linguaggio forbito e narcisista, certo un po' fumoso. Si avvertiva un'ambiguità di fondo che partiva dal modo di comunicare e arrivava in un attimo alla linea politica. Pochi possono dire di aver capito con precisione cosa volesse Sel. Negli enti locali il partito vendoliano è stato ed è un partner del Pd in innumerevoli giunte. Ma sul piano nazionale è rimasto a metà strada. Né realmente antagonista né davvero determinato a far valere le sue proposte al tavolo del governo.
L'Italia cambiava, ma il leader sembrava prigioniero dei suoi schemi astratti, senza riuscire a dar voce a una classica sinistra «di classe» e tanto meno a una sinistra riformista. E il fatto che il caso dell'Ilva di Taranto sia esploso proprio nella Puglia di Vendola vuol dire qualcosa, anche sul piano simbolico. Si è accreditato il capo di Sel di un rapporto sotterraneo con Renzi, e magari sarà vero, ma i risultati non devono essere granché soddisfacenti, se si è arrivati alla spaccatura di ieri.
Ora Migliore e il gruppetto che lo segue, forse destinato a ingrossarsi nel tempo, tenteranno di costituire la sinistra del «renzismo». Non è importante se entreranno o meno nel Pd (probabilmente non lo faranno adesso), è interessante capire se riusciranno a occupare uno spazio politico che in effetti esiste. Perché se Renzi vuole essere una specie di Tony Blair all'italiana e quindi tende a rappresentare i ceti moderati, nonostante la presenza del Ncd di Alfano nel governo, è evidente che ci sono margini per un'ala sinistra che serva anche a coprire il "renzismo" su quel versante.
L'operazione può riuscire o forse no, vedremo. Quel che è certo, qualcosa si è messo in moto nel campo della sinistra. Soprattutto quella che un tempo vedeva se stessa come antagonista e oggi si è accorta che, almeno in questa fase storica, lo spazio si è ristretto: a meno di non andare sul terreno dei populismi, il cui sbocco però è a destra, come si vede nel caso Grillo-Farage. Il fenomeno Renzi è un'enorme calamita che attira a sé vecchi e nuovi soggetti, scompaginando gli schieramenti precostituiti. Di questa ondata Vendola è la vittima più recente, ma forse non l'ultima.

venerdì 24 gennaio 2014

Riccardo Barenghi su Vendola

Riccardo Barenghi
La strada molto stretta di Vendola
La Stampa, 24 gennaio 2014

Il partito di Vendola, nato 5 anni fa, oggi celebra il suo secondo congresso ma non vede un futuro roseo. Un partito reduce dal risultato delle elezioni politiche, un misero 3,2%, e dalla sconfitta della coalizione con il Pd di Bersani.
Una coalizione di centro-sinistra che non è riuscita a formare quel governo di cambiamento sul quale aveva puntato tutte le sue carte il leader di Sel. Inoltre, la nascita delle larghe intese assieme all’avversario storico Berlusconi, l’uscita di scena dello stesso Bersani, l’arrivo di Renzi che non è certamente in sintonia con le istanze della sinistra radicale, la legge elettorale che prevede una soglia troppo alta per sperare di entrare in Parlamento... Un quadro nefasto.
Sel ha poche strade davanti a sé per tentare di rimanere in vita. La prima, quella più lineare, sarà probabilmente enunciata oggi da Vendola. Si tratta di combattere in Parlamento affinché la soglia della nuova legge elettorale venga abbassata al 4 per cento per chi si presenta in coalizione (oggi è prevista al 5, tetto proibitivo per Sel stimata tra il 2 e il 3 per cento). Solo così si potrebbe tentare di nuovo l’avventura di un’alleanza con il Pd. Ma non è affatto detto che le pressioni di Sel riescano a modificare l’impianto blindato da Renzi e Berlusconi. Così come non è detto che, se anche ci riuscissero, sarebbe facile ottenere il 4 per cento dei voti. Il segretario del Pd domani sarà al congresso, si spera in una sua parola di rassicurazione...
Le altre strade ci sono ma non si dicono, almeno ufficialmente. Una è l’entrata nel Pd per creare una corrente di sinistra composta anche dagli attuali oppositori di Renzi: Cuperlo, Fassina (e Bersani e D’Alema). Strada più che impervia soprattutto perché significherebbe sancire definitivamente il fallimento politico di un progetto che pure qualche speranza aveva suscitato fino a qualche anno fa, quando i sondaggi attribuivano a Sel il 7-8 per cento dei consensi. Perché si sono perduti quei consensi è una domanda alla quale sarebbe riduttivo rispondere dando tutte le colpe a Bersani (che pure non ne è esente).
Oppure (esclusa l’ipotesi che la sinistra del Pd esca dal partito per entrare in Sel), ci sarebbe sempre il richiamo della foresta. Una scelta movimentista, magari benedetta da Fausto Bertinotti, Barbara Spinelli e Marco  Revelli, che potrebbe rimettere insieme i pezzi sparsi della sinistra radicale italiana: Sel, Rifondazione, i Verdi, Ingroia, addirittura Diliberto. Una prospettiva che Vendola vede come fumo negli occhi ma se in gioco ci fosse la sopravvivenza...
In ogni caso il primo banco di prova per Sel saranno le europee di maggio, dove potrà misurare la sua forza reale. E qui c’è un’altra battaglia preventiva da fare, cercare di abbassare quella soglia del 4 per cento che rende improbabile un arrivo a Bruxelles (non a caso il segretario di Rifondazione Ferrero sta pensando di candidarsi in Grecia). Il problema però è che ormai l’immagine politica di Sel risulta appannata, anche grazie a quella telefonata di Vendola con Girolamo Archinà, in cui il governatore pugliese si complimentava per il «balzo felino» con cui il dirigente dell’Ilva aveva strappato il microfono a un giornalista. A molti elettori di Sel quel balzo non è piaciuto affatto.

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Daniela Preziosi 
Sel, la "strada giusta" riparte in salita
il manifesto, 24 gennaio 2014


Nelle odis­see poli­ti­che non c’è mai dav­vero un’Itaca, ma il bol­let­tino dei navi­ganti dice a Nichi Ven­dola tem­pe­sta. Tem­pe­sta forte, tale da richie­dere la ricerca imme­diata di un approdo, se non un porto almeno uno sco­glio. Oggi al Pala­con­gressi di Ric­cione si apre il secondo con­gresso di Sini­stra eco­lo­gia e libertà, si inti­tola «la strada giu­sta fra crisi sociale, della poli­tica e un campo largo, a sini­stra, da rico­struire». 900 dele­gati in rap­pre­sen­tanza di 34.300 iscritti non post-ideologici ma certo «laici di sini­stra», rac­conta una ricerca di Paola Bor­dan­dini (La spada di Ven­dola, Don­zelli) descri­ven­doli come risorsa irri­nun­cia­bile per un’alleanza post­ber­lu­sco­niana, «senza un nemico da combattere».
Ma il post­ber­lu­sco­ni­smo è ini­ziato? Il tempo non ne fa una dritta a Sel e appa­rec­chia un menù al cia­nuro per le assise che deci­de­ranno la sorte della sini­stra che «tiene aperta la par­tita» del cen­tro­si­ni­stra, anima gover­ni­sta (fuori dal governo) di una sini­stra ita­liana che zop­pica con tutti i piedi che ha. Il Pd, l’alleato d’elezione, governa con la destra; il neo­se­gre­ta­rio Renzi ha con­cor­dato con Ber­lu­sconi una legge elet­to­rale che «asfalta» i par­ti­tini (sbar­ra­mento al 5 per quelli in alleanza, all’8 chi sta fuori); e a chi obietta ha rispo­sto «si arran­gino», avver­ti­mento a futura memo­ria. Eppure, per i son­daggi, anche quel pes­si­mi­stico 2,3 per cento a cui viene oggi quo­tata Sel (dal 3,2 del 2013), sarebbe deter­mi­nante per la vit­to­ria. E però il pac­chetto Renzi-Berlusconi con gli alleati utili non divide nean­che il pre­mio di mag­gio­ranza (oggi, con il por­cel­lum, Sel ha 37 depu­tati e 7 senatori).
Ma saranno le euro­pee di mag­gio a pre­sen­tare il primo conto. Lì lo sbar­ra­mento è al 4. I ven­do­liani si divi­dono fra gli sbi­lan­ciati verso il Pse (Sel ha chie­sto di ade­rire, nes­suna rispo­sta ancora è arri­vata) pro­pensi ad appog­giare, insieme al Pd, il social­de­mo­cra­tico tede­sco Mar­tin Schulz (Gen­naro Migliore è il capo­fila); e i tanti che guar­dano al gio­vane Ale­xis Tsi­pras, lea­der della greca Syriza, lan­ciato in Ita­lia da un appello di intel­let­tuali (sul mani­fe­sto del 17 gen­naio). Su un piatto della bilan­cia c’è il social­de­mo­cra­tico, anima cri­tica della Spd lar­ghin­te­si­sta, che potrebbe incas­sare la non bel­li­ge­ranza di Angela Mer­kel. Sull’altro c’è Tsi­pras, dal pro­gramma anti­ri­go­ri­sta, lo stesso di Sel; ma con una lista che, per ora, non acco­glie la «terra di mezzo» di conio ven­do­liano e indica come approdo il Gue, il gruppo della Sini­stra euro­pea. Una cena fra Ven­dola e Bar­bara Spi­nelli, ispi­ra­trice della lista, non ha pro­dotto avvi­ci­na­menti. Sel è pronta a fare una sua lista, ma il rischio di non acciuf­fare il 4 per cento è reale. Ven­dola, pure pro­vato dalla vicenda Ilva, ha pro­messo che deci­derà insieme ai dele­gati se cor­rere per Bru­xel­les: la sua pre­senza fa la dif­fe­renza. D’altro canto per le sini­stre ita­liane, divise ormai per tra­di­zione e defi­ni­zione, il rischio replica del disa­stro 2013 è die­tro l’angolo.
Intanto dal Pd parte il pres­sing per l’ingresso di Sel che irro­bu­sti­rebbe il par­tito nuovo di Renzi. Ha i toni spre­giu­di­cati del segre­ta­rio che prima del patto con Ber­lu­sconi aveva assi­cu­rato la sua pre­senza domani a Ric­cione. Verrà dav­vero, ora che indossa i panni dell’angelo asfal­ta­tore? «Deci­desse lui», taglia corto Cic­cio Fer­rara, coor­di­na­tore di Sel, annun­ciando il no all’Italicum. «Gli sbar­ra­menti per i coa­liz­zati e non, sono alti e odiosi. Ma il punto è: Renzi per­met­terà di nuovo a Ber­lu­sconi di por­tare in par­la­mento i suoi mag­gior­domi», ragiona Mas­si­mi­liano Sme­ri­glio, vice di Nicola Zin­ga­retti alla regione Lazio, in altri fran­genti gra­ni­tico coalizionista.
Ma l’offerta di abban­do­narsi all’abbraccio del par­ti­tone ha anche la voce ami­che­vole di Gof­fredo Bet­tini, teo­rico del «campo largo» — pre­sente al con­gresso — che oggi però vira verso il bipar­ti­ti­smo: «Ci vuole uno schema inno­va­tivo: Renzi can­di­dato pre­mier con un campo uni­ta­rio dei demo­cra­tici, plu­rale, con­ten­di­bile in perenne eser­ci­zio di pro­du­zione di idee, di deci­sioni, di lotta». E quella dell’amico di una vita di Ven­dola, Nicola Latorre, neo­ren­ziano di antica osser­vanza dale­miana: «Nichi porti ai suoi que­sto oriz­zonte stra­te­gico, a pre­scin­dere dalla legge elet­to­rale, come approdo poli­tico e natu­rale. Senza biso­gno di gesti mor­ti­fi­canti». «È que­sto il momento di met­tere in campo un pro­getto poli­tico», replica Fer­rara. «Nichi stu­pirà», assi­cura Sme­ri­glio. Intanto da oggi ini­zia la bat­ta­glia degli emen­da­menti al docu­mento unico, dopo i con­gressi ter­ri­to­riali com­bat­tuti a colpi di accuse di tes­se­ra­menti gon­fiati, nella migliore tra­di­zione di fami­glia. A andrà in scena anche il duello del con­gresso della Cgil, fra la segre­ta­ria Susanna Camusso, che par­lerà oggi, e quello della Fiom Mau­ri­zio Landini.
La spe­ranza è nell’opera, diceva Vin­cenzo Car­da­relli. Quel Car­da­relli citato da Fau­sto Ber­ti­notti il giorno che annun­ciò la fine del secondo governo Prodi (2007, lo definì «il più grande poeta morente»). Ma da ogni lato la si guardi oggi «l’opera», sem­bra avere una porta che si chiude.
È sem­pre l’ora del bilan­cio per una sini­stra oggi fran­tu­ma­glia, alle prese con l’ennesima crisi di rela­zione con i nuovi movi­menti dell’età della crisi. L’unità ha per­sino smesso di essere uno slo­gan, per­ché una meta troppo lon­tana rischia di essere una fata­mor­gana, o un trucco. Ber­ti­notti, padre poli­tico di Ven­dola, dopo la rot­tura con Armando Cos­sutta (’98), dopo essere stato pre­si­dente della camera dell’Unione (2006), oggi è distante mille miglia dal com­pa­gno di un tempo. E invece l’anziano pre­si­dente che fu fon­da­tore del Prc e poi del Pdci (che poi ha lasciato), e che ormai vive riti­rato, alle ultime poli­ti­che ha con­fi­dato a un amico la sua bene­vo­lenza verso Ven­dola, avver­sa­rio interno di un tempo. «Nichi è capace, gene­ro­sis­simo. Imma­gino la sua fatica. Ma intorno ha il deserto», riflette ama­ra­mente Ersi­lia Sal­vato, per com­ple­tare il qua­dro dei rifon­da­tori della prima ora, l’ultima del Pci. Dome­nica Ven­dola (e com­pa­gni e com­pa­gne) dovranno deci­dere la loro «strada giu­sta». Qual­siasi sarà, par­tirà in salita.


venerdì 15 febbraio 2013

Se la politica sapesse comunicare…













Manifesto realizzato da Reeves per Eisenhower nel 1952: è uno dei primi esempi di collaborazione organica di un pubblicitario ad una campagna elettorale.


 Parliamo di Berlusconi,  Bersani, Monti, Grillo... Ma non vi preoccupate, non ho intenzione di propinarvi un saggio politologico… Vorrei invece riflettere sui due differenti approcci comunicativi che i nostri eroi portano avanti, lasciando però a chi mi legge il compito di trarre le proprie conclusioni.

Da vent’anni a questa parte (dalla famosa “discesa in campo”) stiamo assistendo ad un evidente impoverimento della comunicazione politica, sia in termini di forma sia  - ahimè - di contenuti. Lasciamo da parte per un attimo i contenuti e concentriamoci sulla forma.

In un mio post precedente sostenevo le ragioni di una comunicazione “leggera” contro quella “pesante”. Ma è questo il fenomeno a cui stiamo assistendo? La comunicazione politica attuale si può definire leggera, o forse, semplicemente è superficiale  nel senso deteriore del termine (dico deteriore perché filosofi come Nietzsche rivalutano il valore delle sensazioni di “superficie”)? Nel mio post di cui sopra sostenevo che una comunicazione “leggera” aiutasse a stabilire un contatto, dovesse essere finalizzata a  stimolare una risposta. Mi domando e - se permettete - VI domando se  (disgusto o ilarità a parte) il modo in cui i nostri politici si rivolgono a noi suscita un qualche tipo di reazione. In altre parole: ci sentiamo spinti ad agire? Temo di no. Allora la questione non sta nel fatto se si possa parlare o meno di comunicazione leggera, ma di comunicazione efficace. E soprattutto se “comunicare” significa  “mettere in comune, legare, costruire” e “politica” significa “comunità” (dal greco  “polis”, città intesa come comunità di cittadini), ne deriva che la comunicazione politica dovrebbe essere un processo finalizzato a costruire o a rafforzare quell’insieme di valori su cui si fonda una comunità. Altrimenti non funziona.

Per portare avanti il mio ragionamento mi baso su due presupposti. Primo: come sostiene lo psicologo Paul Watzlawick  “non si può non comunicare”: anche il rifiuto alla comunicazione è una forma di comunicazione. Come pure lo è una “cattiva comunicazione”, quella cioè che ottiene un risultato differente da quello previsto; secondo: la comunicazione politica, almeno dagli anni Quaranta, ha adottato gli strumenti e le tecniche propri della pubblicità.

Partiamo da questo secondo aspetto. Innanzitutto è necessario sottolineare che la pubblicità è una forma particolare di comunicazione che mira a cambiare l’atteggiamento del pubblico, è in pratica una forma di “persuasione”. Secondo Rosser Reeves (teorizzatore dell’Unique selling proposition - USP - più o meno “argomentazione esclusiva di vendita”),  ogni messaggio pubblicitario per essere ritenuto efficace deve soddisfare tre condizioni: 1) deve proporre un beneficio per il consumatore (o elettore); 2) il beneficio deve essere esclusivo (nel senso che gli altri concorrenti non siano in grado di offrirne uno analogo); 3) il beneficio deve essere così accattivante da spingere il pubblico all’acquisto (o al voto).


E già qui ci sarebbe materiale sufficiente di discussione per riempire 100 cartelle… Mi limiterò a dire che non mi pare proprio che nell’attuale campagna elettorale si possano trovare molti soggetti (Berlusconi e Grillo a parte) in grado di soddisfare le condizioni di cui sopra: programmi in genere poco chiari, sostanzialmente poco differenziabili l’uno dall’altro e sicuramente non abbastanza forti da spostare le intenzioni di voto o di spingere al voto. Ma - e qui mi rifaccio alla massima di Watzlawick - anche una pessima forma di comunicazione è comunicazione. Infatti il risultato  di queste campagne elettorali malamente condotte è quello di spingere le persone o verso l’astensione o verso il cosiddetto “voto di protesta”: non è certo un caso se il Movimento Cinque Stelle sta riscuotendo tanto successo. 

A mio avviso infatti è l’unica realtà politica che - ancora Berlusconi a parte (che “meno tasse per tutti”)- ha una unica e chiara “proposta di vendita”: cambiare il sistema politico. Anche il “tono” della campagna grillina contribuisce a raggiungere il risultato: il fatto di andare in mezzo alla gente e parlare con le persone - e farlo con “leggerezza”, nel senso di usare codici linguistici e comportamentali tali da non creare una distanza percepibile tra il leader e gli altri -  provoca coinvolgimento emotivo. E secondo il modello AIDA (lo schema Attenzione-Interesse-Desiderio-Azione  sul quale si basa l’azione pubblicitaria), è proprio il coinvolgimentio emotivo che spinge all’azione, in questo caso al voto. E, come detto, l’ex comico genovese - a cui va riconosciuta l’intelligenza di essersi affidato a chi di comunicazione ne sa veramente - beneficia proprio dell’incompetenza comunicazionale degli altri soggetti politici (ovviamente sempre escludendo Berlusconi)…

La sensazione sempre più consolidata è che la politica  “tradizionale” sia un mondo a parte, con propri codici linguistici e quel che è peggio con una propria rappresentazione della realtà, molto differente da quella della gente comune. Non è certo un caso se libri come “La Casta” hanno avuto tanto successo: il loro merito non è solo quello di portare alla luce le magagne del sistema ma di dare un nome e una definizione a quell’universo che il cittadino comune e la “casalinga di Voghera” sentono come altro da sé. Certo Vendola in passato è stato uno che del parlare al cuore delle persone ha fatto la sua carta vincente: ma il suo progressivo avvicinarsi al PD ha comportato anche l’abbandono di quello stile comunicativo che tanta parte ha avuto nel fargli vincere le elezioni regionali pugliesi per ben due volte.

E se una buona volta questi politici si decidessero a scendere dalla loro torre d’avorio? Forse finalmente comprenderebbero quello che i pubblicitari hanno capito da tempo: la pubblicità da sola non fa vendere! Non basta adottare qualche tecnica o qualche trucchetto, non esistono scorciatoie: o il tuo prodotto è buono e lo sai “vendere bene” o il mercato difficilmente ti premierà. 

Come uscire da questa situazione? Ecco l’uovo di Colombo: applicare il modello Grillo. Attenzione: dicendo questo non voglio dire che Casini debba mettersi a sbraitare come una pescivendola o  Bersani debba presentarsi in mezzo alla folla in maniche di camicia  o che Monti debba adottare un cane (purtroppo gli ultimi due non sono ipotetici paradossi: l’hanno fatto davvero e i risultati sono stati a dir poco comici). Quello che voglio dire è che basterebbe applicare un po’ di sano buon senso: scendere VERAMENTE in mezzo alla gente, capirne davvero istanze e problemi e, soprattutto, adottare un linguaggio realmente leggero, in grado di parlare al cuore delle persone. Adesso a voi lettori (ed elettori) la parola.