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domenica 20 aprile 2025

In cerca del passaggio



Marco Damilano
Sfida al trumpismo, ai progressisti serve un nuovo inizio
Domani, 20 aprile 2025

Pasqua è passaggio. Per il popolo ebraico è stato il passaggio dalla schiavitù in Egitto alla terra promessa. Per il cristianesimo è il passaggio dalle tenebre della morte alla luce della vita nuova, della rinascita. Per la storia è la possibilità di un cammino, la negazione di un ciclo inesorabile che annulla la libertà della persona, la sua individualità.

«L’Esodo è il racconto dell’affrancamento e della liberazione espresso in termini religiosi, ma è anche un racconto storico, secolare terreno», scrive Michael Walzer in Esodo e rivoluzione.

«Una storia politica decisamente lineare, un deciso movimento in avanti. L’Esodo è l’alternativa a tutte le concezioni mitiche dell’eterno ritorno, per cui gli uomini e le donne e le loro azioni nel tempo perdono la propria singolarità. Nell’Esodo gli eventi storici accadono solo una volta: una storia di speranze radicali e di impegno terreno».

La premessa dell’idea di rivoluzione, che sogna la cesura netta con il passato, il nuovo inizio, il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente, ma anche dell’idea di riformismo, che altrimenti diventa pura gestione dei rapporti di forza, senza cambiamento possibile.

Rivoluzione conservatrice


Nella Pasqua 2025 assistiamo a una rivoluzione in corso, imposta da Donald Trump dalla Casa Bianca, che non mira a rovesciare o a redistribuire i rapporti di forza, ma a renderli intangibili. Una rivoluzione conservatrice su scala mondiale che, a differenza di quella reaganiana degli anni Ottanta, avanza per mano dello Stato e non senza o contro, a colpi di ordini esecutivi. Non libera l’individuo, ma lo rende solo, più insicuro, più bisognoso di protezione.

L’incontro alla Casa Bianca di Giorgia Meloni è poca cosa in questo contesto, è una vittoria tattica della premier che ha dichiarato di avere come obiettivo, nientemeno, che rifare grande l’Occidente. Ma a fondare una parte della cultura dell’Occidente è stato il movimento in avanti cominciato con il racconto biblico dell’Esodo, l’avanzare verso la terra promessa che è patrimonio di tutta l’umanità.

Mentre l’Occidente che si vorrebbe rifare grande è la negazione di quel movimento, è la riduzione della democrazia a guscio vuoto, perché privata del sogno di mutamento che ne è il motore.

I primi ad aver interrotto il progresso sono stati proprio i progressisti degli ultimi decenni che si sono accontentati di vivere nel migliore dei mondi possibili, questo, avendo perso ogni intenzione e voglia di cambiarlo. Ma il trumpismo aggiunge la volontà di scatenare le paure, le frustrazioni, la voglia di rivalsa di chi sente venir meno le posizioni.

Rapporto con la Casa Bianca


L’Italia meloniana, e prima berlusconiana e salviniana, è il laboratorio di questa ideologia, in questa identità costruisce il suo rapporto speciale con l’inquilino della Casa Bianca.

Per chi vuole affrontare questa sfida globale, in Europa, in Italia, non c’è alternativa: riprendere il viaggio, uscire dalla difensiva, sapendo che non sarà un percorso breve e neppure indolore. Una sfida più culturale che politica, come culturale è l’assalto trumpiano alle certezze infrante del mondo di ieri.

«La nostra convivenza ferita, in questo mondo a pezzi, ha bisogno di lacrime sincere, non di circostanza. Altrimenti si avvera quanto predissero gli apocalittici: non generiamo più nulla e poi tutto crolla», ha scritto papa Francesco nelle sue meditazioni in occasione della Via Crucis del venerdì santo al Colosseo.

Quasi una sintesi del suo pontificato: la Chiesa che appare «come una veste lacerata», il pensiero per «chi giace alle frontiere e sente finito il suo viaggio», «i costruttori di Babele che raccontano che non si può sbagliare e chi cade è perduto. È il cantiere dell’inferno. L’economia di Dio invece non uccide, non scarta, non schiaccia». E la preghiera all’uomo di Nazareth che muore in croce da innocente: «Tu spiri, e questo respiro, ultimo e primo, chiede solo di essere accolto». Scritto da chi, negli ultimi mesi, ha combattuto per respirare.

In queste settimane di malattia papa Francesco somiglia sempre di più a come lo racconta Javier Cercas nel suo ultimo, potente libro (Il folle di Dio alla fine del mondo, Guanda), il racconto di una domanda (qual è il segreto che nasconde Francesco, chi è il Bergoglio autentico) che ne contiene un’altra (ci sarà la resurrezione della carne?).

È l’enigma decisivo del cristianesimo, il passaggio finale. Papa Francesco appare come altri personaggi di Cercas un eroe contemporaneo. Non più il conquistatore o un condottiero come Mosè, l’eroe della ritirata è disposto a cedere una parte di sé, delle sue ricchezze che ormai contano poco, degli apparati, dei dogmi, a rischiare l’incomprensione e perfino la sconfitta, per salvare quanto c’è di più prezioso e vitale.

Una lezione che vale sul piano civile e politico. Anche la democrazia è lacerata. Di fronte ai costruttori di Babele antichi e nuovi che hanno mezzi potentissimi per far risuonare le voci, in un frastuono indistinto, bisogna riaprire la possibilità del passaggio.

giovedì 5 ottobre 2017

Il mare, acqua e meditazione




Valentina Pigmei, La parola sospesa tra il dire e il mare, Minima & Moralia, 3 ottobre 2017. Questo pezzo è apparso su Pagina 99.

Quando lessi per la prima volta il celebre primo capitolo di “Moby Dick”, quello sulla potenza del mare e dell’acqua, pensai che fosse intrigante ma un po’ esagerato. Troppo americano. Troppo retorico. “Perché quasi ogni ragazzo sano e robusto, che abbia dentro in se uno spirito sano e robusto”, si chiedeva Melville, “prima o poi ammattisce dalla voglia di mettersi in mare? Perché al tempo del vostro primo viaggio come passeggero, avete sentito in voi un tal brivido mistico, non appena vi hanno detto che la nave e voi stesso eravate fuori vista da terra?”. Innegabile che Melville sia un grande scrittore, eppure la sua mistica del mare mi suonò pomposa. “Acqua e meditazione sono sposate per sempre”, declamava Melville sempre in quel celebre primo capitolo.
Anni dopo, durante una traversata oceanica – per la quale non avevo alcuna preparazione né psicologica né nautica né avevo mai praticato la meditazione – la faccenda mi fu chiara: era quell’assenza di tempo, o meglio quel tempo svuotato da pensieri ossessivi, quella incredibile, benefica, riposante pulizia mentale. Quello stato di benessere, a cui in fondo noi tutti aspiriamo quotidianamente, chi facendo yoga, chi lavando i piatti, chi leggendo self help. Non era poi così misticheggiante Melville; e in ogni caso molto meglio della lirica disperazione di John Masefield, il poeta inglese e ex capitano di Marina che scrisse “Sea fever”: “Devo tornare sul mare, alla vita / di zingaro vagabondo; alla via/ delle balene e degli uccelli marini,/ dove il vento è una lama tagliente”.
Di ritorno dalla mia traversata, per spiegare ai “normali terrestri” la qualità della concentrazione che si ha in mezzo al mare, dicevo che se avessi voluto in quei giorni avrei potuto imparare il giapponese. Non è facile da far comprendere a chi non ha vissuto il mare aperto, anche soltanto un “primo viaggio come passeggero“. Fiumi di inchiostro sono stati scritti nel frattempo sugli effetti benefici dal mare. Conferenze, studi universitari, ricerche scientifiche. Il mare fa bene. “Il mare può ripulire da ogni male”, diceva Ifigenia, riferendosi al fratello Oreste dopo dall’assassinio di sua madre, lei davvero un po’ iperbolica.
Ne “La traversata” (Bompiani) di Andrew Miller, una donna silenziosa e anaffettiva, dopo il peggiore dei lutti, si mette in mare, da sola e attraversa l’oceano Atlantico, in un “viaggio nella ferita” a dir poco estremo. Se la navigazione in solitario è “uno stato d’animo”, come scrive Miller, e di certo non è per tutti, lo stato mentale “blue mind” è raccontato da in egual misura surfisti, velisti, pescatori, nuotatori in mare aperto: il mare è una medicina potente, è pura adrenalina, una droga, perfino.
Lo sostengono medici, neuro-scienziati, biologi, psicologi, cartoni animati. Nel lungometraggio d’animazione “Oceania” il mare è un autentico personaggio, muto ma determinato. Un po’ come il tappeto volante di Aladdin è compagno fidato della protagonista, è trasparente e dispettoso o salvifico. I creatori del film (gli stessi de “La Sirenetta”, che tra l’altro nella versione di Andersen è una delle storie di mare più seminali e struggenti di sempre) sono andati nel Pacifico e hanno studiato costumi e leggende locali, forse semplificandole un po’, ma il risultato è eccellente. Nella versione originale il cartone s’intitola “Moana”, come il nome della protagonista (in quella italiana si chiama meno rischiosamente Vaiana), che significa “nel blu più profondo”: secondo la cosmologia polinesiana infatti “moana” è l’ottavo e ultimo strato dell’oceano. In buona sostanza, per costruire una storia moderna sul mito dell’Oceano, gli americani sono andati proprio alla ricerca di quelle culture antichissime – polinesiana e maori – dove il culto del mare è un fatto assodato. E dai quali, sembrano dirci, quelli della Disney un po’ disneyamente, dovremmo imparare anche noi occidentali.
A La Paz in Bolivia si festeggia ogni anno il Día del Mar, il 23 marzo. Ma il mare non c’è. O meglio non c’è più, da quando nel 1979 durante la Guerra del Pacifico i boliviani persero la loro costa in guerra contro il Cile. La ferita nella Nazione è talmente grossa che di recente è stata fatto un appello alla Corte Costituzionale dell’Aia per riavere l’accesso al mare, che nondimeno portava enormi vantaggi economici. La Bolivia ha ancora una marina militare che si tira i pollici sul Lago Titicaca. Ogni anni “bambini e soldati vanno in parata per le strade della capitale, perché solo ciò che è perduto ci appartiene in eterno, e forse neanche quello”, scrive Morten A. Stroksnes ne “Il libro del mare” (Iperborea). “Il mare se la cava bene senza di noi, siamo noi che senza di lui non ce la caviamo”, continua.
Nel libro di Ströksnes, che tiene in sé il simbolismo tipico della letteratura di mare, non c’è la balena bianca o il pescespada di Hemingway, ma lo squalo della Groenlandia, un essere ancestrale, l’animale più longevo del pianeta. Storia vera: due amici – uno dei quali è l’autore stesso – che vanno a pescare il pesce impossibile, ma si capisce che sono tutte scuse per raccontare gli abissi ancora inesplorati dall’uomo, l’ossessione per la preda, l’ansia dei marinai di tornare in mare (“I marinai a terra fanno pensare a ospiti irrequieti”) e ancora una volta il desiderio lacerante di tornare in mare.
Ströksnes ci spiega il mare in modo moderno, sottolineando anche l’emergenza ambientale che lo circonda, ma “senza piagnucolare su quanto è cattivo l’essere umano”, come ha scritto Fredrik Sjöberg. Per lo scrittore norvegese rimane il fatto che il mare è sostanzialmente crudele e indifferente (quella “sua insondabile crudeltà”, per dirla con Conrad): “Il mare nero, profondo e salato ci rotola incontro, freddo e indifferente, privo di qualsiasi empatia. Non di proposito, è solo se stesso. È ciò che fa ogni giorno, anche senza di noi, non si preoccupa delle nostre speranze, né delle nostre paure – e non gli importa niente delle nostre descrizioni. L’oscura pesantezza dell’oceano è una forza superiore. Molti si sono ritrovati in questa situazione, da quando alcuni nostri temerari antenati misero in acqua un tronco scavato, partirono pagaiando sulle onde sonnecchianti e arrivarono lontano, troppo lontano, dove le correnti erano più forti delle braccia e della pagaia. O forse, come noi, furono sorpresi da una burrasca. Dovettero provare tutti la stessa sensazione, lo stesso brivido freddo, quando capirono che il mare non ha sentimenti né memoria”.
Anche per Andrew Miller il mare è solo “la curva del mondo”. O forse addirittura, azzarda lo scrittore britannico, il mare ci fa così bene, ci riposa la mente e cura il cuore, proprio per la sua mancanza di senso: “Quando chiude gli occhi vede solo il mare, il suo moto incessante, né duro né calmo, né contrario né propizio, una visione libera da qualsiasi cosa che somigli a un senso”.
C’è anche chi come David Foster Wallace ne ha terrore e lo considera “come un nada primordiale, senza fondo – abissi popolati da esseri con denti affilati che risalgono verso di te alla velocità di una piuma che cade”. Per Wallace l’oceano è “salato come l’inferno e non è altro che “una gigantesca macchina di decomposizione”. Allora forse stiamo bene al mare, lo cerchiamo, ne facciamo un luogo del desiderio, cerchiamo il suo abbraccio nuotandoci dentro, proprio perché lui non ci chiede nulla in cambio, come un amante senza richieste. “Chi o cosa l’ha mai abbracciata come fa il mare?”, scrive ancora Miller.
Nuotare nel mare, come fa la protagonista de “La traversata”, ti connette con la tua mortalità. “Ti ricorda che potresti morire”, come mi ha raccontato una volta Philip Hoare, il più grande cantore contemporaneo del mare, a proposito delle sue folli nuotate al buio. Del resto “il mare è l’origine”, come scrive oggi Ströksnes, senza suonare niente affatto pomposo.

https://palomarblog.wordpress.com/2016/03/03/umberto-saba-ulisse/

venerdì 25 dicembre 2015

Sartre alle prese con il Natale


Jean-Paul Sartre, Bariona o il figlio del tuono. Racconto di Natale per cristiani e non credenti

Racconto scritto e rappresentato da Sartre nel Natale del 1940 per i suoi compagni di prigionia nel campo di Treviri. La storia ruota intorno alla figura di Bariona, capo di un villaggio vicino a Betlemme, ed è ambientata nell'epoca in cui la Giudea era oppressa dai Romani e vessata da continue richieste di tributi. Il testo si offre al lettore come l'immagine di un'esperienza religiosa che raggiunge il suo apice nella descrizione del rapporto di intimità che lega la Madonna al Bambino, e nel contempo come esperienza politica che, nella chiara allusione alla Francia occupata dai nazisti, vuole creare aggregazione e solidarietà tra i prigionieri, credenti e non credenti, e sollecitarli alla resistenza contro gli invasori. 



Massimo Borghesi
Sartre e il Natale di Gesù
30Giorni,  12, 2003


... Nell’opera compare però la figura del re magio Baldassarre, impersonata sulla scena proprio da Sartre, improvvisatosi attore. Baldassarre rappresenta il momento nuovo che interviene nella visione sartriana, il momento della speranza: «è vero siamo molto vecchi e molto sapienti e conosciamo tutto il male della terra. Pertanto quando abbiamo visto questa stella nel cielo, i nostri cuori hanno gioito come quelli dei bambini e siamo diventati bambini e ci siamo messi in cammino, poiché volevamo compiere il nostro dovere di uomini che sperano. Chi perde la speranza, Bariona, sarà cacciato dal suo villaggio […]. Ma a chi spera, tutto gli sorride e il mondo è dato come un regalo».
La speranza di Baldassarre è la speranza di Sara. Anch’ella vuole andare a Betlemme: «Laggiù c’è una donna felice e soddisfatta, una madre che ha partorito per tutte le madri, ed è come un permesso che mi ha donato: il permesso di mettere al mondo il mio bambino. Voglio vederla, vederla, questa madre felice e sacra».
Il proposito della moglie non fa recedere Bariona. Saputo da una specie di veggente il destino di morte del Messia crocifisso, matura in lui il proposito di uccidere il bambino per il bene del suo popolo, per «conservare in essi la fiamma pura della rivolta». Giunto a Betlemme, davanti alla stalla, Bariona sorprende Maria di spalle, non vede Gesù in braccio alla madre, vede solo Giuseppe. «Ma vedo l’uomo. È vero: come lo guarda! Con quali occhi! Che cosa può avere dietro quei due occhi chiari, chiari come due limpide profondità in questo viso dolce e segnato? Quale speranza? […] Per trovare il coraggio di spegnere questa giovane vita tra le mie dita, non avrei dovuto scorgerlo dapprima in fondo agli occhi di suo padre. Andiamo, sono vinto». Lo sguardo di Giuseppe posato su Gesù ferma la mano omicida di Bariona il quale non può impedirsi di invidiare la felicità stupita della folla accorsa ad adorare il bambino. Una felicità illusoria, dal suo punto di vista, e tuttavia evidente: «Hanno unito le mani e pensano: qualcosa è incominciato. E si sbagliano, s’intende, e sono caduti in una trappola e pagheranno ciò caro più tardi; ma cionondimeno, avranno avuto questo minuto; hanno fortuna di poter credere a un inizio. Che cosa c’è di più commovente per un cuore d’uomo che l’inizio di un mondo e la giovinezza dai tratti ambigui e l’inizio di un amore, quando tutto è ancora possibile, quando il sole è presente nell’aria e sui visi […]. E io sono nella grande notte terrestre, nella notte tropicale dell’odio e della disgrazia. Ma – potenza ingannevole della fede – per i miei uomini, migliaia d’anni dopo la creazione, si alza in questa stanza, al chiarore di una candela, il primo mattino del mondo».

lunedì 30 dicembre 2013

Hannah Arendt: la politica, il nuovo, la libertà

Laura Boella
La politica ha senso in se stessa: il mito della polis ateniese
Europa, 13 agosto 2013
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Meritano una rilettura le pagine di Vita activa in cui alla «condizione umana» viene restituita la sua massima prerogativa, quella di «dare inizio», di introdurre il «miracolo» del nuovo nel mondo. L’attuale crisi della politica ha dei tratti inconfondibilmente nuovi, e non si tratta semplicemente di rileggere un “classico”. Occorre piuttosto cogliere fino in fondo l’effetto straniante (Arendt fu acuta lettrice di Brecht), lucido e per nulla idealizzante, della concezione arendtiana di politica.
Vita activa si propone di ridefinire il concetto di azione. Dopo averla distinta dal “lavoro” – l’attività dell’animal laborans che corrisponde allo scambio organico tra uomo e natura necessario per la riproduzione della vita biologica – e dall’«opera» – l’attività di fabbricazione attraverso cui l’uomo crea una «seconda natura», producendo beni durevoli, dagli oggetti d’uso alle opere d’arte – l’«azione» nel senso autentico del termine rappresenta la massima espressione della dignità umana, l’attività attraverso cui l’individuo dà senso alla propria esistenza, riscattandosi dai vincoli biologici e affermando la propria unicità. Ne sono esempio la virtù del cittadino della polis, il coraggio dell’eroe omerico. L’azione diventa propriamente principio dell’agire politico quando si coniuga con la pluralità e con il discorso. Nasce così lo «spazio pubblico», ossia la forma di comunità che per Arendt ha la realtà dell’«agire di concerto» nel mondo comune. Si tratta di una realtà radicalmente intersoggettiva e relazionale. Non coincide con alcun territorio o spazio determinati, sta prima delle varie forme di governo o di organizzazione della vita pubblica, e coincide essenzialmente con la possibilità dell’essere insieme.
Nello spazio pubblico così delineato si configura un’accezione di politica radicalmente contrastante con la tradizione del pensiero moderno. La politica non soggiace alla logica mezzo-fine, e non è ispirata al principio della sovranità, bensì ha il suo fine in se stessa, nel consentire agli esseri umani di riconoscersi e di attestare la realtà del mondo come spazio di visibilità e di discorso. La politica è una possibilità sempre aperta per chiunque, ma intrinsecamente fragile, è esercizio di un “potere” di iniziativa che non ha nulla a che vedere con la forza o con la violenza, bensì è tutt’uno con la libertà.
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testi http://machiave.blogspot.it/2013/01/hannah-arendt-unidea-alta-della-politica.html


venerdì 11 gennaio 2013

Hannah Arendt, Un'idea alta della politica




... l’azione politica è l’attività specificamente umana, il luogo dell’esistenza autentica dove all’uomo è dato di realizzarsi come uomo e che scaturisce dalla libertà come potere di intraprendere qualcosa di nuovo.
... È proprio perché con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo che ci si può attendere l’inatteso dall’uomo: agire, ci fa notare la Arendt, ha proprio il significato di iniziare, come indica la parola greca archein, incominciare, condurre, governare ; e scaturisce dalla pluralità di essere unici, perché «se l’azione come cominciamento corrisponde al fatto della nascita, […] allora il discorso corrisponde al fatto della distinzione, ed è la realizzazione della condizione umana della pluralità» [H. Arendt, Vita Activa]. Per la Arendt, dunque, il discorso e l’azione sono le modalità essenziali attraverso le quali riveliamo questa unicità nella distinzione, come per Aristotele erano le uniche due attività stimate politiche e costitutive del bios politikos, da cui trae origine il dominio degli affari umani nel quale ogni considerazione sull’utile o sulla necessità era rigorosamente esclusa.
"La polis si distingueva dalla sfera domestica in quanto si basava sull’eguaglianza di tutti i cittadini, mentre la vita familiare era il centro della più rigida disuguaglianza. Essere liberi significava sia non essere soggetti alla necessità della vita o al comando di un altro, sia non essere in una situazione di comando. Significava non governare né essere governati. […] Essere liberi voleva dire essere liberi dalla disuguaglianza connessa a ogni tipo di dominio e muoversi in una sfera dove non si doveva né governare né essere governati". [H. Arendt,
Vita activa]

http://www.storicamente.org/05_studi_ricerche/02casale_2.htm#_ftn15
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Il nuovo si verifica sempre contro la tendenza prevalente delle leggi statistiche e della loro probabilità, che a tutti gli effetti pratici, quotidiani, corrisponde alla certezza; il nuovo quindi appare sempre alla stregua di un miracolo. Il fatto che l’uomo sia capace d’azione significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile solo perché ogni uomo è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità. Di questo qualcuno che è unico si può fondatamente dire che prima di lui non c’era nessuno. Se l’azione come cominciamento corrisponde al fatto della nascita, se questa è la realizzazione della condizione umana della natalità, allora il discorso corrisponde al fatto della distinzione, ed è la realizzazione della condizione umana della pluralità, cioè del vivere come distinto e unico essere tra uguali.
Azione e discorso sono così strettamente connessi perché l’atto primordiale e specificamente umano deve nello stesso tempo contenere la risposta alla domanda posta a ogni nuovo venuto: «Chi sei?» Il rivelarsi del proprio essere è implicito sia nelle parole sia nelle azioni; tuttavia è evidente che l’affinità fra discorso e rivelazione è molto più stretta di quella fra azione e rivelazione, proprio come l’affinità fra azione e cominciamento è molto più stretta di quella fra discorso e cominciamento, sebbene molti, forse la maggior parte degli atti, siano compiuti in forma di discorso. A ogni modo, senza essere accompagnata dal discorso, non solo l’azione perderebbe il suo carattere di rivelazione, ma anche il suo soggetto; non uomini che agiscono, ma robot che eseguono realizzerebbero ciò che, umanamente parlando, rimarrebbe incomprensibile. L’azione senza discorso non sarebbe più azione perché non avrebbe più un attore, e l’attore, colui che compie gli atti, è possibile solo se nello stesso tempo sa pronunciare delle parole. L’azione che egli inizia è rivelata agli altri uomini dalla parola, e anche se il suo gesto può essere percepito nella sua nuda apparenza fisica senza accompagnamento verbale, acquista rilievo solo l’espressione verbale mediante la quale egli identifica se stesso come attore, annunciando ciò che fa, che ha fatto o che intende fare.
Nessun’altra attività umana esige il discorso nella stessa misura dell’azione. In tutte le altre attività, il discorso gioca un ruolo subordinato, come mezzo di comunicazione o mero accompagnamento di qualcosa che si potrebbe anche compiere in silenzio. E’ vero che il discorso è estremamente utile come mezzo di comunicazione e informazione, ma come tale potrebbe essere sostituito da un linguaggio di segni che potrebbe provarsi ancora più utile e conveniente per esprimere certi significati, come in matematica e nelle altre discipline scientifiche o in certe forme di lavoro di gruppo. Così è pure vero che la capacità umana di agire, e specialmente di agire di concerto, è estremamente utile per scopi di autodifesa o per il perseguimento di interessi; ma se non ci fosse niente di più in gioco che il servirsi dell’azione come mezzo per raggiungere un fine, è evidente che lo stesso fine potrebbe essere conseguito molto più facilmente dalla muta violenza: così l’azione non sembra essere un sostituto veramente efficace della violenza, proprio come il discorso, dal punto di vista della mera utilità, sembra un rozzo sostituto del linguaggio dei segni.
Agendo e parlando gli uomini mostrano chi sono, rivelano attivamente l’unicità della loro identità personale, e fanno così la loro apparizione nel mondo umano, mentre le loro identità fisiche appaiono senza alcuna attività da parte loro nella forma unica del corpo e nel suono della voce. Questo rivelarsi del «chi» qualcuno è, in contrasto con il «che cosa» – le sue qualità e capacità, i suoi talenti, i suoi difetti, che può esporre o tenere nascosti – è implicito in qualunque cosa egli dica o faccia. Si può nascondere «chi si è» solo nel completo silenzio e nella perfetta passività, ma la rivelazione dell’identità quasi mai è realizzata da un proposito intenzionale, come se si possedesse questo «chi» e si potesse disporne allo stesso modo in cui si possiedono le sue qualità e si può disporne.
Al contrario è più che probabile che il «chi», che appare in modo così chiaro e inconfondibile agli occhi degli altri, rimanga nascosto alla persona stessa, come il “daimon” della religione greca che accompagna ogni uomo per tutta la sua vita, sempre presente dietro le sue spalle e quindi solo visibile a quelli con cui egli ha dei rapporti. Questa capacità di rivelazione del discorso e dell’azione emerge quando si è con gli altri; non per, né contro altri, ma nel semplice essere insieme con gli altri.
Sebbene nessuno sappia chi egli riveli quando si esprime con gesti o parole, tuttavia deve correre il rischio della rivelazione; un rischio che non può essere affrontato né dal benefattore, che dovrebbe essere ignoto a se stesso e conservare la più completa anonimità, né dal criminale, che deve nascondersi agli altri. Si tratta di due figure solitarie, anche se una è a favore degli uomini e l’altra ostile ad essi; entrambi, quindi, rimangono estranei allo spazio delle relazioni umane e sono, politicamente, figure marginali che di solito entrano nella scena della storia in tempi di corruzione, disintegrazione e bancarotta politica. Data questa sua inerente caratteristica di rivelare l’agente mentre agisce, l’azione ha bisogno per il suo completo manifestarsi della luce splendente che un tempo era chiamata gloria e che è possibile solo nella sfera pubblica.



*estratto da Vita activa. La condizione umana (prima edizione Saggi Tascabili Bompiani 1991, traduzione italiana di Alessandro Dal Lago).