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domenica 23 agosto 2015

Quel che rimane della festa




Roger Caillois è, sul tema della festa, l'autore centrale. La lezione di Durkheim è in lui tutt'altro che rimossa: "La festa, il dilapidare i beni accumulati durante un lungo intermezzo, la sregolatezza divenuta regola, ogni norma capovolta dalla presenza contagiosa delle maschere fanno della vertigine collettiva il punto culminante e aggregante dell'esistenza pubblica". Ma poi continua: "Essa appare come il fondamento ultimo di una società per il resto poco consistente. Rafforza una coesione fragile che, squallida e di modesta portata, sussisterebbe con una qualche difficoltà se non ci fosse questa esplosione periodica che avvicina, riunisce e fa comunicare fra loro individui assorbiti, per il resto del tempo, dalle preoccupazioni domestiche e da cure esclusivamente private" (v. Caillois, 1967²; tr. it., p. 106). L''eccesso' rinnova, sostiene Caillois, che rievoca il modello delle società arcaiche, la cui forza di coesione sociale nella presente società è andata smarrita. (Paolo Apolito, Treccani.it)




Donatella Di Cesare
dialogo con Vinicio Capossela, Il Corriere La Lettura 23 agosto 2015


Festeggiare è un’arte. Se nell’antichità la festa era ben nota, nel nostro mondo appare sempre più lontana e irraggiungibile. Non è difficile intuire perché. La festa è il tempo della liberazione a cui tutti sono chiamati — nessuno escluso. Di più: la festa è comunità, anzi, è la rappresentazione della comunità nella sua forma più completa e elevata. Solo quando la comunità si riunisce, quando si raccoglie, la festa può essere celebrata. Perciò la festa è un’opera d’arte che è comune e che accomuna. È come quando si danza in un cerchio prendendosi per mano. Così la comunità si ricostituisce festeggiando. Supera l’isolamento, l’estraneità, le divisioni prodotte dal lavoro, i conflitti della quotidianità. Ecco perché la festa è sospensione del lavoro, ingresso di un tempo altro. Vale, però, anche l’inverso: dove non c’è festa, dove non si sa più festeggiare, non può costituirsi neppure una comunità. Il nostro disincanto ci fa provare una intensa, acuta nostalgia per la festa, per la comunità, per un tempo in cui intrattenerci. Ma forse è possibile un nuovo incantamento…


... La festa per me non è l’ebbrezza dei riti dionisiaci o dei saturnali romani. Piuttosto è la sospensione sabbatica, l’inoperosità, uno stato di eccezione. Non si contrappone ai giorni lavorativi, ne costituisce il compimento. Karl Kerényi, un grande storico delle religioni e dei miti, ha parlato della perdita della festa, che caratterizza la modernità, e l’ha paragonata alla condizione di chi danza senza ascoltare più la musica. Si continua a danzare nel frastuono, coprendo anche la perdita della musica. Festa e musica richiedono cadenza armonica, procedono con ritmo comune, dischiudono un altro tempo, il tempo dell’altro.


... Non c’è festa senza ricordo. Senza un passato che torna, nella musica, ma anche nei gesti, nelle parole, nella celebrazione della festa. Ecco perché festeggiare vuol dire anche saper celebrare e commemorare. La comunità si estende a quelli che non ci sono più, ai «molti» che ci hanno tramandato note e sillabe per la festa del nostro presente. 



... Non sorprende che per alcuni filosofi sia la festa a fondare la storia — non viceversa. Perché è l’incontro fra generazioni in cui rinasce e si rinsalda la comunità. Irrompe un tempo altro, in cui il più remoto passato viene ripreso per guardare al futuro. Perciò la festa ha un tratto utopico. È un assaggio dell’avvenire. 



... La festa è l’interruzione del presente, che domina incontrastato le nostre vite. È tempo pieno, tempo celebrato nella inoperosità festiva che invita a trattenersi, a indugiare, a partecipare. La festa è condivisione in cui non si resta spettatori, ma si viene coinvolti e innalzati a una nuova verticalità. 

 

martedì 27 gennaio 2015

Monnerot, Islam e comunismo


 

Bruno Bongiovanni

Islam, Comunismo... che Confusione!

L'Unità, 22 settembre 2002

Qualche volta il sentimento che prevale è l'imbarazzo. Specialmente se abbiamo di fronte un personaggio di peso (assai più in Italia che in Germania) del circuito mediatico-storiografico. Intervistato sul Foglio di giovedì, infatti, Ernst Nolte ci spiega che «riprendendo il titolo di un famoso libro di Jules Monnerot» potremmo definire l'Islam «il comunismo del XXI secolo». Il libro di Monnerot, uscito in Francia nel 1949, e tradotto in Italia nel 1970, si intitola, in realtà, Sociologia del comunismo. È la prima delle tre corpose parti in cui è diviso che ha per titolo L'«Islam» del XX secolo. Dove «Islam», non a caso, è messo tra virgolette. Ma – attenzione! - ad essere ricondotto all'Islam è il comunismo. E non viceversa. Il comunismo, tocca sommessamente rammentare, viene dopo l'Islam. Monnerot, il cui itinerario, dopo una fase gollista (finita già nel 1959), si è in vecchiaia purtroppo concluso tristemente nelle liste di Le Pen, era stato, a 25 anni (nel 1937), tra i fondatori, con Bataille e Caillois, del Collège de Sociologie. Era stato anche tra i collaboratori della rivista Acéphale. Alle sue spalle vi era dunque, al di là della «segreta» proposta di competizione con il fascismo sul suo stesso terreno liturgico e «sacralizzante», la complessa riflessione sulle religioni secolari, ossia sulle religioni politiche, concetto ripreso di recente, in un libro importante, da Emilio Gentile. Il quale si è inserito in un dibattito tedesco-americano ispirato soprattutto a Voegelin. Il totalitarismo sarebbe il tentativo di sostituire la religione perduta e di colmare il vuoto prodotto, a partire dal XVI secolo, dal disincantarsi del mondo, dal sottrarsi cioè del mondo stesso agli incantesimi che lo rendevano organico e «sacro». Hitler e Stalin sarebbero insomma l'estrema e tragica risposta, satanicamente riconsacrante, alla cosmologia vittoriosa di Copernico. La sociologia della secolarizzazione era comunque nata prima del totalitarismo. Basti solo ricordare Max Weber. L'Islam, dunque, per Monnerot è sinonimo di fanatico fervore religioso. E il comunismo è l'estremo secolarizzarsi, e ideologizzarsi, di tale fervore. Vi è dunque continuità tra il Collège de Sociologie e la Sociologie du communisme. Nolte si migliora un pochino nell'articolo sul Corriere della Sera di venerdì, sintesi di un intervento effettuato ad un convegno della Fondazione Liberal. Qui si accenna infatti ad un'«inversione» della «ben nota definizione di Jules Monnerot». Il comunismo, però, quasi sparisce. E l'Islam odierno diventa, con argomentazioni (duole dirlo) confuse, il giacobinismo del XXI secolo. La storia si dissolve. Si metastoricizza. Si trasforma in un affollato supermercato di categorie che si sovrappongono, Annientando il prima e il dopo. Il qua e il là. Persino l'Oriente e l'Occidente, la cui distanza «ontologica» è il pilastro della saggezza degli organizzatori del convegno, che vorrebbero «dimenticare Parigi» e universalizzare Washington. Che Dio protegga l'America.


Cina
Tina Modotti