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martedì 26 maggio 2026

Nomadelfia

Don Zeno Saltini (1900-1981)

Flavia Amabile
Viaggio tra i neorurali di Nomadelfia: accoglienza, condivisione e niente proprietà privata

La Stampa, 26 maggio 2026

INVIATA A GROSSETO. Quanto fa 73 più tre? Elena ha gli occhi scuri come i ricordi che ogni tanto affiorano di un passato non semplice. Ha 7 anni, non sa quanto fa 73 più 3 ma la maestra le mette davanti i numeri in fila su un foglio e la aiuta contare. “Settantasei”, risponde poco dopo Elena con un sorriso timido. Nella classe accanto, Gregory sta affrontando le tabelline. Lui ha 9 anni, nel suo passato ci sono le bombe, la guerra in Ucraina da cui è fuggito con la mamma e ancora fa fatica a credere a questo presente in cui la difficoltà sono le moltiplicazioni.

Elena e Gregory lo stanno capendo adesso, anche il passato più doloroso può essere curato e superato se si vive a Nomadelfia, una comunità immersa nella campagna toscana tra ulivi e piante da sughero secolari, lontana dalle città, lontana dalle regole del mondo, dove gli assistenti sociali non si presentano per togliere ai genitori i figli che hanno un passato pieno di problemi ma per chiedere che bimbi, bimbe, ragazze, ragazzi vengano accolte dagli abitanti del posto. Non lo fanno perché a Nomadelfia trovano l’aria buona o il cibo sano. O non solo. Li mandano perché questa comunità sembra la famiglia nel bosco al contrario, un luogo che in novant’anni di vita ha dato un tetto e un futuro a oltre cinquemila minori abbandonati, vittime di abusi, violenze, cresciuti tra problemi molto più grandi di loro.

Il fondatore, don Zeno Saltini, voleva creare un posto dove mettere in pratica il Vangelo. Dove la fraternità è legge, come indica il nome della comunità. Fuori da Nomadelfia tutto questo ha il sapore amaro dell’utopia. Chi sceglie di abitare qui, invece, ci crede e si sente in dovere di adottare, o di prendere in affido a seconda dei casi, questi bambini e bambine e di crescerli come se fossero i loro figli. Oggi in totale sono circa 250 persone. Una sessantina sono minorenni, più o meno la metà mandati dai servizi sociali e l’altra metà nata da genitori che hanno scelto di vivere in questa comunità che si estende per 370 ettari. Le cifre sono solo approssimative perché i nomadelfi non amano questo tipo di distinzione. “Ho sei figli: tre biologici, due adottati e uno in affido”, spiega Paolo Matterazzo, 39 anni. “Ma per noi sono tutti uguali, li amiamo allo stesso modo”.

Irene ha 8 anni, è una delle figlie di Paolo. Alle undici del mattino è in classe, una specie di casetta in legno e muratura circondata dalla campagna toscana. Ha un quaderno a quadretti aperto e sta incollando dei pezzetti di carta colorata per realizzare un tangram. “Stiamo studiando le equivalenze“, spiega Chiara Mazelli, maestra, nata a Nomadelfia che in comunità ha scelto di mettere su famiglia. Alle pareti sono appese le mappe dell’Italia amministrativa e fisica, dell’Europa come in qualsiasi quarta elementare. Ma questa non è una quarta elementare qualsiasi. Oltre a Irene ci sono altri tre bambini, non uno di più. Basta per rendere la lezione completamente diversa. Non ci sono le file di banchi. La cattedra è relegata in un angolo, praticamente dimenticata. Nessuno compulsa il registro per interrogare, i bambini sono seduti al centro dell’aula, uno di fronte all’altro. Non possono nascondersi dietro i compagni. In realtà, nemmeno hanno voglia di farlo. La maestra è un’amica, una persona con cui alcuni di loro dividono la casa, i pasti, i lavori nei campi quando viene richiesto l’aiuto di tutti. Li guida a imparare le nozioni e a scoprire gli errori commessi con il tono sereno usato durante le conversazioni familiari.

A un centinaio di metri di distanza c’è un’altra casetta in legno e muratura, la classe del quarto anno di scienze umane. Porta aperta e interno vuoto. E’ in corso l’ora di storia e la professoressa, Grazia, ha deciso di approfittare del sole e del caldo. Ragazze e ragazzi sono seduti all’ombra di un gelso e stanno ripassando Marat, Robespierre e gli Stati Generali. “Abbiamo finito il programma, siamo arrivati alla guerra di Libia del 1912, non è il caso di andare oltre. E’ più utile ricominciare dall’inizio e ripetere”. Grazia è una delle poche persone esterne chiamate a lavorare a Nomadelfia. Chi insegna in genere abita qui, l’autosufficienza è uno dei principi fondanti di questa utopia. “Ognuno degli abitanti svolge i lavori necessari per mandare avanti la comunità.

Andrea si occupa della vigna che dà il vino a tutti. Michele è il casaro che ogni giorno produce i formaggi che finiranno sulle tavole. E poi ci sono gli apicultori, i meccanici, i falegnami i fabbri, i contabili, gli esperti di social e di comunicazione. Ognuno svolge anche più lavori nel corso della vita e ragazze e ragazzi iniziano presto a imparare i mestieri di Nomadelfia. “In estate, quando terminano le lezioni, devono prima superare l’esame che regolarizza l’anno di studi poi iniziano a dare una mano dovunque ci sia bisogno”. A Nomadelfia soltanto una figura lavorativa non esiste: gli addetti e le addette alle pulizie, dalle bidelle ai collaboratori domestici. Per loro non c’è spazio perché qui, a turno, ognuno dà una mano in casa. E anche nelle classi, alla fine di ogni lezione, alunne e alunni mettono mano a scope e stracci e puliscono. Se la proprietà privata non esiste gli spazi sono di tutti, e tutti hanno il dovere di occuparsene. Anche Elena, anche Gregory, mentre ripassano a mente tabelline e addizioni.


mercoledì 8 aprile 2026

Gulliver


e così anche gulliver abbandonò l’utopia
Grandi romanzi. A 300 anni dalla pubblicazione dell’opera di Jonathan Swift, la rivista «Biblioteca di via Senato» propone un numero speciale sul libro: davanti alla corruzione dello spirito nemmeno l’utopia può alcunché 
Gianluca Montinaro
Il Sole 24ore, 31 marzo 2026

Sin dal 1726, data della prima pubblicazione, I viaggi di Gulliver ha messo i lettori di fronte a numerose domande. Questioni che, a tre secoli di distanza, ancora rimangono insolute perché Jonathan Swift, il geniale autore di questo romanzo (a torto ritenuto un classico per l’infanzia), ha disseminato nelle proprie pagine molteplici e contradditori indizi interpretativi. Il quesito di fondo riguarda la natura plurima di quest’opera che si sviluppa sì come un racconto di viaggi, durante i quali il protagonista viene in contatto con realtà decisamente “altre” da quelle consuete, ma che presto assume i contorni della parodia, della satira e infine dell’utopia. Le avventure del capitano Gulliver appaiono costruite in modo progressivo. Ognuna di queste, sempre più stranianti, fornisce al viaggiatore, attraverso il contrasto, spunti di meditazione sulla patria lontana. Fino a una spiazzante presa di coscienza finale. Al percorso di iniziazione di Gulliver ne corrisponde un altro: quello del lettore attraverso differenti generi letterari, al contempo mostrati e “distorti”, in una cornice che appare reale e fantastica, seria e comica (una sorta di «satira menippea», secondo la nota definizione di Northrop Frye). Il metaromanzo di Swift, estremizzando i singoli generi, in un continuo rovesciamento di prospettive e di rapporti (ulteriormente evidenziati e “caricaturizzati” dalle assurde “misure” e dalle inconsuete “fattezze” dei personaggi incontrati da Gulliver), prima instilla e poi enfatizza una progressiva messa in discussione del primato del “nostro” mondo umano. A Lilliput è Gulliver che, con una condiscendenza che è specchio della propria enorme statura, trova interessanti «alcune leggi e usanze» di quel Paese. Come il predominio del castigo sul premio, piuttosto che l’organizzazione della pubblica amministrazione («nello scegliere i pubblici funzionari, i lillipuziani badano più alle doti morali»). A Brobdingnag, invece, le parti, come le dimensioni, si invertono ed è il re dei giganti che, con compiacenza, si fa raccontare l’Inghilterra da Gulliver, salvo poi dimostrargli come la struttura del Governo e l’indole dei governanti inglesi fosse basata «sull’ignoranza, la pigrizia, il vizio». Come la società fosse «ormai infamata dalla corruzione». E come la storia della nazione inglese fosse «un cumulo di assassinii, massacri e rivoluzioni». Concludendo con un tagliente: «la massa dei vostri compatrioti è la più abominevole razza di insettaglia alla quale la natura abbia permesso di strisciare sulla faccia della Terra». Non c’è salvezza per l’uomo. E Gulliver lo apprende nel suo terzo viaggio. L’uomo non sarà liberato da un inesistente destino scritto nelle stelle (Laputa). Né dalla scienza (Lagado). Né dalla riflessione sui nobili esempi di abnegazione e di eroismo dei tempi antichi (Glubbdubdrib). Né da una perniciosa immortalità (Luggnag). Ma il pessimistico colpo di scena finale Swift lo riserva per il quarto viaggio, durante il quale Gulliver “approda in utopia”. Ma, differenza delle utopie narrate da Moro, Campanella e Bacone, non è uno Stato perfetto, ma un perfetto stato di natura. Il percorso di autoanalisi della nostra civiltà in crisi trova compimento nella terra degli Houyhnhnm: cavalli dotati di raziocinio. In quest’isola ideale ove non esiste il male, il capitano inglese vorrebbe trascorrere il resto della propria vita. Un’ultima delusione però lo attende: la scoperta della vera indole della razza umana. Un’indole talmente inferiore che Gulliver stesso, inizialmente, non riconosce. Che anzi, per la prima volta al cospetto di uno Yahoo (bestiale scimmia primate che gli Houyhnhnm utilizzano per i lavori più umili), bolla con uno sprezzante «non avevo mai visto un animale così ributtante né che mi ispirasse una così istintiva e profonda antipatia». E che beffa per Gulliver essere indicato da Padron Cavallo proprio come uno Yahoo: sì, «più capace, più urbano, più pulito», ma pur sempre un animalesco Yahoo. Gli Houyhnhnm, che alla ragione conformano pensiero e azioni e che non conoscono vizi e corruzione (tanto che «nella loro lingua non hanno parole corrispondenti») una cosa la sanno: nessuno Yahoo potrà mai essere razionale. Rimarrà sempre un corpo estraneo in un’utopia che, per essere tale, esclude l’uomo. Gulliver è quindi costretto a lasciare quei luoghi, rientrando in Inghilterra. Con la triste certezza dell’irrecuperabilità dell’uomo. «Un progetto assurdo – conclude uno sconsolato Gulliver – riformare la razza degli Yahoo di questo reame. Mi sono sbarazzato per sempre di tali propositi da visionario». Perché davanti alla corruzione dello spirito nemmeno l’utopia può alcunché. 

Direttore della Biblioteca di via Senato (Milano)

domenica 1 febbraio 2026

L' Europa oltre l'Occidente

 l’occidente e il buio di un disastro annunciato

Umanesimo perduto

Fine della storia ed eterogenesi dei fini sono due parole-chiave che in forza della loro attualità si accampano in questo libro sin dalle sue prime pagine. Per un verso, infatti, le vicende del nostro strettissimo presente hanno smentito qualsiasi svagata o interessata profezia pronunciata in anni che a vederli oggi sembrano segnati da una sorta di moderna ubris, l’orgoglio per un trionfo destinato a tramutarsi presto in rovina.

La storia, ahimé, non può banalmente finire. È da sempre la nostra compagna di viaggio, l’obbligata cornice delle nostre vite. Permette che si consumino successi di una parte, ma solo a condizione che essi siano provvisori, che il vincitore ne consideri la instabilità e si disponga, all’indomani della sua vittoria, a preparare l’abitabilità storica del mondo anche per il vinto. Altrimenti, per il verso opposto, la storia svela il suo volto ironico. Lascia che si materializzi un apprendista stregone e che la fine di un sogno si trasformi nell’incubo di un inizio.

La globalizzazione economica, ci ricorda l’autore, che avrebbe dovuto suggellare il definitivo trionfo del modello liberista dell’Occidente, ha, in realtà, favorito la crescita di quelle aree del pianeta, per prima, ovviamente, la Cina, alle quali, sulla nuova scena planetaria del post-Ottantanove, era stato affidato il ruolo di sconfitti o, nel migliore dei casi, di spettatori.

L’Europa e con essa lo spazio mediterraneo e quello che, alla luce di quanto sta accadendo e seguendo la traccia di questo libro, verrebbe da chiamare l’Occidente non occidentalizzato, corrono così oggi il rischio di rimanere schiacciati in un gigantesco testa-coda, feriti a morte, privati non solo del loro ambizioso passato, ma anche delle sue, risicate, speranze presenti. «La contrapposizione tra Oriente e Occidente – dice assai bene Eugenio Mazzarella – più che una contrapposizione di civiltà, emerge oggi nelle sue ragioni di contrasto, come contrapposizione all’interno della stessa civilizzazione materiale». Umanesimo non può che essere la parola che, come una zattera malridotta, galleggia sulla superficie di un disastro annunciato. Non solo quello secolarizzato, lontano dallo scintillio della Ragione e vicino alla cupezza della dittatura dei consumi. Ma anche quello religioso, i cui effetti devastanti si avvertono nelle derive fondamentaliste di religioni che non sono solo quella di Allah.

Camminare insieme, allora, ritrovando in questo ritrovato incontro il ruolo oggi dell’Europa? Perché no? Se, conclude meravigliosamente Mazzarella chiamando in causa non profeti disarmati ma Bismarck, ti accorgi che il suo mantello di Dio, una volta afferrato, insegna che «la politica è sempre trascendenza, provare ad aprire la porta ad un altro possibile, che matura o va oltre il possibile che è reale».

Eugenio Mazzarella
Contro l’Occidente. Trascendenza e politica
Castelvecchi, pagg. 180, € 20

mercoledì 5 marzo 2025

Cosa resta di Calvino

 




Marco Belpoliti

Ripensare Calvino oltre il cliché della leggerezza
A trent’anni dalla morte le Lezioni americane restano la sua opera meno compresa
La Stampa, 13 settembre 2015

Calvino? Le Lezioni americane. La leggerezza. Il brand dello scrittore, se così si può dire, è saldamente legato a quel libro postumo, all’idea del «togliere peso»; del resto, viviamo da vari decenni dentro il mondo dell’immateriale. E se, invece di lasciarci all’improvviso in quel settembre del 1985, Calvino avesse potuto terminare le sue conferenze a Harvard, scrivendo l’ultima, quella sulla Consistency, dedicata a Bartleby lo scrivano di Melville, quale immagine avremmo di lui? E se la sua idea di autobiografia senza Io, di cui ci resta l’abbozzo de La strada di San Giovanni, fosse stata portata a termine, come lo considereremmo?
Insieme a Pasolini e Primo Levi, Calvino è il più noto scrittore italiano della seconda metà del XX secolo. Certamente è ancora uno dei più letti, se è vero che nelle nostre scuole circola il Sentiero dei nidi di ragno, unico libro sulla Resistenza che i giovani hanno tra le mani, e anche la trilogia dei Nostri antenati che sembra reggere nel tempo, mentre non c’è architetto che non citi Le città invisibili, il suo capolavoro letterario, anche se sovente a sproposito. Non si può fare la storia con i se e con i ma, tuttavia le Lezioni americane hanno prodotto nella vulgata corrente una distorsione nella percezione del lungo, ampio e complesso lavoro di Calvino. Le citazioni prevalenti vanno alla lezione sulla Leggerezza, o al massimo a quella sulla Rapidità, mentre quasi nessuno richiama Visibilità o Molteplicità, ben più complesse, e certamente meno cool.
La lezione mai scritta
Il titolo americano delle Lezioni era più concreto e diretto: Six memos for the next millennium. Più un post it che una Bibbia del futuro. Calvino era intenzionato a riscrivere e sistemare i capitoli dei suoi interventi americani pensando ai lettori italiani. Inoltre, senza la finale lezione sulla «coerenza» (consistenza o compattezza) è difficile dare un senso a quello che viene passato come il suo testamento. A leggere gli apparati che Mario Barenghi ha allestito nel Meridiano dei Saggi, ci si rende facilmente conto che gli autori che Calvino avrebbe citato nella lezione mancante erano tutti personaggi, da Bartleby a Wakefield, che dicevano di no, che scomparivano, sottraendosi ai legami sociali: lavoro, matrimonio, residenza. Decisamente le Lezioni americane non hanno giovato alla comprensione di Calvino, non certo per colpa sua, ma per demerito di molti lettori, anche colti, che l’hanno eletto a profeta della leggerezza, là dove lui era invece il cantore da almeno venti anni del suo contrario: la pesantezza.
La pesantezza
Si è confuso, e si continua a confondere la leggerezza della scrittura di Calvino, frutto di un lavoro incredibile, come testimoniano gli autografi, con l’idea di leggerezza in generale. A partire dal 1968, Calvino ha cercato di contrastare la pesantezza che era entrata nel nostro mondo in modo forse definitivo. La nuova pesantezza, che egli cercava di diradare con l’utopia pulviscolare di Fourier, lascito del suo Sessantotto, gli era apparsa alla fine dei Sessanta più densa e consistente di quella degli anni di ferro del comunismo staliniano; con grande realismo il fantasioso autore del Barone rampante aveva cercato di contrastare la visione cupa subentrata allora mobilitando i suoi personaggi di carta, come il signor Palomar, un Marcovaldo redivivo, con tanto di occhiali, biblioteca di letture e pensieri da scrittore.
Calvino non può essere compreso se non si considera che è stato, oltre che uno scrittore, un intellettuale, il quale pensava il proprio lavoro letterario tarandolo sull’attualità sociale e politica, mediando continuamente tra questa e il suo talento e il suo carattere. Non c’è un libro di Calvino uguale all’altro, per quanto si continui a considerarlo uno scrittore unitario, o al massimo con due movimenti: primo e secondo Calvino. Come Levi, Calvino è un poliedro con tante facce. Certo, la coerenza era uno dei suoi problemi principali, ma non è solo su questo metro che possiamo oggi valutarlo.
Un doppio metro
Cos’è vivo e cosa morto del suo lavoro? Vivissimo è il suo libro d’esordio, Il sentiero, che ha guadagnato con il passare degli anni; anche i libri della Trilogia hanno una loro vitalità, Il barone rampante più di tutti. Le città invisibili sono un libro indecifrabile, misterioso e inafferrabile, che attende ancora i suoi lettori ideali. Meno efficaci sono invece i libri «realisti» come La speculazione edilizia o La giornata di uno scrutatore, per quanto sia uno dei suoi libri che amo di più. La vena favolistica continua a mantenere vive Le cosmicomiche, sebbene meno riuscite di altre parti della sua opera, tuttavia anche questi racconti contengono temi – la biologia ad esempio – che probabilmente torneranno utili in prossimo futuro.
Calvino non è stato solo un letterato; la sua valutazione non va compiuta tenendo conto del valore estetico dei suoi testi, o almeno non solo. Vale per lui, come per Pasolini e Levi, la considerazione su quanto la letteratura illumini aspetti decisivi della nostra esistenza, dalla psiche individuale ai grandi problemi sociali. La sua durata si misura su questo doppio metro.

https://machiave.blogspot.com/2025/02/calvino-la-leggerezza-abusiva.html
https://www.leparoleelecose.it/?p=29398

lunedì 20 luglio 2015

Alla ricerca del senso, omaggio a Wisława Szymborska


Curiosamente ma non troppo per Wisława Szymborska l'Utopia ha a che vedere con la Certezza, l'Evidenza, il Senno, la Profonda Convinzione, la Verità. Tolte le maiuscole, sono tutti  valori o atteggiamenti che avremmo creduto rispettabili, meritevoli di considerazione se non sempre benefici. Forse allora il difetto non sta in queste innocue apparenze, ma nella loro assolutezza immobile espropriata da un'autorità attenta solo alla conferma delle sue pretese. Proviamo a capire: il contrario dell'Utopia sarebbe allora l'incertezza, l'oscurità, il non senso, l'assenza di convinzione, il falso? Chiaramente non funziona. E poi nel paese dell'Utopia c'è una grotta dove giace il senso (con la s minuscola). E' quello che bisogna ritrovare. Si torna allora al suggerimento contenuto nell'uso delle maiuscole. L'Utopia inganna quando promette la conquista  dell'assoluto. Fuori dal miraggio del paradiso in terra, deve essere possibile credere con tutti i dubbi del caso in qualche evidenza accertata, in una provvisoria rivelazione del senso, in una eventuale epifania del bene. Perché al di fuori e al di là dell'Utopia c'è la vita che merita di essere vissuta. Come per Pieter Bruegel.
Se vogliamo poi ragionare guardando all'attualità e alla storia degli ultimi decenni, la caduta della grande Utopia si è tradotta nel trionfo di una realtà caotica, spesso lontana da esigenze elementari di giustizia e nondimeno poco propensa a acquietarsi in una immagine compiaciuta di se stessa. E allora di un'altra utopia bisognerebbe parlare, di quella che senza invocare una improbabile rigenerazione del mondo punta a ritrovare il senso. Non il senso in generale, ma il senso definito o suggerito da coloro che oggi portano il peso di un ordinamento economico e sociale manifestamente iniquo. 


http://www.nilalienum.it/Sezioni/Bibliografia/Sociologia/MannheimIdeologiaUtopia.html


szymborska

 

Wisława Szymborska,  Utopia

[Sta in Vista con granello di sabbia, POESIE 1957-1993, a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, Milano 1998]

Isola dove tutto si chiarisce.
Qui ci si può fondare su prove.

L'unica strada è quella d'accesso.

Gli arbusti si piegano sotto le risposte.

Qui cresce l'albero della Giusta Ipotesi
Con rami da sempre districati.

Di abbagliante linearità è l'albero del Senno
presso la fonte detta Ah Dunque E' Così.

Più ti addentri nel bosco, più si allarga
la Valle dell'Evidenza.

Se sorge un dubbio, il vento lo disperde.

L'Eco prende la parola senza farsi chiamare
e chiarisce volenterosa i misteri dei mondi.

A destra una grotta in cui giace il Senso.

A sinistra il lago della Profonda Convinzione.
Dal fondo si stacca la Verità e viene lieve a galla.

Domina sulla valle la Certezza Incrollabile.
Dalla sua cima si spazia sull'Essenza delle Cose.

Malgrado le sue attrattive l'isola è deserta,
e le tenui orme visibili sulle rive
sono tutte dirette verso il mare.

Come se da qui si andasse solo via,
immergendosi irrevocabilmente nell'abisso.

Nella vita inconcepibile.


°°°
Alfonso Berardinelli

Wislawa Szymborska (1923-2012) Poetessa del sorriso
Nella sua apparente leggerezza c'è un'instancabile e passionale tenacia che ha la funzione fondamentale, igienica, di disintossicare da idee generali, idoli e miti

Il Sole 24 ore, 9 febbraio 2014
Prima che ricevesse il Nobel, quando ancora non sapevo che Wislawa Szymborska esisteva nella realtà, sentivo il bisogno di inventarla. Prima di leggere la sua poesia, credo di averla immaginata e sognata. Mi ero convinto, ancora confusamente, che il suo era un modo di scrivere poesie di cui in Italia avevamo bisogno. Non voglio dire con questo che non ci fossero da noi buoni e ottimi poeti. Avevamo senza dubbio una tradizione novecentesca che si era conclusa, o esaurita, con gli ultimi libri di Montale; con i caotici, improvvisati poemetti e poesie giornalistiche di Pasolini; con il manierismo virgiliano-lacaniano di Zanzotto; con la teologia negativa in epigrammi aforistici di Giorgio Caproni; con la polimorfica, satirico-patetica «vita in versi» di Giovanni Giudici. Si potrebbero aggiungere altri nomi: anzitutto Sandro Penna e Amelia Rosselli, molto amati, se non imitati, dagli anni Ottanta in poi. Ma dopo? L'interruzione di continuità è stata evidente. Almeno a partire dalla mia generazione, entrata in scena intorno al 1975, si ricominciava più o meno da zero, dopo aver dato la poesia per finita. È quando all'improvviso la vitalità della poesia è stata riscoperta e continuamente riaffermata (anche con troppa fede, una fede sospetta) ci si è accorti che i poeti erano diventati veramente troppi. C'era dunque di che sognare, e io sognavo una poesia che somigliasse almeno un po' a quella della Szymborska. So bene che augurarsi un particolare tipo di poesia è un peccato contro la natura dell'invenzione artistica, che è e deve restare imprevedibile. Sono nemico delle poetiche programmatiche. I programmi sono quasi sempre attraenti per definizione, ma il giudizio deve riguardare i fatti, i risultati, non le intenzioni. Cercherò tuttavia di spiegare perché il mio sogno della Szymborska nasceva, come tutti i sogni, per compensare i difetti di una certa realtà. Qualunque lettore può notare nelle poesie della Szymborska una serie di caratteristiche che, messe insieme, la rendono inconfondibile. Ne elenco alcune: immaginazione sfrenata e occasioni di vita quotidiana; inclinazione umoristica e perfino comica; giochi di parole mai separati da giochi di idee e immagini; una dialettica della composizione che fa incontrare gli opposti e mette l'identico in contraddizione con se stesso; ironia e pathos che nascono l'uno dall'altro; estro e audacia intellettuali che coincidono con la perizia tecnica. Quasi tutte queste cose mancavano nella poesia italiana, o erano isolate l'una dall'altra e quindi non si rafforzavano a vicenda, restando spesso una semplice aspirazione. Abbiamo avuto per esempio un paio di poeti capaci di esibire uno stile di pensiero, senza che avessero davvero un pensiero a giustificare quella forma. Detto questo, devo aggiungere una cauta precisazione, almeno una: è così, salvo eccezioni. Queste eccezioni si trovano recentemente soprattutto nella poesia scritta da donne, che però non definirei "femminile", sia perché non rivendica diritti di genere né isola una tematica di esclusiva marca femminile; sia perché ha esattamente quelle caratteristiche che tradizionalmente, secondo una vecchia convenzione, venivano invece attribuite agli uomini: lucidità intellettuale, spregiudicatezza, coraggio, mancanza di sentimentalismo, distacco ironico, libertà di pensiero, energia espressiva e comunicativa, indipendenza da modelli. Il successo italiano della Szymborska è parallelo all'emergere da noi di un nuovo stile poetico del tutto privo di esoterismi e gergalismi poeticizzanti, privo di vaghe allusività, automatismi associativi, nebulosità semantica, indeterminatezza metrica. Chi voglia farsi un'idea di quello che dico, può cercare i libri di Patrizia Cavalli, Bianca Tarozzi, Anna Maria Carpi, Alba Donati, che hanno tutte pubblicato in questo ultimo anno. Nessuna di loro naturalmente imita la Szymborska. Di lei ha scritto la Donati che la sua poesia è carica «di enigmi e di prodigi, commuove e ci rende allegri, spinge alla meditazione e ci trascina in cielo come aquiloni». Ogni poeta ha un suo metodo, ma il metodo della Szymborska appare sempre in primo piano. La sua tecnica, i procedimenti e i meccanismi con cui costruisce le sue poesie sono visibili, vengono esibiti. Non sono solo forma; o meglio sono la forma della cosa che viene detta e che di per sé forse neppure esisterebbe. Se avessi il coraggio di fare un'ipotesi che non sono in grado di sostenere con nessuna prova, direi che in questo singolare metodo si incontrano le assurde meraviglie di Alice e la prassi conoscitiva della dialettica, quella di Marx e Engels, soprattutto di Engels, ma anche di Eraclito (il quale compare in una poesia). È possibile che del marxismo onestamente imparato in gioventù, alla Szymborska sia rimasto questo metodo dialettico che fa muovere, fa ballare le cose e ogni entità statica, convenzionale, autoritaria. In una delle poesie contenute nel suo vero libro di esordio, Appello allo Yeti, del 1957, si leggono queste due strofe: «Nulla due volte accade / né accadrà. Per tal ragione / si nasce senza esperienza, / si muore senza assuefazione (...) Non c'è giorno che ritorni, / non due notti tutte uguali, / né due baci somiglianti, / né due sguardi tali e quali» (Nulla due volte). Che sia vero o no, è questa la cosa che l'autrice trova interessante. Se si è capace di notarla, la differenza non fa sentire la ripetizione. Szymborska nota più la prima che la seconda, se ne rallegra, ci si diverte, ne è ispirata. La sua arguzia la aiuta a non cadere nel generico. Va a cercare, o trova subito, la singolarità. Per questo non si annoia, non ci annoia. Nella vita comune, questa poesia afferra ciò che comune non è. Se niente si ripete davvero, tutto è ogni volta interessante e da non perdere. Il singolare, famoso sorriso della Szymborska, che vediamo in tutte le sue foto, è un sorriso di divertimento e di sfida. Nella sua apparente leggerezza c'è un'instancabile e passionale tenacia. Sembra quasi che la sua poesia voglia avere una funzione. In realtà, ha solo quella, fondamentale, igienica, di disintossicare dalle idee generali che diventano idoli e miti quando le facciano vivere al di sopra delle circostanze. In un'intervista rilasciata a Francesco Groggia («la Repubblica», 7 aprile 2008), alla domanda su quale ruolo può avere la poesia contro i miti contemporanei, la risposta della Szymborska è: «Un ruolo molto piccolo, quasi nullo. Ma bisogna credere in ciò che si fa». La poesia è una sfida alle idee generali e al gran mondo della storia. Richiede una fede personale che non ha quasi fondamento pubblico. È questa qualità intellettuale e dialettica, è il ritmo nella costruzione dei significati, che ha permesso alla Szymborska di resistere bene, meglio di altri autori, alla rischiosa avventura della traduzione. Si perde un po' di musica, di allitterazioni, di omofonie eccitanti e comiche, ma il ritmo strutturale e il gioco concettuale rimangono illesi. Oltre alla musica verbale c'è una musica del pensiero. C'è il ritmo dialettico della scoperta e dell'indagine mentale. Il mondo delle meraviglie è dunque qui, è il nostro. Si dilata e si contrae, dal cosmico al quotidiano, dalla preistoria all'attimo presente, purché si rovesci l'apparenza immediata e si sappia che c'è sempre altro da pensare, c'è sempre un «rovescio della medaglia». È uno «spasso» (così si intitola uno dei suoi libri) questo mondo singolare e plurale, maschio e femmina, presente e passato, realtà e possibilità, caldo e freddo, alto e basso. I modi e le forme della grammatica si mescolano con ciò che si legge nei libri di scienze, geografia, paleontologia e storia. Divertimento, teatralità, acume dialettico, imprevedibili assurdità, devozione al dettaglio: tutte cose che auguravo alla poesia italiana. Nella stessa intervista che ho citato, la conclusione della Szymborska è questa: «La maggior parte delle persone non si dà la pena di pensare con la propria testa (o perché non può, o perché non vuole), e di conseguenza, è facilmente preda di suggestioni collettive. Qualcuno ha detto che le persone si istupidiscono all'ingrosso e rinsaviscono al dettaglio. Dunque amiamo e sosteniamo i casi al dettaglio».

WisławaSzymborska

giovedì 5 giugno 2014

Aristofane contro Platone. Il destino del comunismo



Paolo Randazzo
Aristofane contro l'utopia platonica
Europa, 31 maggio 2014

Le parole talvolta nascondono trappole di senso e, a prenderle alla leggera, spesso si scivola nella banalità: ad esempio, si ha un bel dire che oggi per ricostruire il senso del nostro rapporto col mondo classico (un senso culturalmente fecondo) occorra ripartire da una corretta esplorazione di quanto in esso è totale “alterità” rispetto a ciò che siamo diventati.
Il rischio è che, mentre gli specialisti studiano ed esplorano, il resto della società scivoli in una delle due antitetiche semplificazioni: rifugiarsi nella percezione del mondo classico inteso come radice unica della nostra identità culturale (l’eterno neoclassicismo ideologico e rassicurante) o scivolare in un antropologismo d’accatto che finisce col nascondere la complessità degli effetti che da quella radice continuano a sgorgare.
Ovviamente i primi campi in cui questo rischio deve essere combattuto sono la scuola, l’università, le istituzioni politiche e culturali, ma anche la pubblicistica ha un ruolo centrale in questa battaglia in Italia sono rari gli autori in grado di elaborare una scrittura che sia scientificamente avvertita e al contempo godibile sul piano della lettura.

Piccola premessa per dire che La crisi dell’Utopia, Aristofane contro Platone (Laterza), l’ultimo saggio di Luciano Canfora, non solo è un libro interessantissimo nel merito dell’argomento di cui tratta, ma è anche di godibilissima lettura da parte di un pubblico di non specialisti. Canfora ricostruisce con rigore e straordinaria dovizia di fonti, informazioni, particolari, la vicenda di una polemica (politica e culturale) scoppiata tra Platone e Aristofane nei primi anni del IV secolo a.C., subito dopo la traumatica condanna a morte di Socrate da parte del nuovo governo democratico di Atene.


Motivo della polemica è l’utopia comunistica che Platone andava delineando e che probabilmente aveva già fatto circolare (in forma scenica) prima del suo primo viaggio a Siracusa (388) e molto prima della sua definitiva pubblicazione nel V libro della Repubblica.
Canfora dimostra che la commedia Ecclesiazuse altro non è che un feroce attacco proprio a questa utopia platonica. Un attacco in cui Aristofane prende di mira non tanto gli aspetti più tradizionali di questa costruzione utopica e che risalivano alla tradizione culturalmente filospartana dell’aristocrazia ateniese, ma la scandalosa parificazione della condizione delle donne a quella degli uomini nella nuova Kallipolis guidata dai filosofi che, in una società maschio-centrica come quella di Atene e dell’intera Grecia classica, appariva appunto una pericolosissima utopia.
Un attacco feroce, cui Platone sembra rispondere già con la definitiva stesura della Repubblica e, ulteriormente, nel Simposio e nelle Leggi.
Ma la auto-difesa di Platone non sortirà gli stessi effetti dell’attacco del commediografo ispirato al senso comune: se l’utopia comunistica continuerà ad avanzare nel percorso della storia culturale europea, ripercorrendo quasi sempre le orme di Platone (dal mito di Atlantide alla rivolta antiromana di Blossio di Cuma, dal racconto del viaggio di Giambulo nelle “Isole del sole”, contenuto in Diodoro Siculo, alla durezza con cui Lattanzio e altri scrittori cristiani stroncano ogni tentativo di lettura comunistica del messaggio evangelico, dalla Città del sole di Campanella ai Viaggi di Gulliver di Swift, fino a giungere alle vicende del socialismo utopistico e della costruzione politico-filosofica “scientifica” di Marx ed Engels), allo stesso modo la stroncatura aristofanesca e poi aristotelica dell’utopia platonica si ripresenta nei secoli come il necessario lato scettico di quello sguardo luminoso ed ottimistico sulla realtà.
E resta aperta insomma la domanda da cui questo splendido saggio prende le mosse: «I fallimenti liquidano l’utopia, o l’utopia resta un bisogno morale al di là del naufragio? E la demonizzazione, fin troppo facile, dell’utopia non diviene un alibi per blindare in eterno la conservazione e l’ingiustizia?».

mercoledì 31 luglio 2013

La fantascienza: Urania e oltre

Giuseppe Lippi
L'Indice, 22 luglio 2013

Tempo fuori luogo di Philip K. Dick, Cyberiade di Stanislaw Lem, Anni senza fine di Clifford Simak, Drive-in di Joe R. Lansdale: sono soltanto alcuni dei classici della fantascienza oggi ripubblicati, rispettivamente, da Sellerio, Marcos y Marcos, Nord ed Einaudi che hanno visto originariamente la luce su “Urania”. Quando una collana editoriale vanta milleseicento titoli in un catalogo che spazia per oltre mezzo secolo e altri cinquecento tra ristampe, volumi apparsi in collane satelliti e supplementi, smette di essere soltanto una serie periodica (per giunta umilmente venduta nelle edicole) e diventa patrimonio collettivo. È il caso di “Urania”, la più longeva collana italiana di fantascienza, fondata nel 1952 da Giorgio Monicelli, nipote acquisito di Arnoldo Mondadori, e dal secondo figlio dell’editore, Alberto. I due cugini diedero vita a un nuovo tipo di periodico italiano, sull’esempio delle riviste americane di science fiction, e inventarono la parola “fantascienza”, un conio che era stato anticipato soltanto dalla rivistina amatoriale “Fantascience Digest”, edita negli Stati Uniti tra il 1937 e il 1941. Di quel periodico ciclostilato e oggi rarissimo, nei giorni di Internet esiste una voce completa su Wikipedia, ma ci si chiede quanto possa essere stato familiare a Monicelli e Mondadori nel 1952. Influenzati o no dal neologismo americano (e però di gusto classico), l’editore e il primo curatore di “Urania” permisero al romanzo di fantascienza moderno di diffondersi sul nostro mercato. Da allora la loro collezione, diretta successivamente dalla coppia Fruttero & Lucentini, da Gianni Montanari e dal sottoscritto, ha continuato a stuzzicare l’immaginazione di migliaia di lettori, fino a toccare il traguardo dei sessantun anni di pubblicazioni ininterrotte.
È evidente come un arsenale del genere fosse destinato a diventare sinonimo di utopia, inventiva e futuribile: per questo, fin dai primi anni della sua vita editoriale, “Urania” non ha mai smesso di influenzare altre collezioni con spunti, idee e una quantità di titoli migranti. L’esodo di autori e romanzi tradotti originariamente sulle sue pagine e passati nei cataloghi di altri editori è tanto vario quanto vasto. La prima a riproporre i propri classici fu “Urania” stessa, che negli anni sessanta creò la vetrina dei “Capolavori”, cioè ristampe dei migliori titoli della fase pionieristica. Successivamente apparvero i “Classici Urania”, una collana durata dal 1977 agli anni Duemila, cui sarebbe seguita l’attuale “Urania collezione”.
Questo gusto di riscoprire il passato, di ritrovare il meglio di un genere alonato di leggenda nella memoria dei lettori, ha avuto conseguenze molto importanti tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta. In quel periodo alcuni editori di battaglia diedero il via a collane rilegate o librarie volte a presentare la science fiction a un pubblico ormai maturo. Scoppiò la febbre delle traduzioni integrali, con il restauro dei vecchi caposaldi spesso maltrattati o sunteggiati nelle versioni da edicola. Prima l’esclusiva Libra di Bologna, poi la Nord di Milano e quindi, a Roma, la Fanucci attinsero a piene mani, quando poterono, ai testi della fantascienza eroica che la collana di Monicelli aveva divulgato quindici o vent’anni prima. Le traduzioni vennero rifatte o aggiornate, mentre in qualche caso si assisté al fenomeno delle versioni gonfiate, il contrario di quelle adattate degli anni cinquanta: libri dove non solo non si espungeva una virgola rispetto all’originale inglese, ma addirittura si aggiungeva del proprio, chiamando in causa (a proposito e a sproposito) non so quale lezione di Vittorini.
Fu una stagione folle e indimenticabile. Da ancella dei chioschi, per più di un decennio la science fiction diventò un settore che “tirava” in libreria. La sovrapproduzione divenne spaventosa, le collane specializzate si distinguevano per i marchi d’argento e d’oro, questi ultimi riservati alle ristampe tratte da “Urania” o da altri corni dell’abbondanza. Non che non ci fossero state, in passato, altre iniziative librarie, a partire dalle antologie einaudiane a cura di Sergio Solmi, Carlo Fruttero e Franco Lucentini (Le meraviglie del possibile, 1959; Il secondo libro della fantascienza, 1961), per continuare con le pregevoli collezioni dello Science Fiction Book Club di Piacenza, dirette da Roberta Rambelli: ma erano state mosche bianche. Negli anni settanta e ottanta, invece, editori diversi come Dall’Oglio e Sugar, Meb e Sonzogno, Nord e Fanucci (oltre, naturalmente, alla stessa Mondadori, che nel 1963 aveva lanciato una serie di antologie rilegate tratte dal catalogo di “Urania”, gli “Omnibus fantascienza” a cura di Fruttero & Lucentini) portarono i classici e le ultime novità del genere ovunque.
I giornali ne parlavano volentieri, i dibattiti si accendevano su autori e tendenze, le riviste letterarie e politiche si disputavano gli approfondimenti su un genere che non solo commentava ma, in un certo senso, creava il futuro. Forse per l’ultima volta prima del boom informatico di metà anni ottanta, che avrebbe costretto a ripensare tutto, sembrò davvero che la science fiction fosse la chiave per entrare materialmente nel mondo nuovo, con la testa e non solo con i piedi. E già i film di Kubrick della trilogia avveniristica, Il dottor Stranamore, 2001 odissea nello spazio e Arancia meccanica, avevano dipinto un domani prossimo venturo che in qualche modo era ormai arrivato, o un avvenire grandioso nel cosmo che sembrava in linea con il pensiero immaginoso di Gerard O’Neill, l’autore di Colonie umane nello spazio, e di Stanislaw Lem, l’autore polacco di Solaris. Non dimentichiamo che proprio mentre in Italia usciva 2001, per il Natale 1968, tre uomini a bordo dell’Apollo 8 circumnavigavano per la prima volta la luna, e che il 21 luglio dell’anno successivo Neil Armstrong e Edwin Aldrin vi sarebbero scesi davvero.
In quel periodo d’entusiasmo, e negli anni che seguirono, le ristampe dal catalogo di “Urania” riproposero l’aspetto più spettacolare della fantascienza, quello che aveva fatto la fortuna del genere negli anni cinquanta, anche se non necessariamente il più aggiornato. La Libra ritradusse City di Simak, cioè Anni senza fine, un’elegia del lontano futuro che si risolve con la dispersione dell’umanità in una serie di mondi nascosti e privati; la Fanucci rifece Crociera nell’infinito di A. E. van Vogt, forse la più elettrizzante “space opera” degli anni quaranta, fonte di ispirazione per i futuri film di mostri nello spazio come Alien; la Nord ripropose Schiavi degli invisibili di Eric Frank Russell, un romanzo del 1939 che illustrava la teoria paranoide di Charles Fort secondo cui noi esseri umani saremmo il bestiame di più evoluti e invisibili horlà. Insomma, mentre nel campo della fantascienza nuova e aggiornata si cominciavano a riscoprire Philip K. Dick e Lem, Robert Silverberg e il Kurt Vonnegut delle Sirene di Titano, quando si trattava di conquistare le simpatie degli appassionati, lo zoccolo duro della fantascienza, non si poteva sbagliare. Un classico degli anni trenta-quaranta, importato da “Urania” nei cinquanta e ritradotto per la gioia dei lettori dei settanta.
Ma poi questa situazione finì, e del resto già gli “Omnibus” di Fruttero & Lucentini avevano privilegiato un altro genere di produzione, quella più moderna degli anni sessanta, saccheggiando il catalogo recente di “Urania”. A metà anni ottanta i due torinesi abbandonarono la direzione della loro collana e un’altra rivoluzione, quella del computer domestico, mutò ancora una volta la faccia del presente, quindi del futuro. Niente sarebbe stato più come prima: videoscrittura, televisione ventiquattr’ore su ventiquattro e negli anni novanta Internet, i telefoni cellulari. Un modo di vivere avveniristico e sempre più dispendioso, che tuttavia non aveva alle spalle la spinta ideale dei tre decenni precedenti, ma anzi una rigida programmazione neo-capitalista. Quando Sellerio, negli anni novanta, provò a tradurre alcuni titoli di fantascienza letteraria, alcuni li ripescò anche dal catalogo di “Urania” e non furono certo titoli trionfalistici: Orfani del cielo alias Universo di Robert A. Heinlein postulava il volo in un’astronave tanto grande da essere scambiata, dai suoi occupanti, per il mondo, anzi l’universo intero: si potrebbe chiamarlo il classico della science fiction claustrofobica. L’anno successivo (1996) lo stesso editore ripropose un gioiellino dei primi anni sessanta, Il viaggio di Joenes di Robert Sheckley, opportunamente ritradotto e manifestamente cinico: un “viaggio sentimentale nel lontano Ventesimo secolo”, una crociera per il mondo dorato del consumismo e delle promesse pubblicitarie. Terzo e importante recupero da “Urania” fu L’uomo dei giochi a premio di Philip K. Dick, dato in questa versione con il titolo Tempo fuori luogo (1959): un incubo che promette lo sfaldarsi del reale quotidiano a favore di “giochi” apocalittici manovrati dal futuro. L’errore di Sellerio, se vogliamo definirlo così, fu di inserire questi capolavori in una collana segregata, dedicata appunto alla fantascienza. Andarono male. Liberati dalla gabbia e immessi nella fortunata collezione della “Memoria”, alcuni di essi continuano a essere goduti dai lettori ancora oggi.
Negli anni Duemila, numerosi editori letterari hanno accolto la celestiale eredità di “Urania”, soffermandosi anche sulla produzione più recente: Marcos y Marcos ha riproposto la Cyberiade e altri titoli di Stanislaw Lem, Einaudi si è portato a casa il dittico del Drive-in di Joe R. Lansdale (un autore che noi avevamo importato in Italia nel 1993), Fazi ha volto le sue attenzioni a Ray Bradbury e Fanucci a Richard Matheson, tutti capisaldi della gloriosa collezione fantascientifica. E intanto almeno un autore italiano, apparso per la prima volta su “Urania” nel 1994, conquistava i vertici di una meritata popolarità nel campo dell’utopia fantastorica: Valerio Evangelisti. Ma quello è uno scrittore che Mondadori si tiene gelosamente in casa.

mercoledì 23 gennaio 2013

Al di là dell'utopia e della tragedia, la vita






La caduta di Icaro, 1558






Dans le traitement de ce thème biblique [la tour de Babel], Bruegel fait plusieurs choix significatifs. D'une part, il inscrit la construction de la tour dans un cadre contemporain. Cet ancrage peut donner lieu a de multiples interprétations. D'autre part, il semble se refuser à donner au mythe un tour tragique. Le même traitement est d'ailleurs utilisé pour la Chute d'Icare. Les deux tableaux méritent d'être rapprochés car ils illustrent tous deux un défi humain voué à l'échec. Cependant Bruegel semble attacher peu d'importance à ces échecs : la chute d'Icare n'empêche personne de vaquer à ses occupations et l'écroulement programmé de la tour n'empêche pas la ville de croître aux alentours.
http://bruegel.pieter.free.fr/babel.htm
Nella trattazione del tema biblico, Bruegel fa diverse scelte significative. Da una parte, colloca la costruzione della torre al presente. Questo ancoraggio può dar luogo a varie interpretazioni. D'altra parte, sembra rifiutarsi di dare al mito un esito tragico. Lo stesso trattamento è del resto utilizzato per la Caduta di Icaro. I due quadri meritano di essere accostati perché entrambi illustrano una sfida umana votata al fallimento. Bruegel tuttavia sembra accordare scarsa importanza a questi fallimenti: la caduta di Icaro non impedisce a nessuno di badare alle sue occupazioni e il crollo programmato della torre non impedisce alla città di crescere nelle vicinanze.


La torre di Babele, 1563
L'amore per la vita in Unamuno

Solo dimenticando la propria identità, sacrificata alla più sublime delle follie, egli [don Chisciotte] ritrova il significato profondo della vita aldilà della linea del nulla che, prima o poi, è destinata ad avvolgerci tutti. È perciò che la sua figura allampanata, i suoi baffi spioventi, il suo naso aquilino, tutt’altro che emblemi luttuosi, traducono una estrema energia vitale. Lo stesso culto della morte, che si è voluto vedere nell’anima spagnola, piuttosto che attestare un distacco nei confronti della vita, ne determina la continua ricarica. Come appare dal sorriso tragico dell’hidalgo, quella malinconia non è che la faccia in ombra di una ricerca di immortalità destinata ad esser sempre delusa, ma perciò anche rinnovata. In questo senso Unamuno può richiamare perfino l’idea, diversamente declinata da Spinoza e Nietzsche, che la vita ha una inestinguibile tendenza a perseverare nel proprio stato ed anzi a potenziarsi. Nonostante le sconfitte che sperimenta, Chisciotte incarna questa potenza storica, capace di restituire alla Spagna un primato spirituale che da secoli ha perduto.

Roberto Esposito

Il filosofo spagnolo studiò per anni l’eroe di Cervantes
Ora un libro raccoglie i suoi saggi mai tradotti
Siamo tutti Don Chisciotte
Unamuno e l’Hidalgo, il nostro viaggio verso la saggezza della follia

la Repubblica, 23 gennaio 2013