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mercoledì 1 luglio 2026

L'Unità storia e memoria

Giampiero Rossi
L'Unità storia e memoria. L'avventura di un giornale

Corriere della Sera, 30 giugno 2026

«L’Unità» non era soltanto un giornale. Per quasi un secolo è stata anche un gesto quotidiano, per molti un rito. Una copia sotto il braccio o nella tasca («… e alcuni audaci in tasca “l’Unità”…» cantava Francesco Guccini), affissa nelle sezioni e nei luoghi di lavoro. Prima ancora che il veicolo di una linea politica, era il connettore di una comunità. Ed era anche un partito nel partito, a sua volta comunità. All’ombra della testata fondata da Antonio Gramsci, dunque, ci sono storie da raccontare, vicende ed episodi che, dal 1924, hanno accompagnato il corso della grande storia d’italia, al di qua e al di là delle mura della redazione.

Una parte di questa narrazione è contenuta nelle pagine di Quando c’era l’Unità, il libro scritto da una nutrita rappresentanza di ex giornalisti del quotidiano e pensato proprio in occasione del centenario dalla fondazione. Il libro (edito da Strisciarossa) è diviso in quattro sezioni: la sinistra, la politica e la società, il mondo, il giornale. Cioè tutti gli ingredienti di quella «summa di un’utopia» che, come scrive Luca Bottura nella prefazione, è stata «l’Unità». Non è la storia del giornale, non è un saggio politico, ma piuttosto un racconto corale, un mosaico di voci e firme che attingono alle memorie delle diverse stagioni che hanno attraversato. Dalla frana di Agrigento del gennaio 1966 alle violenze al G8 di Genova del luglio 2001. Passando per tanti capitoli fondamentali della nostra storia recente: il sequestro di Aldo Moro, i funerali di Berlinguer, la caduta del Muro di Berlino, il tentato colpo di Stato contro Gorbaciov… E poi episodi meno noti (ma illuminanti o esilaranti) della vita politica e della cultura, rivissuti dagli stessi giornalisti, testimoni in prima persona.

Non si può prescindere dal capitolo in cui Giorgio Frasca Polara, storica firma delle cronache parlamentari, ricorda l’agguato e la strage di via Fani. È il 16 marzo 1978, verso le 9 del mattino il giornalista è a Montecitorio, dove incrocia Enrico Berlinguer con «il solito pacco di giornali stretto sotto il braccio sinistro» e gli chiede come mai si trovi così presto alla Camera: «Devo vedere Natta, fu la secca risposta». Subito dopo, Frasca Polara esce per godersi qualche minuto di sole ed ecco cosa succede: «All’angolo del portone la radio di una moto della polizia sta gracchiando. Odo poche, affannose parole: “…Sì, confermo… sembra che il presidente Moro sia stato rapito… gli uomini della scorta sono stati uccisi, tranne forse uno…”. Non verifico, non aspetto conferme. Correndo urto un paio di commessi, e rischio di rompermi l’osso del collo sugli otto gradini che portavano allora dall’androne alla sala stampa. Non c’è ancora nessuno. Afferro il primo telefono sottomano e chiamo sulla linea interna Alessandro Natta prevedendo che fosse già a quattr’occhi con Berlinguer. Gli do l’allarme: Moro rapito, trucidata la scorta. Ma Natta, assolutamente incredulo e preso alla sprovvista, rifiuta persino l’idea di quel che è accaduto: “Vai a quel paese!”, reagisce sbattendo il telefono. Richiamo ripetendo la notizia: stavolta mi becco una raffica di ben più grevi parolacce. Alla mia terza chiamata non ripeto ma sono io a perdere la pazienza: “Attento Natta, non sto scherzando!”. Sento un bisbiglio di Natta che riferisce a Berlinguer: “Frasca grida che Moro è stato rapito, che c’è stata una strage”».

Altrettanto impresse nella memoria collettiva di quella comunità sono le giornate (e le nottate) che hanno preceduto e seguito la morte di Enrico Berlinguer, l’amato segretario del Pci. «Il 13 giugno del 1984, davanti al ritratto di Enrico Berlinguer appeso al grande palco di piazza San Giovanni, davanti a quello sguardo dolce e intenso e alla bara accarezzata da Sandro Pertini, una grande storia finì per sempre: il Pci, in fondo, morì quel giorno — scrive Pietro Spataro —, in un tripudio di bandiere rosse listate a lutto, tra le lacrime dei compagni addossati dietro le transenne che lasciavano spazio al corteo, in una selva di mesti pugni chiusi. A quel funerale parteciparono “tutti”, come titolò il giorno dopo “l’unità”. Nessuno in quel momento era consapevole che una stagione si stava chiudendo — conclude —. E nemmeno quante volte negli anni ci sarebbero mancati, non solo a noi de “l’unità”, le intuizioni e i pensieri lunghi di Berlinguer».

E poi i grandi scontri politici e gli scioperi destinati a rimanere nella storia, fino alle non meno storiche scorribande satiriche di «Tango» e «Cuore». Memorie mescolate a emozioni che restituiscono la natura profonda di quel giornale: non soltanto un luogo di produzione di notizie, ma uno spazio umano. E questo libro corale restituisce «un album di famiglia che non è sparito col giornale — come scrive Bottura —. È una storia che fa ridere e commuovere, che ricorda la passione e la fatica, che ci parla di un’italia in cui si cercava il punto di sintesi». E forse, proprio per questo, «qualcosa di irripetibile».

giovedì 11 dicembre 2025

Sulle tracce del potere invisibile: Sergio Flamigni

Miguel Gotor
L’uomo degli archivi, addio a Flamigni: indagò su Moro e P2

la Repubblica, 11 dicembre 2025

Ieri ci ha lasciato Sergio Flamigni e con lui scompare un uomo di valore e un comunista italiano dal percorso esemplare, condiviso con una leva di dirigenti politici che hanno prima costruito il “Partito nuovo” di togliattiana memoria e poi contribuito a rafforzare la segreteria di Enrico Berlinguer nel corso degli anni Settanta del Novecento. Aveva da pochi mesi raggiunto la veneranda età di cento anni e pochi giorni fa era stato ricordato a Roma in occasione dei festeggiamenti per i venti anni di vita della sua creatura culturale, l’archivio che porta il suo nome. La sua lunga vita ha attraversato il cuore pulsante di un secolo, il Novecento, che appare sempre più distante: da ragazzo era stato partigiano a fianco di Luciano Lama nella Brigata «Gastone Sozzi», in una terra, la Romagna, in cui la Resistenza si era combattuta palmo a palmo e fino all’ultimo sangue, sotto la guida di Arrigo Boldrini, il leggendario comandante «Bülow».

Nel dopoguerra si era impegnato prima nella Cgil di Forlì e poi nel partito e, dopo avere fatto il consigliere comunale e provinciale nella sua città, dal 1968 fino al 1987 era stato prima deputato e poi senatore del Pci, attivo componente delle commissioni Antimafia e delle commissioni parlamentari di inchiesta sul caso Moro e sulla P2. Nel corso degli anni Settanta aveva collaborato con Ugo Pecchioli nella sezione «Problemi dello Stato» del Pci che vide quel partito impegnato nella lotta al terrorismo su un doppio fronte: la spina nel fianco delle Brigate rosse e l’idra dell’eversione neofascista. Sia dall’esperienza della lotta armata resistenziale sia da quella politico-istituzionale nel partito e in parlamento è scaturito il suo impegno nello studio del terrorismo italiano con una particolare attenzione per il caso Moro. Uscito dal parlamento, infatti, ha avuto inizio una seconda feconda fase della sua vita, dedicata alla cultura e all’impegno come ricercatore indipendente, intorno al centro di documentazione da lui fondato a Oriolo Romano, che ben presto si sarebbe trasformato in un punto di riferimento obbligato per quanti vogliono studiare la storia dell’Italia repubblicana.

Tre sono stati i suoi campi di ricerca principali come studioso militante su cui ha lasciato opere pionieristiche e innovative tutte pubblicate per le edizioni Kaos che ha contribuito a renderle note al grande pubblico. Un impegno che gli è costato aspri scontri con uomini politici come Francesco Cossiga, che lo accusava ingiustamente di essere un dietrologo e uno stalinista, e dure polemiche con alcuni esponenti della magistratura. Il primo campo, il più noto, è quello dedicato al caso Moro, a partire dal suo primo libro, edito nel 1988, con una introduzione di Luciano Violante, intitolato “La tela del ragno”. Un’immagine pregnante e insuperata che gli ha consentito di mettere a fuoco, con una vera e propria controinchiesta, i tanti lati oscuri di un passaggio fondamentale della storia della Repubblica, sia sul versante brigatista, evidenziando incongruenze testimoniali e relazioni ambigue, sia sul versante di quella parte degli apparati dello Stato infedeli.

Il secondo campo è collegato al primo, ma approfondisce il tema dell’anti-Stato attraverso la ricostruzione del covo di via Gradoli. Un libro inchiesta, Covo di Stato nel 1999, che Flamigni ha potuto scrivere grazie al precoce utilizzo dei documenti dello scandalo dei «fondi neri» del Sisde del 1993, i quali hanno rivelato che nella via dove si trovava la principale base delle Brigate rosse durante il sequestro Moro insistevano anche una serie di appartamenti di proprietà di società fiduciarie dei servizi segreti o di persone collegate al ministero degli Interni. Una pista approfondita anche nelle ultime indagini sull’attentato alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, che hanno rivelato la contemporanea presenza di covi neofascisti dei Nar nella stessa palazzina e hanno portato alla condanna per falsa testimonianza dell’amministratore di quel condominio, risultato uomo di fiducia dei servizi stessi.

Il terzo campo di ricerca ha riguardato lo studio della P2 e della massoneria occulta in generale, un ambito di studi inspiegabilmente trascurato dalla storiografia contemporaneistica. Flamigni, con il volume “Trame atlantiche” del 1996, non soltanto ha dimostrato i rapporti della loggia gelliana con l’oltranzismo statunitense in Italia, ma anche la portata eversiva dell’organizzazione segreta sulla scorta delle risultanze della omonima commissione d’inchiesta presieduta da Tina Anselmi. Siamo sicuri che la sua eredità — la politica come servizio disinteressato e l’attuazione della Costituzione repubblicana come bussola — anche nel ricordo della compagna di una vita, Emilia Lotti, storica dirigente del movimento femminista comunista, non si disperderà grazie all’attività dell’archivio che porta il suo nome e a una leva di studiosi che proveranno a onorare il suo impegno.

giovedì 6 novembre 2025

Ritratto di una terrorista

Jacopo Jacoboni
Se ne va Anna Laura Braghetti, la "vivandiera" delle Br e del sequestro Moro, e l'omicida di Bachelet 

La Stampa, 6 novembre 2025

Era, o volevano che sembrasse solo, “la vivandiera”. È morta a 72 anni dopo una malattia Anna Laura Braghetti, terrorista delle Br, che fu coinvolta, con un ruolo importante, nel rapimento di Aldo Moro e diversi altri omicidi. Era lei che si occupava del cibo del covo dove fu tenuto l’ex presidente della Democrazia cristiana, poi barbaramente assassinato dai terroristi. Ma da vivandiera era diventata una delle militanti più intransigenti dell’organizzazione terroristica.

L’appartamento di via Montalcini a Roma venne comprato dalle Br nel giugno del ‘77, l’annus horribilis dell’Autonomia, doveva servire per preparare la base che diventerà la prigione dell’ostaggio Aldo Moro. Secondo la ricerca storica attuale, l’appartamento fu probabilmente l’unica prigione di Moro per i 55 giorni del sequestro. La figura di Braghetti resta indissolubilmente legata a quell’appartamento, di cui lei al catasto risultò essere la proprietaria (le Br l’avevano intestato al membro della banda che sembrava più insospettabile come copertura, raccontò lei stessa).

L’immagine della vivandiera coprì a lungo il fatto che Braghetti fosse poi diventata a tutti gli effetti una delle più spietate brigatiste, una che sparava. Come gli altri, anche spiccando per temerarietà e crudeltà. Il 3 maggio del ‘79 partecipò a un’azione armata alla sede della Democrazia Cristiana in piazza Nicosia, Roma, e quel giorno rimasero uccisi due agenti, Antonio Mea e Piero Ollanu. Fu Braghetti, secondo i tribunali, ad aprire il fuoco assieme a un altro brigatista.

Soprattutto, il suo nome resta legato anche a uno degli atti più sanguinari della ricca storia brigatista: il 12 febbraio 1980, assieme a Bruno Seghetti, Braghetti partecipò all’omicidio del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ex presidente dell’Azione cattolica, Vittorio Bachelet. Braghetti spara per prima. Le modalità dell’assassinio, a pensarci oggi, sono barbare come poche. Bachelet ha finito una lezione alla Sapienza e sta parlando con Rosy Bindi, che era l’assistente del professore. I brigatisti lo aspettano totalmente indisturbati sulla scalinata che porta alle aule dei professori della facoltà di scienze politiche. Gli sparano con una calibro 32 Winchester, sette proiettili. Bachelet muore sul colpo, i criminali codardi girano i tacchi e se ne vanno. Braghetti ricordava con soddisfazione che «ai funerali di Vittorio Bachelet la famiglia perdonò gli assassini, pregò per me».

Negli anni della detenzione Braghetti ha scritto diversi libri, che hanno fatto anche discutere per una certa spregiudicatezza, la capacità mediatica, unita a una disperante mediocrità intellettuale, libri anche con la terrorista nera Francesca Mambro, ricchi di riflessioni pensose sulla violenza politica, il carcere, la memoria. In uno di questi libri a un certo punto scrive «i begli ideali di trasformazione … ho capito che prima vengono le persone e poi la politica». Anche nella presa di distacco, continuava a chiamarli «i begli ideali». Libri che però sono anche importanti come fonte documentale – sebbene contengano diverse contraddizioni che hanno affaticato gli storici e giornalisti – su dettagli soprattutto del sequestro Moro.

Fu sposata con un altro brigatista, Prospero Gallinari, che è stato condannato per 8 omicidi, tra cui quello di Moro e della scorta. Oggi la famiglia, dopo che Braghetti negli ultimi anni della sua lunga carcerazione è stata impegnata nel sociale, con la cura di detenuti e persone in difficoltà, dipinge un ritratto di questo stampo, «ci ha lasciati la nostra cara Anna Laura circondata dall'amore dei famigliari e degli amici. I funerali si svolgeranno in forma strettamente riservata». Ma evidentemente nulla può dar dimenticare il ricordo delle azioni terribili compiute da quella che doveva essere “la vivandiera”.

giovedì 14 agosto 2014

L'epilogo del sequestro Moro: le conseguenze politiche

Valerio Calzolaio e Carlo Latini
Da Moro a Berlinguer. Il PdUP dal 1978 al 1984
estratti





Nella vicenda Moro resta in parte oscuro l’”intreccio”, la trama che riguarda altri attori accanto o oltre le BR. Durante i successivi lavori d’inchiesta emergono inquietanti coincidenze, inspiegabili scomparse di documentazioni, incerte ricostruzioni, contrastanti versioni, errori, misteri, usi e abusi del segreto di Stato.
Vi furono tanti, troppi attori in campo: una regia iniziale, decine di “regie” successive, o co-regie. La morte del sequestrato non era stata decisa già prima del sequestro e non era la fine scontata e predeterminata della vicenda. Confessioni e dichiarazioni di centinaia di protagonisti e co-protagonisti e comprimari; centinaia di migliaia di pagine degli atti di decine di arresti e sette processi; migliaia di pagine di due commissioni parlamentari d’inchiesta, la "Commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l'assassino di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia. 20 dicembre 1979 - 29 giugno1983) [http://storia.camera.it/organi/commissione-parlamentare-d-inchiesta-sulla-strage-via-fani-sul-sequestro-e-l-assassino-aldo-moro-e] (Commissione Moro, istituita con legge del novembre 1979), la “Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi” (istituita con legge del maggio 1988, poi ricostituita o prorogata fino al 2001) e di altre commissioni in qualche modo collegate; inchieste istituzionali, parlamentari, giudiziarie, amministrative su atti e archivi di quasi tutti i corpi, i servizi, le polizie dello Stato; memorie e scoperte, omissioni e menzogne, confessioni e dissociazioni, depistaggi e fantasie, sedute senza verbali e sedute spiritiche, indagini e interviste giornalistiche,  impatti di palazzo e impatti psicologici, un groviglio di sentimenti, saggi e romanzi, biografie e autobiografie, sceneggiati e film, … eppure la “logica” o le “logiche” restano ammantate dalle ombre e restano vari singoli misteri, dubbi e interrogativi, pur in un quadro abbastanza certo di cronologia ed eventi e con una discreta serie di verità di fondo.


La verità, innanzitutto, di una scelta autonoma delle BR come soggetto specifico della storia d’Italia:  furono le BR a rapirlo e ucciderlo, così avevano voluto e deciso attribuendosi la volontà di lottare contro lo Stato imperialista delle multinazionali; nessun elemento riuscì a fermarle, ci fossero o meno complici o mandanti, cosa non dimostrata ma plausibile almeno per le complicità oggettive. Per scelta dei brigatisti sequestrare Moro aveva un’assoluta valenza simbolica e costituiva un attacco al cuore delle istituzioni, insieme fu (più o meno consapevolmente da parte loro) una clamorosa interferenza concreta nel decisivo processo politico-parlamentare in corso.
La seconda grande verità fu la spontanea massiccia reazione popolare, con il concorso dei grandi partiti e sindacati di massa. Le BR hanno rappresentarono la punta di un iceberg, la manifestazione estrema della fragilità della democrazia repubblicana (inefficienze, depistaggi, inquinamenti) e, allo stesso tempo, fecero emergere le straordinarie risorse morali e politiche presenti nella società, nei partiti, nei sindacati e nelle stesse istituzioni. Anche la presenza in campo dei cittadini e la risposta di mobilitazione condizionarono l’evoluzione della vicenda, vera grande differenza con il sequestro del Presidente dell’Associazione dei datori di lavoro (BDA) Hanns-Martin Schleyer, avvenuto fra il 15 settembre e il 9 ottobre del 1977, oltre ad altre note diversità fra i due paesi, fra la RAF (Rote Armee Fraktion) e le BR, fra una Germania senza terrorismo endemico e un’Italia piena di attentati e morti per tutto il decennio, fra la strategia poliziesca molto o poco repressiva.
Non c’è “una” verità complessiva del tutto soddisfacente, condivisa ed esauriente. Non tutto quel che accadde dopo il rapimento fu frutto di cose pensate prima e di un’unica regia; certamente ci fu colpevole inefficienza di chi avrebbe dovuto prevenirle o scovarle o comunque impedire un corso tortuoso e l’assassinio finale; e vi furono responsabilità anche politiche, prima nel non aver fatto abbastanza per respingere circoscrivere sconfiggere il terrorismo, poi nel non aver fatto abbastanza per imporre a chi aveva forza e strumenti pubblici di fare di più. Certo, colpisce ancora oggi la composizione quasi totalmente piduista del comitato straordinario attivato con il compito di seguire ora per ora il sequestro. Quel comitato di crisi costituito presso il Ministero degli Interni risulterà composto quasi tutto da esponenti della P2 (8 su 12 componenti), mentre Licio Gelli operava con un proprio ufficio presso la Marina e gli embrioni della struttura “Gladio” erano già attivi e mobilitati.
Varie motivazioni (difesa delle istituzioni, rispetto della legalità, responsabilità di governo, tenuta della maggioranza, ecc.) concorsero a determinare una sorta di immobilismo politico della DC (e degli altri partiti) per tutto il periodo del sequestro. E, anche durante il sequestro, i rapporti fra i partiti della “maggioranza parlamentare” rimasero complicati e i contatti fra le segreterie rarefatti, parziali, spesso indiretti. Proprio nei giorni del maggiore avvicinamento di fatto fra PCI e DC a difesa della democrazia in pericolo, proprio nel momento in cui si rafforzava l’adesione del PCI alle istituzioni storicamente determinate, il mancato ingresso nell’istituzione-governo (dovendo per di più sostenere dall’esterno ministeri inefficienti e paralizzati contro i brigatisti) fece definitivamente allontanare la prospettiva di una coalizione politica fra DC e PCI al governo del paese. Per certi versi, la vicenda Moro non è ancora mai finita. Ci sono una rimozione, un’eredità, un lascito, un impatto persistenti. E c’è una lunga successiva cronologia politica, giudiziaria, culturale, istituzionale, storica che, ancor oggi, interagisce con l’identità morale e civile degli italiani.
 ...


I 55 giorni del sequestro Moro sono sconvolgenti non solo per l’evento terribile con la sua conclusione tragica. In quel breve e insieme lunghissimo lasso di tempo si concentrano fatti e vicende, di per sé particolarmente significative, che in quel contesto assumono caratteristiche più marcate o diverse. E’ da allora che diviene un dato politico acquisito parlare di “un caso italiano” (terminologia in voga già da qualche anno).
 

La vicenda Moro si sviluppò nel momento cruciale della politica di solidarietà nazionale, determinando un irrigidimento di  tale formula ed esperienza. La scelta del “capo” DC da sequestrare (Andreotti o Fanfani o Moro) e la coincidenza temporale tra il rapimento e il voto di fiducia in Parlamento, alla luce di testimonianze e documenti, sembrerebbero casuali, ma ebbero oggettivamente un fortissimo significato politico-simbolico. Il sequestro confermò l’ampia coalizione intorno al monocolore DC,  che aveva ormai già compiuto il suo corso politico. Fu una conferma imposta dall’emergenza e, allo stesso tempo, rappresentò la sua fine drammatica e irreparabile.
Paradossalmente le BR con il rapimento Moro non fecero saltare la politica di solidarietà nazionale ma la legittimarono come l’unica politica possibile in una fase di emergenza, rendendo marginali ed irrilevanti eventuali altre proposte. Ne conseguì un impoverimento del dibattito tra le forze democratiche, in particolare fra le forze di sinistra sulle prospettive di cambiamento del Paese. La dialettica tra la proposta della solidarietà nazionale e quella dell’alternativa allora ancora in campo venne congelata e irrigidita dall’emergenza terroristica.
...
I 55 giorni riassunsero in forme drammatiche e in modo simbolico alcuni tratti distintivi del decennio che si stava concludendo. Innanzitutto come un sistema democratico fa i conti con i fenomeni eversivi che cercano di scardinarlo e destabilizzarlo. In secondo luogo il tema dell’alternativa politica alla centralità democristiana, che non era pienamente superata, ma notevolmente ridimensionata (nel ’76 c’erano stati due vincitori, come aveva detto proprio Moro, DC e PCI). Infine il processo di modernizzazione della società italiana che aveva visto realizzate fino a quel momento conquiste importanti (il divorzio, il voto a 18 anni, il nuovo diritto di famiglia) e che avrebbe trovato nell’aborto, nel servizio sanitario nazionale e nella soppressione dei manicomi il suo completamento.

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Nella vicenda Moro resta in parte oscuro l’”intreccio”, la trama che riguarda altri attori accanto o oltre le BR. Durante i successivi lavori d’inchiesta emergono inquietanti coincidenze, inspiegabili scomparse di documentazioni, incerte ricostruzioni, contrastanti versioni, errori, misteri, usi e abusi del segreto di Stato.
Vi furono tanti, troppi attori in campo: una regia iniziale, decine di “regie” successive, o co-regie. La morte del sequestrato non era stata decisa già prima del sequestro e non era la fine scontata e predeterminata della vicenda. Confessioni e dichiarazioni di centinaia di protagonisti e co-protagonisti e comprimari; centinaia di migliaia di pagine degli atti di decine di arresti e sette processi; migliaia di pagine di due commissioni parlamentari d’inchiesta, la “Commissione d'inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro ed assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia” (Commissione Moro, istituita con legge del novembre 1979), la “Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi” (istituita con legge del maggio 1988, poi ricostituita o prorogata fino al 2001) e di altre commissioni in qualche modo collegate; inchieste istituzionali, parlamentari, giudiziarie, amministrative su atti e archivi di quasi tutti i corpi, i servizi, le polizie dello Stato; memorie e scoperte, omissioni e menzogne, confessioni e dissociazioni, depistaggi e fantasie, sedute senza verbali e sedute spiritiche, indagini e interviste giornalistiche,  impatti di palazzo e impatti psicologici, un groviglio di sentimenti, saggi e romanzi, biografie e autobiografie, sceneggiati e film, … eppure la “logica” o le “logiche” restano ammantate dalle ombre e restano vari singoli misteri, dubbi e interrogativi, pur in un quadro abbastanza certo di cronologia ed eventi e con una discreta serie di verità di fondo.
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Nella vicenda Moro resta in parte oscuro l’”intreccio”, la trama che riguarda altri attori accanto o oltre le BR. Durante i successivi lavori d’inchiesta emergono inquietanti coincidenze, inspiegabili scomparse di documentazioni, incerte ricostruzioni, contrastanti versioni, errori, misteri, usi e abusi del segreto di Stato.
Vi furono tanti, troppi attori in campo: una regia iniziale, decine di “regie” successive, o co-regie. La morte del sequestrato non era stata decisa già prima del sequestro e non era la fine scontata e predeterminata della vicenda. Confessioni e dichiarazioni di centinaia di protagonisti e co-protagonisti e comprimari; centinaia di migliaia di pagine degli atti di decine di arresti e sette processi; migliaia di pagine di due commissioni parlamentari d’inchiesta, la “Commissione d'inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro ed assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia” (Commissione Moro, istituita con legge del novembre 1979), la “Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi” (istituita con legge del maggio 1988, poi ricostituita o prorogata fino al 2001) e di altre commissioni in qualche modo collegate; inchieste istituzionali, parlamentari, giudiziarie, amministrative su atti e archivi di quasi tutti i corpi, i servizi, le polizie dello Stato; memorie e scoperte, omissioni e menzogne, confessioni e dissociazioni, depistaggi e fantasie, sedute senza verbali e sedute spiritiche, indagini e interviste giornalistiche,  impatti di palazzo e impatti psicologici, un groviglio di sentimenti, saggi e romanzi, biografie e autobiografie, sceneggiati e film, … eppure la “logica” o le “logiche” restano ammantate dalle ombre e restano vari singoli misteri, dubbi e interrogativi, pur in un quadro abbastanza certo di cronologia ed eventi e con una discreta serie di verità di fondo.
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