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mercoledì 1 luglio 2026

L'Unità storia e memoria

Giampiero Rossi
L'Unità storia e memoria. L'avventura di un giornale

Corriere della Sera, 30 giugno 2026

«L’Unità» non era soltanto un giornale. Per quasi un secolo è stata anche un gesto quotidiano, per molti un rito. Una copia sotto il braccio o nella tasca («… e alcuni audaci in tasca “l’Unità”…» cantava Francesco Guccini), affissa nelle sezioni e nei luoghi di lavoro. Prima ancora che il veicolo di una linea politica, era il connettore di una comunità. Ed era anche un partito nel partito, a sua volta comunità. All’ombra della testata fondata da Antonio Gramsci, dunque, ci sono storie da raccontare, vicende ed episodi che, dal 1924, hanno accompagnato il corso della grande storia d’italia, al di qua e al di là delle mura della redazione.

Una parte di questa narrazione è contenuta nelle pagine di Quando c’era l’Unità, il libro scritto da una nutrita rappresentanza di ex giornalisti del quotidiano e pensato proprio in occasione del centenario dalla fondazione. Il libro (edito da Strisciarossa) è diviso in quattro sezioni: la sinistra, la politica e la società, il mondo, il giornale. Cioè tutti gli ingredienti di quella «summa di un’utopia» che, come scrive Luca Bottura nella prefazione, è stata «l’Unità». Non è la storia del giornale, non è un saggio politico, ma piuttosto un racconto corale, un mosaico di voci e firme che attingono alle memorie delle diverse stagioni che hanno attraversato. Dalla frana di Agrigento del gennaio 1966 alle violenze al G8 di Genova del luglio 2001. Passando per tanti capitoli fondamentali della nostra storia recente: il sequestro di Aldo Moro, i funerali di Berlinguer, la caduta del Muro di Berlino, il tentato colpo di Stato contro Gorbaciov… E poi episodi meno noti (ma illuminanti o esilaranti) della vita politica e della cultura, rivissuti dagli stessi giornalisti, testimoni in prima persona.

Non si può prescindere dal capitolo in cui Giorgio Frasca Polara, storica firma delle cronache parlamentari, ricorda l’agguato e la strage di via Fani. È il 16 marzo 1978, verso le 9 del mattino il giornalista è a Montecitorio, dove incrocia Enrico Berlinguer con «il solito pacco di giornali stretto sotto il braccio sinistro» e gli chiede come mai si trovi così presto alla Camera: «Devo vedere Natta, fu la secca risposta». Subito dopo, Frasca Polara esce per godersi qualche minuto di sole ed ecco cosa succede: «All’angolo del portone la radio di una moto della polizia sta gracchiando. Odo poche, affannose parole: “…Sì, confermo… sembra che il presidente Moro sia stato rapito… gli uomini della scorta sono stati uccisi, tranne forse uno…”. Non verifico, non aspetto conferme. Correndo urto un paio di commessi, e rischio di rompermi l’osso del collo sugli otto gradini che portavano allora dall’androne alla sala stampa. Non c’è ancora nessuno. Afferro il primo telefono sottomano e chiamo sulla linea interna Alessandro Natta prevedendo che fosse già a quattr’occhi con Berlinguer. Gli do l’allarme: Moro rapito, trucidata la scorta. Ma Natta, assolutamente incredulo e preso alla sprovvista, rifiuta persino l’idea di quel che è accaduto: “Vai a quel paese!”, reagisce sbattendo il telefono. Richiamo ripetendo la notizia: stavolta mi becco una raffica di ben più grevi parolacce. Alla mia terza chiamata non ripeto ma sono io a perdere la pazienza: “Attento Natta, non sto scherzando!”. Sento un bisbiglio di Natta che riferisce a Berlinguer: “Frasca grida che Moro è stato rapito, che c’è stata una strage”».

Altrettanto impresse nella memoria collettiva di quella comunità sono le giornate (e le nottate) che hanno preceduto e seguito la morte di Enrico Berlinguer, l’amato segretario del Pci. «Il 13 giugno del 1984, davanti al ritratto di Enrico Berlinguer appeso al grande palco di piazza San Giovanni, davanti a quello sguardo dolce e intenso e alla bara accarezzata da Sandro Pertini, una grande storia finì per sempre: il Pci, in fondo, morì quel giorno — scrive Pietro Spataro —, in un tripudio di bandiere rosse listate a lutto, tra le lacrime dei compagni addossati dietro le transenne che lasciavano spazio al corteo, in una selva di mesti pugni chiusi. A quel funerale parteciparono “tutti”, come titolò il giorno dopo “l’unità”. Nessuno in quel momento era consapevole che una stagione si stava chiudendo — conclude —. E nemmeno quante volte negli anni ci sarebbero mancati, non solo a noi de “l’unità”, le intuizioni e i pensieri lunghi di Berlinguer».

E poi i grandi scontri politici e gli scioperi destinati a rimanere nella storia, fino alle non meno storiche scorribande satiriche di «Tango» e «Cuore». Memorie mescolate a emozioni che restituiscono la natura profonda di quel giornale: non soltanto un luogo di produzione di notizie, ma uno spazio umano. E questo libro corale restituisce «un album di famiglia che non è sparito col giornale — come scrive Bottura —. È una storia che fa ridere e commuovere, che ricorda la passione e la fatica, che ci parla di un’italia in cui si cercava il punto di sintesi». E forse, proprio per questo, «qualcosa di irripetibile».

martedì 4 novembre 2025

Giorgio Forattini (1931-2025)

Francesco Curridori
Addio al vignettista Giorgio Forattini

Il Giornale, 4 novembre 2025

"Senza falsa modestia, dopo Guareschi credo di venire io nella classifica dei protagonisti della satira italiana dell’ultimo secolo”. Giorgio Forattini, morto oggi all’età di 94 anni, è senza dubbio il vignettista che ha cambiato il modo di fare satira in Italia.

Giorgio Forattini prima di entrare nel mondo della satira


"Ho iniziato a disegnare da bambino, ma dai venti ai quarant'anni della mia vita non ho più preso in mano la matita”, racconterà Forattini nel corso di un’intervista in cui descriveva così la sua infanzia: “Da ragazzo sapevo già disegnare, a scuola facevo le caricature dei miei professori. Ero un figlio ribelle di famiglia borghese con origini emiliane, una famiglia molto conservatrice, tradizionale”. Forattini, classe 1931, nasce e studia a Roma dove, dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive sia ad architettura all’Università di Roma sia all’Accademia di Teatro ma non prenderà mai la laurea. "Mi piaceva fare un po' il ribelle della famiglia, mi sono sposato molto giovane, ho lasciato l'università e sono andato a fare il rappresentante di commercio per molti anni. Arrivato ai quarant'anni, - confesserà- stanco di girare l'Italia per il mio lavoro, ho scoperto il mestiere di vignettista entrando dalla "porta". Nel ’53, all’età di 22 anni, infatti, Forattini parte per il Nord Italia a lavorare come operaio in una raffineria di petrolio, poi va al Sud e si reinventa rappresentante di commercio di prodotti petroliferi. A fine anni ’50 diventa direttore commerciale di una casa discografica, poi a fine anni ’60 è pubblicitario per varie aziende tra cui la Fiat e l’Alitalia.


Forattini e gli esordi da vignettista


A quarant’anni arriva la svolta: vince un concorso per disegnatori indetto dal quotidiano romano di sinistra Paese Sera “dove facevo vignette illustrative di fatti di cronaca sport, e poi "Panorama" dove ho iniziato a disegnare le mie prime vignette politiche settimanali", dirà lo stesso Forattini. Il 14 maggio 1974, il giorno seguente la vittoria del No al referendum sul divorzio, Paese Sera pubblica in prima pagina una sua vignetta in cui vi era una bottiglia di spumante con la scritta “NO” che si stappava e faceva volar via un tappo con le sembianze di Amintore Fanfani. Continua a collaborare con Panorama per altri dieci anni ma nel 1975 lascia Paese Sera e passa a La Repubblica di Eugenio Scalfari con la qualifica di grafico e disegnatore satirico.

Del direttore della neonata testata dirà:“Scalfari non ha un grande senso della satira, però con me è stato sempre fondamentalmente carino, fondamentalmente generoso. Si incazzava perché lo facevano incazzare, perché fomentato dai giornalisti comunisti, però mi stimava molto”. E poi aggiungerà:“Sapeva cosa contavo per il giornale. L’abbiamo fatta noi Repubblica. Lui l’ha fondata, io l’ho disegnata”. Nel 1978 fonda, insieme a Sergio Staino ed Ellehappa, l'inserto Satyricon, primo inserto di un periodico italiano mentre l’anno seguente diventa direttore del giornale satirico Il Male. Forattini, noto anticomunista, ha quindi ottenuto grande fama proprio grazie ai giornali di sinistra.“La satira era soprattutto di sinistra, contro il potere che era democristiano”, spiegherà molti anni dopo. “Non sono mai stato di destra - affermerà il vignettista nel corso di un’intervista - ma neanche di sinistra; sono sempre stato un liberale e un uomo libero. E non sono mai stato vicino a Berlusconi, anche se lui mi ha corteggiato. Ma mi ha anche sbattuto fuori da due suoi giornali”. Dal 1982 collabora anche con La Stampa dove grazie al suo ‘patron’, l’avvocato Gianni Agnelli dove ottiene ancora maggior successo e dove ha la massima libertà. Il suo ‘editore’ “Si è incazzato una volta sola. Avevo fatto una vignetta antisraeliana e l’Avvocato mi telefonò e, con molto stile, mi disse: “Fovattini, pev piaceve, lei capisce che le banche, la Fiat… Cevchiamo di non toccave questi avgomenti delicati”.


Le querele di Bettino Craxi e Massimo D'Alema


Ma è Bettino Craxi a sporgere querela per una vignetta che lo rappresentava mentre, leggendo La Repubblica, commenta "Quanto mi piace questo giornale quando c'è Portfolio!" (un concorso allegato al giornale ndr). Forattini viene, dunque, condannato per aver dipinto Craxi come un borseggiatore anche se, generalmente, lo dipingeva con la divisa da fascista. Il vignettista deve il suo successo proprio alla rappresentazione macchiettistica dei politici: Craxi era sempre vestito come Mussolini, Spadolini era nudo, Massimo D'Alema era Hitler (ma in versione comunista), Amato uguale a Topolino, Berlusconi basso di statura, Veltroni simile a un bruco, Lamberto Dini a un rospo mentre Carlo Azeglio Ciampi era raffigurato a forma di cane. Prodi, invece, era vestito da prete cattocomunista e Antonio Di Pietro da Mussolini. Una volta, Pertini lo chiama per lamentarsi del fatto che Craxi, appunto, fosse sempre raffigurato come “troppo fascista, con gli stivaloni”. A quel punto Forattini lo spiazza: “Ma no, presidente, gli risposi, lo faccio come Mussolini, il Mussolini socialista. Ah, allora va bene, disse lui”. Chi, invece, non ebbe mai niente da ridire fu Giulio Andreotti che, una volta, interpellato dai giornalisti, affermò: “Che devo dire di Forattini? A me mi ha inventato Forattini”. Il vignettista, invece, ricambiò con queste parole: “Sono stato querelato solo da esponenti di sinistra. Ammiro il presidente Andreotti perché nonostante l’abbia tratteggiato in mille modi, anche con la coppola in testa durante il processo per mafia, non mi ha mai querelato”. Nel ’99, dopo 16 anni, si interrompe la collaborazione con La Repubblica per una vignetta sull'allora presidente del Consiglio Massimo D'Alema che sporge una querela chiedendogli un risarcimento da 3 miliardi (querela che ritirerà nel 2001). Forattini, in quell’occasione, sbatte la porta sentendosi poco difeso:“A Repubblica, di cui sono stato fondatore e progettista grafico nel 1976, il direttore Eugenio Scalfari si arrabbiava ma mi lasciava libero, anche con litigate furiose. Invece – dirà il vignettista - Ezio Mauro stette zitto nella famosa vignetta su D' Alema che sbianchetta la lista Mitrokhin. Alla fine ho cambiato molti giornali perché ero io ad andarmene, non loro a cacciarmi”.


Gli ultimi anni di vita di Forattini


Forattini, infatti, negli ultimi anni della sua vita lavora per La Stampa, Il Giornale e i giornali del gruppo QN – Quotidiani Nazionali: Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino. Sono circa 14mila le vignette pubblicate dal vignettista romano che, nel corso della sua vita, ha ricevuto vari premi e riconoscimenti tra cui l’Ambrogino d’oro dal Comune di Milano. Resta ancora famosa, invece, una vignetta del 1993 uscita dopo che il Parlamento ha dato alla Procura di Milano l’autorizzazione a indagare su Craxi. Forattini rappresentò il segretario del Psi come un fascista, in camicia nera, e a testa in giù con un cappio legato ai piedi. L’unica striscia di cui si è pentito è quella sulla morte di Raul Gardini. “C’era la sua barca il Moro di Venezia, diventata il Morto di Venezia, che affondava e, a bordo, lo scheletro di Gardini. Avrei voluto chiedergli scusa”, confesserà Forattini che, in una delle sue ultime interviste si scaglierà contro la poca libertà di satira nel nostro Paese:“L'Italia è un Paese giovane in cui Chiesa, potere e magistratura non tollerano la satira, l'ironia, la critica irriverente. Persone con quei poteri non accettano di essere dissacrate, neanche per scherzo. In fondo una sorta di dittatura fascista non è mai finita, sul fronte della satira”. Nel 2023 Forattini dona il suo archivio alla Triennale di Milano.


sabato 2 agosto 2014

Stefano Bartezzaghi, Manca



Questo testo è stato letto da Stefano Bartezzaghi a Livorno, la mattina del 13 luglio 2014, nel corso del PolitiCamp "È possibile" convocato da Giuseppe Civati.


Introduzione

Vi dico il titolo del mio intervento, che è il mio primo, e plausibilmente ultimo, intervento in una manifestazione politica: «Manca». Non nel senso che il titolo non c'è, ma nel senso che il titolo è proprio quello: «Manca». Quando diciamo «a destra e a manca», manca significa «sinistra», da cui l'aggettivo «mancino». Deriva dal latino «mancus», una strana parola formata dalla radice di «manus», mano, e dal suffisso «-cus» che in latino denotava difetti fisici. La sinistra è la mano che, «normalmente», è la più debole.

Fuori dalla politica essere destri è una buona cosa, essere sinistri no; come aggettivo «sinistro» è un sinonimo di torvo, bieco, pauroso; come sostantivo è sinonimo di incidente, disgrazia. Sono doppi sensi, di quelli che servono solo in enigmistica. C'è un altro doppio senso, ancora più casuale, e abbina la mano «manca» all'omonima voce del verbo «mancare», un verbo molto comune ma anche un termine tecnico della psicoanalisi dove la mancanza è contemporaneamente assenza e desiderio, «the black want» di una poesia di Samuel Beckett intitolata «Cascando».

«Manca» è la parola che mi è immediatamente risuonata in testa quando ho ricevuto l'invito di venire qui a dire quel che penso del linguaggio della sinistra. La sinistra manca a sé stessa e al Paese perché manca di parola. Può apparire paradossale, è leggendaria la nostra capacità di effusione verbale: i documenti interminabili, le discussioni, le mozioni senza emozione, quindi mozioni non d'affetto. Quando poi il tempo stringe e si dice: «giungiamo a una sintesi», la sintesi è magari un documento di venti pagine. Questo accade da sempre, è un tratto importante del nostro genoma.

La bad company

Quello che invece è accaduto soltanto nello scorso ventennio è stata una distrazione generale: chi è stato distratto dall'infinito entertainment incominciato alla fine degli anni Settanta; chi invece si è incantato davanti al mondo che cambiava e ha pensato che si potesse andare avanti con le modalità di prima, fatte appunto di parole, convinzione di essere migliori, cinghie di trasmissione e così via. Nella semiosfera in cui si sono saldate le due distrazioni è successo che il senso comune, specialmente quello dei cittadini più giovani, non è stato più di sinistra, come lo era stato prima, quasi naturalmente e spontaneamente.

Sul piano linguistico e della comunicazione, che è quello che mi compete di più, è sorto ed è divenuto dominante, per esempio, un senso comune impaziente nei confronti del «linguaggio politicamente corretto». Mentre già i talkshow si riempivano di insulti sessisti e spensierati, «vaffanculo» e «non hai le palle», è passata l'idea che vigesse, piuttosto, l'egemonia del politicamente corretto. Il vocabolario davvero dominante era invece quello della destra, accettato e anzi assunto senza capacità critica dalla maggioranza dei massmedia.

Da «fannulloni» a «froci», passando però anche per termini compassionevoli come «poveri» o apparentemente neutri come «gente» e «popolo». È questa una lingua che non si dà preoccupazioni di precisione e tassonomia, ma divide la società secondo grossolane linee di forza e fronti di scontro fra un «noi» sempre mutevole (noi gente di buon senso, noi contribuenti tartassati, noi maschi, noi mariti, noi che lavoriamo) e un «loro» sempre generico. «Quegli altri»: la sinistra diventata la bad company dell'Italia. Il gioco ha funzionato benissimo.


Trasparenza e doppiezze

Per interromperlo si è pensato che occorresse opporre due pratiche virtuose: «parlare chiaro» e «trasparenza». Un tic verbale molto diffuso, specialmente a sinistra, è costituito da certe formule preliminari o incidentali: voglio essere molto chiaro, lo dico con sincerità, facciamo chiarezza. La politica non è filosofia, non può assumerne nel suo discorso tutte le articolazioni ma deve arrivare a una sintesi vera e assertiva, al punto in cui il sì è un sì e il no è un no, e il resto è del demonio. Ma dire «parlo chiaro» non è una pratica di chiarezza, di per sé. La chiarezza è poi sempre la semplificazione di quell'articolazione di discorso, quindi ha al fondo almeno un sospetto di insincerità. La trasparenza, a questo proposito, rischia di rendere evidente la presenza di un doppio fondo, di un «ma anche» di quei giochi di tacco-e-punta a cui fanno presto ad attaccarsi gli autori di satira.

Una tipica pratica di trasparenza: lo streaming. Io parlo a voi, che avete un certo grado di competenza e appartenenza a un partito o a un area o anche meglio a un campo – chiamiamolo così – ma nello stesso tempo lo streaming mi fa parlare anche ad altri: possono essere cittadini, elettori di sinistra o di destra, giornalisti, osservatori, più o meno benevoli, appunto autori di satira.

Le pratiche di trasparenza ci obbligano a riflettere sul fenomeno della doppia platea, che è poi il double coding su cui la massmediologia ha incominciato a lavorare negli anni Settanta. Teniamo d'occhio questa parola: doppio, double. È la classica accusa che si faceva al Pci dai tempi di Togliatti e al movimento comunista internazionale almeno dai tempi di Orwell. Una frase famosa di Pierluigi Bersani, dell'anno scorso: «Siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto».

È fattualmente vera, ma ha lo stesso significato se ascoltata da un funzionario del Pd o da un cittadino, elettore democratico o no che sia? Un'altra frase, molto più recente, di Gianni Cuperlo: «Abbiamo perso il congresso ma anche no». Anche qui, non discuto il merito della frase. Ai democratici della minoranza che lo stavano ad ascoltare in sala diceva qualcosa. Fuori dalla riunione, alla seconda platea, diceva altro.

A pensarci bene quella della doppia platea è la versione ipermoderna del vecchio paradosso nenniano: piazze piene, urne vuote. Dobbiamo sapere che la platea è sempre doppia, parliamo sempre a chi è già d'accordo e anche a tutti gli altri. Ma se, come conseguenza, facciamo un discorso a due facce (una rivolta ai nostri, una rivolta agli altri) diventiamo doppi noi stessi. Chi governa bene e con istinto felice la fenomenologia della doppia platea – i nomi sono superflui – si rivolge sempre, invariabilmente, alla platea più ampia. Impiega quella stretta e prossima come cornice al suo discorso ma non dice neanche una frase abbia significati diversi per le due platee.

Poi la potremo chiamare trasparenza anche se la parabola degli streaming grillini dimostra con chiarezza che le pratiche di trasparenza hanno sempre lo stesso effetto. Non fanno che spostare altrove la necessaria comunicazione riservata fra addetti e, contemporaneamente, incrementano la foia dei retroscenisti e le occasioni e i dispositivi semiotici e tecnologici con cui si esercita. Fuorionda, candid camera, intercettazioni lecite e illecite, teppismi telefonici, microspie, interviste a bruciapelo e a inconscio aperto, labioletture, biglietti fotografati a Montecitorio con teleobiettivi... Tutti altrettanti buchi della serratura: si vede che la porta non è poi tanto trasparente.



La depurazione del linguaggio

Un'altra cosa che si sente sempre dire è che occorre restituire alle parole il loro senso. È un'affermazione che suona bene, ma andrei cauto anche qui. Innanzitutto, a quali parole?
Ci sono le parole-carezza, come esuberi, esodati, ristrutturazione, tagli agli sprechi, scivoli, contrazioni, sacrifici.... Sono tutti eufemismi, e richiedono una certa manutenzione, perché col tempo l'eufemismo perde i suoi poteri carezzevoli e finisce per irritare la pelle. «Casino» negli anni Sessanta e Settanta era una parolaccia e le mamme allungavano sberle.

Ma negli anni Cinquanta era un garbato eufemismo per evitare termini osceni come «bordello» e «lupanare». Anche «vu cumprà» era nato come nomignolo ironico e affettuoso, negli anni Ottanta, quando i primi venditori africani venivano chiamati tutti «marocchini», con intenzioni spregiative: e c'erano «marocchini» del Senegal, «marocchini» del Ghana e persino marocchini del Marocco. Oggi abbiamo anche gli «esuberi» per intendere i licenziandi e si vede come la parola tenda alla mitologia di Roland Barthes: tenda cioè a dare una connotazione tipicamente ideologica e borghese di «dato di fatto naturale» a ciò che è tutt'altro che naturale. Sei finito oltre al limite massimo, non ci si può fare niente: anche perché ce lo chiede l'Europa, certo.

Ci sono poi le parole-bandiera. Quando vengono sventolate noi sentiamo suonare l'inno e i nostri piedi che vogliono mettersi a marciare: «stabilità», «crescita», «governabilità», «rappresentanza»; ma anche «libertà», «famiglia», «sicurezza», persino «giustizia» e «democrazia». Parole spesso semplici, e apparentemente chiare, disponibili per la totalità della platea larga: come suoni. Come senso, sono spesso non così astratte e generiche, e sono ancora meno rassicuranti.

Ci sono le parole-nebbia: riforme, senza dire quali, cambiamento, senza dire in che direzione, tutti i tecnicismi bocconiani della parentesi-Monti. E infine ci sono le parole-ringhio, le parole-sputo, le parole-sfregio. Il turpiloquio, il nomignolo satirico da «Mattarellum» a «psiconano», ma anche ieri «rottamazione» e oggi «frenatori». Connotano disinvoltura nell'uso della lingua e rottura di tabù e possono avere l'effetto di far perdere il controllo all'avversario, per esempio in un talkshow, o di metterlo in cattiva luce, suscitando una risata nella platea.

È un discorso che si potrebbe fare a lungo, e analiticamente. Ma io ho il sospetto che non sia troppo chiaro a dove porti e qui mi pare più urgente puntualizzarlo nel metodo.
Criticare, decostruire e demistificare gli usi lessicali altrui ed evitare di commettere in proprio le medesime scorrettezze è una questione di igiene. Io penso che averla sollevata non abbia mai portato un voto, così come nessuno ci ritiene eleganti se ci laviamo le mani prima di mangiare. La correttezza linguistica e politica non può essere che un presupposto e non un merito, qualcosa che fa parte della formazione del personale politico, ma anche del cittadino, come accade a scuola (o dovrebbe accadere) con ortografia e sintassi.



Le parole sono importanti?

C'è un film famoso, Palombella Rossa, in cui Nanni Moretti impersona un dirigente comunista e pallanuotista che ha perso la memoria dopo un incidente stradale. È un film di 25 anni fa, è uscito nel 1989. In questo film c'è una giornalista che ripete parole come «trend» e non ricordo quali altre, lui la schiaffeggia urlando «Ma come parla? Le parole sono importanti! Chi parla male pensa male!». Aggiungerei alla catena sillogistica una seconda premessa andreottiana: «chi pensa male fa peccato ma ci indovina».

Detto questo, personalmente non mi sento in grado di giudicare né quanto i miei simili parlino male, né tantomeno quanto male pensino. La denuncia di Moretti aveva nobili intenzioni che non mi sfuggono ma ha contribuito a caratterizzare la sinistra, e proprio quella che si ritiene più «critica», in due modi che la svantaggiano parecchio. Come tribunale autoeletto dei migliori e come agenzia per la produzione e la distribuzione di tabu.

Noi siamo quelli che non dicono «trend», noi siamo quelli che non vedono la televisione commerciale, noi siamo quelli che non. A sinistra sono state usate molte volte espressioni altrui come cartine di tornasole, infrazioni a una catechesi senza dei. Aha, hai detto inciucio? Aha, hai scritto centrosinistra con il trattino? Fare così non è stato solo un errore tattico, peraltro grosso: impaccia il discorso e non ci fa comunicare con le persone lontane dalla politica, che nel migliore dei casi si intimoriscono e con noi hanno paura di «sbagliare a parlare».

È stato però, e soprattutto, un errore di fondo, un grave errore di posizionamento e di filosofia politica, perché non esiste né può esistere il partito politico, la parte politica o il campo politico di quelli che «pensano bene» e infatti «parlano bene», segno sicuro del fatto che «pensano bene». Si chiamerebbero «benpensanti», questi, e dovremmo conoscerli bene. Conoscerli, per tenerci alla larga da loro.

Noi però sappiamo che questa idea di sinistra come ricerca intransigente della purezza non è presente solo nella caricatura che di noi fanno i nostri avversari. Noi sappiamo che il politicamente corretto come negazione e come generazione di tabu è parte del nostro patrimonio genetico. Noi sappiamo che si è partiti contro l'oppressione e a volte si è finiti a favore dello snobismo. Con uno di quegli scambi di consonanti che sono la forma più tipica dei lapsus verbali la centralità è passata dai lavori ai valori. Valori che non nomino, proprio perché mi sono molto cari e penso che a nominarli si consumino. Occorre trasmetterli, sì: nella pratica.

Io allora propongo un'operazione radicale di ingegneria genetica: l'istantanea abrogazione dei nostri tabu linguistici. Non significa dire pane al pane e negro al negro. Quello che mi interessa è che ognuno curi la propria igiene verbale per sé e che non pensi che le parole siano di per sé sostanze. Formano e convogliano una visione del mondo, ma o quella appare chiara e convincente per quel che le parole dicono o è vano stare poi a parlare delle parole anziché delle cose.
Le parole sono importanti? Sì, d'accordo, Moretti: ma sino a un certo punto.



Quel che (ch'è) manca

Ma dato che non voglio diventare io quello che procede solo per obiezioni e negazioni, voglio concludere dicendo «cosa è che manca», ovvero «cosa è che è manca», cosa è la sinistra, per come la vedo io e nel campo che mi compete.

Manca un senso maturo della libertà espressiva di ognuno e di quanto sia proficua la diversità dei codici. Il politicamente corretto è criticabile anche perché pensa a Babele come una iattura, e rimpiange un linguaggio adamitico, edenico, uguale per tutti che non è mai – dico mai – esistito fuori dell'Antico Testamento e della Torah. C'è una sinistra che pare alla ricerca della lingua perfetta, magari quella degli angeli. Sono compagni che sbagliano, qui sono proprio sicuro di me. In un mondo in cui se c'è un obbligo sociale è quello di trasgredire, o almeno fingere di farlo, lavorare alla costruzione di nuovi tabu è saggio e proficuo quanto aprire una bottega di maniscalco in un autogrill.

Manca una considerazione adeguata dei valori. Non è bello e non è di alcun vantaggio esibirli. Si fa bling bling, e possono sembrare anche ricchezza indebitamente accumulata, quei valori indossati. Ognuno, immagino, cerca di essere quello che in modo melenso si definisce «una bella persona». Ma pensare di esserlo già e dirlo è un comportamento da damerini e la politica è lavoro, non è salotto e passerella. Quindi occorre lavorare perché i «valori» non siano solo le parole che li nominano, ma siano la tensione a raggiungerli e a costruirli nel reale.

Manca la pienezza delle parole, le abbiamo svuotate anche noi e anche per troppo affetto o per affetto troppo maldestro. Affezioniamoci di meno alle nostre parole, viaggeranno più leggere e sicure nel mondo.

Manca produrre senso comune, che non è luogo comune. Il senso comune è consenso. Che non sia tollerabile che nei nostri mari affondino barconi carichi di persone mi pare stia diventando senso comune, dopo gli anni delle più ipocrite e criminali politiche di immigrazione. Questo per fare un esempio positivo. Un altro esempio potrebbe riguardare i diritti civili, in tema di famiglie o in tema di morte assistita.

Mi illudo che, con il permesso del Vaticano, qualcosa stia già capitando e proprio in termini di coscienza nazionale: la politica arriverà anche qui, e anche qui buona ultima. Che la crisi economica sia lontana dalla soluzione, che abbia spesso fondamenti strutturali e non contingenti, pure questo mi sembra senso comune, un vero sapere diffuso che può anche generare disperazione sociale. Non di senso comune mi pare invece il legame fra il tasso italiano di disoccupazione giovanile e la riforma costituzionale del Senato, e anzi vorrei che qualcuno, se lo vede, lo mostrasse a me.

L'espressione «senso comune» fa paura? Le esigenze della propaganda richiedono sorpresa e stupore. Ma le esigenze della politica tengono conto anche della banalità del vivere, delle cose che sanno tutti, dei sentimenti diffusi: con maggiore pazienza e minore visibilità devono cercare di farli crescere nella direzione che pare la migliore. Questo è il consenso. Con la cultura, per esempio, è vero che non si mangia: la politica mangia pochissimo con la cultura, non è come con gli appalti e la spesa sanitaria. Ma senza cultura, senza formazione, senza capacità di approfondimento, di critica e persino di espressione fra poco a non mangiare sarà la Nazione. Su questo il consenso non c'è, ed è urgente che se ne crei il sentimento.

Manca, infine, e spero per poco, la costruzione di un'identità politica collettiva che possa generare messaggi politici nuovi, nuovi nel senso di aggiornati e adeguati al nostro tempo, e che non sia invece essa stessa generata da messaggi di propaganda, come quelle formazioni politiche che vengono chiamate sintomaticamente «cartelli».

L'ultimo desiderio

La campagna elettorale è il sintomo nevrotico e compulsivo della politica italiana. Si dice che siamo sempre in campagna elettorale e non è tanto esagerato. Il desiderio è un'altra cosa. Quando il cielo era coperto gli astrologi non potevano vedere le stelle, in latino sidera. Allora de/sideravano, distoglievano lo sguardo da ciò che a loro mancava. La parola desiderio viene proprio da lì.

C'è e ci sarà sempre qualcosa che manca, c'è ci sarà sempre qualcosa che è manca, che è sinistra.
Fra cieli stellati sopra e leggi morali tenute ben dentro possiamo trovare sia le parole per dirlo, il famoso qualcosa, sia i modi per costruirlo e farlo esistere.