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sabato 5 settembre 2026

Mio fratello il Che


Andrea Pasqualetto
«Era straordinario, non un mito Fu tradito dai comunisti boliviani Magliette, spille, merchandising: il capitalismo ha colpito anche lui»
Corriere della Sera, 5 settembre 2026

All’ultimo tavolo del Panera Rosa, locale modaiolo di Soho, siede un uomo baffuto dall’aria bohémien. È il fratello di una leggenda: Ernesto Guevara de la Serna, per tutti il Che, mito rivoluzionario di mezzo mondo. Siamo in un quartiere elegante di Buenos Aires che non è esattamente il mondo di Juan Martin Guevara, ma a lui va bene così: «Este lugar es perfecto!». Dice che questo posto tutto pastelli rosa e musica pop, dove nessuno lo conosce, è perfetto. Arriva la giovanissima cameriera: «Señor?». «Tè y dos medialunas, por favor». Un tè e due cornetti per il fratello del Che che uno immagina con un sigaro fra i denti e in mano il bicchierino di rum al banco di una vecchia osteria.

Spiazza un po’ l’ultimo degli hermanos di Ernesto, il solo vivente dopo la morte della sorella Celia nel 2023. Oggi ha 83 anni e alle spalle una storia legata a doppio filo con quella del fratello, del quale condivise le idee e la lotta pagandola con otto anni di carcere quando era dirigente del Partido revolucionario de los trabajadores. Allora Juan Martin faceva il sindacalista ma la sua è stata una vita dai mille mestieri: autotrasportatore, editore, libraio, commerciante di sigari e rum cubani. È l’unico dei Guevara a non essersi laureato, per scelta: «Volevo essere proletario e sono diventato camionista». Il fratello del Che è loquace e allegro, parla e addenta un cornetto, parla e scoppia a ridere e con la sua voce possente riempie il locale. Poi si ferma e ti guarda: «Hablame, hablame». 
Señor Guevara, ci sarebbero mille domande. Quanto tempo abbiamo?

«Hablame».
Cosa significa essere il fratello del Che?

«Significa essere il fratello di un uomo che ha fatto cose straordinarie. Non un mito, detesto i miti».
In che senso?

«Ernesto non è uscito dal nulla o da una specie di galleria di uomini superiori. Veniva da una famiglia fatta di varie anime, con pregi e difetti».
Com'erano i Guevara?

«Un po’ matti. I miei genitori avevano dietro famiglie ricche e importanti e insieme formavano una coppia eccentrica e squattrinata. Mio padre era un picaflor, un po’ qui un po’ lì, ah ah, entiendes?, gli piacevano le donne, tanguero, imprevedibile, fantasioso, opportunista, libero. Un incantatore di serpenti. Mia madre era una donna colta, intellettuale, femminista, contestatrice, rigorosa. Noi figli siamo il risultato di questo miscuglio. In quella casa c’era poi una regola fondamentale: bisognava avere umorismo. Regnava l’ironia».
Lei molto più giovane di lui come lo vedeva?

«Per me era un raggio di sole. Era il fratello grande che faceva cose incredibili, che partiva, viaggiava, viveva avventure. Giocava a rugby correndo come una furia anche se aveva l’asma, andava a scalare le montagne, sfrecciava con la moto, era coraggioso, divertente, pazzo. Una volta ricordo che si è messo a camminare in equilibrio sul bordo di una ringhiera, bastava un passo sbagliato e sarebbe caduto da un’altezza che non perdonava. Era capace di buffonate infantili e di grande serietà, un divoratore di libri, come mia madre del resto. Ed era anche ottimo scacchista e gran bevitore di mate, molto esigente col mate. Ma la sue grandi qualità erano soprattutto l’autoironia e la lealtà».
Che ricordo ha del famoso viaggio di Ernesto con l'amico Alberto raccontato nei "Diari della motocicletta"?

«Non era la prima volta che partiva per un viaggio. Aveva iniziato molto presto a odiare la civiltà, diceva che le folle cittadine si muovevano al ritmo del rumore che era l’opposto della pace. All’inizio andava in bicicletta poi i viaggi si sono fatti più lunghi e prendeva la moto. Quella volta con Alberto volevano arrivare addirittura negli Stati Uniti ma, si sa, la Poderosa si fermò in Cile. Per me stavano facendo una cosa fantastica, per mio padre una cosa da idioti. Era arrabbiatissimo perché voleva che Ernesto finisse Medicina. Quando in Venezuela lui e Alberto si divisero e mio fratello tornò a casa fu una festa per tutti. Come promesso a mio padre, si laureò velocemente, diventò medico ma poi ripartì e non tornò più. Per qualche anno abbiamo comunicato solo per lettera. Ogni volta che ne arrivava una a casa era un avvenimento. Ci si riuniva e iniziava il rito della lettura che richiedeva molto tempo per la scrittura illeggibile. Erano lettere tenere e profonde, scriveva delle condizioni miserabili dei minatori in Bolivia, degli indigeni in Perù, l’imperialismo Usa in Costa Rica. Ed è finito a Cuba a fare la rivoluzione con Fidel Castro».
E lei?

«Lo raggiunsi a Cuba dopo la vittoria del 1959 dei guerriglieri di Fidel e di Ernesto sulla dittatura di Batista. Lo ritrovai circondato e osannato da migliaia di persone. Lì non era più Ernesto, era per tutti il codalla mandante Che. Ma per me restava mio fratello e quando riuscivamo a stare insieme senza tutta quella gente facevamo pure a botte per gioco».
Com'era Cuba in quei giorni?

«Impressionante. L’avana era in festa, piena di gente armata, di guerriglieri con gli zaini, di persone che arrivavano Sierra. Noi alloggiavamo all’hotel Hilton, quello che diventò Habana Libre. Avevo conosciuto Fidel ma non potevo fare molti discorsi con lui, avevo 16 anni e lo vedevo come una figura enorme, mi metteva soggezione. Mio fratello, che aveva già una grande cultura, ci parlava invece molto».
C'è chi considera il Che un assassino per le fucilazioni avvenute dopo la vittoria.

«Non era lui a ordinarle. Ernesto comandava la Cabaña (la fortezza dell’avana in cui si svolsero processi ed esecuzioni degli uomini di Batista ndr), non faceva il giudice. C’era chi veniva assolto, chi veniva condannato al carcere e chi condannato a morte».
Fu ucciso a 39 anni in Bolivia, dove voleva esportare la rivoluzione. Che idea si è fatto della sua morte?

«Penso che il suo grande errore sia stato quello di affidarsi al Partito comunista boliviano. I dirigenti probabilmente non credevano che Cuba avrebbe mandato un gruppo armato a iniziare la lotta rivoluzionaria in Bolivia. Quando si trovarono davanti alla realtà, gli negarono l’appoggio e questo costò la vita a Ernesto. Poi, io ho un mio convincimento sui mandanti». 

Cioè?

«L’ordine al tenente che lo uccise partì dall’esercito boliviano ma sul posto c’era anche un agente della Cia, Felix Rodriguez, e io non ho alcun dubbio che dietro ci fossero gli Stati Uniti».
Non è una verità accertata.

«Por favor».
Qual è stato il momento più bello vissuto con Ernesto?

«Le lunghe chiacchierate in Uruguay quando io avevo circa diciotto anni ed ero già politicamente impegnato. Si parlava di Cuba, del mondo, del futuro. Mi regalò un manuale di economia politica dell’unione sovietica. Disse: “Non sono d’accordo su nulla ma devi leggerlo per cultura”. Lo aprii e lo richiusi, un mattone».
La prima qualità del Che?

«La rettitudine, l’integrità, un senso di equità e giustizia sociale a prova di bomba. Ernesto arrivava a negare anche il minimo privilegio a chiunque, indistintamente, familiari compresi. Ricordo un’infinità di episodi che parlano in questo senso».
Ce ne racconta qualcuno?

«Quando si trattò di andare a Cuba dopo la rivoluzione noi parenti avevamo approfittato di un volo organizzato per i cubani che erano stati costretti all’esilio. Lui s’infuriò: “L’aereo era destinato agli esiliati, non alla mia famiglia”. Mio padre, che non condivideva questo rigore, quando arrivò a Cuba cominciò immediatamente a fare conoscenze, cercare opportunità. Ernesto fu molto netto: “Essere mio padre non ti autorizza ad avere privilegi”. Era così anche con sé stesso: voleva per esempio essere pagato come i soldati, non da comandante. Te ne racconto un altro che per me dice molto di lui: una volta una donna che si chiamava Guevara gli chiese se per caso erano parenti. Le rispose così: “Se lei è capace di indignarsi davanti alle ingiustizie del mondo, siamo compagni, che è molto più importante che essere parenti”».
Venendo a lei: ci spiega la scelta di fare il camionista?

«Io avevo gli amici che erano ragazzi di strada, figli di povera gente. Mentre mio padre mi portava dai suoi di amici che erano potenti. Ho conosciuto così sia il mondo di sotto sia quello di sopra e ho scelto quello di sotto. Volevo lavorare, lasciai l’università contro il parere di Ernesto e feci il camionista».
Il Che sognava l'"uomo nuovo" per una società basata sull'uguaglianza. È rimasto un sogno.

«Sì, un sogno. Io non so se sia possibile arrivare a un mondo in cui non esista lo sfruttamento dell’essere umano ma so che bisogna continuare a lottare in questa direzione».
Serve un'altra rivoluzione?

«Servirebbe ma per farla ci vogliono idee nuove, organizzazione e circostanze favorevoli che ora non vedo».
Come vede il comunismo?

«La storia ha dimostrato che un certo comunismo ha fallito. Evidentemente quella non è la soluzione. Ma non lo è nemmeno il capitalismo che crea continui squilibri e crisi. Io sto con Epicuro e con la necessità da parte dell’uomo di governare i piaceri materiali privilegiando quelli che danno serenità all’anima. Quando l’equilibrio fra piaceri materiali e spirituali si rompe nasce il problema. E il capitalismo finisce sempre per rompere questo equilibrio perché tende all’accumulo senza guardare abbastanza cosa succede agli altri».

Senza Fidel Castro ci sarebbe stato il Che?

«No, Ernesto probabilmente sarebbe stato altro. Ma con Fidel è nato il Che e per qualche ragione il personaggio continua a resistere. In qualsiasi parte del mondo vedo il suo volto, magliette, spille. La sua immagine è merce, pensa il paradosso. Lui che odiava la mercificazione viene sfruttato per vendere prodotti, per guadagno. È la riprova che il capitalismo trasforma sempre tutto in guadagno, plata, plata».
Come vede l'ascesa di Javier Milei in Argentina?

«Milei è il prodotto di un vuoto. Da una parte lui ha saputo sviluppare la sua idea, presentarsi al momento giusto. Dall’altra, quelli che gli si opponevano continuavano a ripetere le stesse cose senza offrire nulla di nuovo. La gente ha pensato: gli altri li conosco già, vediamo che cosa fa questo».

E l'Italia?

«Penso che anche lì si sia creato un vuoto che Giorgia Meloni ha saputo occupare. Ma l’Italia è molto diversa dall’Argentina: ha una struttura industriale importante, grandi imprese che competono nel mondo. Questo le dà molto più potere».

Cosa fa oggi Juan Martin Guevara?

«Il pensionato solitario. I figli sono all’estero e io abito in un appartamento in affitto cercando di campare».
Mogli? Compagne?

«Sono divorziato, credo». Scoppia a ridere e ridono pure i ragazzi del Panera Rosa. È arrivata l’ora di andare: «Tengo que tomar el colectivo». Deve prendere l’autobus per tornare a casa, dall’altra parte della città. Infila una mano in tasca, conta i pesos, vuole pagare lui: «Plata, plata». Sorride, ti abbraccia e se ne va, nel rumore di Buenos Aires.



giovedì 8 gennaio 2026

Le risposte a Trump

Dominique de Villepin

Paul Quinio
Quali sono le risposte a Trump?

Libération, 8 gennaio 2026


Il peso delle tensioni internazionali sarà al centro dei dibattiti del 2027. “Libération” ha intervistato tre grandi personalità politiche per cercare di comprendere la posta in gioco del nuovo ordine globale.uesto articolo

Le elezioni presidenziali francesi sono ancora lontane, ma l'intervento militare americano in Venezuela ci ricorda chiaramente quanto la situazione internazionale peserà su questa campagna. È un ritornello ricorrente prima di ogni elezione. Tuttavia, non è sempre così, o addirittura raro. Le questioni economiche e sociali hanno generalmente la precedenza. Nelle ultime elezioni, la guerra in Ucraina, scatenata dalla Russia nel febbraio 2022, ha naturalmente giocato un ruolo significativo. Questo particolare contesto ha favorito il presidente in carica, Emmanuel Macron, e ha certamente ostacolato Marine Le Pen e la sua posizione filo-Putin, per citare solo i due candidati che hanno raggiunto il secondo turno.

È altamente probabile che il contesto internazionale sarà ancora più centrale nei dibattiti tra un anno e mezzo. Dobbiamo sperarlo, data l'entità dei cambiamenti in corso. Come ci collocheremo di fronte alle dichiarazioni di Trump? Difficile dirlo. Le prossime elezioni di medio termine, che si preannunciano rischiose per Donald Trump, limiteranno gli eccessi americani sulla scena mondiale? Nulla è meno certo.

Ma questo primo anno del secondo mandato di Trump dimostra già – tra le minacce alla Groenlandia , la crisi tariffaria, la gestione erratica della questione ucraina, l'intervento in Iran e il sostegno inequivocabile a Benjamin Netanyahu – anche se il cessate il fuoco ottenuto sotto la pressione americana va riconosciuto – che il tempo delle osservazioni incredule del Presidente degli Stati Uniti è finito; ora è il momento di prepararsi al peggio. Si tratta di anticipare, non di aspettare di vedere di che colore uscirà il fumo dallo Studio Ovale su questa o quella questione.

Questa è senza dubbio la principale conseguenza dell'intervento militare americano in Venezuela: la consapevolezza che tutto può succedere. Con questa operazione, Donald Trump ha dato una duplice dimostrazione: quella della superpotenza militare americana e quella che questa superpotenza potrebbe essere usata, al di fuori di qualsiasi quadro giuridico internazionale, contro praticamente chiunque sia abbastanza sciocco da opporsi agli interessi statunitensi, in particolare quelli economici. Questo è ovviamente il caso dell'Europa.

Il futuro dell'Europa e il ruolo che la Francia avrà nel plasmarne il destino saranno quindi al centro dei dibattiti del 2027. Queste domande sono almeno al centro delle tre interviste che Libération ha realizzato con François Hollande, ex Presidente della Repubblica, Yaël Braun-Pivet, Presidente dell'Assemblea Nazionale, e l'ex Primo Ministro Dominique de Villepin.


Ex Primo Ministro e Ministro degli Esteri sotto Jacques Chirac, Dominique de Villepin fu colui che, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 2003, difese il "no" della Francia a un'operazione americana in Iraq. Oggi, chiede una risposta urgente da parte degli europei alle rinnovate ambizioni imperialiste di Washington.

L'operazione americana in Venezuela segna una rottura nell'ordine internazionale?

Si tratta di una svolta storica, geopolitica e ideologica. Sappiamo di entrare in una nuova era, visto il modo in cui stanno agendo gli Stati Uniti. Gli interventi americani in America Latina sono stati numerosi dalla fine del XIX secolo, più di quaranta. Tuttavia, le circostanze dell'intervento che ha portato al rapimento di Nicolás Maduro sono molto particolari. Anche la sua principale giustificazione, la lotta al narcotraffico, è insolita. Se l'operazione militare ha successo , la parte più difficile rimane per gli americani: confrontarsi con la realtà. Come si fa a governare un Paese di cui si è catturato il presidente e ad avviare una transizione che non è stata ancora annunciata, definita o delineata e, chiaramente, senza un'idea precisa di come si intende operare, il tutto dimostrando la propria volontà di impossessarsi delle risorse petrolifere? L'incertezza è totale . Da qui l'immensa importanza della reazione internazionale. Il resto della storia dipenderà in larga misura da ciò che dirà e farà l'Europa. Per questo sono stato duro con le prime parole di Emmanuel Macron , pur tenendo conto della correzione che è stata apportata .

Nel 2003 avete detto no all'intervento in Iraq. Oggi, con quello che sono diventati gli Stati Uniti, possiamo ancora dire di no?

Molte occasioni sono state perse dal 2003 , anno in cui la Francia ha formulato una chiara dottrina che condannava ogni intervento unilaterale con la forza, nonché i principi del multilateralismo come unica via per organizzare la società internazionale. Rispettare questa dottrina significa evitare lo scontro di civiltà in cui Donald Trump ci sta conducendo. Da un anno a questa parte, il presidente americano detiene il controllo completo della narrazione internazionale, ora per ora. Una narrazione dettata da un cinismo che non si preoccupa più nemmeno di mascherare il suo interventismo con una parvenza di volontà democratica, guidata da imperialismo, estrattivismo e ambizione sfrenata.

Come definiresti il ​​regime di Trump e la direzione che stanno prendendo attualmente gli Stati Uniti?

Questa è una democrazia che scivola verso l'illiberalismo e non mostra alcuna preoccupazione per lo stato di diritto o il funzionamento dei sistemi di pesi e contrappesi. Possiamo vedere chiaramente che sta emergendo una mappa del potere trumpiano, il che dovrebbe allertarci su due prossime scadenze: le elezioni di medio termine, qualora dovessero andare male a novembre, e le elezioni presidenziali del 2028. Non dimentichiamo il tentato assalto al Campidoglio di cinque anni fa . La questione delle scadenze diventerà sempre più cruciale perché non esiste un successore naturale di Donald Trump, che si presenta sempre più come un uomo dal destino manifesto. È tempo che gli europei dimostrino che un'altra narrazione è possibile.

Tuttavia, molti venezuelani vorrebbero vedere un barlume di speranza nella caduta di Nicolás Maduro.

In Iraq, gli Stati Uniti hanno spazzato via i due pilastri del potere: l'esercito e il partito Ba'ath. Sembrano voler imparare da questo fallimento non cercando di cambiare il regime venezuelano, ma piuttosto cambiando la persona al comando. Questa scelta è rischiosa, poiché milioni di venezuelani sono ansiosi di voltare pagina sulla dittatura, sulla catastrofe umanitaria e sulle sofferenze economiche e sociali. Il Paese rimane storicamente segnato da un antimperialismo e un antiamericanismo che precedono Hugo Chávez, datano almeno dal tempo di Marcos Pérez Jiménez, e la cui causa principale sono le sue risorse petrolifere, costantemente ambite nel corso della sua storia. Nella reazione all'intervento americano, è necessario considerare il fatto che questo nazionalismo venezuelano rischia di esacerbarsi. Tuttavia, nell'immediato, gli americani non sembrano determinati a ricostruire il Paese, ma piuttosto a rilanciare la sua obsoleta industria petrolifera . Tutto ciò richiederà tempo e si troveranno di fronte a gruppi armati strutturati che operano in tutto il Paese e sono guidati da potenti ideologie. Gli americani rischiano di deludere e di riaccendere un forte sentimento anticoloniale in tutta l'America Latina. Nel frattempo, devono assolutamente occupare il territorio e controllare il calendario politico. Per questo promettono ulteriori successi.

Donald Trump ha quindi promesso la caduta di Cuba.

Rovesciare il castrismo è un'ossessione americana di lunga data e sarebbe un successo laddove, nel 1961, John F. Kennedy fallì alla Baia dei Porci. Per Trump, tutto questo sta accadendo a pochi mesi dalle elezioni di medio termine , quando il suo bilancio economico è tutt'altro che stellare e il caso Epstein continua a inasprirsi. Ha quindi bisogno di risultati rapidi. Cuba è il modo migliore per ottenerli. L'imperialismo di Trump è sia mercantile, guidato dal petrolio, sia ideologico. Quest'ultimo si estende al desiderio di conquistare territori. Si tratta di raggiungere il dominio geografico del mondo. Questa è quella che lui chiama la geopolitica dell'emisfero occidentale. Gli Stati Uniti coprono poco meno di 10 milioni di chilometri quadrati. Questo dà a Trump un complesso di inferiorità, rispetto alla Russia, che ne ha quasi 20 milioni. La Groenlandia è anche il ponte tra l'Artico e l'Atlantico. Questa è l'opportunità di segnare un punto decisivo contro Russia e Cina. Sarebbe una svolta nel dominio globale. E non dimentichiamo che la nuova dottrina strategica americana si basa sull'uso di tattiche shock. Per Trump, la nuova arma nucleare è la tattica shock.