martedì 26 maggio 2026

Nomadelfia

Don Zeno Saltini (1900-1981)

Flavia Amabile
Viaggio tra i neorurali di Nomadelfia: accoglienza, condivisione e niente proprietà privata

La Stampa, 26 maggio 2026

INVIATA A GROSSETO. Quanto fa 73 più tre? Elena ha gli occhi scuri come i ricordi che ogni tanto affiorano di un passato non semplice. Ha 7 anni, non sa quanto fa 73 più 3 ma la maestra le mette davanti i numeri in fila su un foglio e la aiuta contare. “Settantasei”, risponde poco dopo Elena con un sorriso timido. Nella classe accanto, Gregory sta affrontando le tabelline. Lui ha 9 anni, nel suo passato ci sono le bombe, la guerra in Ucraina da cui è fuggito con la mamma e ancora fa fatica a credere a questo presente in cui la difficoltà sono le moltiplicazioni.

Elena e Gregory lo stanno capendo adesso, anche il passato più doloroso può essere curato e superato se si vive a Nomadelfia, una comunità immersa nella campagna toscana tra ulivi e piante da sughero secolari, lontana dalle città, lontana dalle regole del mondo, dove gli assistenti sociali non si presentano per togliere ai genitori i figli che hanno un passato pieno di problemi ma per chiedere che bimbi, bimbe, ragazze, ragazzi vengano accolte dagli abitanti del posto. Non lo fanno perché a Nomadelfia trovano l’aria buona o il cibo sano. O non solo. Li mandano perché questa comunità sembra la famiglia nel bosco al contrario, un luogo che in novant’anni di vita ha dato un tetto e un futuro a oltre cinquemila minori abbandonati, vittime di abusi, violenze, cresciuti tra problemi molto più grandi di loro.

Il fondatore, don Zeno Saltini, voleva creare un posto dove mettere in pratica il Vangelo. Dove la fraternità è legge, come indica il nome della comunità. Fuori da Nomadelfia tutto questo ha il sapore amaro dell’utopia. Chi sceglie di abitare qui, invece, ci crede e si sente in dovere di adottare, o di prendere in affido a seconda dei casi, questi bambini e bambine e di crescerli come se fossero i loro figli. Oggi in totale sono circa 250 persone. Una sessantina sono minorenni, più o meno la metà mandati dai servizi sociali e l’altra metà nata da genitori che hanno scelto di vivere in questa comunità che si estende per 370 ettari. Le cifre sono solo approssimative perché i nomadelfi non amano questo tipo di distinzione. “Ho sei figli: tre biologici, due adottati e uno in affido”, spiega Paolo Matterazzo, 39 anni. “Ma per noi sono tutti uguali, li amiamo allo stesso modo”.

Irene ha 8 anni, è una delle figlie di Paolo. Alle undici del mattino è in classe, una specie di casetta in legno e muratura circondata dalla campagna toscana. Ha un quaderno a quadretti aperto e sta incollando dei pezzetti di carta colorata per realizzare un tangram. “Stiamo studiando le equivalenze“, spiega Chiara Mazelli, maestra, nata a Nomadelfia che in comunità ha scelto di mettere su famiglia. Alle pareti sono appese le mappe dell’Italia amministrativa e fisica, dell’Europa come in qualsiasi quarta elementare. Ma questa non è una quarta elementare qualsiasi. Oltre a Irene ci sono altri tre bambini, non uno di più. Basta per rendere la lezione completamente diversa. Non ci sono le file di banchi. La cattedra è relegata in un angolo, praticamente dimenticata. Nessuno compulsa il registro per interrogare, i bambini sono seduti al centro dell’aula, uno di fronte all’altro. Non possono nascondersi dietro i compagni. In realtà, nemmeno hanno voglia di farlo. La maestra è un’amica, una persona con cui alcuni di loro dividono la casa, i pasti, i lavori nei campi quando viene richiesto l’aiuto di tutti. Li guida a imparare le nozioni e a scoprire gli errori commessi con il tono sereno usato durante le conversazioni familiari.

A un centinaio di metri di distanza c’è un’altra casetta in legno e muratura, la classe del quarto anno di scienze umane. Porta aperta e interno vuoto. E’ in corso l’ora di storia e la professoressa, Grazia, ha deciso di approfittare del sole e del caldo. Ragazze e ragazzi sono seduti all’ombra di un gelso e stanno ripassando Marat, Robespierre e gli Stati Generali. “Abbiamo finito il programma, siamo arrivati alla guerra di Libia del 1912, non è il caso di andare oltre. E’ più utile ricominciare dall’inizio e ripetere”. Grazia è una delle poche persone esterne chiamate a lavorare a Nomadelfia. Chi insegna in genere abita qui, l’autosufficienza è uno dei principi fondanti di questa utopia. “Ognuno degli abitanti svolge i lavori necessari per mandare avanti la comunità.

Andrea si occupa della vigna che dà il vino a tutti. Michele è il casaro che ogni giorno produce i formaggi che finiranno sulle tavole. E poi ci sono gli apicultori, i meccanici, i falegnami i fabbri, i contabili, gli esperti di social e di comunicazione. Ognuno svolge anche più lavori nel corso della vita e ragazze e ragazzi iniziano presto a imparare i mestieri di Nomadelfia. “In estate, quando terminano le lezioni, devono prima superare l’esame che regolarizza l’anno di studi poi iniziano a dare una mano dovunque ci sia bisogno”. A Nomadelfia soltanto una figura lavorativa non esiste: gli addetti e le addette alle pulizie, dalle bidelle ai collaboratori domestici. Per loro non c’è spazio perché qui, a turno, ognuno dà una mano in casa. E anche nelle classi, alla fine di ogni lezione, alunne e alunni mettono mano a scope e stracci e puliscono. Se la proprietà privata non esiste gli spazi sono di tutti, e tutti hanno il dovere di occuparsene. Anche Elena, anche Gregory, mentre ripassano a mente tabelline e addizioni.


Nessun commento:

Posta un commento