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sabato 18 novembre 2023

Il messaggio dello sciopero

 
 

 
Marco Revelli, Se i dimenticati battono un colpo, La Stampa, 18 novembre 2023
 
Lo sciopero generale è pienamente riuscito. «Piazze strapiene come non si vedevano da anni», ha detto dal palco a Roma Maurizio Landini, comprensibilmente soddisfatto. Cortei affollati non solo di lavoratori, ma anche di cittadini comuni, e si sono rivisti persino gli studenti. Evidentemente il tentativo del ministro delle Infrastrutture nonché vice-premier Matteo Salvini di indebolire la mobilitazione con un atto d'imperio non è riuscito, e anzi forse ha ottenuto il risultato opposto, spingendo a scendere in piazza anche chi normalmente non lo fa, aggiungendo alle motivazioni economiche quella, evidentemente sentita, di difendere un diritto costituzionalmente garantito come quello di sciopero.
I Grandi Dimenticati hanno battuto un colpo. Non solo contro una manovra finanziaria abborracciata e considerata priva di responsabilità sociale, ma più in generale come risposta a una condizione di disagio economico ed esistenziale diffuso, tra chi lavora e chi il lavoro non ce l'ha, tra i giovani senza futuro e gli anziani senza riconoscimenti: un piano inclinato lungo il quale si è scivolati per anni, e che ora sembra aver raggiunto un punto non più sopportabile in silenzio. Per una combinazione non certo voluta, ma significativa, nello stesso giorno della mobilitazione sindacale la Caritas Italiana, potremmo chiamarla il Sindacato dei Poveri, ha diffuso il proprio rapporto annuale 2023 sulle povertà intitolato "Tutto da perdere". Ed è una drammatica conferma di uno stato di degrado "sistemico" non più ignorabile. Apprendiamo non solo (dato ufficiale Istat) che le persone in condizione di povertà assoluta (cioè prive del minimo indispensabile per condurre una "vita dignitosa") sono salite a 5 milioni e 674mila, 357mila in più rispetto all'anno scorso (la popolazione di una città come Firenze). E che di queste 1 milione e 270mila sono minori, vittime innocenti di una clamorosa ingiustizia sociale. Ma apprendiamo anche, e la cosa costituisce uno scandalo nello scandalo, che quasi la metà dei nuclei famigliari in condizioni di povertà assoluta (un totale di 2,7 milioni di persone) risulta avere il capofamiglia occupato, cioè un classico working poor, uno che pur lavorando, tuttavia rimane povero "assoluto", non può offrire ai propri figli due pasti regolari al giorno, una casa decente, il riscaldamento e la cura delle malattie.
Nel meridione il 20% degli occupati è in questa condizione, nelle Isole lo è il 21,9%! E i dati non tengono ancora conto dell'impatto prodotto dalla cancellazione, per molte di queste famiglie, di quel piccolo rivolo di risorse che era offerto dal Reddito di cittadinanza, su cui si è accanito nei mesi scorsi il governo. Alla luce di tutto ciò, come giustificare la guerra da tempo dichiarata da parte della maggioranza, e non solo, a un istituto come quello del salario minimo, che non sanerebbe certo tutte queste piaghe, ma permetterebbe di contenerne, sia pur in piccola parte, gli aspetti più devastanti? E dall'altra parte come stupirsi che, alla chiamata delle grandi organizzazioni sindacali, vi sia una risposta così robusta, nonostante le tante delusioni subite in questi anni, le troppe prove di divisione e d'incertezza, gli impacci le lungaggini e le inerzie delle ottuse burocrazie d'organizzazione centrali e periferiche? Lo si può considerare non solo come la denuncia di un disagio a cui la politica, tutta, è chiamata a dare risposte serie, ma anche come un segno di vitalità della nostra società e della nostra malconcia democrazia. Le democrazie vivono della partecipazione e della mobilitazione dei propri cittadini (una sofferenza senza segni di reazione genera necrosi dell'organismo). E nessuna precettazione di questo o quel ministro potrà mai spegnerle, pena la caduta in un limbo autoritario.

 

sabato 9 aprile 2022

Il fascino della vertigine

 


Marco Revelli, La vertigine della guerra e il fascino del gioco crudele, Volere la luna, 6 aprile 2022 

“Va chiamata ‘vertigine’ ogni attrazione il cui primo effetto sorprenda e disorienti l’istinto di conservazione”. Così scriveva Roger Caillois in un testo dell’esilio sudamericano, pubblicato nel 1943 ma risalente agli anni immediatamente precedenti, quando la catastrofe della guerra mondiale si avvicinava ed esplodeva. In questo caso, spiegava, “l’essere è trascinato alla rovina e come persuaso dalla visione del proprio annientamento a non resistere alla potente fascinazione che lo seduce terrorizzandolo”. Per l’insetto, aggiungeva, “è lo sfolgorare della fiamma, per l’uccello sono gli occhi fissi del serpente”. Per l’uomo è l’attrazione irresistibile del vuoto. In particolare di quel vuoto estremo che è la guerra: il vortice della distruzione in cui ogni volontà individuale è travolta di fronte al dominio assoluto dell’elementare, e privata del potere, costitutivo dell’esistenza, “di dire di no”.

Ho ripensato a queste parole nelle settimane scorse, in cui la guerra ha invaso, senza trovare resistenza, le nostre vite e le nostre menti, trascinandoci tutti, società e individui, nel suo vortice, con le sue categorie totalizzanti e totalitarie che non lasciano spazio al pensiero complesso, soprattutto che assolutizzano la sola risorsa delle armi (lo strumento per eccellenza concepito per “fare il vuoto”). E infatti Caillois, dopo aver passato rapidamente in rassegna i vari tipi di vertigine che mettono in scena “l’estrema abdicazione dell’uomo” di fronte alle “tentazioni che lo spingono alla rovina” – la figura delle femme fatale [sic], l’ebbrezza patologica del gioco d’azzardo… – si sofferma appunto sulla “vertigine della guerra”, la più potente di tutte nel suo trasformare agli occhi dell’uomo la propria resa all’attrazione dell’abisso in “dovere, grandezza, ebbrezza”. La distruzione, e l’autodistruzione, come destino, a cui è dolce abbandonarsi, cessando di tentare di nuotare contro una corrente che appare l’ineluttabile corso del mondo.

E’ così che nel discorso pubblico e nel racconto prevalente che gli fa da involucro, persino la solidarietà o è armata o non è. E chi prova a immaginare forme alternative di sostegno alle vittime ucraine dell’aggressione diventa, automaticamente, fautore della resa, amico del macellaio, bellicista dalla parte sbagliata. Come se nella vertigine della guerra non ci fosse nessuna alternativa credibile alle armi, né diplomazia, né mobilitazione radicale dell’opinione pubblica, né tantomeno quelle tecniche della non-violenza, ormai sperimentate e dimostrate spesso più efficaci, in condizioni di scontro asimmetrico, della nuda resistenza armata. In questa condizione l’immaginazione scende al grado zero mentre l’adrenalina sale vertiginosamente (appunto), cancellando ogni articolazione del ragionamento perché, nella regressione al livello elementare dell’essere, contano solo le alternative istintuali: combattimento o fuga, uccidere o essere uccisi, dominare o essere dominati, vincere o morire… E mentre la parola Pace sembra sempre più una bestemmia nel fragore delle armi, sollevando sguardi di compatimento o accigliati rimbrotti per “anime belle” (se ne potrà parlare solo “dopo che le armi avranno definito il reale rapporto tra le forze in campo”), persino il più autorevole tra gli opinion leader globali, Papa Francesco, viene oscurato, inserito d’ufficio nella lista degli inaffidabili, ignorato nei testosteronici salotti dei talk show televisivi. Eppure non sta affatto riproponendo l’evangelico “porgere l’altra guancia” (come superficialmente i suoi critici affermano con espressione di superiore sufficienza: mi è capitato di sentirlo dire esattamente così, in una trasmissione cui ho partecipato) ma parla pragmaticamente il linguaggio di una politica al livello dei tempi invitando a pensare un modo diverso di governo del mondo, che non ne avvicini la fine (testualmente: “La vera risposta alla guerra non sono altri armamenti, sanzioni, alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo, non facendo vedere i denti”.

D’altra parte a tal punto le feroci leggi della guerra penetrano nel nostro universo di senso (o meglio di non-senso), che persino il dolente popolo dei profughi e dei rifugiati ne viene sezionato, con la distinzione atroce tra profughi buoni e profughi cattivi, rifugiati veri e rifugiati falsi – ascoltare per credere -, dove il discrimine tra gli uni (i salvati) e gli altri (i sommersi) passa per le forche caudine della schmittiana coppia “amico/nemico”, e gli amici sono quelli che combattono (sul terreno, e “da europei”!) la nostra stessa battaglia (virtuale) e cattivi tutti gli altri, non importa che provengano dall’inferno di Aleppo (non diverso da quello di Mariupol), o dallo Yemen bombardato con le bombe prodotte e vendute da noi, o dal Kurdistan usato e abbandonato… Una spaccatura sulla pelle degli ultimi ben visibile sui confini polacchi, polarizzati tra la gara di accoglienza sul lato a sud est, dove transitano gli amici, e il filo spinato e la tortura su quello a nord est, dove è respinto nei boschi e nel gelo il popolo dolente della “rotta balcanica” (gli “altri”) e dove le lanterne verdi continuano a essere considerate dalle autorità polacche un reato.

Sul tema della vertigine Caillois sarebbe tornato una quindicina di anni più tardi, nel 1958, in un celebre libro dedicato in primo luogo al gioco (titolo Les jeux et les hommes, sottotitolo La masque et le vertige). Quello del gioco, vi si affermava, è una sorta di “spazio magico”, per certi versi analogo a quello del “sacro” – in particolare del “sacro di trasgressione” – nel quale le consolidate regole che strutturano la vita quotidiana vengono sospese ed è possibile tentare di “distruggere per un attimo la stabilità della percezione e far subire alla coscienza, lucida, una sorta di voluttuoso panico”. Come commenterà nell’Introduzione Pier Aldo Rovatti, per il giocatore, soprattutto per quel tipo estremo che è il giocatore d’azzardo, “entrare nel gioco, in-ludere, non significa solo entrare in una dimensione illusoria, già di per sé instabile, ma anche esporsi al rischio e infine partecipare di quello stato ‘incandescente’” ben noto a chi si è seduto al tavolo verde di una bisca. E a maggior ragione a chi si è abbandonato al vortice della guerra, ovvero, ancora una volta, alla sua “vertigine” – che in questo contesto Caillois richiama nella sua radice greca, ilinx, che letteralmente significa “gorgo” – la quale, appunto, “si accompagna spesso con il gusto normalmente represso del disordine e della distruzione che tradisce forme rozze e brutali di affermazione della personalità”.

Letta in questa accezione, la guerra – forma estrema di gioco feroce – costituirebbe lo spazio per eccellenza dell’anti-quotidianità: la sfera dei comportamenti umani in cui i fondamenti stessi della società costituita vengono sospesi (gli individui ne vengono “liberati”), a cominciare dal comandamento primo “non uccidere”. E come nel “tempo festivo” o nel Carnevale (Franco Cardini ha scritto un libro essenziale sulla guerra come Antica festa crudele), la trasgressione diventa la regola (è, appunto, un “mondo alla rovescia”), e tutto appare possibile sotto il dominio di una irresistibile “necessità”. Come nel gioco, tanto più “eccitante” quanto più pericoloso, anche in guerra la vita sembra acquistare un di più di intensità e di “autenticità” (resa possibile dalla a-normalità delle condizioni e delle regole rispetto a quelle della “banale” quotidianità).

Basta rileggersi le cronache della febbricitante atmosfera nelle giornate del “maggio radioso” del 1915, quando in un tripudio di retorica e di bandiere ci si precipitò nell’”inutile massacro”. E al misero prezzo di qualche esibizione in piazza si poteva comprare la possibilità di distinguersi dagli ignobili “panciafichisti”. O ritornare alla prima pagina delle celebri Tempeste d’acciaio di Ernst Jünger, dove si descrive lo spirito con cui il suo battaglione di reclute si avvicinava a “quella melodia da laminatoio” che era il fronte, per il proprio battesimo del fuoco: ”…poche settimane d’istruzione militare avevano fatto di noi un sol corpo bruciante d’entusiasmo. Cresciuti in tempi di sicurezza e tranquillità, tutti sentivamo l’irresistibile attrattiva dell’incognito, il fascino dei grandi pericoli… Lasciare la monotonia della vita sedentaria e prender parte a quella grande prova. Non chiedevamo altro”.

Ecco, credo che potremmo mettere in conto anche questo, per spiegare l’apparente irresistibilità dell’attuale ruere in bellum: questo bisogno di evasione dalla banalità inerte di un’esistenza dominata dall’universo delle merci e dal calcolo d’utilità per accedere facilmente, relativamente a buon mercato, a una sfera mobilitata e mobilitante di sentimenti forti, solo semplicemente chiamando “alle armi” e alla solidarietà armata (non importa poi che a usare quelle armi siano gli altri, nel più perfetto stile dell’”armiamoci e partite”). Una sorta di riscatto facile rispetto all’insensatezza del proprio quotidiano, con uno zelo tanto più ostentato (si pensi alle performances di tanti conduttori televisivi e opinion leader) quanto più conformi, e totali, erano state le precedenti adesioni ai dettami della mercificazione.

Un caro amico, Paulo Barone, in un denso messaggio di questi giorni, ha parlato dell’”esaltazione di chi trova finalmente nel ‘bene’” con cui schierarsi (la libertà del popolo ucraino, le nostre democrazie violate) “un motivo assoluto per ‘contrastare’ il vuoto nichilista che li attanaglia ‘da dentro’”: di “un’ebbrezza bellica che scaccerebbe via (in realtà attuandola) l’insensatezza di questo stile di vita”. E direi che meglio non poteva dirlo. C’è, in questa fibrillazione bellica che pervade pressoché tutto, la sensazione che, lungi dall’essere in opposizione radicale, idealistica e spiritualmente qualificata, rispetto al precedente demi-monde affaristico/consumistico vissuto all’insegna di un materialismo tutt’altro che storico – un soprassalto di mobilitazione valoriale alternativa all’affarismo mercuriale – essa ne rappresenti un mimetico prolungamento: una sorta di tentativo di fuga riconfermante da un presente insoddisfacente ma considerato intrascendibile se non nel (temporaneo, come appunto per il tempo festivo e per quello del gioco) oltrepassamento del confine che separa dal campo “altro” della mobilitazione bellica. La metamorfosi del vecchio bue in minotauro fa parte, strutturalmente, del carattere bipolare dell’esperienza bellica, del suo fascino e della sua contagiosità, con l’opportunità offerta a chi vi partecipa, di vivere la propria doppiezza – la norma da animale da soma e lo stato d’eccezione dell’esperienza eroica -, senza doversi più preoccupare della coerenza tra le diverse parti del sé. Potendo dar convivere il massimo del conformismo e il massimo della trasgressività. Soprattutto, liberando finalmente la propria “ombra” senza timore di perdere il proprio posto nella società ma anzi potendo vivere la propria bipolarità senza remore né sensi di colpa. Anzi ostentandola come segno di virtù.

In questo mondo che si rovescia preso nella propria vertigine, capita allora di vedere vecchi post-fascisti tessere l’elogio di quei partigiani che fino a ieri indicavano come feroci infoibatori e che oggi, in quanto “armati”, diventano modello da imitare. Antichi seguaci del fucilatore Almirante mettere in croce l’ANPI colpevole di non valorizzare abbastanza oggi, col rifiuto dell’invio di armi alla “resistenza ucraina”, la scelta “armata” di quelli che quel loro precedente idolo avrebbe bellamente fucilato. E che dire di Francesco Merlo, che in un articolo sulla “Cosa negazionista che fa il gioco di Putin”, proclama che “un po’ di sdegno verso l’Anpi bisognerà tirarlo fuori”, contro questa “associazione in mano a un ceto di impiegati, che si è allontanata dai partigiani”, colpevole d’imbelle “neneismo” e dunque “amica di Putin” per non aver aderito senza se e senza ma alla campagna di riarmo e per aver chiesto, a proposito del massacro di Bucha, la stessa cosa rivendicata dal Segretario generale dell’ONU, ovvero una immediata e rapida inchiesta indipendente?

Merlo scrive su un giornale che ha pubblicato regolarmente per sei anni – lo documenta il “Fatto quotidiano” – un inserto sponsorizzato dal Cremlino, tra il 2010 e il 2016, quando noi, come l’Anpi e molti antifascisti veri, muovevamo aspre critiche all’autocrazia putiniana mentre i lettori del quotidiano di cui lui era editorialista di punta dovevano sorbirsi interessati (e poco interessanti) reportages sul concorso bandito per trovare un nome al cane di Putin, o pelosi elogi del Patriarca Kirill (definito “una delle personalità di maggior rilievo del mondo cristiano” sic), o ancora commenti entusiastici sull’incontro tra Putin e Renzi a Milano nell’ottobre del 2014 (a Crimea annessa: ”Renzi ha capito di avere davanti un interlocutore serio, che porta avanti la sua linea e difende gli interessi del suo Paese”…). L’inserto s’intitolava Russia oggi (poi cambiato in Russia beyond headlines), era curato da Rossjiskaja Gazeta e faceva capo al personale amministrativo di Repubblica: a quel “ceto di impiegati” cioè che Merlo attribuisce all’Anpi. Un’ultima perla, a conclusione dell’articolo, merita di essere citata, è dove, dopo aver affermato che “in nessun altro paese d’Europa la disinformazione russa sta trovando così tanti utili idioti” (sic) si invita Enrico Letta a far pulizia dei troppi “negazionisti” (di cosa?) che occuperebbero indebitamente la “casa della sinistra” (come se quella fosse un immobile privato e Letta il proprietario): “Ha la statura morale per cacciarli via dalla sinistra come furono cacciati i mercanti dal tempio”, conclude il Merlo parlante. Ed è come se avesse parlato Zarathustra.

Ma restiamo ancora un momento sul PD. Il PD di questo secondo Enrico, così diverso dal primo. Anche il suo percorso è esemplare di quel rovesciamento in un doppio opposto eppure congruente. Come ha potuto un partito, erede sia pur lontano di una cultura che della pace aveva fatto un valore fondante del vivere civile, farsi di colpo “partito della guerra”? Capofila della politica di riarmo massiccio con i miliardi sottratti a welfare, sanità e sostegno a famiglie e imprese a favore dei buoni affari di quanti delle armi e del loro fiorente mercato hanno fatto il proprio core business. Com’è possibile che sia oggi il principale serbatoio dei guardiani dell’ortodossia bellica, impegnato con maggior zelo e acrimonia a smascherare e marginalizzare le voci non allineate, o anche semplicemente pensose?

Sarà volgare materialismo ma certo la quantità di esponenti del PD che affollano i vertici delle nostre industrie degli armamenti, a cominciare da Finmeccanica e dalla successiva Leonardo, sono tanti. A cominciare da Marco Minniti, che imperversa nei talk show nel contrastare i pacifisti di turno in nome della difesa della democrazia e che ricopre la carica di Presidente di MedOr, la Fondazione promossa da Leonardo. Mentre Luciano Violante – quello della riconciliazione con i “ragazzi di Salò” – presiede la parallela Fondazione Leonardo. E Nicola Latorre guida la Fondazione Aid (Agenzia Industriale Difesa). Niente d’illegale, anzi! Ma un po’ dovrebbe farci pensare…

Quanto a noi, intendo chi vuole resistere a questa progressiva “caduta nella catastrofe” – “moto che si accelera senza che occorra intervenire e che non si riesce né si vuole rallentare” [Caillois] e che riesce persino a utilizzare gli orrori della guerra per favorirne il prolungamento e l’estensione – non ci resta che proclamare il nostro pacifismo, come condizione culturale prima che politica per tenere aperta almeno una piccola porta verso il ritorno alla ragione. Saremo vox clamantis in deserto, ma se quel deserto è lo spirito del tempo attuale, non sarà una testimonianza inutile.

Guido Vitiello, I conflitti e le catastrofi risvegliano ciclicamente il nostro intorpidimento psichico da bambinoni viziati. Ma poi tutto passa e torniamo a sonnecchiare, Il Foglio, 12 marzo 2022

 ... più che una teoria da discutere, la fine della storia mi sembra uno stato d’animo, un’atmosfera spirituale, una Stimmung. Del resto, nel più importante libro sul tema, scritto alla fine degli anni Ottanta, Lutz Niethammer aveva osservato che questa idea dell’esaurimento di ogni orizzonte storico ebbe i suoi picchi di fortuna in due contesti precisi: nel secondo Dopoguerra, tra gli intellettuali di destra delusi dal nazismo in cui avevano riposto le loro speranze (come Arnold Gehlen); e poi negli anni Settanta, tra gli intellettuali di sinistra che avevano visto frustrate le loro aspettative rivoluzionarie (come Jean-François Lyotard). Insomma, un ripiegamento da innamorati delusi, sottilmente risentiti e interiormente impigriti. Ma per quelli di noi, la maggioranza, che non hanno mai avuto il batticuore per il Reich millenario o per la società senza classi, lo stato d’animo post storico è più che altro il frutto mentale di decenni di pace, di relativa sicurezza e di relativo benessere. Non è un cinismo ostentato da amanti disamorati, semmai un intorpidimento psichico da bambinoni viziati. Vogliamo che la storia continui a sonnecchiare, o che al limite vada a far baldoria in continenti molto più lontani. E soprattutto, che Zelensky la smetta di fare tutto quel chiasso: qui c’è gente che dorme. 



 

 

mercoledì 28 ottobre 2020

Alla scoperta del presente


Stefano Caselli, "Piazze tragiche, ma non si tratta solo di criminali", Il Fatto quotidiano, 28 ottobre 2020


“Sono piazze tragiche, nel senso letterario del termine, perché sono espressione di situazioni nelle quali non si può scegliere tra un bene e un male, tra una soluzione positiva e una negativa. Nelle tragedie, purtroppo, si sceglie sempre tra due mali”. Marco Revelli, torinese, sociologo, di piazze ne ha viste tante, ma mai (o quasi) come quelle andate in scena lunedì sera: “Possiamo dire – sospira – di essere definitivamente fuori dal Novecento”.

Professor Revelli, cosa ci dicono queste “rivolte”?

Sono manifestazioni abbastanza diverse a seconda delle città, ma emergono due protagonisti: i primi, chiamiamoli esercenti, sono espressione di un’estrema fragilità sociale che ormai colpisce anche categorie apparentemente benestanti e che ha forse un precedente nel movimento dei Forconi del 2013. Non sono state manifestazioni di poveri, semmai di impoveriti, colpiti dalla prima ondata del virus e atterriti dall’idea di precipitare definitivamente con la seconda. Il nostro sistema economico e sociale era già gravemente malato prima, la pandemia ha solo portato in superficie il morbo. Poi ci sono gli altri, i protagonisti dei disordini, per certi versi simili ai Gilet gialli francesi, generalmente provenienti dalle periferie, ragazzotti che normalmente nel weekend fanno lo struscio di fronte alle vetrine degli oggetti del desiderio, scesi in piazza con una logica da riot americani, da una parte per esprimere rabbia, dall’altra per soddisfare desideri, come le immagini dell’assalto all’atelier Gucci dimostrano.

Perché parla di uscita definitiva dal XX secolo?

Siamo di fronte al prodotto di classi sociali in decomposizione, attraversate da un forte risentimento e invidia sociale: la pancia della nostra società è un serbatoio esplosivo di rancore e mancanza di speranza. La logica è da guerra di tutti contro tutti.

Con quale obiettivo?

Ogni protagonista di queste proteste vede solo le proprie ragioni – anche valide per carità – ma la mediazione tra le proprie sofferenze e le sofferenze generali non compare mai. È una caduta di orizzonte.

Sono piazza di destra?

Sono molto esposte a tentativi egemonici di destra, che nel tutti contro tutti sguazza molto meglio di chi ragiona in termini di giustizia sociale ed eguaglianza, ma attenzione a liquidare il tutto come fascisteria delinquenziale, sarebbe un inutile esorcismo. Certo, ci sono gli ultras delle curve, ma preoccupiamoci del fatto che queste persone avvertano con chiarezza che esistono momenti di rabbia generalizzata in cui sanno di avere campo libero e molte orecchie pronte ad ascoltarli.

Qual è il nemico numero uno?

Il cosiddetto decisore pubblico, come se chi governa avesse ora a disposizione decisioni in grado di risolverei loro problemi. Ma purtroppo non ce li ha. Siamo in una condizione tragica, e nella tragedia c’è sempre un fatto che si compie rispetto al quale il comportamento degli uomini è destinato alla sconfitta. Si paga per propria colpa e di colpe ne abbiamo tante – alcuni di più, altri di meno –. Il nemico dovrebbe essere il modello di vita e di organizzazione economica che abbiamo costruito negli ultimi 30 anni, ma con il virus alle calcagna sono inutili elucubrazioni. È possibile un dialogo?

Il dialogo richiederebbe di condurre a ragione le questioni, ma non mi pare sia questo il caso. La decisione politica in situazioni come queste (riaprire per non danneggiare, ma rischiare di aggravare l’epidemia) è destinata a sbagliare sempre e comunque.

domenica 28 giugno 2020

Il subcomandante detta la strategia


Tommaso Rodano intervista Marco Revelli
Il Fatto quotidiano, 28 giugno 2020





Se ci fosse un briciolo di razionalità politica, Pd e Cinque Stelle dovrebbero allearsi naturalmente sia alle elezioni regionali sia alle comunali del 2021”. Secondo Marco Revelli, per i giallorosa c’è una sola strategia possibile: quella che non stanno percorrendo. “Sarebbe interesse di entrambi. Invece mi pare prendano strade diverse. In politica le scelte intelligenti si fanno quando si ha una leadership forte. Quando invece c’è una guida debole, si fanno delle sciocchezze”.
È il caso di Pd e grillini? Sono due partiti che hanno un grande peso, almeno in Parlamento, ma i piedi di argilla. Zingaretti l’ha detto: non allearsi alle Regionali sarebbe “tafazzismo”. L’analisi è corretta, poi però servono fatti concreti. L’occasione ideale per il Pd sarebbe in Liguria. C’è una candidatura che dovrebbe andare liscia come l’olio, quella del vostro giornalista Ferruccio Sansa. Una bella proposta, capace di raccogliere le migliori energie liguri, per la quale ho firmato anche un appello. Mi sembra che le difficoltà principali su Sansa vengano proprio dal Pd. L’a ffe rmazione generale di Zingaretti è lucida, la pratica locale del Pd è opaca.
L’anno prossimo si vota anche a Torino e a Roma. Secondo lei il Pd dovrebbe considerare le conferme di Appendino e Raggi? Sarebbe opportuno, ma anche qui non vedo segnali di razionalità politica. Il rischio è che si consegnino anche queste città alla destra: persino un baluardo democratico come Torino, che finora ha resistito all ’assedio della Lega. Io non ho un giudizio straordinariamente positivo della giunta Appendino, ma nemmeno catastrofico, non è certo peggiore delle precedenti.
Su Appendino e Raggi però i giallorosa si sono dati battaglia per tutta la consiliatura, sia a Torino che a Roma. Con quale faccia si possono presentare insieme dopo cinque anni di scontri?
Il ragionamento è politico. Non credo che i profili personali di Appendino e Raggi siano di per sé un ostacolo. D’altra parte Pd e M5S hanno già fatto un triplo salto mortale carpiato accordandosi sulla presidenza del Consiglio di Giuseppe Conte. Eppure, tutto sommato, ha funzionato: è un anno che questo governo tiene. Nel periodo dell’em e rge nz a sanitaria ha lavorato bene e personalmente ringrazio il cielo che al governo non ci fossero gli altri: avremmo fatto la fine del Brasile, degli Stati Uniti o del Regno Unito.
Ora però i giallorosa sembrano bloccati. Perché?
Per una mancanza di coraggio e una profonda pigrizia mentale delle forze di maggioranza.
Sempre conseguenza, come diceva, della debolezza dei leader?
Sì. Questo ripiegamento nelle identità di partito – ormai svanite, ma agitate come uno straccetto di bandiera – avviene quando chi deve prendere le decisioni non è sicuro di sé. Sono preoccupato soprattutto per la tenuta dei Cinque Stelle, che sono ancora la forza di maggioranza relativa in Parlamento. Un corpaccione con una testa fragile.
Vede qualche candidato plausibile a raccogliere la guida di Pd e Cinque Stelle?
Per quanto riguarda il Pd credo che la tenuta sia talmente precaria che sarebbe molto rischioso mettere in discussione la sia pur debole leadership di Zingaretti. Non è questo il momento di aprire un congresso. Per i Cinque Stelle invece è questione di vita o di morte trovare subito una soluzione, ma è molto complicato ridefinire il proprio assetto mentre si prospetta una gravissima crisi sociale. Verrebbe quasi da auspicare un ritorno in campo di Beppe Grillo, che sospenda le ostilità interne e assuma una funzione di guida. Altrimenti rischiano davvero l’implosione. Credo che sarebbe un danno generale per il Paese.
Mi sembra pessimista, Revelli.
Più che altro sono preoccupato. Perché questa debolezza della politica toglie energie che si dovrebbero investire sulla crisi sociale. La situazione è davvero grave. Sono stati usati dei provvedimenti eccezionali nella fase del contenimento del virus, ne servirebbero di altrettanto eccezionali nella cura delle ferite sociali che si stanno aprendo. Invece si perde tempo a discutere dei capricci di Gori e Di Battista. È piuttosto deprimente.
I loro leader sono fragili proprio mentre si allarga la crisi sociale.



venerdì 24 gennaio 2014

Riccardo Barenghi su Vendola

Riccardo Barenghi
La strada molto stretta di Vendola
La Stampa, 24 gennaio 2014

Il partito di Vendola, nato 5 anni fa, oggi celebra il suo secondo congresso ma non vede un futuro roseo. Un partito reduce dal risultato delle elezioni politiche, un misero 3,2%, e dalla sconfitta della coalizione con il Pd di Bersani.
Una coalizione di centro-sinistra che non è riuscita a formare quel governo di cambiamento sul quale aveva puntato tutte le sue carte il leader di Sel. Inoltre, la nascita delle larghe intese assieme all’avversario storico Berlusconi, l’uscita di scena dello stesso Bersani, l’arrivo di Renzi che non è certamente in sintonia con le istanze della sinistra radicale, la legge elettorale che prevede una soglia troppo alta per sperare di entrare in Parlamento... Un quadro nefasto.
Sel ha poche strade davanti a sé per tentare di rimanere in vita. La prima, quella più lineare, sarà probabilmente enunciata oggi da Vendola. Si tratta di combattere in Parlamento affinché la soglia della nuova legge elettorale venga abbassata al 4 per cento per chi si presenta in coalizione (oggi è prevista al 5, tetto proibitivo per Sel stimata tra il 2 e il 3 per cento). Solo così si potrebbe tentare di nuovo l’avventura di un’alleanza con il Pd. Ma non è affatto detto che le pressioni di Sel riescano a modificare l’impianto blindato da Renzi e Berlusconi. Così come non è detto che, se anche ci riuscissero, sarebbe facile ottenere il 4 per cento dei voti. Il segretario del Pd domani sarà al congresso, si spera in una sua parola di rassicurazione...
Le altre strade ci sono ma non si dicono, almeno ufficialmente. Una è l’entrata nel Pd per creare una corrente di sinistra composta anche dagli attuali oppositori di Renzi: Cuperlo, Fassina (e Bersani e D’Alema). Strada più che impervia soprattutto perché significherebbe sancire definitivamente il fallimento politico di un progetto che pure qualche speranza aveva suscitato fino a qualche anno fa, quando i sondaggi attribuivano a Sel il 7-8 per cento dei consensi. Perché si sono perduti quei consensi è una domanda alla quale sarebbe riduttivo rispondere dando tutte le colpe a Bersani (che pure non ne è esente).
Oppure (esclusa l’ipotesi che la sinistra del Pd esca dal partito per entrare in Sel), ci sarebbe sempre il richiamo della foresta. Una scelta movimentista, magari benedetta da Fausto Bertinotti, Barbara Spinelli e Marco  Revelli, che potrebbe rimettere insieme i pezzi sparsi della sinistra radicale italiana: Sel, Rifondazione, i Verdi, Ingroia, addirittura Diliberto. Una prospettiva che Vendola vede come fumo negli occhi ma se in gioco ci fosse la sopravvivenza...
In ogni caso il primo banco di prova per Sel saranno le europee di maggio, dove potrà misurare la sua forza reale. E qui c’è un’altra battaglia preventiva da fare, cercare di abbassare quella soglia del 4 per cento che rende improbabile un arrivo a Bruxelles (non a caso il segretario di Rifondazione Ferrero sta pensando di candidarsi in Grecia). Il problema però è che ormai l’immagine politica di Sel risulta appannata, anche grazie a quella telefonata di Vendola con Girolamo Archinà, in cui il governatore pugliese si complimentava per il «balzo felino» con cui il dirigente dell’Ilva aveva strappato il microfono a un giornalista. A molti elettori di Sel quel balzo non è piaciuto affatto.

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Daniela Preziosi 
Sel, la "strada giusta" riparte in salita
il manifesto, 24 gennaio 2014


Nelle odis­see poli­ti­che non c’è mai dav­vero un’Itaca, ma il bol­let­tino dei navi­ganti dice a Nichi Ven­dola tem­pe­sta. Tem­pe­sta forte, tale da richie­dere la ricerca imme­diata di un approdo, se non un porto almeno uno sco­glio. Oggi al Pala­con­gressi di Ric­cione si apre il secondo con­gresso di Sini­stra eco­lo­gia e libertà, si inti­tola «la strada giu­sta fra crisi sociale, della poli­tica e un campo largo, a sini­stra, da rico­struire». 900 dele­gati in rap­pre­sen­tanza di 34.300 iscritti non post-ideologici ma certo «laici di sini­stra», rac­conta una ricerca di Paola Bor­dan­dini (La spada di Ven­dola, Don­zelli) descri­ven­doli come risorsa irri­nun­cia­bile per un’alleanza post­ber­lu­sco­niana, «senza un nemico da combattere».
Ma il post­ber­lu­sco­ni­smo è ini­ziato? Il tempo non ne fa una dritta a Sel e appa­rec­chia un menù al cia­nuro per le assise che deci­de­ranno la sorte della sini­stra che «tiene aperta la par­tita» del cen­tro­si­ni­stra, anima gover­ni­sta (fuori dal governo) di una sini­stra ita­liana che zop­pica con tutti i piedi che ha. Il Pd, l’alleato d’elezione, governa con la destra; il neo­se­gre­ta­rio Renzi ha con­cor­dato con Ber­lu­sconi una legge elet­to­rale che «asfalta» i par­ti­tini (sbar­ra­mento al 5 per quelli in alleanza, all’8 chi sta fuori); e a chi obietta ha rispo­sto «si arran­gino», avver­ti­mento a futura memo­ria. Eppure, per i son­daggi, anche quel pes­si­mi­stico 2,3 per cento a cui viene oggi quo­tata Sel (dal 3,2 del 2013), sarebbe deter­mi­nante per la vit­to­ria. E però il pac­chetto Renzi-Berlusconi con gli alleati utili non divide nean­che il pre­mio di mag­gio­ranza (oggi, con il por­cel­lum, Sel ha 37 depu­tati e 7 senatori).
Ma saranno le euro­pee di mag­gio a pre­sen­tare il primo conto. Lì lo sbar­ra­mento è al 4. I ven­do­liani si divi­dono fra gli sbi­lan­ciati verso il Pse (Sel ha chie­sto di ade­rire, nes­suna rispo­sta ancora è arri­vata) pro­pensi ad appog­giare, insieme al Pd, il social­de­mo­cra­tico tede­sco Mar­tin Schulz (Gen­naro Migliore è il capo­fila); e i tanti che guar­dano al gio­vane Ale­xis Tsi­pras, lea­der della greca Syriza, lan­ciato in Ita­lia da un appello di intel­let­tuali (sul mani­fe­sto del 17 gen­naio). Su un piatto della bilan­cia c’è il social­de­mo­cra­tico, anima cri­tica della Spd lar­ghin­te­si­sta, che potrebbe incas­sare la non bel­li­ge­ranza di Angela Mer­kel. Sull’altro c’è Tsi­pras, dal pro­gramma anti­ri­go­ri­sta, lo stesso di Sel; ma con una lista che, per ora, non acco­glie la «terra di mezzo» di conio ven­do­liano e indica come approdo il Gue, il gruppo della Sini­stra euro­pea. Una cena fra Ven­dola e Bar­bara Spi­nelli, ispi­ra­trice della lista, non ha pro­dotto avvi­ci­na­menti. Sel è pronta a fare una sua lista, ma il rischio di non acciuf­fare il 4 per cento è reale. Ven­dola, pure pro­vato dalla vicenda Ilva, ha pro­messo che deci­derà insieme ai dele­gati se cor­rere per Bru­xel­les: la sua pre­senza fa la dif­fe­renza. D’altro canto per le sini­stre ita­liane, divise ormai per tra­di­zione e defi­ni­zione, il rischio replica del disa­stro 2013 è die­tro l’angolo.
Intanto dal Pd parte il pres­sing per l’ingresso di Sel che irro­bu­sti­rebbe il par­tito nuovo di Renzi. Ha i toni spre­giu­di­cati del segre­ta­rio che prima del patto con Ber­lu­sconi aveva assi­cu­rato la sua pre­senza domani a Ric­cione. Verrà dav­vero, ora che indossa i panni dell’angelo asfal­ta­tore? «Deci­desse lui», taglia corto Cic­cio Fer­rara, coor­di­na­tore di Sel, annun­ciando il no all’Italicum. «Gli sbar­ra­menti per i coa­liz­zati e non, sono alti e odiosi. Ma il punto è: Renzi per­met­terà di nuovo a Ber­lu­sconi di por­tare in par­la­mento i suoi mag­gior­domi», ragiona Mas­si­mi­liano Sme­ri­glio, vice di Nicola Zin­ga­retti alla regione Lazio, in altri fran­genti gra­ni­tico coalizionista.
Ma l’offerta di abban­do­narsi all’abbraccio del par­ti­tone ha anche la voce ami­che­vole di Gof­fredo Bet­tini, teo­rico del «campo largo» — pre­sente al con­gresso — che oggi però vira verso il bipar­ti­ti­smo: «Ci vuole uno schema inno­va­tivo: Renzi can­di­dato pre­mier con un campo uni­ta­rio dei demo­cra­tici, plu­rale, con­ten­di­bile in perenne eser­ci­zio di pro­du­zione di idee, di deci­sioni, di lotta». E quella dell’amico di una vita di Ven­dola, Nicola Latorre, neo­ren­ziano di antica osser­vanza dale­miana: «Nichi porti ai suoi que­sto oriz­zonte stra­te­gico, a pre­scin­dere dalla legge elet­to­rale, come approdo poli­tico e natu­rale. Senza biso­gno di gesti mor­ti­fi­canti». «È que­sto il momento di met­tere in campo un pro­getto poli­tico», replica Fer­rara. «Nichi stu­pirà», assi­cura Sme­ri­glio. Intanto da oggi ini­zia la bat­ta­glia degli emen­da­menti al docu­mento unico, dopo i con­gressi ter­ri­to­riali com­bat­tuti a colpi di accuse di tes­se­ra­menti gon­fiati, nella migliore tra­di­zione di fami­glia. A andrà in scena anche il duello del con­gresso della Cgil, fra la segre­ta­ria Susanna Camusso, che par­lerà oggi, e quello della Fiom Mau­ri­zio Landini.
La spe­ranza è nell’opera, diceva Vin­cenzo Car­da­relli. Quel Car­da­relli citato da Fau­sto Ber­ti­notti il giorno che annun­ciò la fine del secondo governo Prodi (2007, lo definì «il più grande poeta morente»). Ma da ogni lato la si guardi oggi «l’opera», sem­bra avere una porta che si chiude.
È sem­pre l’ora del bilan­cio per una sini­stra oggi fran­tu­ma­glia, alle prese con l’ennesima crisi di rela­zione con i nuovi movi­menti dell’età della crisi. L’unità ha per­sino smesso di essere uno slo­gan, per­ché una meta troppo lon­tana rischia di essere una fata­mor­gana, o un trucco. Ber­ti­notti, padre poli­tico di Ven­dola, dopo la rot­tura con Armando Cos­sutta (’98), dopo essere stato pre­si­dente della camera dell’Unione (2006), oggi è distante mille miglia dal com­pa­gno di un tempo. E invece l’anziano pre­si­dente che fu fon­da­tore del Prc e poi del Pdci (che poi ha lasciato), e che ormai vive riti­rato, alle ultime poli­ti­che ha con­fi­dato a un amico la sua bene­vo­lenza verso Ven­dola, avver­sa­rio interno di un tempo. «Nichi è capace, gene­ro­sis­simo. Imma­gino la sua fatica. Ma intorno ha il deserto», riflette ama­ra­mente Ersi­lia Sal­vato, per com­ple­tare il qua­dro dei rifon­da­tori della prima ora, l’ultima del Pci. Dome­nica Ven­dola (e com­pa­gni e com­pa­gne) dovranno deci­dere la loro «strada giu­sta». Qual­siasi sarà, par­tirà in salita.


venerdì 13 dicembre 2013

Un pezzo di società disgregata


Marco Revelli 
L'invisibile popolo dei nuovi poveri 
il manifesto, 12 dicembre 2013 
 
Torino è stata l’epicentro della cosid­detta “rivolta dei for­coni”, almeno fino o ieri. Torino è anche la mia città. Così sono uscito di casa e sono andato a cer­carla, la rivolta, per­ché come diceva il pro­ta­go­ni­sta di un vec­chio film, degli anni ’70, ambien­tato al tempo della rivo­lu­zione fran­cese, «se ‘un si va, ‘un si vede…». Bene, devo dirlo sin­ce­ra­mente: quello che ho visto, al primo colpo d’occhio, non mi è sem­brata una massa di fasci­sti. E nem­meno di tep­pi­sti di qual­che clan spor­tivo. E nem­meno di mafiosi o camor­ri­sti, o di eva­sori impu­niti.
La prima impres­sione, super­fi­ciale, epi­der­mica, fisio­gno­mica – il colore e la fog­gia dei vestiti, l’espressione dei visi, il modo di muo­versi -, è stata quella di una massa di poveri. Forse meglio: di “impo­ve­riti”. Le tante facce della povertà, oggi. Soprat­tutto di quella nuova. Potremmo dire del ceto medio impo­ve­rito: gli inde­bi­tati, gli eso­dati, i fal­liti o sull’orlo del fal­li­mento, pic­coli com­mer­cianti stran­go­lati dalle ingiun­zioni a rien­trare dallo sco­perto, o già costretti alla chiu­sura, arti­giani con le car­telle di equi­ta­lia e il fido tagliato, auto­tra­spor­ta­tori, “padron­cini”, con l’assicurazione in sca­denza e senza i soldi per pagarla, disoc­cu­pati di lungo o di breve corso, ex mura­tori, ex mano­vali, ex impie­gati, ex magaz­zi­nieri, ex tito­lari di par­tite iva dive­nute inso­ste­ni­bili, pre­cari non rin­no­vati per la riforma For­nero, lavo­ra­tori a ter­mine senza più ter­mini, espulsi dai can­tieri edili fermi, o dalle boîte chiuse.
Le fasce mar­gi­nali di ogni cate­go­ria pro­dut­tiva, quelle “al limite” o già cadute fuori, fino a un paio di anni fa ancora sot­tili, oggi in rapida, forse ver­ti­gi­nosa espan­sione… Intorno, la piazza a cer­chio, con tutti i negozi chiusi, le ser­rande abbas­sate a fare un muro gri­gio come quella folla. E la “gente”, chiusa nelle auto bloc­cate da un fil­tro non asfis­siante ma suf­fi­ciente a gene­rare disa­gio, anch’essa presa dai pro­pri pro­blemi, a guar­darli – almeno in quella prima fase – con un certo rispetto, mi è parso. Come quando ci si ferma per un fune­rale. E si pensa «potrebbe toc­care a me…». Loro alzavano il pol­lice – non l’indice, il pol­lice – come a dire «ci siamo ancora», dalle mac­chine qual­cuno rispon­deva con lo stesso gesto, e un sor­riso mesto come a chie­dere «fino a quando?».

Altra comu­ni­ca­zione non c’era: la “piat­ta­forma”, potremmo dire, il comun deno­mi­na­tore che li univa era esi­lis­simo, ridotto all’osso. L’unico volan­tino che mostra­vano diceva «Siamo ITALIANI», a carat­teri cubi­tali, «Fer­miamo l’ITALIA». E l’unica frase che ripe­te­vano era: «Non ce la fac­ciamo più». Ecco, se un dato socio­lo­gico comu­ni­ca­vano era que­sto: erano quelli che non ce la fanno più. Ete­ro­ge­nei in tutto, folla soli­ta­ria per costi­tu­zione mate­riale, ma acco­mu­nati da quell’unico, ter­mi­nale stato di emer­genza. E da una visce­rale, pro­fonda, costi­tu­tiva, antro­po­lo­gica estraneità/ostilità alla poli­tica.
Non erano una scheg­gia di mondo poli­tico viru­len­tiz­zata. Erano un pezzo di società disgre­gata. E sarebbe un errore imper­do­na­bile liqui­dare tutto que­sto come pro­dotto di una destra gol­pi­sta o di un popu­li­smo radi­cale. C’erano, tra loro quelli di Forza nuova, certo che c’erano. Come c’erano gli ultras di entrambe le squa­dre. E i cul­tori della vio­lenza per voca­zione, o per fru­stra­zione per­so­nale o sociale. C’era di tutto, per­ché quando un con­te­ni­tore sociale si rompe e lascia fuo­riu­scire il pro­prio liquido infiam­ma­bile, gli incen­diari vanno a nozze. Ma non è quella la cifra che spiega il feno­meno. Non s’innesca così una mobi­li­ta­zione tanto ampia, diver­si­fi­cata, mul­ti­forme come quella che si è vista a Torino. La domanda vera è chie­dersi per­ché pro­prio qui si è mate­ria­liz­zato que­sto “popolo” fino a ieri invi­si­bile. E una pro­te­sta altrove pun­ti­forme e selet­tiva ha assunto carat­tere di massa…
Per­ché Torino è stata la “capi­tale dei for­coni”? Intanto per­ché qui già esi­steva un nucleo coeso – gli ambu­lanti di Parta Palazzo, i cosid­detti “mer­ca­tali”, in agi­ta­zione da tempo – che ha fun­zio­nato come prin­ci­pio orga­niz­za­tivo e deto­na­tore della pro­te­sta, in grado di rami­fi­carla e pro­muo­verla capil­lar­mente. Ma soprat­tutto per­ché Torino è la città più impo­ve­rita del Nord. Quella in cui la discon­ti­nuità pro­dotta dalla crisi è stata più vio­lenta. Par­lano le cifre.
Con i suoi quasi 4000 prov­ve­di­menti ese­cu­tivi nel 2012 (circa il 30% in più rispetto all’anno pre­ce­dente, uno ogni 360 abi­tanti come cer­ti­fica il Mini­stero), Torino è stata defi­nita la “capi­tale degli sfratti”. Per la mag­gior parte dovuti a “moro­sità incol­pe­vole”, il caso cioè che si veri­fica «quando, in seguito alla per­dita del lavoro o alla chiu­sura di un’attività, l’inquilino non può più per­met­tersi di pagare l’affitto». E altri 1000 si pre­an­nun­ciano, come ha denun­ciato il vescovo Nosi­glia, per gli inqui­lini delle case popo­lari che hanno rice­vuto l’intimazione a pagare almeno i 40 euro men­sili impo­sti da una recente legge regio­nale anche a chi è clas­si­fi­cato “incol­pe­vole” e che non se lo pos­sono per­met­tere.
“Maglia nera” anche per le atti­vità com­mer­ciali: nei primi due mesi dell’anno hanno chiuso 306 negozi (il 2% degli esi­stenti, 15 al giorno) in città, e 626 in pro­vin­cia (di cui 344 tra bar e risto­ranti). E’ l’ultima sta­ti­stica dispo­ni­bile, ma si può pre­sup­porre che nei mesi suc­ces­sivi il ritmo non sia ral­len­tato. Altri quasi 1500 erano “morti” l’anno prima. Men­tre per le pic­cole imprese (la cui morìa ha mar­ciato nel 2012 al ritmo di 1000 chiu­sure al giorno in Ita­lia) Torino si con­tende con il Nord-est (altra area calda della rivolta dei “for­coni”) la testa della clas­si­fica, con le sue 16.000 imprese scom­parse nell’anno, cre­sciute ancora nel primo bime­stre del 2013 del 6% rispetto al periodo equi­va­lente dell’anno prima e del 38% rispetto al 2011 quando furono por­tate al pre­fetto di Torino, come dono di natale, le 5.251 chiavi delle imprese arti­giane chiuse nella provincia.
E’, letta attra­verso la mappa dei grandi cicli socio-produttivi suc­ce­du­tisi nella tran­si­zione all’oltre-novecento, tutta intera la com­po­si­zione sociale che la vec­chia metro­poli di pro­du­zione for­di­sta aveva gene­rato nel suo pas­sag­gio al post-fordismo, con l’estroflessione della grande fab­brica cen­tra­liz­zata e mec­ca­niz­zata nel ter­ri­to­rio, la dis­se­mi­na­zione nelle filiere corte della sub­for­ni­tura mono­cul­tu­rale, la mol­ti­pli­ca­zione delle ditte indi­vi­duali messe al lavoro in ciò che restava del grande ciclo pro­dut­tivo auto­mo­bi­li­stico, le con­su­lenze ester­na­liz­zate, il pic­colo com­mer­cio come sur­ro­gato del wel­fare, insieme ai pre­pen­sio­na­menti, ai co​.co​.pro, ai lavori a som­mi­ni­stra­zione e inte­ri­nali di fascia bassa (non i “cogni­tari” della crea­tive class, ma mano­va­lanza a basso costo… Com­po­si­zione fra­gile, che era soprav­vis­suta in sospen­sione den­tro la “bolla” del cre­dito facile, delle carte revol­ving, del fido ban­ca­rio tol­le­rante, del con­sumo coatto. E andata giù nel momento in cui la stretta finan­zia­ria ha allun­gato le mani sul collo dei mar­gi­nali, e poi sem­pre più forte, e sem­pre più in alto.
Non è bella a vedere, que­sta seconda società riaf­fio­rata alla super­fi­cie all’insegna di un sim­bolo tre­men­da­mente obso­leto, pre-moderno, da feu­da­lità rurale e da jacque­rie come il “for­cone”, e insieme por­ta­trice di una iper­mo­der­nità implosa. Di un ten­ta­tivo di una tran­si­zione fal­lita. Ma è vera. Più vera dei riti vacui ripro­po­sti in alto, nei gazebo delle pri­ma­rie (che pure dice­vano, in altro modo, con bon ton, anch’essi che “non se ne può più”) o nei talk show tele­vi­sivi. E’ sporca, brutta e cat­tiva. Anzi, incat­ti­vita. Piena di ran­core, di rab­bia e per­sino di odio. E d’altra parte la povertà non è mai serena.
Niente a che vedere con la “bella società” (e la “bella sog­get­ti­vità”) del ciclo indu­striale, con il lin­guag­gio del con­flitto rude ma pulito. Qui la poli­tica è ban­dita dall’ordine del discorso. Troppo profondo è stato l’abisso sca­vato in que­sti anni tra rap­pre­sen­tanti e rap­pre­sen­tati. Tra lin­guag­gio che si parla in alto e il ver­na­colo con cui si comu­nica in basso. Troppo vol­gare è stato l’esodo della sinistra, di tutte le sini­stre, dai luo­ghi della vita. E forse, come nella Ger­ma­nia dei primi anni Trenta, saranno solo i lin­guaggi gut­tu­rali di nuovi bar­bari a incon­trare l’ascolto di que­sta nuova plebe. Ma sarebbe una scia­gura – peg­gio, un delitto – rega­lare ai cen­tu­rioni delle destre sociali il mono­po­lio della comu­ni­ca­zione con que­sto mondo e la pos­si­bi­lità di quo­tarne i (cat­tivi) sen­ti­menti alla pro­pria borsa. Un enne­simo errore. Forse l’ultimo.

giovedì 12 dicembre 2013

Marco Revelli, Eroi

Perché il mondo ha bisogno di quegli uomini speciali
La figura di Nelson Mandela riporta d’attualità la questione dell’influenza delle singole personalità sul corso degli eventi storici

la Repubblica, 12 dicembre 2013

Le loro biografie narrano delle discese agli inferi prima dell’ascesa al cielo, delle cadute nella polvere prima della salita agli altari
Personaggi che con le loro straordinarie virtù individuali mostrano l’estensione dei vizi collettivi. E finiscono così per rappresentare l’infelicità pubblica

«Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi…». Anzi, per usare l’espressione originale, «Sventurato quel popolo che ha bisogno di eroi». È la frase che Bertold Brecht, nella Vita di Galileo, fa dire al grande scienziato – uno dei padri della nostra modernità – , subito dopo l’umiliante abiura di fronte al Tribunale dell’Inquisizione, in risposta all’“ingenua” osservazione del suo interlocutore, Andrea Sarti, il quale, deluso, aveva definito «sventurata la terra che non produce eroi». E non è una semplice autodifesa. È, in fondo, una delle più ficcanti rivelazioni della natura nuova dell’“eroe moderno”. Il quale, a differenza dell’eroe antico, o dell’eroe “classico” che con l’assurgere all’eternità della gloria rivelava un pieno della storia, ne mostra invece un vuoto. Non un punto alto (di apoteosi), ma un punto basso (di caduta). Portando alla luce una doppia infelicità. O una doppia miseria.
Un’infelicità storica, in primo luogo, come rivela il senso più esplicito dell’osservazione (un po’ banale) di Andrea, che intendeva alludere, evidentemente, a una condizione quasi disperata se solo un “eroe” – una figura straordinaria – può «riscattare l’umanità umiliata ». E in effetti, disperata doveva essere la condizione del popolo nero del Sudafrica, se fu necessaria la forza morale e fisica di un Mandela per trarlo dal pozzo in cui giaceva. Così come disperata doveva essere la condizione della Roma papalina cinquecentesca, se fu necessario il rogo di Giordano Bruno – quello che, contrariamente a Galileo, non abiurò – per dare il segno di una rivoluzione mentale. E, per venire alla nostra storia nazionale, ben infelice doveva essere la condizione nell’Italia pre-risorgimentale, se furono necessari uomini che offrirono le proprie sofferenze e la propria stessa vita in “sacrificio” per disincagliare la Storia che si era arrestata (tali sono gli eroi del nostro Pantheon, da Amatore Sciesa ai Martiri di Belfiore, dai fratelli Bandiera a Carlo Pisacane, fino a Mazzini e a Garibaldi, che se non morirono comunque patirono).
L’“eroe moderno”, prima di diventare tale, è stato un reietto. La sua biografia narra di una discesa agli inferi prima dell’accesso al cielo. Di una caduta nella polvere prima della salita agli altari, come se appunto la Storia pretendesse non solo le proprie vittime sacrificali per emendarsi dalla propria miseria, ma anche i simboli viventi della propria mutevole (ma alla fine in qualche caso trionfante) Giustizia. Sotto questo aspetto l’esempio di Nelson Mandela è perfetto: terrorista, proscritto, galeotto, prima di diventare materia di orazione funebre dei cosiddetti Grandi della Terra. Figura terribilmente “divisiva”, diremmo oggi, prima di unire nel proprio nome i rappresentanti di quelle stesse Cancellerie che fino a un ventennio prima l’avevano classificato tra i peggiori nemici pubblici.
Vi è poi, però, un secondo tipo di “infelicità” pubblica che l’eroe moderno è chiamato a rivelare. Un’infelicità – meglio una “miseria” – che potremmo definire morale perché quasi sempre queste figure dell’eccezionalità finiscono per mostrare – e misurare –, con le proprie virtù solitarie, l’estensione dei vizi collettivi. Sono uomini – e donne – che marciano “in direzione ostinata e contraria” (come canta De André) rispetto ai loro compatrioti. Questa è in fondo la sciagura delle terre che “hanno bisogno di eroi”: la mediocrità morale del conformismo di massa, resa visibile dalla testimonianza delle poche mosche bianche. Ed in ciò esemplare è la nostra vicenda nazionale. Pressoché tutti gli eroi nazionali novecenteschi appartengono alla striminzita schiera dei “pochi pazzi” che devono, in modo ricorrente, rimediare ai guasti dei “troppi savi”, come scrisse Francesco Ruffini, uno dei 12 professori che nel 1931 rifiutarono il giuramento di fedeltà al fascismo, salvando così almeno un brandello di dignità dell’Università italiana.
Si pensi, a questo proposito, a un titolo come L’intellettuale come eroe (di Marco Gervaso-ni), riferito a Piero Gobetti, interprete esemplare di questo ruolo rivelativo dell’“eccezione”. E a quel vero e proprio testamento precoce gobettiano che è l’Elogio della ghigliottina(1922) dove l’allora ventunenne torinese destinato alla morte in esilio scriveva: «siamo sinceri fino in fondo, io ho atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle nostre sofferenze rinascesse uno spirito». O si leggano, le pagine splendide diUn eroe borghese, l’onore reso da Corrado Stajano alla memoria dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, il silenzioso servitore dello Stato chiamato a liquidare la banca di Michele Sindona e assassinato dalla mafia politica l’11 luglio del 1979. Apparteneva alla piccola schiera di quelli che continuano testardamente a tener fermo il proprio dovere in un contesto di diffusa e prevalente corruzione, servilismo, illegalità. Come, dopo di lui, faranno (e pagheranno nello stesso modo) i giudici Falcone e Borsellino o il generale Dalla Chiesa, per fare solo i casi più ricordati.
A ben guardare, pressoché tutti gli “eroi civili” della nostra storia repubblicana sono morti in solitudine. Anzi, sono morti di solitudine. Ed è questa la ragione per cui la “figura eroica” dovrebbe, presso di noi che ci portiamo addosso questo peso, più che stucchevoli esercizi di retorica, sollecitare penosi esami di coscienza.