Simone Lorenzati
Giovanni Carpinelli
La partita del futuro per Sel
Sembrerebbe l'ennesima riedizione di un copione già noto nella storia della
sinistra italiana. Da Turati e Gramsci fino a Migliore e Fratoianni
(eviteremmo imbarazzanti paragoni) c'è sempre stato chi voleva essere
più a sinistra. Certo le situazioni non sono paragonabili ma il futuro
di Sel pare fosse già scritto nel suo dna. Nata
da una costola di destra di Rifondazione e da una di sinistra dei Ds
(con un pezzo dei Verdi fedeli a Cento) Sel ha vissuto stretta tra
l'altalenante amore per il proprio leader Vendola e un interesse marcato
per il Pd. Quello che sembra esser semplice a livello di
amministrazioni locali (ossia l'alleanza con il più grande partito di
centrosinistra) diventa difficile a livello nazionale. A maggior
ragione, poi, se il Pd e il governo vivono sulle spalle carismatiche e
sfavillanti di Matteo Renzi. Vendola sembra aver puntato sul
mantenimento di una collocazione incerta. E da ultimo ha perso. La sua
stessa leaderhip ha subito con questo un colpo dal quale difficilmente
si risolleverà. Già nelle recenti elezioni europee il dilemma si era
ripresentato, con una parte dei vendoliani favorevole ad entrare nel Pse
(e che aveva mal digerito il progetto Tsipras) ed un'altra schierata
per l'ingresso nel Gue (e che mai avrebbe detto sì a Schultz). In mezzo,
o in una posizione centrista, proprio il governatore pugliese impegnato nel tentativo di tenere unito un partito
che, pur avendo con la lista Tsipras superato il quorum al 4%, oscillava assai (ed il
caso Spinelli con Furfaro, esponente proprio di Sel, che doveva cederle
il posto non ha certamente aiutato). L'impressione è che il decreto
Irpef sui famosi 80 euro (per inciso una misura di redistribuzione,
qualunque sia il giudizio che se ne voglia dare) sia stata solamente la
scintilla che ha fatto scoppiare l'incendio. Il postino suona sempre due
volte, si dice. Nella storia della sinistra italiana il messaggio
dell'unità è stato spedito molte volte. Nel 1924, nel 1946, nel 1956
(Pralognan), nel 1968... Tanto per smentire la frase fatta, il postino
ha parecchie volte bussato alla porta senza che nessuno rispondesse veramente
all'appello. Per l'unità più vasta ci saranno forse altre occasioni,
intanto c'è sempre qualcuno che pensa di preservare meglio il futuro
nella distinzione e nella solitudine.
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LA FINE DI UN CICLO A SINISTRA
Stefano Folli
Dal debole antagonismo di Vendola alla sinistra «renziana» di governo
La secessione di Migliore è l'effetto, non la causa della crisi. Il premier oggi come una calamita
Il Sole 24 ore, 20 giugno 2014
Va
rispettato il «profondo dolore» di Nichi Vendola, ma la vera causa
della sua amarezza non può essere l'addio di Gennaro Migliore e di altri
tre che hanno abbandonato Sinistra&Libertà. Il dolore di Vendola va
riferito alla chiusura di un ciclo. Perché di questo realmente si
tratta. Il capogruppo Migliore che se ne va è l'effetto, non la causa
della crisi. E se ci sono «errori politici», come pensa il leader
storico della sinistra ex antagonista, è un po' ingeneroso attribuirli
tutti agli scissionisti di oggi. Gli errori li hanno commessi in tanti
negli ultimi anni, a cominciare da Vendola stesso.
In fondo
l'ambizione iniziale era generosa, nutrita di utopia, ma aveva un senso:
creare una sorta di movimento "arcobaleno" alla sinistra del Partito
Democratico in cui far confluire diversi filoni, ciascuno con le proprie
delusioni e frustrazioni. Ecologisti e verdi di varie sfumature, ex
comunisti (ma non tutti), pacifisti, una parte dei seguaci di Fausto
Bertinotti, l'uomo che per anni aveva dato spessore e una prospettiva a
quell'area politica e il cui abbandono aveva provocato, esso sì, uno
strappo doloroso.
Tutto doveva essere filtrato e rigenerato dal
leader Vendola con le sue qualità di affabulatore, padrone di un
linguaggio forbito e narcisista, certo un po' fumoso. Si avvertiva
un'ambiguità di fondo che partiva dal modo di comunicare e arrivava in
un attimo alla linea politica. Pochi possono dire di aver capito con
precisione cosa volesse Sel. Negli enti locali il partito vendoliano è
stato ed è un partner del Pd in innumerevoli giunte. Ma sul piano
nazionale è rimasto a metà strada. Né realmente antagonista né davvero
determinato a far valere le sue proposte al tavolo del governo.
L'Italia
cambiava, ma il leader sembrava prigioniero dei suoi schemi astratti,
senza riuscire a dar voce a una classica sinistra «di classe» e tanto
meno a una sinistra riformista. E il fatto che il caso dell'Ilva di
Taranto sia esploso proprio nella Puglia di Vendola vuol dire qualcosa,
anche sul piano simbolico. Si è accreditato il capo di Sel di un
rapporto sotterraneo con Renzi, e magari sarà vero, ma i risultati non
devono essere granché soddisfacenti, se si è arrivati alla spaccatura di
ieri.
Ora Migliore e il gruppetto che lo segue, forse destinato a
ingrossarsi nel tempo, tenteranno di costituire la sinistra del
«renzismo». Non è importante se entreranno o meno nel Pd (probabilmente
non lo faranno adesso), è interessante capire se riusciranno a occupare
uno spazio politico che in effetti esiste. Perché se Renzi vuole essere
una specie di Tony Blair all'italiana e quindi tende a rappresentare i
ceti moderati, nonostante la presenza del Ncd di Alfano nel governo, è
evidente che ci sono margini per un'ala sinistra che serva anche a
coprire il "renzismo" su quel versante.
L'operazione può riuscire o
forse no, vedremo. Quel che è certo, qualcosa si è messo in moto nel
campo della sinistra. Soprattutto quella che un tempo vedeva se stessa
come antagonista e oggi si è accorta che, almeno in questa fase storica,
lo spazio si è ristretto: a meno di non andare sul terreno dei
populismi, il cui sbocco però è a destra, come si vede nel caso
Grillo-Farage. Il fenomeno Renzi è un'enorme calamita che attira a sé
vecchi e nuovi soggetti, scompaginando gli schieramenti precostituiti.
Di questa ondata Vendola è la vittima più recente, ma forse non
l'ultima.
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venerdì 20 giugno 2014
Vendola, l'esaurimento di un ruolo
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venerdì 24 gennaio 2014
Riccardo Barenghi su Vendola
Riccardo Barenghi
La strada molto stretta di Vendola
La Stampa, 24 gennaio 2014
Il partito di Vendola, nato 5 anni fa, oggi celebra il suo secondo congresso ma non vede un futuro roseo. Un partito reduce dal risultato delle elezioni politiche, un misero 3,2%, e dalla sconfitta della coalizione con il Pd di Bersani.
Una coalizione di centro-sinistra che non è riuscita a formare quel governo di cambiamento sul quale aveva puntato tutte le sue carte il leader di Sel. Inoltre, la nascita delle larghe intese assieme all’avversario storico Berlusconi, l’uscita di scena dello stesso Bersani, l’arrivo di Renzi che non è certamente in sintonia con le istanze della sinistra radicale, la legge elettorale che prevede una soglia troppo alta per sperare di entrare in Parlamento... Un quadro nefasto.
Sel ha poche strade davanti a sé per tentare di rimanere in vita. La prima, quella più lineare, sarà probabilmente enunciata oggi da Vendola. Si tratta di combattere in Parlamento affinché la soglia della nuova legge elettorale venga abbassata al 4 per cento per chi si presenta in coalizione (oggi è prevista al 5, tetto proibitivo per Sel stimata tra il 2 e il 3 per cento). Solo così si potrebbe tentare di nuovo l’avventura di un’alleanza con il Pd. Ma non è affatto detto che le pressioni di Sel riescano a modificare l’impianto blindato da Renzi e Berlusconi. Così come non è detto che, se anche ci riuscissero, sarebbe facile ottenere il 4 per cento dei voti. Il segretario del Pd domani sarà al congresso, si spera in una sua parola di rassicurazione...
Le altre strade ci sono ma non si dicono, almeno ufficialmente. Una è l’entrata nel Pd per creare una corrente di sinistra composta anche dagli attuali oppositori di Renzi: Cuperlo, Fassina (e Bersani e D’Alema). Strada più che impervia soprattutto perché significherebbe sancire definitivamente il fallimento politico di un progetto che pure qualche speranza aveva suscitato fino a qualche anno fa, quando i sondaggi attribuivano a Sel il 7-8 per cento dei consensi. Perché si sono perduti quei consensi è una domanda alla quale sarebbe riduttivo rispondere dando tutte le colpe a Bersani (che pure non ne è esente).
Oppure (esclusa l’ipotesi che la sinistra del Pd esca dal partito per entrare in Sel), ci sarebbe sempre il richiamo della foresta. Una scelta movimentista, magari benedetta da Fausto Bertinotti, Barbara Spinelli e Marco Revelli, che potrebbe rimettere insieme i pezzi sparsi della sinistra radicale italiana: Sel, Rifondazione, i Verdi, Ingroia, addirittura Diliberto. Una prospettiva che Vendola vede come fumo negli occhi ma se in gioco ci fosse la sopravvivenza...
In ogni caso il primo banco di prova per Sel saranno le europee di maggio, dove potrà misurare la sua forza reale. E qui c’è un’altra battaglia preventiva da fare, cercare di abbassare quella soglia del 4 per cento che rende improbabile un arrivo a Bruxelles (non a caso il segretario di Rifondazione Ferrero sta pensando di candidarsi in Grecia). Il problema però è che ormai l’immagine politica di Sel risulta appannata, anche grazie a quella telefonata di Vendola con Girolamo Archinà, in cui il governatore pugliese si complimentava per il «balzo felino» con cui il dirigente dell’Ilva aveva strappato il microfono a un giornalista. A molti elettori di Sel quel balzo non è piaciuto affatto.
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Daniela Preziosi
Sel, la "strada giusta" riparte in salita
il manifesto, 24 gennaio 2014
Nelle odissee politiche non c’è mai davvero un’Itaca, ma il bollettino dei naviganti dice a Nichi Vendola tempesta. Tempesta forte, tale da richiedere la ricerca immediata di un approdo, se non un porto almeno uno scoglio. Oggi al Palacongressi di Riccione si apre il secondo congresso di Sinistra ecologia e libertà, si intitola «la strada giusta fra crisi sociale, della politica e un campo largo, a sinistra, da ricostruire». 900 delegati in rappresentanza di 34.300 iscritti non post-ideologici ma certo «laici di sinistra», racconta una ricerca di Paola Bordandini (La spada di Vendola, Donzelli) descrivendoli come risorsa irrinunciabile per un’alleanza postberlusconiana, «senza un nemico da combattere».
Ma il postberlusconismo è iniziato? Il tempo non ne fa una dritta a Sel e apparecchia un menù al cianuro per le assise che decideranno la sorte della sinistra che «tiene aperta la partita» del centrosinistra, anima governista (fuori dal governo) di una sinistra italiana che zoppica con tutti i piedi che ha. Il Pd, l’alleato d’elezione, governa con la destra; il neosegretario Renzi ha concordato con Berlusconi una legge elettorale che «asfalta» i partitini (sbarramento al 5 per quelli in alleanza, all’8 chi sta fuori); e a chi obietta ha risposto «si arrangino», avvertimento a futura memoria. Eppure, per i sondaggi, anche quel pessimistico 2,3 per cento a cui viene oggi quotata Sel (dal 3,2 del 2013), sarebbe determinante per la vittoria. E però il pacchetto Renzi-Berlusconi con gli alleati utili non divide neanche il premio di maggioranza (oggi, con il porcellum, Sel ha 37 deputati e 7 senatori).
Ma saranno le europee di maggio a presentare il primo conto. Lì lo sbarramento è al 4. I vendoliani si dividono fra gli sbilanciati verso il Pse (Sel ha chiesto di aderire, nessuna risposta ancora è arrivata) propensi ad appoggiare, insieme al Pd, il socialdemocratico tedesco Martin Schulz (Gennaro Migliore è il capofila); e i tanti che guardano al giovane Alexis Tsipras, leader della greca Syriza, lanciato in Italia da un appello di intellettuali (sul manifesto del 17 gennaio). Su un piatto della bilancia c’è il socialdemocratico, anima critica della Spd larghintesista, che potrebbe incassare la non belligeranza di Angela Merkel. Sull’altro c’è Tsipras, dal programma antirigorista, lo stesso di Sel; ma con una lista che, per ora, non accoglie la «terra di mezzo» di conio vendoliano e indica come approdo il Gue, il gruppo della Sinistra europea. Una cena fra Vendola e Barbara Spinelli, ispiratrice della lista, non ha prodotto avvicinamenti. Sel è pronta a fare una sua lista, ma il rischio di non acciuffare il 4 per cento è reale. Vendola, pure provato dalla vicenda Ilva, ha promesso che deciderà insieme ai delegati se correre per Bruxelles: la sua presenza fa la differenza. D’altro canto per le sinistre italiane, divise ormai per tradizione e definizione, il rischio replica del disastro 2013 è dietro l’angolo.
Intanto dal Pd parte il pressing per l’ingresso di Sel che irrobustirebbe il partito nuovo di Renzi. Ha i toni spregiudicati del segretario che prima del patto con Berlusconi aveva assicurato la sua presenza domani a Riccione. Verrà davvero, ora che indossa i panni dell’angelo asfaltatore? «Decidesse lui», taglia corto Ciccio Ferrara, coordinatore di Sel, annunciando il no all’Italicum. «Gli sbarramenti per i coalizzati e non, sono alti e odiosi. Ma il punto è: Renzi permetterà di nuovo a Berlusconi di portare in parlamento i suoi maggiordomi», ragiona Massimiliano Smeriglio, vice di Nicola Zingaretti alla regione Lazio, in altri frangenti granitico coalizionista.
Ma l’offerta di abbandonarsi all’abbraccio del partitone ha anche la voce amichevole di Goffredo Bettini, teorico del «campo largo» — presente al congresso — che oggi però vira verso il bipartitismo: «Ci vuole uno schema innovativo: Renzi candidato premier con un campo unitario dei democratici, plurale, contendibile in perenne esercizio di produzione di idee, di decisioni, di lotta». E quella dell’amico di una vita di Vendola, Nicola Latorre, neorenziano di antica osservanza dalemiana: «Nichi porti ai suoi questo orizzonte strategico, a prescindere dalla legge elettorale, come approdo politico e naturale. Senza bisogno di gesti mortificanti». «È questo il momento di mettere in campo un progetto politico», replica Ferrara. «Nichi stupirà», assicura Smeriglio. Intanto da oggi inizia la battaglia degli emendamenti al documento unico, dopo i congressi territoriali combattuti a colpi di accuse di tesseramenti gonfiati, nella migliore tradizione di famiglia. A andrà in scena anche il duello del congresso della Cgil, fra la segretaria Susanna Camusso, che parlerà oggi, e quello della Fiom Maurizio Landini.
La speranza è nell’opera, diceva Vincenzo Cardarelli. Quel Cardarelli citato da Fausto Bertinotti il giorno che annunciò la fine del secondo governo Prodi (2007, lo definì «il più grande poeta morente»). Ma da ogni lato la si guardi oggi «l’opera», sembra avere una porta che si chiude.
È sempre l’ora del bilancio per una sinistra oggi frantumaglia, alle prese con l’ennesima crisi di relazione con i nuovi movimenti dell’età della crisi. L’unità ha persino smesso di essere uno slogan, perché una meta troppo lontana rischia di essere una fatamorgana, o un trucco. Bertinotti, padre politico di Vendola, dopo la rottura con Armando Cossutta (’98), dopo essere stato presidente della camera dell’Unione (2006), oggi è distante mille miglia dal compagno di un tempo. E invece l’anziano presidente che fu fondatore del Prc e poi del Pdci (che poi ha lasciato), e che ormai vive ritirato, alle ultime politiche ha confidato a un amico la sua benevolenza verso Vendola, avversario interno di un tempo. «Nichi è capace, generosissimo. Immagino la sua fatica. Ma intorno ha il deserto», riflette amaramente Ersilia Salvato, per completare il quadro dei rifondatori della prima ora, l’ultima del Pci. Domenica Vendola (e compagni e compagne) dovranno decidere la loro «strada giusta». Qualsiasi sarà, partirà in salita.
La strada molto stretta di Vendola
La Stampa, 24 gennaio 2014
Il partito di Vendola, nato 5 anni fa, oggi celebra il suo secondo congresso ma non vede un futuro roseo. Un partito reduce dal risultato delle elezioni politiche, un misero 3,2%, e dalla sconfitta della coalizione con il Pd di Bersani.
Una coalizione di centro-sinistra che non è riuscita a formare quel governo di cambiamento sul quale aveva puntato tutte le sue carte il leader di Sel. Inoltre, la nascita delle larghe intese assieme all’avversario storico Berlusconi, l’uscita di scena dello stesso Bersani, l’arrivo di Renzi che non è certamente in sintonia con le istanze della sinistra radicale, la legge elettorale che prevede una soglia troppo alta per sperare di entrare in Parlamento... Un quadro nefasto.
Sel ha poche strade davanti a sé per tentare di rimanere in vita. La prima, quella più lineare, sarà probabilmente enunciata oggi da Vendola. Si tratta di combattere in Parlamento affinché la soglia della nuova legge elettorale venga abbassata al 4 per cento per chi si presenta in coalizione (oggi è prevista al 5, tetto proibitivo per Sel stimata tra il 2 e il 3 per cento). Solo così si potrebbe tentare di nuovo l’avventura di un’alleanza con il Pd. Ma non è affatto detto che le pressioni di Sel riescano a modificare l’impianto blindato da Renzi e Berlusconi. Così come non è detto che, se anche ci riuscissero, sarebbe facile ottenere il 4 per cento dei voti. Il segretario del Pd domani sarà al congresso, si spera in una sua parola di rassicurazione...
Le altre strade ci sono ma non si dicono, almeno ufficialmente. Una è l’entrata nel Pd per creare una corrente di sinistra composta anche dagli attuali oppositori di Renzi: Cuperlo, Fassina (e Bersani e D’Alema). Strada più che impervia soprattutto perché significherebbe sancire definitivamente il fallimento politico di un progetto che pure qualche speranza aveva suscitato fino a qualche anno fa, quando i sondaggi attribuivano a Sel il 7-8 per cento dei consensi. Perché si sono perduti quei consensi è una domanda alla quale sarebbe riduttivo rispondere dando tutte le colpe a Bersani (che pure non ne è esente).
Oppure (esclusa l’ipotesi che la sinistra del Pd esca dal partito per entrare in Sel), ci sarebbe sempre il richiamo della foresta. Una scelta movimentista, magari benedetta da Fausto Bertinotti, Barbara Spinelli e Marco Revelli, che potrebbe rimettere insieme i pezzi sparsi della sinistra radicale italiana: Sel, Rifondazione, i Verdi, Ingroia, addirittura Diliberto. Una prospettiva che Vendola vede come fumo negli occhi ma se in gioco ci fosse la sopravvivenza...
In ogni caso il primo banco di prova per Sel saranno le europee di maggio, dove potrà misurare la sua forza reale. E qui c’è un’altra battaglia preventiva da fare, cercare di abbassare quella soglia del 4 per cento che rende improbabile un arrivo a Bruxelles (non a caso il segretario di Rifondazione Ferrero sta pensando di candidarsi in Grecia). Il problema però è che ormai l’immagine politica di Sel risulta appannata, anche grazie a quella telefonata di Vendola con Girolamo Archinà, in cui il governatore pugliese si complimentava per il «balzo felino» con cui il dirigente dell’Ilva aveva strappato il microfono a un giornalista. A molti elettori di Sel quel balzo non è piaciuto affatto.
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Daniela Preziosi
Sel, la "strada giusta" riparte in salita
il manifesto, 24 gennaio 2014
Nelle odissee politiche non c’è mai davvero un’Itaca, ma il bollettino dei naviganti dice a Nichi Vendola tempesta. Tempesta forte, tale da richiedere la ricerca immediata di un approdo, se non un porto almeno uno scoglio. Oggi al Palacongressi di Riccione si apre il secondo congresso di Sinistra ecologia e libertà, si intitola «la strada giusta fra crisi sociale, della politica e un campo largo, a sinistra, da ricostruire». 900 delegati in rappresentanza di 34.300 iscritti non post-ideologici ma certo «laici di sinistra», racconta una ricerca di Paola Bordandini (La spada di Vendola, Donzelli) descrivendoli come risorsa irrinunciabile per un’alleanza postberlusconiana, «senza un nemico da combattere».
Ma il postberlusconismo è iniziato? Il tempo non ne fa una dritta a Sel e apparecchia un menù al cianuro per le assise che decideranno la sorte della sinistra che «tiene aperta la partita» del centrosinistra, anima governista (fuori dal governo) di una sinistra italiana che zoppica con tutti i piedi che ha. Il Pd, l’alleato d’elezione, governa con la destra; il neosegretario Renzi ha concordato con Berlusconi una legge elettorale che «asfalta» i partitini (sbarramento al 5 per quelli in alleanza, all’8 chi sta fuori); e a chi obietta ha risposto «si arrangino», avvertimento a futura memoria. Eppure, per i sondaggi, anche quel pessimistico 2,3 per cento a cui viene oggi quotata Sel (dal 3,2 del 2013), sarebbe determinante per la vittoria. E però il pacchetto Renzi-Berlusconi con gli alleati utili non divide neanche il premio di maggioranza (oggi, con il porcellum, Sel ha 37 deputati e 7 senatori).
Ma saranno le europee di maggio a presentare il primo conto. Lì lo sbarramento è al 4. I vendoliani si dividono fra gli sbilanciati verso il Pse (Sel ha chiesto di aderire, nessuna risposta ancora è arrivata) propensi ad appoggiare, insieme al Pd, il socialdemocratico tedesco Martin Schulz (Gennaro Migliore è il capofila); e i tanti che guardano al giovane Alexis Tsipras, leader della greca Syriza, lanciato in Italia da un appello di intellettuali (sul manifesto del 17 gennaio). Su un piatto della bilancia c’è il socialdemocratico, anima critica della Spd larghintesista, che potrebbe incassare la non belligeranza di Angela Merkel. Sull’altro c’è Tsipras, dal programma antirigorista, lo stesso di Sel; ma con una lista che, per ora, non accoglie la «terra di mezzo» di conio vendoliano e indica come approdo il Gue, il gruppo della Sinistra europea. Una cena fra Vendola e Barbara Spinelli, ispiratrice della lista, non ha prodotto avvicinamenti. Sel è pronta a fare una sua lista, ma il rischio di non acciuffare il 4 per cento è reale. Vendola, pure provato dalla vicenda Ilva, ha promesso che deciderà insieme ai delegati se correre per Bruxelles: la sua presenza fa la differenza. D’altro canto per le sinistre italiane, divise ormai per tradizione e definizione, il rischio replica del disastro 2013 è dietro l’angolo.
Intanto dal Pd parte il pressing per l’ingresso di Sel che irrobustirebbe il partito nuovo di Renzi. Ha i toni spregiudicati del segretario che prima del patto con Berlusconi aveva assicurato la sua presenza domani a Riccione. Verrà davvero, ora che indossa i panni dell’angelo asfaltatore? «Decidesse lui», taglia corto Ciccio Ferrara, coordinatore di Sel, annunciando il no all’Italicum. «Gli sbarramenti per i coalizzati e non, sono alti e odiosi. Ma il punto è: Renzi permetterà di nuovo a Berlusconi di portare in parlamento i suoi maggiordomi», ragiona Massimiliano Smeriglio, vice di Nicola Zingaretti alla regione Lazio, in altri frangenti granitico coalizionista.
Ma l’offerta di abbandonarsi all’abbraccio del partitone ha anche la voce amichevole di Goffredo Bettini, teorico del «campo largo» — presente al congresso — che oggi però vira verso il bipartitismo: «Ci vuole uno schema innovativo: Renzi candidato premier con un campo unitario dei democratici, plurale, contendibile in perenne esercizio di produzione di idee, di decisioni, di lotta». E quella dell’amico di una vita di Vendola, Nicola Latorre, neorenziano di antica osservanza dalemiana: «Nichi porti ai suoi questo orizzonte strategico, a prescindere dalla legge elettorale, come approdo politico e naturale. Senza bisogno di gesti mortificanti». «È questo il momento di mettere in campo un progetto politico», replica Ferrara. «Nichi stupirà», assicura Smeriglio. Intanto da oggi inizia la battaglia degli emendamenti al documento unico, dopo i congressi territoriali combattuti a colpi di accuse di tesseramenti gonfiati, nella migliore tradizione di famiglia. A andrà in scena anche il duello del congresso della Cgil, fra la segretaria Susanna Camusso, che parlerà oggi, e quello della Fiom Maurizio Landini.
La speranza è nell’opera, diceva Vincenzo Cardarelli. Quel Cardarelli citato da Fausto Bertinotti il giorno che annunciò la fine del secondo governo Prodi (2007, lo definì «il più grande poeta morente»). Ma da ogni lato la si guardi oggi «l’opera», sembra avere una porta che si chiude.
È sempre l’ora del bilancio per una sinistra oggi frantumaglia, alle prese con l’ennesima crisi di relazione con i nuovi movimenti dell’età della crisi. L’unità ha persino smesso di essere uno slogan, perché una meta troppo lontana rischia di essere una fatamorgana, o un trucco. Bertinotti, padre politico di Vendola, dopo la rottura con Armando Cossutta (’98), dopo essere stato presidente della camera dell’Unione (2006), oggi è distante mille miglia dal compagno di un tempo. E invece l’anziano presidente che fu fondatore del Prc e poi del Pdci (che poi ha lasciato), e che ormai vive ritirato, alle ultime politiche ha confidato a un amico la sua benevolenza verso Vendola, avversario interno di un tempo. «Nichi è capace, generosissimo. Immagino la sua fatica. Ma intorno ha il deserto», riflette amaramente Ersilia Salvato, per completare il quadro dei rifondatori della prima ora, l’ultima del Pci. Domenica Vendola (e compagni e compagne) dovranno decidere la loro «strada giusta». Qualsiasi sarà, partirà in salita.
martedì 23 aprile 2013
Barca, Grillo, Renzi, Vendola
Un feroce gioco delle parti
Chissà cosa gli passava per la mente, al Presidente Napolitano, mentre sferzava i partiti che l'hanno costretto, per la loro ignavia, a ritornare al Quirinale a trasloco ormai concluso. Non è difficile immaginarlo riguardando la scena ed ascoltando le parole, ferisce di più se a dirle quelle parole è un uomo anziano, un politico che avrebbe dovuto essere rottamato, per età e per gli anni di presenza politica prima di ogni altro, sempre se volessimo assecondare la logica con cui Matteo Renzi ha ritenuto di condurre la sua campagna per le primarie. Primarie, che tra l’altro hanno comportato l'esclusione di pezzi storici e fondativi del Pd come D'Alema e Veltroni.
La partita alla quale il paese aveva assistito negli ultimi giorni era paradossale nel suo esito ultimo. Tra i vecchi, non era stato rottamato il vecchissimo Presidente della Repubblica ma l’anziano neppure tanto stagionato segretario del Pd poi candidato alla Presidenza del Consiglio. Più che rottamato Pier Luigi Bersani era stato per la verità affondato, come nel gioco di battaglia navale: out, crocettato, eliminato, con l'aiuto di un voto segreto moltiplicato per 101.
E ora? Le cronache riportano la storia di un passo indietro, si ritorna a parlare con D'Alema, si chiede di nuovo ad Amato di scaldare i muscoli, a Chiamparino di tenersi pronto, verrebbe da chiedere a Renzi: e dove sarebbe la rottamazione tanto agognata?
Una domanda la cui risposta potrebbe essere che in fondo il drappello lo guiderebbe lui, si porrebbe lui alla testa di questo magma di grandi notabili della politica, maturi e esperti di politica con trentennale se non quarantennale provata esperienza, che accettano di farsi guidare da un attempato giovanotto ex democristiano ma capace di presentarsi come l’alfiere di un rinnovamento radicale e intransigente (il Rottamatore). Miracoli della politica verrebbe da dire, splendida capriola del machiavellismo applicato in uno Stato di emergenza,o non invece ennesimo pateracchio nello stile dei vecchi governi balneari al tempo della Prima Repubblica? Sembrerebbe che un simile ragionamento possa essere condiviso se presentato come inevitabile per la ragion di Stato, a fronte del quale anche il giovane Letta e il suo meno giovane zio sarebbero pronti a tenere a battesimo il nuovo o ciò che nuovo vorrà apparire. La rottamazione, parrebbe di capire, si è fermata solo sugli scranni parlamentari ma non è destinata a investire la formazione di un prossimo Governo.
Presumibilmente il compromesso quirinalizio sarà respinto da Sel, il cui leader Vendola sembra tentato da un’alleanza con Grillo e Barca. In poche ore tutta la geografia della sinistra si è messa in movimento, travolgendo steccati di recente formazione. I titoli parlano di Barca e Vendola, uniti a Landini della Fiom, con Grillo come riferimento ulteriore o concorrente, questo non è chiaro. Il ministro per la coesione territoriale e il governatore della Puglia inseguono un elettorato, che potrebbe aver votato Grillo per reazione. E’ da vedere se la sinistra delusa si accontenterà della stanca imitazione tardiva, avendo ormai potuto sperimentare la potenza dell’originale pentastellato. Come non è evidente che Grillo e Casaleggio sentano il bisogno di una stampella partitica.
Chissà cosa gli passava per la mente, al Presidente Napolitano, mentre sferzava i partiti che l'hanno costretto, per la loro ignavia, a ritornare al Quirinale a trasloco ormai concluso. Non è difficile immaginarlo riguardando la scena ed ascoltando le parole, ferisce di più se a dirle quelle parole è un uomo anziano, un politico che avrebbe dovuto essere rottamato, per età e per gli anni di presenza politica prima di ogni altro, sempre se volessimo assecondare la logica con cui Matteo Renzi ha ritenuto di condurre la sua campagna per le primarie. Primarie, che tra l’altro hanno comportato l'esclusione di pezzi storici e fondativi del Pd come D'Alema e Veltroni.
La partita alla quale il paese aveva assistito negli ultimi giorni era paradossale nel suo esito ultimo. Tra i vecchi, non era stato rottamato il vecchissimo Presidente della Repubblica ma l’anziano neppure tanto stagionato segretario del Pd poi candidato alla Presidenza del Consiglio. Più che rottamato Pier Luigi Bersani era stato per la verità affondato, come nel gioco di battaglia navale: out, crocettato, eliminato, con l'aiuto di un voto segreto moltiplicato per 101.
E ora? Le cronache riportano la storia di un passo indietro, si ritorna a parlare con D'Alema, si chiede di nuovo ad Amato di scaldare i muscoli, a Chiamparino di tenersi pronto, verrebbe da chiedere a Renzi: e dove sarebbe la rottamazione tanto agognata?
Una domanda la cui risposta potrebbe essere che in fondo il drappello lo guiderebbe lui, si porrebbe lui alla testa di questo magma di grandi notabili della politica, maturi e esperti di politica con trentennale se non quarantennale provata esperienza, che accettano di farsi guidare da un attempato giovanotto ex democristiano ma capace di presentarsi come l’alfiere di un rinnovamento radicale e intransigente (il Rottamatore). Miracoli della politica verrebbe da dire, splendida capriola del machiavellismo applicato in uno Stato di emergenza,o non invece ennesimo pateracchio nello stile dei vecchi governi balneari al tempo della Prima Repubblica? Sembrerebbe che un simile ragionamento possa essere condiviso se presentato come inevitabile per la ragion di Stato, a fronte del quale anche il giovane Letta e il suo meno giovane zio sarebbero pronti a tenere a battesimo il nuovo o ciò che nuovo vorrà apparire. La rottamazione, parrebbe di capire, si è fermata solo sugli scranni parlamentari ma non è destinata a investire la formazione di un prossimo Governo.
Presumibilmente il compromesso quirinalizio sarà respinto da Sel, il cui leader Vendola sembra tentato da un’alleanza con Grillo e Barca. In poche ore tutta la geografia della sinistra si è messa in movimento, travolgendo steccati di recente formazione. I titoli parlano di Barca e Vendola, uniti a Landini della Fiom, con Grillo come riferimento ulteriore o concorrente, questo non è chiaro. Il ministro per la coesione territoriale e il governatore della Puglia inseguono un elettorato, che potrebbe aver votato Grillo per reazione. E’ da vedere se la sinistra delusa si accontenterà della stanca imitazione tardiva, avendo ormai potuto sperimentare la potenza dell’originale pentastellato. Come non è evidente che Grillo e Casaleggio sentano il bisogno di una stampella partitica.
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