Visualizzazione post con etichetta Risorgimento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Risorgimento. Mostra tutti i post

venerdì 17 luglio 2026

L'impresa garibaldina

Luigi MASCILLI MIGLIORINI, 11 maggio 1860, Laterza, Bari-Roma, 2023, pp. 187, Euro 20.

È da poco uscito nella collana della Laterza “Dieci giorni che hanno fatto l’Italia”, questo saggio di Luigi Mascilli Migliorini dedicato all’impresa dei Mille. Dopo un’ampia introduzione storica sulla situazione politica del Regno di Napoli nella prima metà dell’Ottocento, l’autore si sofferma sui preparativi della spedizione, ricostruendo il ruolo di Francesco Crispi, Rosolino Pilo, Nino Bixio, Agostino Bertani, Giuseppe Sirtori, e sui rapporti di Garibaldi con Giuseppe La Masa e Giuseppe La Farina.

Si sofferma poi sull’atteggiamento di Cavour rispetto all’impresa, caratterizzato da un cauto favore, su quello di Napoleone III e sul ruolo dell’Inghilterra, guidata dal Palmerston, interessata alla nascita di un Regno d’Italia per equilibrare la situazione strategica nel Mediterraneo. Espone le incertezze, le difficoltà e gli imprevisti della vigilia, con i fucili confiscati a Milano da Massimo D’Azeglio, le munizioni non consegnate in tempo sul piroscafo Piemonte, a causa di un disguido dei contrabbandieri che avrebbero dovuto portarle a bordo. Affronta la circostanza della presenza dinanzi a Marsala delle due navi inglesi, dimostrando che esse erano lì per proteggere non tanto Garibaldi quanto le fabbriche del marsala di proprietà britannica, e delle esitazioni delle navi da guerra borboniche giunte in ritardo al largo di Marsala.

Riusciti rocambolescamente a sbarcare, i Mille trovarono ad accoglierli una città molto silenziosa e diffidente, con il sindaco che si limitò a offrire a Garibaldi solo qualche bottiglia di vino, che peraltro il Generale era abituato a bere con grande moderazione. Accoglienza ben diversa fu quella trovata dalle camicie rosse a Salemi e a Calatafimi. L’A. Scrive che fu Crispi a proporre a Garibaldi, e a redigere, il famoso Proclama nel quale veniva dichiarata la Dittatura momentanea, basata sul motto “Italia e Vittorio Emanuele”.

Il libro si basa molto sulle Memorie di Garibaldi e sui libri di Giuseppe Bandi e Giuseppe Cesare Abba, integrati dai tanti ricordi di una serie di protagonisti della spedizione. Nell’ultimo capitolo accenna alle vicende successive di alcuni dei protagonisti della spedizione, da Nino Bixio a Sirtori, da Medici a Cosenz. Le pagine conclusive affrontano brevemente la controversa tematica delle modalità dell’unificazione italiana, attuata per mezzo di plebisciti anziché di un’assemblea costituente come auspicavano i mazziniani.

Gian Biagio Furiozzi

giovedì 19 febbraio 2026

Garibaldi in due romanzi


Massimo Onofri
Riscoprire Garibaldi oltre la leggenda

Avvenire, 19 febbraio 2026

Nel romanzo Mille (Marsilio, pagine 380, euro 19,00) Lorenzo Pavolini si affida, per raccontare Garibaldi, all’epopea risorgimentale, a quella spedizione in cui si cominciò a fare l’Italia senza che mai - è questa l’idea dello scrittore - si arrivasse alla meta. Lo fa - e qui sta la sua originalità - scegliendo come protagonista Giovanni Pantaleo di Castelvetrano, solo all’apparenza figura di seconda fila. A pagina 86 c’è un’immagine - il loro corredo è un’altra qualità del libro -, Fra Pantaleo benedice Garibaldi, ricavata dalla Storia illustrate della vita di Garibaldi per Antonio Balbiani (1860), che dice tanto. Pantaleo diventerà il cappellano della spedizione, unitosi alle camicie rosse a Salemi, per poi seguire l’Eroe dei due mondi in tutte le sue imprese, sino alla battaglia di Digione del 1871. Si pensi soltanto, per capire la singolarità del personaggio, al fatto che Garibaldi gli affidò, prima di attraversare lo Stretto per raggiungere l’Aspromonte, la missione «avventurosa e delicata» del reclutamento, che si concretizzò nella formazione di «una falange di sacerdoti armati», perdendosi però «di un soffio lo scontro fratricida». E non mancano incursioni nel presente dell’autore stesso sin dal primo capitolo: la voce della vicina Michelle, il suo cane; la suora del convento di fronte «che sale al tramonto sul balcone» e «fuma una sigaretta sulla sedia» davanti «al bucato sventolante, asciutto, bianco». Il Garibaldi di Pavolini, occorre sottolinearlo, acquista in queste pagine il ruolo di un uomo-popolo: «è un organismo dove il sangue circola spinto da più cuori. Non ha un solo centro». Ne viene fuori l’immagine d’una figura plurale, dalle mille risorse e dai mille intenti, proprio la stessa su cui si concentrerà Virman Cusenza nel suo L’altro Garibaldi. I “Diari” di Caprera (pagine 210, euro 20,00), da oggi in libreria per i tipi di Mondadori (utilissimi Cronologia e Bibliografia finali). L’altro Garibaldi, appunto: fattivo e impegnatissimo in numerose attività, ma anche privato e introspettivo, quello degli anni di Caprera (acquistata nel dicembre del 1855), i più misteriosi, ma decisivi per accreditare la sua leggenda. Per inciso: da anni raccolgo materiale, anche iconografico, che - ne sono sicuro - prima o poi utilizzerò.
Che cosa sia Caprera e perché valga davvero come un crittogramma del suo destino, ce lo dice Garibaldi stesso nel Prologo intitolato Autoscatto: «Perché Caprera? Sì, certo, bella e selvaggia, comoda per salpare in fretta e di fretta tornare: è l’unica casa come me che potessi concepire». Caprera «non è un esilio», è tutto: «È la mia Nizza, la mia Roma, è soprattutto me». E poi: «Non si capisce proprio nulla di me, senza Caprera. È ruvida come so essere in battaglia, semplice come voglio nei rapporti con gli altri, selvaggia come i miei istinti primordiali». Per una conclusione non poco amara, quella di chi, malgrado Vittorio Emanuele II, continua a definirsi «repubblicano», ma, malgrado Mazzini, non rinnega le sue scelte di «realista»: «Il mio destino, in fin dei conti, è sempre stato questo: combattere per una causa per poi vedermi scippare il frutto della conquista a cose fatte. È accaduto con i successi in Uruguay, si è ripetuto con i Mille a Teano, stessa sorte a Bezzecca richiamato dal re, copione simile in Francia». Ma torniamo a Caprera, là dove Garibaldi può finalmente e pienamente vivere il suo «amore viscerale per piante e animali che oggi definiremmo ante litteram». Caprera è una «fattoria modello», il fourieriano falansterio d’un uomo solo. Non per niente Cusenza si appoggia ai pochissimo noti Diari agricoli del generale: «un quadernone che per ordine e meticolosità assomiglia al libro mastro di un commerciante o al registro degli esperimenti di uno scienziato». Davanti a noi non c’è «un militare in meditazione», un «ideologo» pronto ad autocelebrarsi. C’è un «agronomo che affronta la battaglia nella sua tenuta con lo stesso piglio con cui si prepara ad attaccare i francesi sul Gianicolo».
Muratore, allevatore, agricoltore, Garibaldi sperimenta e innova di continuo: costruisce due mulini all’avanguardia che producono «energia eolica non solo per macinare grano e cereali»; fa arrivare sull’isola macchinari modernissimi; con intelligenza di imprenditore popola il suo rifugio di vacche, buoi e tori, pecore, capre, capretti, polli, cavalli, cani, nonché muli e asini; impianta un numero incredibile di viti, circa quattordicimila; fonda la Società Reale di Protezione degli Animali; riceve con grande cordialità la «fiumana» di visitatori (amici, vecchi compagni d’avventura, politici e futuri presidenti del Consiglio, intellettuali); scrive, riflette e fantastica sulle ali d’una insopprimibile disposizione all’utopia. Quasi impossibile restituire qui le tante sollecitazioni di Cusenza, le molte riletture della venturosa vita del condottiero, che però non cessò mai di sentirsi un marinaio: e dove altro poteva approdare un marinaio, se non su un’isola? Basti pensare al suo complesso rapporto con l’universo femminile, che spinge Cusenza ad affermare che in lui fosse «già presente il concetto di “matria” accanto a quello, tutto figlio dei suoi tempi, di patria», per quel «suo insistere sul ruolo accogliente e inclusivo della donna». Oppure, di diversa temperie, al capitolo (Garibaldov) sull’incontro con Bakunin. E che dire dell’Appendice al mio testamento ove, con doviziosa attenzione per ogni particolare, dà indicazioni sulla sua cremazione e su tutta la cerimonia funebre vergate come fossero «istruzioni militari»? Strazianti le pagine dedicate alla morte della sedicenne Anita jr («bella, selvaggia e fa tutto di testa sua») e ai sensi di colpa d’un padre che dice di non averla saputa amare. Sentite qua, in un foglio «che doveva restare privato»: «Povera Anita! Neppure una parola d’amore io ho saputo inviarti! Povera mia figlia! (…) Io, vecchio sofferente e inaridito, non ebbi per te che parole severe, aspre, inurbane, tetre come lo stato dell’anima mia».

lunedì 16 febbraio 2026

La mostra dei Macchiaioli a Milano


Maurizio Cecchetti
I Macchiaioli, tra politica e metafisica. Il manifesto delle idee risorgimentali

La Stampa, 16 febbraio 2026

A distanza di oltre un secolo dalla impietosa “Buonanotte” che il giovane Roberto Longhi dava a Giovanni Fattori e a tutto il nostro Ottocento, la mostra che si è aperta a Milano qualche giorno fa, negli spazi di Palazzo Reale, ci fa capire che quel secolo di scomunica ha avuto la sua sentenza finale in Cassazione nel 2013. Guy Cogeval, all’epoca presidente del Museo d’Orsay e dell’Orangerie, tagliò, a quasi quarant’anni dall’ultima retrospettiva parigina, il nastro d’inaugurazione per una retrospettiva dedicata ai Macchiaioli dove però ci si chiedeva ancora, con un po’ di perfidia, se questi pittori fossero Des Impressionnistes italiens. Con domande come questa finisce che prevalgono sempre le asimmetrie e la subordinazione di Fattori, Lega, Signorini e compagnia al mito impressionista.
Da
 allora, dall’Ottocento che fu in sé un secolo rivoluzionario, molto è cambiato oggi nella lettura dei Macchiaioli. In primo piano, oggi è salito il rapporto stretto linguaggio dell’arte e rappresentazione sociale e politica che domina questi pittori, spesso anche patrioti e partecipi delle guerre d’indipendenza come Altamura, Lega, Signorini. Questa mostra si candida a esserne un manifesto, frutto di alcuni decenni di studi d’archivio. I pittori fiorentini ebbero nel Caffè Michelangiolo, al 21 di via Cavour, il loro quartier generale dove una lapide recita: «In questo stabile ebbe sede il Caffè Michelangiolo geniale ritrovo d’un gruppo di liberi artisti che l’arguzia fiorentina soprannominò Macchiaioli le cui opere nate tra le lotte politiche e gli eroismi guerrieri del Risorgimento nazionale perpetuarono il lume della tradizione pittorica italiana rinnovandone gli spiriti».
Animati di un senso anarchico e sociale, essi furono però pittori fino in fondo, nella “macchia” essi impastavano arte e speranze sociali, con Diego Martelli che li incontrava e che oltre a essere il loro testimone italiano lungo la Senna era anche amico di Degas, che conobbe i pittori fiorentini fermandosi varie volte nella città.
Il Caffè Michelangiolo non fu soltanto un ritrovo di artisti ma anche un luogo dove circolarono le idee mazziniane
 che segnano le parentesi fittizie della mostra (1848-’72). La speranza rivoluzionaria fu dunque, come scrive scrive oggi Francesca Dini, «solo una magnifica illusione»? La futura capitale italiana provvisoria del Regno d’Italia per sei anni, Firenze, in realtà non è la corrispondente immagine di una esperienza regionale, dove i Macchiaioli parlano una «toscanità fiera e vernacolare», poiché questi artisti affondano la loro cultura nell’humus attorno all’Antologia, la rivista diretta da Giovan Pietro Vieusseux fin dal primo numero nel 1821. Alla radice c’è l’intenzione di alimentare le condizioni per far nascere la Nazione, e in questo, nelle iconografie giocano una chiara carta politica le anticipazioni di spicco di Luigi Mussini e il richiamo a Dante e al Rinascimento, con sviluppi coevi fra Milano Venezia e Roma, dove Firenze coi Macchiaioli aspira a cambiare la realtà.
Aperta da qualche giorno fa a Palazzo Reale e curata oltre che da Dini e Mazzocca anche da Elisabetta Matteucci (catalogo 24 Ore Cultura),
 la rassegna è intitolata in modo essenziale e laconico I Macchiaioli, senza aggettivazioni; in realtà, nelle sue premesse, Francesca Dini non manca di ricordare il pregiudizio che ha pesato a lungo sui pittori fiorentini (anche a livello di quotazioni di mercato, oggi più equilibrate). E come sia stata Milano nel Novecento a rilanciarne il peso. E così la mostra attuale di Milano ha dalla sua una chiara impostazione – e chissà che non sia anche una scelta dettata dai nostri tempi di smarrimento sociale – dove corre in sottofondo l’analisi delle condizioni “politiche” nelle quali si dibattè una pittura che ebbe in Giuseppe Mazzini come mentore rivoluzionario, innestandosi sull’eredità di figure come Dante e Lorenzo il Magnifico. La mostra tenta dunque una sintesi ideale della forma classica ereditata fin dal Rinascimento, congiungendola, forse anche per restituire dignità alle plebi del Risorgimento, con un realismo nel quale le iconografie sommano fermenti e proteste sociali, sentimento del lavoro, paesaggi campestri e vita familiare, guerra civile, ricerca della libertà e democrazia, imprese militari che Fattori più di tutti traduce in un sentimento tragico della vita e della morte. Fino all’epica visione nel quadro dei Mille con Garibaldi a Palermo, che chiude la mostra: si sente come ogni movimento o azione dipendano in questa pittura da una stasi interna che blocca l’evento nell’istante decisivo.
Metafisica e realismo, sono dunque le due cifre dei macchiaioli.
 La nostra pittura è solidificante come la pietra dura, semplice e forte come quella di Masaccio e Piero. Tacche o macchie come segno modernissimo nella sintesi paradossale della forma-colore colta in Piero da colui che li aveva sbeffeggiati, Roberto Longhi. I paesaggi di Odoardo Borrani vivono di una “calma grandezza” goethiana, quelli di Vincenzo Cabianca e Giuseppe Abbati sono intarsiati nella luce, le acquaiole di Signorini incedono della semplicità fiera di esistenze scavate nel colore. I soldati di Fattori, abbandonati nei bivacchi, reduci da una battaglia, malconci e rassegnati in una silenziosa presenza, che è anche un’accusa alla politica dei notabili. In occasione della mostra di Parigi del 2013, Giancarlo de Cataldo scrisse che il quadro di Signorini che ritrae Mazzini sul letto negli ultimi istanti di vita è «come il requiem di una Italia che avrebbe potuto essere ma non fu… rivoluzione mancata». Un anticipo delle tesi sviluppate da un pungente saggio di Raffaello Giolli, curato postumo nel 1961 da Claudio Pavone, La disfatta dell’Ottocento, peraltro oggi molto poco letto.



lunedì 19 gennaio 2026

Il lato meschino del Risorgimento

Nelson Moe

Nunzio Dell'Erba
Stereotipi storici e Unità d'Italia

Pannunzio Magazine, 18 gennaio 2026

Il 13 gennaio scorso è uscito sul "Corriere Torino" l'articolo «Lettere da un terra lontana dalle idee di progresso e di civiltà» di Carla Piro Mander. Già il titolo dà un’immagine distorta del rapporto tra Nord e Sud al momento dell’Unità d’Italia. Esso è infatti più complesso di quanto emerge nella ricostruzione storica dell’autrice. I brani citati, peraltro già noti agli studiosi per essere presenti nel saggio «Altro che Italia!» («Meridiana», 1992, 15, pp. 53-89) di Nelson Moe, poi ampliato nel volume «un paradiso abitato da diavoli identità nazionale e immagini del mezzogiorno» (Napoli 2004), non sono riproposti in modo preciso, essendo stati alquanto modificati o tagliati nelle parti più significative.

L’articolo si apre con un brano di una lettera che il 17 aprile 1861 Cavour invia a Emanuele Taparelli [e non Tapparelli] d’Azeglio: «Il Parlamento Nazionale ha votato e il Re ha sanzionato la legge in virtù della quale Sua Maestà Vittorio Emanuele II assume il titolo di Re d’Italia per sé e per i suoi successori. [..] A partire da questo giorno, l’Italia afferma a voce alta di fronte al mondo la propria esistenza. Il diritto che le apparteneva di essere indipendente e libera l’Italia lo proclama solennemente oggi». Segue un'altra lettera, precedente, di Cavour a William de la Rive (febbraio 1861). Il testo e il commento sono tratti dal saggio di Moe, senza che sia specificato in quale occasione la lettera stessa fu scritta, né il motivo per cui il Conte espresse quel giudizio dal momento che egli «non era mai andato più a sud di Firenze» (E. Artom, «Il Conte di Cavour e la Questione Napoletana», in «Nuova Antologia», 1901 p. 145 e Moe, p. 160). La lettera di Liborio Romano a Cavour (15 maggio 1861, elogiativa e smaccatamente servile, copre quasi un’intera colonna, ma non rispecchia il carattere dei meridionali e non dà adito al Conte di profetizzare il loro futuro. Ancora la lettera di Giovanni Battista Cassinis a Cavour, citata in modo parziale, non può essere datata «novembre 1861» in quanto il Conte era già morto da cinque mesi. La visita del Ministro di Grazia e Giustizia non si riduce «al sud del paese" ma fu effettuata nella città di Napoli, considerata in modo opposto dal federalista milanese Giuseppe Ferrari: Napoli è «una città colossale, ricca, potente».

 Il primo dibattito parlamentare, svoltosi a Torino dal 2 al 6 aprile 1861, merita un cenno veloce in favore della lunga risposta di Cavour ad Emerico Amari, quasi mezza colonna e tagliata nel suo esordio iniziale, là dove il Conte riconosce al giurista siciliano la patente di «dottissimo giureconsulto», precisando di essere favorevole al decentramento e contrario all’imposizione della «tirannia d’una Capitale sulle province» (Moe, p. 323). Incomprensibile il motivo per cui l’autrice omette la parte elogiativa della Sicilia e dei fratelli Amari: «la creazione d’una casta burocratica che soggioghi tutte le membra e le frazioni nel Regno all’impero d’un centro artificiale cui lotterebbero sempre le tradizioni e le abitudini dell’Italia, non meno che la sua conformazione geografica, lo ebbi più volte ad esprimere […] al Conte Michele Amari, ed io non ho il menomo dubbio che, quando siano sedati i commuovimenti che alcuni mestatori s’ingegnano di suscitare rinfocolando le ire personali, sarà facilissimo di mettersi d’accordo sopra uno schema d’organizzazione, che lasci al potere centrale la forza necessaria per dar termine alla grande opera del riscatto nazionale, e conceda un vero auto-governo alle regioni ed alle province» (Moe, p. 323).

Questa risposta di Cavour, incomprensibile nell’articolo, è esplicita solo se si precisa lo scambio di opinioni con Emerico Amari e la sua richiesta dell’autonomia siciliana. Il giurista siciliano, critico verso la rappresentazione della Sicilia come fonte di corruzione e morbo della nazione, precisa: «Quando si parla di corruzione […] noi dobbiamo dire la verità, che noi, cioè, non siamo tutti corrotti per essere stati soggetti al Governo più corrotto. Io dirò, una volta per sempre, che non bisogna rappresentare questi due popoli (napoletano e siciliano) come non altro che una cancrena; no; noi siamo italiani ed abbiamo conservato le virtù italiane; abbiamo fatto la rivoluzione, e questo basta per dimostrare la nostra moralità» (Moe, p.177). Affastellare una serie di brani per dimostrare l’inferiorità della Sicilia rispetto al Piemonte significa condannare il passato in nome del presente e avallare una rappresentazione deleteria dello Stato unitario in formazione. Ben altra visione si ricava da una serie di aspetti fondamentali messi in rilievo da alcuni tra i maggiori storici di quel periodo (Rosario Romeo, Giuseppe Giarrizzo, Giuseppe Galasso, Ettore Passerin d’Entrèves, Paolo Alatri): le posizioni di Cavour sul Meridione d’Italia, il contributo dei meridionali al progresso del Piemonte e l’operosa attività scientifica da essi svolta nell’Ateneo di Torino. Il significato profondo della esperienza risorgimentale non è per nulla stravolto dalle notazioni episodiche di Nelson Moe. A sua volta l'autrice dell'articolo pubblicato dal "Corriere Torino" non riesce ad alzare lo sguardo al di sopra del lavoro che ha deciso di sfruttare per comporre il suo testo e quindi approda a una versione riduttiva e faziosa della storia, che pretende di raccontare. Sarebbe bastato prestare la dovuta attenzione alle idee chiaramente espresse in più occasioni dai principali promotori dell'Unità italiana per ridimensionare le banalità riscontrabili nella corrispondenza di personaggi tutto sommato di scarso peso. Cavour e i moderati della Destra storica avevano le carte in regola per ciò che riguardava la coscienza civile, essendo animati da una nobile idea della loro missione e da una autentica fede nella libertà.  

https://machiave.blogspot.com/2014/06/cavour-sul-letto-di-morte.html




mercoledì 22 ottobre 2025

Rivoltosi, non solo briganti

Gian Antonio Stella
La rivolta del Sud dopo l'Unità "Fu guerra civile"

Corriere della Sera, 21 ottobre 2025

 «Dimodoché conchiuderò, per mettere d’accordo le varie sentenze, che è metà brigantaggio e metà guerra civile». Era il 4 dicembre 1861 e il deputato Giuseppe Ricciardi, figlio di Francesco già ministro della Giustizia del Regno di Napoli sotto Murat e poi del Regno delle Due Sicilie nel periodo costituzionale del 1820, tentò invano di spiegare che non si potevano liquidare le rivolte nel Sud come una faccenda di criminalità. Due giorni prima, nella stessa aula parlamentare, il milanese Giuseppe Ferrari, che aveva voluto scendere di persona a Pontelandolfo e Casalduni per capire come fosse andata una durissima rappresaglia sulla popolazione dopo l’uccisione di un gruppo di militari, aveva tuonato: «Io vi proposi di fare un’inchiesta affinché una metà della nazione conoscesse appieno l’altra metà, e le due parti della Penisola si unissero fraternamente; voi rispondeste essere l’inchiesta inutile, i mali passeggeri...». Macché... Fatto sta che solo oggi, 164 anni dopo, arriva un libro, edito da Mondadori, che porta quella tesi ustionante nel titolo: La prima guerra civile. Rivolte e repressione nel Mezzogiorno dopo l’unità d’Italia, di Gianni Oliva.

Intorno al tema, certo, hanno già scritto in tanti. Eppure, sottolinea Oliva, «“Guerra civile” è definizione controversa nella memoria italiana: per il primo dopoguerra si è preferito a lungo parlare di «biennio rosso» 191920 e «squadrismo» 1921-22; per utilizzarlo in riferimento al 194345, si è dovuto attendere il 1991 e il fondamentale saggio di Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza; per il brigantaggio essa è stata usata solo a partire dagli anni Ottanta del Novecento». Perché? Perché «c’è una sorta di pregiudizio ideologico che si riflette nel lessico, per cui “guerra civile” equivarrebbe a una sorta di equiparazione dei protagonisti e legittimerebbe gli sconfitti riabilitandoli».

È così? «In realtà “guerra civile” significa lotta armata tra forze di uno stesso Paese, comunque organizzate e quantitativamente significative. È stato così nel 191922; è stato così nel 1943-45; e prima ancora è stato così nel Meridione dopo l’unità. Accettare il termine e ripercorrere le tappe di quanto avvenuto non significa ribaltare i giudizi storici, né indulgere alla storiografia neoborbonica (che partendo da una forte componente di rivalsa regionale, ha portato alla formulazione di tesi estreme): significa, più semplicemente, collocare i fatti nella loro prospettiva, cercare di comprendere perché e come nel Mezzogiorno, dopo l’unificazione, ci sono stati anni di tensione, che hanno impegnato quasi due terzi del Regio esercito e provocato un numero di vittime superiore alle tre guerre di indipendenza assommate insieme».

Quanti morti di più? Mah... Sicuramente non il mezzo milione (bum!), il milione (bum!) o addirittura il milione e mezzo (bum!) sparati da certi siti web e pubblicazioni e manifesti neoborbonici spintisi a denunciare «il secondo genocidio della storia dopo l’olocausto». Sui numeri esatti però non si avventura nessuno. Neppure i curatori, da Carmine Pinto (autore de La guerra per il Mezzogiorno, Laterza) a Silvia Cavicchioli, Gian Luca Fruci, Silvano Montaldo, Alessio Petrizzo e Giulio Tatasciore di Briganti! Storie e immagini dal Risorgimento a oggi, la prima mostra che «esplora il brigantaggio come fenomeno storico complesso e mito culturale» e si apre dopodomani, 23 ottobre, al Museo Nazionale del Risorgimento di Torino.

Certo la repressione, come ricordano le foto dell’epoca di briganti decapitati come il siciliano Gioacchino Di Pasquale o della casertana Michelina Di Cesare il cui cadavere fu esposto nudo e marcato da vistose violenze nella piazza di Mignano Monte Lungo, fu feroce. «Un messaggio di potere con cui la propaganda unitaria vuole accreditare la propria vittoria e delegittimare gli sconfitti», scrive Oliva, «lo Stato unitario diventa così garante non solo dell’ordine pubblico, ma anche dell’ordine morale, mentre ai “briganti” non viene riconosciuta alcuna legittimità, né politica, né etica, né sociale». L’ordine diffuso nel febbraio 1864 dopo l’uccisione di alcuni bersaglieri, del resto, dice tutto: «È un grido di vendetta quello che prorompe dal petto esanime dei vostri commilitoni! Raccogliete l’appello, vendicateli e siate inesorabili come il destino».

Uno scontro frontale. In un’italia in cui, come scriverà nel 1900 il pugliese Raffaele De Cesare, «i reazionari temevano i liberali; i liberali i reazionari; gli unitari cavouriani temevano i garibaldini e i mazziniani; i militari temevano i borghesi e, questi, i militari; e il governo temeva tutti, senza essere temuto da nessuno». «Gli autori più importanti del cosiddetto “meridionalismo classico”, da Pasquale Villari a Giustino Fortunato», ricorda Oliva, «tendono a stabilire un legame tra la sperequazione socioeconomica esistente nell’ottocento al Sud tra “galantuomini” e “cafoni” e il brigantaggio, collegando le insorgenze alla questione fondiaria. Questa tesi, rafforzata dal paradigma marxista, alimenta l’interpretazione gramsciana che vede nel fenomeno una manifestazione della lotta di classe condotta da masse inconsapevoli, prive della necessaria guida politica rivoluzionaria: “La lotta di classe si confondeva con il brigantaggio, con il ricatto, con l’incendio dei boschi, con lo sgarrettamento del bestiame, col ratto dei bambini e delle donne, con l’assalto al municipio. Era una forma di terrorismo elementare, senza conseguenze stabili ed efficaci”».

«Non c’è tempo per comprendere il Mezzogiorno, per assicurare lavoro con investimenti pubblici, per presentare l’italia con il volto della modernizzazione: per fare in fretta servono i battaglioni di bersaglieri e gli squadroni di cavalleria, le fucilazioni, i rastrellamenti cioè quell’apparato repressivo che finisce per non fare distinzione tra “briganti” e “civili”», accusa Oliva. Il prezzo pagato sarà altissimo. E finirà per travolgere persone che forse avrebbero avuto un destino diverso. Come Filomena Pennacchio, una ragazza irpina orfana giovanissima, compagna di un sergente borbonico spinto alla latitanza, descritta come brigantessa «alta, bella, con occhi scintillanti, chioma nera e cresputa, profilo greco», catturata e condannata ai lavori forzati prima di potere finalmente rifarsi una vita sposando un facoltoso torinese e dedicarsi alle opere pie. Col peso nel cuore (anche se Filomena, la regina delle selve di Valentino Romano racconta una storia diversa) di un bimbo nato in galera e registrato con un nome che diceva tutto: «Prigioniero».

L’esito di quelle tensioni Impegnati quasi due terzi del Regio esercito; più vittime di quelle delle tre guerre di indipendenza

martedì 23 settembre 2025

Il 20 settembre


Il 20 settembre 1870 ci fu la Breccia di Porta Pia, un evento fondamentale del Risorgimento italiano in cui l'esercito del Regno d'Italia aprì un varco nelle mura di Roma per entrare in città. Questa azione sancì la fine del potere temporale dei papi, l'annessione di Roma al Regno d'Italia e la sua conseguente proclamazione come capitale. 

Riportiamo, nella sua versione integrale, il discorso tenuto della moderatora della Tavola Valdese, Alessandra Trotta, in occasione della partecipazione del Presidente della Repubblica alla celebrazione dei centotrent’anni della chiesa metodista di via XX Settembre a Roma:

Benvenuto Presidente, siamo onorati dalla sua presenza oggi. 

Un benvenuto caloroso a tutte le autorità civili e religiose presenti; ai fratelli e alle sorelle, agli amici e alle amiche che sono qui per condividere questa giornata di celebrazione, di festa, di memoria del passato e di impegno nel presente, che ha bisogno di essere guidato e nutrito da una visione ricca di speranza per il futuro.

Ci riuniamo in una data significativa, quella del 20 settembre, che esattamente centotrent’anni fa, proprio nell’anno dell’inaugurazione di questo tempio, diventò (e rimase per pochi decenni) festa nazionale. Questa data rimane assai significativa per le chiese evangeliche in Italia e il suo significato è racchiuso in un’immagine fortemente suggestiva, quella del carretto di Bibbie in italiano che fu fra le prime cose ad entrare dalla breccia aperta nel 1870, trainato da un cane e condotto da un colportore evangelico, incaricato di diffondere quelle Sacre scritture che fino a quel momento a Roma era stato vietato possedere e leggere, perché ritenute pericolose nella mani delle persone comuni, senza mediazioni sacerdotali.

Una breccia di libertà, dunque, che ha consentito al nostro Paese di progredire nella costruzione della sua unità non sul fondamento di chiusure nazionalistiche cementate da uniformità religiose e culturali, ma su ideali universalistici di uguaglianza, pluralismo e diritti umani, posti alla base di un patriottismo in cui oggi possiamo tutti riconoscerci, quello costituzionale.

Un filo invisibile ma potente lega quella breccia di libertà al tempio inaugurato nel 1895 e alla comunità vivente che oggi lo abita come spazio di lode, di preghiera, di incontro intorno alla Parola, ma anche di costruzione di dignità, di emancipazione, un laboratorio di partecipazione democratica, di convivenza ed apprendimento interculturale, in cui tutti e tutte sono pienamente cittadini non per un diritto di sangue, ma per quello dell’accoglienza in un patto di solidarietà e condivisione, che fonda una comunità che ricerca la pace e la giustizia, preservando il meglio dell’umanità.

Buon 20 settembre!

La moderatora della Tavola valdese – Diacona Alessandra Trotta



martedì 24 novembre 2015

La mostra di Hayez a Milano

In collaborazione con l’Accademia di Belle Arti e la Pinacoteca di Brera, di Milano, e le Gallerie dell’Accademia di Venezia, la mostra, curata da Fernando Mazzocca e con il coordinamento generale di Gianfranco Brunelli, raccoglie circa 120 opere dell’artista.
Il percorso espositivo segue una successione cronologica, che rievoca insieme la vita e il percorso creativo del grande pittore: dagli anni della formazione tra Venezia e Roma, ancora nell’ambito del Neoclassicismo, sino all’affermazione, a Milano, come protagonista del movimento Romantico e del Risorgimento accanto a Verdi e Manzoni, con i quali ha contribuito all’unità culturale dell’Italia.
La sequenza di opere, tra cui capolavori più noti accanto ad altri presentati al pubblico per la prima volta – inedito l’accostamento delle tre versioni del Bacio, rivela la grandezza di Hayez nel padroneggiare generi diversi come la pittura storica e il ritratto, la mitologia, la pittura sacra e un ambito allora di gran moda come l’orientalismo, sino a giungere alle composizioni dove trionfa il nudo femminile, declinato in una potente sensualità che lo rende unico nel panorama del Romanticismo italiano e europeo. 




 

 




domenica 13 settembre 2015

Il Garibaldi dei Macchiaioli

E subito gli fecero il monumento, lo misero, a cavallo o senza, in cima a un piedistallo, decisi a non farlo più scendere. Ancora oggi, per molta gente, il Garibaldi della leggenda torna più comodo del Garibaldi della realtà. 
Luciano Bianciardi, Garibaldi,, Mondadori, Milano 1972

Giovanni Fattori, Garibaldi a Palermo, 1860
 
Girolamo Induno, Giuseppe Garibaldi davanti a Capua, 1862

Vincenzo Cabianca, Garibaldi a Caprera, 1870

 


domenica 5 ottobre 2014

Cristina di Belgiojoso nelle parole di Henry James

William Wetmore Story and His Friends,by Henry James
Houghton, Mifflin and Co., Boston 1903, pp. 162-163

 
 
Henri Lehmann, Cristina Trivulzio di Belgiojoso (1843)



the strange, pale, penetrating beauty, without bloom, health, substance, that was yet the mask of an astounding masculine energy [...] the great political or social agitator is most often a bird of curious plumage, all of whose feathers, even the queerest, play their part in his flight.  

quella insolita, pallida, penetrante bellezza, senza fioritura, né salute, né spessore, che pure nascondeva una incredibile energia virile [...] il grande agitatore politico o sociale è molto spesso un uccello dall'insolito piumaggio, tutte le penne del quale, anche le più strane, hanno un ruolo da svolgere nel volo.

Argia Coppola

... Con il suo charme e la sua delicata bellezza (misteriosa e mista a sottile diplomazia) seppe fare del suo salotto di via d’Anjou un luogo dove schermare l’impellente questione politica che riguardava l’Italia con la leggera atmosfera da accademia musicale, dove insieme ai politici e agli storici si riunivano musicisti esuli come lei (Liszt, Chopin), poeti in voga (Heine, de Musset) e perfino religiosi (padre Coeur). Mentre c’era chi entrava e chi usciva da vestiboli e porte di servizio, importanti decisioni determinavano il destino dell’azione rivoluzionaria italiana. Ma anche Parigi finì per stancare la principessa (e forse pure Parigi si stancò di lei). Un evento, comunque, la distoglie brevemente e forse in maniera insolita dalla sua attività politica e letteraria. Nel 1838 a Parigi dà alla luce la sua unica figlia, Maria, che acquisirà il cognome Belgioioso solo molti anni più avanti, quasi negli anni ’60, dopo una lunga battaglia legale con [il marito separato] Emilio. La vera paternità resta velata d’incertezza e mistero, per quanto la maggior parte degli storici la attribuiscano allo storico Mignet. Dopo un viaggio in Inghilterra la principessa rivoluzionaria torna a Locate, il paese d’origine della Bassa Lombardia, dove indossa l’abito della riformatrice sociale. Fonda per i suoi contadini un falansterio, dove organizza il lavoro, e quindi scuole, asili per i figli dei contadini. Un periodo di ripensamenti della frenetica vita parigina ma anche un periodo di preparazione alla scalata politica che la vedrà protagonista nel 1848 durante la rivoluzione milanese. Convinta sostenitrice dell’idea che il Lombardo-Veneto potesse liberarsi dall’austriaco solo con l’aiuto dell’esercito piemontese organizzato, fu anche quella che dopo le cinque giornate, alla testa di 200 napoletani volontari a bordo di un piroscafo, raggiunse Milano in aiuto della popolazione insorta, segno indelebile di una tela, quella della libertà e dell’unità, il cui ordito e trama dovevano essere composte a partire da tutti i punti della penisola. Nel 1849 durante la Repubblica Romana la vediamo impegnata a organizzare le ambulanze e gli ospedali sotto la direzione di Mazzini. Mise accanto, in quest’opera (la prima che ricordi l’esempio della Croce Rossa italiana) suore e prostitute, convinta dell’urgenza del momento e della necessità di agire non da benpensante ma da soggetto civile. Dopo un’altra delusione, quella dell’esperienza romana, con il ritorno del papa Pio IX, comincia la fase discendente della sua vita dal punto di vista politico. La rivoluzionaria si ripiega su di sé e segue la strada di una ricerca lontana dall’Italia. Si rifugia prima a Malta, poi ad Atene, quindi a Costantinopoli, sempre portandosi dietro la figlia, e una istitutrice inglese, Miss Parker. Si stabilisce nel remoto paese di Ciaq Maq Oglu, nei pressi di Ankara, e vi resta fino al 1855. Tiene un epistolario con un’amica parigina che viene pubblicato sulla Revue des Deux Mondes e riporta un insolito spaccato d’Oriente, molto poco esotico e magico, ma più selvatico e barbaro. Qui subisce un grave incidente (sette pugnalate inflitte ripetutamente in diversi punti del corpo). In Europa si grida al tentato omicidio politico, ordito dall’Austria, ma è cosa passionale: è il magazziniere bergamasco, amante della Parker, che vuole vendicarsi di essere stato licenziato dalla Belgiojoso. L’attentato cambia la sua fisionomia, facendola precipitare in una repentina vecchiaia, che nulla più conserva della seduttrice di un tempo. Muore sessantatreenne nel 1871 nella Villa Pliniana sul lago di Como, dove abita la figlia Maria, quasi in solitudine, mantenendo con il mondo politico che porterà l’Italia all’Unità una fredda relazione di partecipazione lontana e ai margini, non più attiva. Come sentisse - lei più di tutti - la profonda ambiguità e contraddizione che quell’evento, l’Unità italiana e la liberazione dall’Austria, non veramente coniugato con gli ideali di uguaglianza e libertà civile che da sempre lei aveva perseguito.

http://www.turindamsreview.unito.it/sezione.php?idart=556

sabato 16 agosto 2014

Pontelandolfo e Casalduni: una rapida sintesi delle vicende

Marco Vigna
Considerazioni sui fatti di Pontelandolfo e Casalduni
Nuovo Monitore Napoletano, 23 marzo 2014

I fatti di Pontelandolfo e Casalduni avvenuti nell’agosto del 1861 sono fra i più noti della lotta al brigantaggio e sono stati sovente sfruttati da certi propagandisti e pubblicisti con intenti politici di critica all’Unità d’Italia. Come insegnava fra gli altri il grande Max Weber, le scienze umane devono escludere ogni considerazione ideologica, estetica, etica ecc., limitandosi a fornire un’analisi obiettiva dell’oggetto esaminato. Il sottoscritto pertanto non si prefigge d’esprimere qui un giudizio morale o politico sugli accadimenti suddetti, ma solo e più modestamente di provare a riportarne una sintesi con meri fini divulgativi, essendo già stati trattati esaurientemente da alcuni studiosi.
Si può premettere che queste vicende, contrariamente a ciò che sostengono taluni, non sono per nulla rimaste “nascoste” ossia “occultate”. Al contrario, dei fatti di Pontelandolfo e Casalduni parlarono già nel secolo XIX studi sul brigantaggio, come ad esempio quello celebre di Marc Monnier, nostalgici del regno borbonico quale Giacinto De Sivo, memorie autobiografiche, articoli di giornale d’ogni tendenza ecc. L’onorevole Giuseppe Ferrari ne discusse in Parlamento, nella seduta alla Camera del 2 dicembre 1861, dopo aver visitato personalmente Pontelandolfo il 1 novembre dello stesso anno.
Praticamente in contemporanea a questi accadimenti e negli anni immediatamente posteriori, mentre la lotta al brigantaggio continuava, questi fatti erano conosciuti, liberamente divulgati, discussi in prospettive differenti. Naturalmente, anche la storiografia scientifica del Novecento li ha affrontati. Ad esempio, lo storico Franco Molfese li riferisce nella sua opera Storia del brigantaggio dopo l’Unità, pubblicata a Milano nel 1964 e che viene ritenuta tutt’ora, per quantità delle fonti esaminate e per bravura e capacità nel comporre un quadro complessivo ed equilibrato, il miglior saggio mai scritto sulla repressione del fenomeno brigantesco dopo il 1860. È sufficiente conoscere le fonti primarie ottocentesche, oppure la storiografica accademica novecentesca, per sapere che di quel che accadde in questi due paesi del Beneventano si è sempre scritto pubblicamente e liberamente. Non ci si trova dinanzi ad un evento tenuto segreto ed infine smascherato in anni recenti, ma di un avvenimento conosciuto e studiato praticamente dal momento in cui si compì fino ad oggi. Ciò premesso, si può passare ora a fornire una rapida sintesi delle vicende.
Il 7 agosto del 1861 un gruppo di briganti, aventi per capobanda Cosimo Giordano, fece irruzione a Pontelandolfo, approfittando dell’allontanamento di volontari della Guardia nazionale.Secondo alcune fonti, sarebbero stati invitati dall’arciprete Epifanio De Gregorio e da un gruppo di canonici. In ogni caso, dopo il loro ingresso in paese si diedero al saccheggio, incendiarono abitazioni e pubblici registri e devastarono uffici ed edifici dell’amministrazione.Furono bruciati gli archivi comunali e la biblioteca e venne gravemente danneggiata la grande collezione d’arte del giudice Giosuè De Agostini, ospitata nel suo palazzo  signorile. Fu assalita la corriera postale e vennero derubati i suoi passeggeri. Si ebbero anche diversi assassini d’abitanti. Fra la cittadinanza, parte simpatizzò con i briganti, parte fuggì o fu vittima delle violenze, parte ancora rimase neutrale ovvero non ebbe alcun ruolo attivo.
Le autorità, avvisate dell’accaduto ma ignare delle dimensioni della banda brigantesca e dell’appoggio datole da parte della popolazione, decisero d’inviare un reparto di militari in perlustrazione.L’11 agosto 1861 giunse così a Pontelandolfo il luogotenente Luigi Augusto Bracci alla testa di 40 bersaglieri del 36° reggimento, con il rinforzo di 4 carabinieri. Entrati in paese senza aver compiuto alcun gesto ostile, anzi inalberando una bandiera bianca in segno di pace e cercando solo d’acquistare viveri, furono assaliti dai briganti e da alcuni cittadini. I soldati, dinanzi ad un numero soverchiante di nemici, ripiegarono prima all’interno d’una torre medievale (il simbolo di Pontelandolfo, ultimo resto d’un castello del Trecento), poi cercarono scampo in direzione di Casalduni.
Durante tale ritirata finirono però in un’imboscata e, serrati da ogni direzione da forze preponderanti, s’arresero. Cinque erano caduti in combattimento, un sesto era stato ucciso in precedenza, due erano riusciti provvisoriamente a nascondersi. Nonostante avessero alzato bandiera bianca, i militari superstiti vennero tutti trucidati, tranne un sergente che venne risparmiato perché aveva promesso che non avrebbe più combattuto contro Francesco II. Il tenente Bracci fu torturato per circa otto ore, prima di venire ucciso a colpi di pietra. La testa gli fu tagliata e venne infilzata su d’una croce, posta nella chiesa di Pontelandolfo. Una sorte analoga toccò a tutto il suo reparto, i cui soldati finirono uccisi a colpi di scure, di mazza, dilaniati dagli zoccoli di cavalli ecc.
Sei militari, già gravemente feriti, furono massacrati a colpi di mazza. Un cocchiere si segnalò per il suo comportamento, facendo passare e ripassare dei cavalli al galoppo sopra i corpi dei soldati, alcuni moribondi, altri solo feriti ma impossibilitati a muoversi perché legati.
Fu allora inviato un altro reparto militare, questa volta di ben maggiore forza, comandato dal tenente colonnello Pier Eleonoro Negri e costituito da 400 bersaglieri. Quando entrarono a Pontelandolfo, il 14 agosto del 1861, questi soldati, che già sapevano della strage dei propri commilitoni arresisi, videro che i loro stessi corpi erano stati smembrati ed appesi dai briganti come trofei in diverse parti della località, con il capo mozzo del tenente Bracci che era stato conficcato su d’una croce, come si è detto sopra.
A questo punto iniziò la rappresaglia, che coinvolse certamente persone innocenti e vide l’incendio d’entrambi i paesi, Pontelandolfo e Casalduni. 
Rimangono da precisare le dimensioni della rappresaglia, con il numero delle vittime e gli stessi danni materiali. Questo deve essere fatto sulla base di ciò che è possibile provare dalle fonti, altrimenti cessa d’essere storia e diventa romanzo ovvero pseudostoria. Esistono analitici studi di storia locale, dedicati proprio a queste tragiche vicende, che forniscono una stima precisa delle perdite di vite umane.
Si può ricordare anzitutto il saggio Storia dei fatti di Pontelandolfo, scritto dal Gr. Uff. dottor Ferdinando Melchiorre Pulzella, (a cui è stata concessa la cittadinanza onoraria proprio da questo comune per i suoi meriti scientifici), che valuta le vittime fra i civili in numero di quindici, precisamente tredici a Pontelandolfo e due a Casalduni. Una cifra quasi equivalente è proposta da un altro ricercatore storico, Davide Fernando Panella, autore del saggio L'incendio di Pontelandolfo e Casalduni: 14 agosto 1861. Questo studio si è basato su documenti parzialmente o totalmente inediti ed in più esaminando le fonti già in precedenza conosciute e la bibliografia sul tema, in modo da avere un quadro complessivo il più completo possibile attuato anche con il confronto delle diverse fonti fra loro. Panella ha analizzato i libri dei morti degli archivi parrocchiali di questi due paesi  ed una memoria scritta dal parroco di Fragneto Monforte: tutti questi documenti furono redatti da sacerdoti che furono testimoni oculari  dell’accaduto e sono stati scritti con grande precisione e cura dei dettagli. Panella riporta nel suo studio l’elenco dei morti dovuti alla rappresaglia, mostrando come il Registro dei defunti della parrocchia Santissimo Salvatoredi Pontelandolfo li enumeri ad uno ad uno, indicandone nome, cognome, genitori, età, causa della morte (ucciso in casa, ucciso per strada, morto per le fiamme ecc.). Questo ricercatore può così fornire un quadro esatto delle vittime immediate della rappresaglia, riportandone tutte le generalità anagrafiche, il luogo di sepoltura e naturalmente il numero totale: i morti del 14 agosto furono 13, di cui 10 vennero intenzionalmente uccisi, mentre 3 morirono bruciati. Costoro erano persone anziane, che presumibilmente non erano riuscite a sfuggire alle fiamme. Fra questi 13 morti, 11 erano uomini e 2 donne, rispettivamente di 94 e 18 anni. Non risultano adolescenti o bambini fra le vittime. Panella poi confronta il totale di decessi avvenuto a Pontelandolfo nell’intero 1861 (furono 291) con quelli del 1860 (furono 142) e del 1862 (furono 171). L’ipotesi di questo ricercatore è che l’aumento della mortalità sia stato condizionato dall’incendio delle case e dalle sue conseguenze indirette, tanto che nei mesi d’agosto e di settembre del 1861 dopo la rappresaglia si registrò una insolita crescita della frequenza dei trapassi. Egli però constata che, anche attribuendo all’incendio ed ai suoi effetti a posteriori questi decessi, si resterebbe comunque ben lontani dalle cifre che alcuni hanno ipotizzato. Il Panella difatti conta dal 15 agosto al 15 settembre (quindi dopo la rappresaglia) un totale di 74 morti, che sono per lo più deceduti nelle proprie case e per il resto in abitazioni di campagna, comunque non a causa d’atti di violenza. Il totale di vittime della rappresaglia a Pontelandolfo, quale può essere calcolato con precisione sulla base del minuziosissimo archivio parrocchiale, redatto da testimoni oculari, è pertanto di tredici  persone. A questi, secondo l’ipotesi di Panella, si potrebbero aggiungere altri decessi ancora, che si ebbero nel mese d’agosto e di settembre e che potrebbero (tale è il parere di questo studioso, ma non è possibile provarlo con certezza) essere stati dovuti in parte alle conseguenze dell’incendio. Questo ricercatore può quindi concludere osservando che il totale di vittime risulta senz’altro di molto inferiore alle stime che erano state precedentemente proposte, facendo notare che i testi che presentavano questo episodio parlavano in maniera generica d’un numero ritenuto elevato di morti, ma senza fornire un computo preciso ed appunto in modo vago ed approssimativo. Panella ha anche il merito di provare l’imprecisione con cui sovente si è scritto sui fatti di Pontelandolfo e Casalduni. Ad esempio, egli ricorda che quando si parla dell’incendio di Casalduni si riferisce frequentemente che il vecchio arciprete Giovanni Corbo sarebbe stato ucciso a fucilate dai bersaglieri. Consultando il libro dei morti di questa parrocchia Panella ha invece scoperto che questo anziano sacerdote non morì il giorno dell’incendio, tanto che questo ecclesiastico stesso iniziò a redigere personalmente pochi giorni più tardi, il 18 agosto 1861, un altro registro dei decessi, nel quale menzionava anche la rappresaglia. Don  Giovanni Corbo mori nella primavera dell’anno successivo, il 27 marzo 1862, nell’abitazione in cui allora risiedeva e dopo aver ricevuto i sacramenti. Un altro caso è stato riferito da questo studioso durante un convegno dedicato al tema Il brigantaggio nell’Alto Tammaro, svoltosi con presenza di molti studiosi e ricercatori. Panella ha citato due testi, il primo d’un giornalista che in anni recenti ha scritto anche su Pontelandolfo e Casalduni, il secondo tratto dall’archivio parrocchiale. Questo giornalista, Pino Aprile nel suo Terroni, ha affermato che una donna di Pontelandolfo, di nome Maria Izzo, per la sua bellezza sarebbe stata appetita dai bersaglieri, cosicché fu legata ad un albero nuda per essere violentata,  prima d’essere uccisa con una baionetta nella pancia. L’archivio parrocchiale, redatto da testimoni oculari, riporta invece che Maria Izzo aveva 94 anni (novantaquattro anni) e che morì arsa nell’incendio della  propria abitazione.
Appare evidente da questi due semplici esempi come una certa letteratura abbia offerto un quadro inesatto dei fatti di Pontelandolfo e Casalduni, giacché discorda in modo netto da quanto viene riportato e provato dalle fonti archivistiche: un arciprete morto serenamente molti mesi più tardi è stato presentato come ucciso dai bersaglieri durante la rappresaglia; una quasi centenaria di 94 anni perita nell’incendio della propria abitazione è stata spacciata per una donna bellissima violentata ed uccisa con una baionettata dai soldati.
È possibile ora trarre alcune conclusioni da questa breve sintesi. Gli eventi dell’agosto del 1861 a Pontelandolfo e Casalduni sono stati conosciuti e studiati in pratica dal momento in cui avvennero sino ai giorni nostri: non ci si trova dinanzi ad un fatto storico ignoto, segreto o tenuto celato.
La dinamica degli accadimenti è certa: dapprima vi fu un’irruzione di briganti, con saccheggi, incendi ed assassini; poi il massacro d’un reparto di militari caduto prigioniero; infine la rappresaglia dei bersaglieri, con uccisioni ed incendi.
Per ciò che concerne appunto questa rappresaglia, il totale di vittime accertate per Pontelandolfo è di tredici, cifra su cui concordano sia il Pulzella, sia il Panella. È probabile che vi siano stati anche altri decessi in conseguenza dell’azione dei militari, principalmente a causa dell’incendio. Non è però possibile dimostrare ovvero sapere quanti fra i decessi indicati nel registro dei defunti nel mese successivo ai fatti fossero dovuti a cause naturali e quanti al fuoco. In ogni caso, il totale potenziale rimane inferiore al centinaio. I due paesi non furono interamente distrutti dalle fiamme, poiché gli abitanti, in gran parte allontanatisi al momento dell’arrivo dei soldati, una volta ritornati provvidero a spegnere i fuochi. Alcune case certamente bruciarono, ma altre rimasero solo danneggiate. Si continuò a vivere ed ad abitare a Pontelandolfo e Casalduni anche dopo la rappresaglia, tanto che le fonti utilizzate dal Panella segnalano la continuità della presenza abitativa in entrambe le città.
La descrizione che taluni hanno proposto d’una distruzione intera delle due città e dello sterminio degli abitanti è quindi certamente erronea: la rappresaglia è avvenuta, ma con dimensioni di gran lunga inferiori rispetto a quelle ipotizzate senza prove da una certa pubblicistica antirisorgimentale. Il totale delle vittime si può calcolare al massimo nell’ordine delle decine, sicuramente non delle centinaia o migliaia, mentre i danni inferti all’abitato non furono uniformi e non impedirono che molti cittadini continuassero ad abitare in questi due paesi sin da subito. Non si dimentichi poi che i briganti si comportarono esattamente allo stesso modo quando fecero irruzione, uccidendo alcuni cittadini e dando fuoco ad edifici. È altrettanto sbagliato inoltre tentare d’interpretare questi accadimenti come un contrasto fra un esercito “straniero” ed una popolazione insorta contro di esso. I  reparti militari coinvolti appartenevano all’esercito italiano, che comprendeva membri d’ogni parte d’Italia: Cialdini era di  Modena, Pier Eleonoro Negri era di Vicenza, Carlo Melegari di Genova, Luigi Augusto Bracci di Livorno ecc. Inoltre i cittadini locali erano divisi fra i fautori del nuovo stato ed i nostalgici del vecchio, tanto che prima i briganti, poi i soldati esercitarono le loro vendette sugli abitanti.
Ciò che avvenne nel 1861 a Pontelandolfo ed a Casalduni deve pertanto essere considerato un cruento episodio di guerra civile, in cui una popolazione, che era a favore in parte dell’Italia, in parte del sovrano borbonico, si trovò presa in mezzo ai due contendenti armati, subendo alternativamente le violenze d’entrambi.
Gli eccidi furono tre, del 7, 11 e 14 agosto, e videro come vittime rispettivamente cittadini fedeli allo stato italiano, i bersaglieri e carabinieri fatti prigionieri, infine i civili caduti nella rappresaglia. Nel totale di morti accertati la netta maggioranza, circa dei 2/3,  è costituita dai militari trucidati dopo la resa.

venerdì 15 agosto 2014

I dubbi di Massimo d'Azeglio sulla guerra al brigantaggio




Maurizio Blondet  

Il Risorgimento visto da un nobile irlandese: le ombre del governo sabaudo
Avvenire, 6 agosto 2000

A proposito del brigantaggio del Sud, stroncato in anni spietati dal Regno d’Italia, O’Clery * riporta voci di dibattiti parlamentari a Torino. Il deputato Ferrari, liberale, che nel novembre 1862 grida in aula: "Potete chiamarli briganti, ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; potete chiamarli briganti, ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borboni sul trono di Napoli. E’ possibile, come il governo vuol far credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa a un esercito regolare di 120 mila uomini? Ho visto una città di 5 mila abitanti completamente distrutta e non dai briganti" (Ferrari allude a Pontelandolfo, paese raso al suolo dal regio esercito il 13 agosto 1861). O’Clery riferisce i dubbi di Massimo D’Azeglio (non certo un reazionario) che nel 1861 si domanda come mai "al sud del Tronto" sono necessari "sessanta battaglioni e sembra non bastino": "Deve esserci stato qualche errore; e bisogna cangiare atti e principii e sapere dai Napoletani, una volta per tutte, se ci vogliono o no… agli Italiani che, rimanendo italiani, non volessero unirsi a noi, credo non abbiamo diritto di dare delle archibugiate". ** Persino Nino Bixio, autore dell’eccidio di Bronte, nel ‘63 proclamò in Parlamento: "Un sistema di sangue è stato stabilito nel Mezzogiorno. C’è l’Italia là, signori, e se volete che l’Italia si compia, bisogna farla con la giustizia, e non con l’effusione di sangue". O’Clery non manca di registrare giudizi internazionali sulla repressione. Disraeli, alla Camera dei Comuni, nel 1863: "Desidero sapere in base a quale principio discutiamo sulle condizioni della Polonia e non ci è permesso discutere su quelle del Meridione italiano. E’ vero che in un Paese gl’insorti sono chiamati briganti e nell’altro patrioti, ma non ho appreso in questo dibattito alcun’altra differenza tra i due movimenti".
--------------------------------------------------------------
*  Patrick K. O'Clery, La rivoluzione italiana. Come fu fatta l'unità della nazione, Ares Milano 2001, ISBN: 8881551942, ISBN-13: 9788881551941, 788 pp.

Patrick Keyes O’Clery, irlandese, aveva 18 anni quando nel 1867 si arruolò tra gli Zuavi per difendere il Papa: partecipò alla battaglia di Mentana dall’altra parte, ossia contro i garibaldini. A 21 anni, nel 1870, è nel selvaggio West americano a caccia di bisonti. Ma, appreso che l’esercito italiano si prepara a invadere lo Stato Pontificio, torna a precipizio: il 17 settembre ‘70 è a Roma di nuovo. E’ filtrato tra le linee italiane con due compagni, un nobile inglese e un certo Tracy, futuro deputato del Congresso Usa. In tempo per partecipare, contro i Bersaglieri, ai fatti di Porta Pia. Tornato in Inghilterra ed eletto parlamentare, si batterà per l’autonomia dell’lrlanda. Nel 1880 abbandona la politica per dedicarsi all’avvocatura. Morirà nel 1913, avendo lasciato due volumi sulla storia dell’unificazione italiana. L’opera, che le edizioni Ares di Milano manderanno in libreria alla fine di agosto (Patrick K. O’Clery, La Rivoluzione Italiana. Come fu fatta l’unità della nazione, 780 pagine, 48 mila lire), sarà presentata al prossimo Meeting di Rimini giovedì 24 agosto. Opera stupefacente degna del suo avventuroso autore, dovrebbe essere letta nelle scuole italiane: e non solo come esempio di revisionismo storico precoce e antidoto alla mitologia del Risorgimento. Vedere l’Italia con l’occhio di uno straniero di cultura anglosassone - allora il centro culturale e politico del mondo - risulterà salutare. 

** La citazione completa è questa:  
La questione del tenere Napoli o non tenerlo, mi pare che dovrebbe dipendere più di tutto dai Napoletani , salvo che vogliamo, per comodo di circostanze, cambiare quei principii che abbiamo sin qui proclamati. Sinora siamo andati avanti dicendo che i Governi non consentiti dai popoli erano illegittimi: e con questa massima, che credo e crederò sempre vera, abbiamo mandato a far benedire parecchi Sovrani italiani; ed i loro sudditi, non avendo protestato in nessun modo, si erano mostrati contenti del nostro operato, e da questo si è potuto scorgere che ai governi di prima non davano il loro consenso, mentre a quello succeduto lo danno. Così i nostri atti sono stati consentanei al nostro principio, e nessuno ci può trovare da ridire. A Napoli, noi abbiamo altresì cacciato il sovrano per stabilire un governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono e sembra che ciò non basti, per contenere il Regno, sessanta battaglioni; ed è notorio che, briganti o non briganti, tutti non ne vogliono sapere. Ma si dirà: e il suffragio universale? Io non so nulla di suffragio, ma so che al di qua del Tronto non sono necessari battaglioni e che al di là sono necessari. Dunque vi fu qualche errore e bisogna cangiare atti e principi. Bisogna sapere dai Napoletani un'altra volta per tutto se ci vogliono, sì o no. Capisco che gli italiani hanno il diritto di fare la guerra a coloro che volessero mantenere i tedeschi in Italia, ma agli italiani che, restando italiani, non volessero unirsi a noi, credo che non abbiamo il diritto di dare archibugiate... perché contrari all'Unità, salvo si concedesse ora, per tagliare corto, che noi adottiamo il principio nel cui nome Bomba bombardava Palermo, Messina ecc. ecc. Credo bene che in generale non si pensa in questo modo, ma siccome io non intendo rinunciare al diritto di ragionare, dico ciò che penso.

Lettera di Massimo d'Azeglio a Carlo Matteucci, 25 luglio 1861