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mercoledì 28 maggio 2025

ll destino di Palinuro

Virgilio, Eneide, V, 827-861
Traduzione di Luca Canali

Qui carezzevoli gioie pervadono a vicenda l'animo  
sospeso del padre Enea; comanda di alzare all'istante
tutta l'alberatura e di tendere i pennoni alle vele.
Tirarono tutti insieme le scotte, e ugualmente a sinistra,
poi sciolsero le vele a destra; insieme volgono e rivolgono
le erte antenne; favorevoli brezze sospingono le navi.
Primo fra tutti Palinuro guidava la folta
squadra; gli altri dovevano seguire la sua prora.
E già l'umida Nyx aveva quasi toccata la meta
intermedia del cielo; i marinai rilassavano le membra
nella placida quiete, sotto i remi, sparsi per i duri banchi:
quando, disceso lieve dagli astri eterei,
il Sonno fendette l'aria tenebrosa e scosse le ombre
te, o Palinuro, cercando, a te incolpevole recando
funesti sogni; il dio si asside sull'alta
poppa, simile a Forbante, e dice queste parole:
«laside Palinuro, le acque portano spontanee la flotta;
le brezze spirano equilibrate: un'ora propizia al riposo;
adagia il capo, sottrai alla fatica gli occhi stanchi.
Per un poco posso subentrarti nel compito.
A stento sollevando gli occhi a lui Palinuro dice:
«Vuoi che ignori il volto del placido mare
e i flutti quieti? che confidi in questo mostro?
Affiderei - come sarebbe possibile? - Enea alle brezze
fallaci, sorpreso più volte dall'inganno del cielo sereno?.
Rispondeva tali parole, e fisso e stretto alla barra
non si scostava d'un pollice, e teneva gli occhi alle stelle.
Ed ecco il dio gli scuote un ramo stillante rugiada
letea e imbevuto del potere soporifero stigio su entrambe
le tempie, e a lui che già vacillava rilassa le pupille oscillanti.
La quiete inattesa gli aveva appena allentato le membra;
e sopra incombendo, con una parte divelta della poppa
e con tutto il timone lo rovesciò a capofitto nelle onde
mentre invano chiamava più volte i compagni;
quello, alato, si levò leggero a volo nell'aria.
La flotta corre ugualmente un cammino sicuro sul mare
e va imperterrita per le promesse del padre Nettuno.
Già navigando si avvicinava agli scogli delle Sirene,
difficili un tempo e bianchi delle ossa di molti;
allora le rocce risonavano rauche lontano per l'assidua
risacca: quando il padre Enea s'avvide che la nave, perduto il
nocchiero, errava fluttuando; ed egli la pilotò nelle onde notturne.
O troppo fiducioso nel cielo e nel mare tranquillo,
nudo, o Palinuro, giacerai su un'ignota spiaggia.


VI, 336-381, Enea sta visitando l'Ade

Ecco avanzava il timoniere Palinuro
che poc'anzi nella libica rotta, mentre osservava la stelle,
era precipitato da poppa riverso in mezzo alle onde.
Come lo riconobbe a stento, mesto nella grande ombra,
così gli si rivolge per primo: "quale degli dei, o Palinuro,
ti strappò a noi e ti sommerse in mezzo al mare?
Dimmi. Infatti Apollo, che mai in precedenza ho trovato 
fallace, con questo solo responso mi deluse l'animo,
quando presagiva che saresti scampato ai flutti
e giunto alle terre ausonie. Questa è la fede promessa?" 
Ed egli: "il tripode Apollo non ingannò te,
condottiero anchisiade, né il dio sommerse me in mare.
Infatti mentre precipitavo trascinai con me il timone,
divelto all'improvviso con grande violenza, a cui mi stringevo
di guardia, dirigendo la rotta. Giuro sugli aspri 
mari che non tanto concepii per me alcun timore,
quanto che la tua nave, spogliata di strumenti, sbalzato
il timoniere, naufragasse al sollevarsi degli alti marosi.
Tre notti invernali il Noto violento mi trasse
per le immense distese sull'acqua; a stento il quarto giorno
scorsi l'Italia alto dalla cima di un'onda.
Lentamente m'accostavo a nuoto alla terra; già la tenevo sicura,
se una gente crudele non mi avesse assalito col ferro
mentre, impacciato dalla madida veste, afferravo con mani adunche
le asperità del monte, e se ignara non mi avesse creduto una preda.
Ora mi possiedono i flutti e mi volgono i venti sul lido.
Per il lume giocondo del sole, per le brezze, per il padre,
ti prego, e per la speranza di Iulo che cresce,
strappami, invitto, a questi mali; o coprimi di terra,
poiché lo puoi e cerca il porto di Velia; 
oppure, se c'è una via, se alcuna te ne mostra la divina
madre - non credo che senza il volere degli dei
ti accingi a navigare il grande fiume e la palude stigia -,
porgi la mano a uno sventurato, e prendimi con te sulle onde,
perché almeno in morte riposi in tranquilla dimora". 
  Così aveva parlato, quando così la veggente cominciò:
"Di dove, o Palinuro, ti viene una così empia brama?
Insepolto vedrai le onde stigie e il severo
fiume delle Eumenidi,  e senza comando approderai alla riva?
Cessa di sperare che i destini degli dei si pieghino pregando.
Ma accogli memore le parole, conforto della dura sorte.
I vicini, spinti in lungo e in largo per le città
da prodigi celesti, espieranno le tue ossa,
e ti porranno un tumulo, e al tumulo faranno offerte,
e il luogo avrà in eterno il nome di Palinuro".



VI, 382-383
Traduzione di Enzio Cetrangolo

A queste parole gli affanni si allontanarono;
dal suo petto triste fu per un poco scacciato
il dolore; e gode del suo nome sul mare.

His dictis curae emotae pulsusque parumper
corde dolor tristi; gaudet cognomine terra. 

ChatGpt

L’episodio di Palinuro nell’Eneide (libro V-VI) può essere interpretato in base alle teorie di René Girard come un esempio letterario del meccanismo sacrificale e della funzione mitica della vittima, soprattutto se si considera il ruolo che la morte del timoniere ha nel ristabilire un ordine necessario per il passaggio dell’eroe verso il destino finale.

Ecco come applicare la visione di René Girard a questo episodio:


🧭 1. Il contesto: la morte di Palinuro

Palinuro cade in mare per volere del dio Sonno (inviato da Nettuno) e muore tragicamente, pur innocente. La sua morte è ingiustificata dal punto di vista umano: non ha colpe, non è punito per un errore, e chiede persino sepoltura invano.


🔍 2. Il sacrificio come passaggio necessario

Stando alla visione propria di René Girard, la morte di Palinuro può essere letta come un sacrificio fondativo:

  • Enea può finalmente scendere agli Inferi nel libro VI solo dopo che per Palinuro si è aperta la prospettiva della sepoltura.

  • Palinuro è una vittima sacrificale che permette alla missione collettiva (la fondazione di Roma) di proseguire.

  • La sua morte placa, simbolicamente, le forze caotiche del mare e della natura, e consente il passaggio verso il mondo dei morti, che rappresenta anche un passaggio interiore e spirituale per Enea.


🌀 3. Palinuro come capro espiatorio

Pur non essendo esplicitamente scelto come colpevole, Palinuro è rimosso dal gruppo (muore solo, gettato fuori bordo, e il suo corpo resta insepolto), come accade alle vittime espiatorie nel modello di Girard:

  • Non viene celebrato in vita;

  • Viene dimenticato rapidamente;

  • Solo nei Campi dell’Acheronte viene "riabilitato", quando la Sibilla gli promette un sepolcro e un culto.

Questo riflette la dinamica sacrificale mitica descritta da Girard: la vittima è necessaria, ma solo dopo viene mitizzata o riconosciuta come figura sacra o eroica.


⛪ 4. Il riconoscimento postumo e la fondazione

Girard sottolinea che molte culture divinizzano o sacralizzano la vittima dopo la morte, trasformandola in fondatrice. Così accade anche con Palinuro:

  • Il luogo della sua morte prende il suo nome (il promontorio di Palinuro);

  • Gli viene promesso un culto eterno, che lo collega al mito fondativo di Roma;

  • Viene, in un certo senso, “canonizzato” come martire del destino romano.


✝️ 5. Confronto con il cristianesimo di Girard

Girard sostiene che i testi mitici nascondono l’innocenza della vittima, mentre il Vangelo la rivela. Nell’Eneide, la morte di Palinuro rimane avvolta nel mistero e funzionale al destino collettivo: non c’è ancora la piena rivelazione dell’innocenza della vittima come avverrà nel cristianesimo. L’Eneide si colloca dunque a metà strada tra il mito (che giustifica il sacrificio) e la visione cristiana (che lo mette in crisi).


✅ In sintesi:

L’episodio di Palinuro può essere letto alla maniera di Girard come:

  • Un sacrificio rituale che consente il progresso della missione collettiva;

  • Un’esemplificazione del meccanismo del capro espiatorio, anche se in forma attenuata;

  • Una figura mitizzata post mortem, che richiama la funzione fondativa della vittima sacrificale;

  • Un esempio di come la letteratura classica tragga forza dal sacrificio, senza ancora metterlo apertamente in discussione, come farà invece la narrativa evangelica secondo Girard.

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Sia il cristianesimo che la fede pagana comportano il ricorso a una visione magica del mondo. L'ostacolo reale al proseguimento del viaggio, l'incertezza, si raggrumano nella persona del timoniere che in obbedienza a un disegno celeste viene irretito dal dio del Sonno. L'ostacolo deve essere rimosso. Palinuro diventa l'ostacolo, la vittima sacrificale la cui soppressione prelude alla continuazione felice del viaggio. Si ripete lo schema già presente nelle vicende di Ifigenia e di Isacco. In entrambi i casi il sacrificio sembra destinato a sbloccare una situazione, fornendo una prova di obbedienza da parte di Abramo o tentando di placare la collera di un dio nel caso di Agamennone. L'episodio biblico porta al superamento del sacrificio, la prova dell'obbedienza è stata offerta, conta più la propensione al rischio che l'esecuzione effettiva dell'assassinioÈ bella e notevole, in Virgilio, l'idea della memoria come risarcimento della morte.

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Elpenore

Daniel Mendelsohn in Un'Odissea. Un padre, un figlio e un'epopea fa notare come Virgilio sia molto fedele a Omero nel costruire il proemio dell'Eneide. 
Armi canto e l'uomo che primo dai lidi di Troia
venne fuggiasco per fato e alle spiagge
lavinie, e molto in terra e sul mare fu preda 
di forze divine, per l'ira ostinata della crudele Giunone,
molto sofferse anche in guerra, finch'ebbe fondato
la sua città, portato in Lazio i suoi dèi, donde il sangue 
latino e i padri albani e le mura dell'antica Roma.
L'eroe non è nominato, come nel proemio dell'Odissea: l'uomo versatile che vagò tanto. C'è l'ira ostinata di Giunone, e nell'Odissea troviamo Poseidone che aveva un feroce rancore. Ira che è presente fin dal primo verso nell'Iliade: l'ira di Achille. A Enea che molto sofferse corrisponde Odisseo che pure lui nel suo animo soffrì molte pene per mare. Il quale Odisseo vagò tanto mentre Enea fuggiasco fu preda di forze divine. Le battaglie combattute dall'eroe troiano una volta in Italia ricordano gli scontri che punteggiano l'Iliade. Come trascurare poi il fatto che le parole iniziali dell'Eneide, Arma virumque cano, mettono insieme i due poemi omerici. Il canto con cui si apre l'Iliade, Cantami o musa, l'uomo versatile che vagò tanto dell'Odissea e ancora le armi, gli scontri dell'Iliade.
Il parallelismo si ritrova nell'episodio di Palinuro riguardo in particolare alla mancata sepoltura. A un personaggio dell'Odissea a cui è toccata la medesima sorte, si tratta di Elpenore. La disgrazia viene alla luce in circostanze simili: tanto Enea quanto Odisseo visitano l'Ade. Anche Dante fa la stessa cosa molto tempo dopo, ma questa è un'altra storia. Odisseo, mentre aspetta di parlare a Tiresia, incrocia un fantasma, apparenza residua del marinaio Elpenore, la cui salma era rimasta insepolta nell'isola di Circe:
Non lasciarmi indietro senza pianti e senza tomba, 
che io non ti provochi l'ira divina,
ma bruciami con tutte quante le mie armi
e costruisci un tumulo sulla riva del mare canuto,
ricordo di un infelice, che anche i posteri conosceranno.
Fatto questo, pianta sul tumulo il remo
con cui remavo da vivo assieme ai miei compagni.
In Omero il tema della memoria è appena accennato, ma si avverte con nettezza. Anche per Patroclo nell'Iliade si pone il problema della sepoltura. 

L'incontro tra Ulisse e Elpènore nella traduzione di Rosa Calzecchi Onesti

 

Venne per prima l’anima del mio compagno Elpènore, / perché non era sepolto sotto la terra ampie vie; / il corpo in casa di Circe l’avevamo lasciato, / incompianto e insepolto: altro bisogno premeva! / Io piansi a vederlo, provai pena in cuore / e a lui rivolto parole fugaci dicevo: / “Elpènore, come scendesti, sotto l’ombra nebbiosa? / Tu a piedi hai fatto più presto di me su nave nera”. / Così dissi e piangendo mi ricambiava parole: / “Divino Laerzíade, accorto Odisseo, / la mala sorte d’un nume m’ha perso e il vino infinito. / Di Circe sul tetto dormendo, scordai / di tornare all’alta scala per scendere: / a capofitto caddi dal tetto e l’osso del collo / mi ruppi, l’anima scese giù all’Ade (vv. 51-65).

«Ora in nome dei vivi ti prego, che non sono qui, / della sposa, del padre che ti nutri bambino, / di Telemaco, l’unico figlio che in casa hai lasciato. / So che partendo di qui, dalla casa dell’Ade, / all’isola Eèa fermerai la solida nave. / Là, signore, ti prego di ricordarti di me; / oh, incompianto, insepolto (ἄκλαυτον καὶ ἄθαπτον) non lasciarmi laggiù, / partendo, ch’io non sia causa dell’ira divina per te, / ma bruciami con le mie armi, tutte quelle che ho, / e un tumulo alzami in riva al mare schiumoso: / ricordo di un uomo infelice, che anche i futuri lo vedano. / Fammi questo, e pianta sul tumulo il remo, / con cui da vivo remavo in mezzo ai compagni» (vv. 66-78).



Achille e Patroclo


Dopo che si furono tolta la voglia di mangiare e di bere,

se ne andarono a dormire, ciascuno nella propria tenda.

Il Pelide invece si stendeva sulla riva del mare rumoreggiante

e sospirava forte in mezzo ai molti suoi Mirmidoni:                                                                  60

se ne stava in un luogo sgombro, dove le onde spazzavano il lido.

Allora il sonno lo colse e gli scioglieva le pene del cuore:

lo avvolse dolcemente (l’eroe si era stancato molto

nell’inseguire Ettore verso Ilio battuta dal venti).

Ed ecco che gli apparve l’ombra dell’infelice Patroclo;                                                               65

gli rassomigliava in tutto: nella statura, negli occhi belli

e nella voce; indossava le stesse vesti.

Si fermò in alto, sopra la testa, e gli rivolgeva queste parole:

“Tu dormi e intanto ti dimentichi di me, Achille.

Quando ero vivo, non mi trascuravi: dopo morto sì, invece.                                                     70

Seppelliscimi al più presto! Voglio varcare la porta dell’Ade.

Mi respingono lontano le altre anime, le ombre dei defunti,

non mi consentono ancora di unirmi a loro di là del fiume;

così vado errando intorno alla casa di Ade dalle ampie porte.

Dammi una mano, te ne prego! Non tornerò                                                                               75

più un’altra volta dall’Ade, dopo il rogo funebre.

Non staremo più insieme da vivi, in disparte dai nostri

compagni, a discutere piani: ormai mi ha ghermito

l’odioso destino di morte che mi toccò nascendo.

Però anche per te la sorte è segnata, Achille simile agli Dei:                                                    80

devi cadere sotto le mura dei ricchissimi Troiani.

Ecco, ho un’altra cosa da dirti e da chiederti, se vuoi darmi retta:

non mettere le mie ossa, Achille, lontano dalle tue;

mettile insieme, come insieme crescemmo nel tuo palazzo.

Ancora piccolo, mi portò alla vostra casa                                                                                     85

Menezio di Opunte, per un disgraziato omicidio,

quel giorno che uccisi da sconsiderato il figlio di Anfidamante,

senza volerlo, per una lite al gioco degli astragali.

Allora mi accolse in casa Peleo, guidatore di carri:

mi allevò con ogni cura e mi nominò tuo aiutante in campo.                                                    90

Così vorrei che le nostre ossa le racchiudesse una stessa urna:

l’anfora d’oro che ti donò l’augusta madre”.

A lui rispondeva Achille dal piede veloce:

“Come mai, mio caro, sei venuto qui, e mi fai

queste richieste così precise? Stai pur certo che tutto                                                                95

io farò per te: mi comporterò come vuoi tu.

Ma tu avvicinati a me! Abbracciamoci, anche se per poco,

a consolarci di tristezza e di pianto!”.

Così parlava e protese le braccia:

ma non riuscì a prenderlo. Come fumo, l’anima se ne andò                                                   100

stridendo sotto terra. Achille si svegliò, stupito;

batté le mani l’una sull’altra e disse parole di lamento:

“Ahimé! Allora esiste anche nelle case di Ade

un’anima ed una parvenza, ma non ha più forza vitale!

Per tutta la notte l’ombra dell’infelice Patroclo                                                                         105

mi è stata accanto tra gemiti e lacrime

e mi ha fatto richieste ben precise: era in tutto simile a lui”.

Così diceva e in tutti risvegliò una gran voglia di pianto.

Iliade, XXIII, 57-108





martedì 6 maggio 2025

Dio salva Isacco

 

Sacrificio di Isacco è un dipinto a olio su tela (193x132,5 cm) realizzato nel 1635 dal pittore Rembrandt Van Rijn. È conservato nel Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo.

Genesi 22,1-18

La fede di Abraamo messa alla prova con l'ordine di sacrificare Isacco
1 Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abraamo, e gli disse: “Abraamo!”. Ed egli rispose: “Eccomi”. 2 E Dio disse: “Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va' nel paese di Moria, e là offrilo in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò”. 3 Abraamo si alzò la mattina di buon'ora, mise la sella al suo asino, prese con sé due dei suoi servitori e Isacco suo figlio, spaccò della legna per l'olocausto, poi partì per andare al luogo che Dio gli aveva detto. 4 Il terzo giorno, Abraamo alzò gli occhi e vide da lontano il luogo. 5 Abraamo disse ai suoi servitori: “Rimanete qui con l'asino; io e il ragazzo andremo fin là e adoreremo; poi torneremo da voi”. 6 E Abraamo prese la legna per l'olocausto e la mise addosso a Isacco suo figlio; poi prese in mano il fuoco e il coltello, ed entrambi s'incamminarono assieme. 7 Isacco parlò ad Abraamo suo padre e disse: “Padre mio!”. Abraamo rispose: “Eccomi qui, figlio mio”. E Isacco: “Ecco il fuoco e la legna, ma dov'è l'agnello per l'olocausto?”. 8 Abraamo rispose: “Figlio mio, Dio se lo provvederà l'agnello per l'olocausto”. E camminarono entrambi assieme. 9 Giunsero al luogo che Dio gli aveva detto e Abraamo costruì l'altare, sistemò la legna, legò Isacco suo figlio e lo mise sull'altare, sopra la legna. 10 Poi Abraamo stese la mano e prese il coltello per sgozzare suo figlio. 11 Ma l'angelo dell'Eterno gridò dal cielo e disse: “Abraamo, Abraamo”. 12 Ed egli rispose: “Eccomi”. E l'angelo: “Non mettere la mano addosso al ragazzo e non fargli alcun male; poiché ora so che tu temi Dio, perché non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo”. 13 Allora Abraamo alzò gli occhi, guardò, ed ecco dietro di sé un montone, impigliato per le corna in un cespuglio. Abraamo andò, prese il montone, e l'offrì in olocausto al posto di suo figlio. 14 E Abraamo chiamò quel luogo “Iavè-Irè”. Per questo si dice oggi: “Al monte dell'Eterno sarà provveduto”. 15 L'angelo dell'Eterno chiamò dal cielo Abraamo una seconda volta, e disse: 16 “'Io giuro per me stesso', dice l'Eterno, 'che, siccome tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo, 17 io certo ti benedirò e moltiplicherò la tua progenie come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; e la tua progenie dominerà la porta dei suoi nemici. 18 E tutte le nazioni della terra saranno benedette nella tua progenie, perché tu hai ubbidito alla mia voce'”.

venerdì 4 novembre 2016

René Girard


Luca Mastrantonio
Addio René Girard. grande antropologo (il triangolo sì, lui l’aveva considerato)
Corriere della Sera, 5 novembre 2015

Chi crede nella religione del romanzo, e del desiderio che nasce dall’incontro scontro con l’altro, da questa notte è un po’ più solo. Se ne è andato alla veneranda età di 91 anni l’”immortale” dell’Accademia di Francia René Girard, morto dopo una lunga malattia nella notte del 4 novembre 2015. Ne dà notizia sul suo sito l’università americana di Stanford, dove l’antropologo insegnava da 30 anni, venerato da studenti e colleghi, per i quali era inconfondibile quel volto leonino con i capelli bianchi e uno sguardo infossato che restava dolce sotto le ciglia folte corvine.
Dalla Francia agli Usa
Girard, nato ad Avignone, nel 1923,  ha rappresentato una figura davverso singolare di intellettuale francese in America, dove aveva diffuso la “peste” dello strutturalismo e, soprattutto, ideato una teoria, quella del “desiderio mimetico”, che ha rivoluzionato non solo la critica letteraria, ma l’antropologia, anticipando anche l’intuizione di successive scoperte scientifiche, come quella dei “neuroni a specchio”, degli italiani Vittorio Gallese, Giacomo Rizzolatti e di Andrew Meltzoff, che sono alla base del processo psicologico e sociale dell’empatia.
Il desiderio mimetico
La teoria del “desiderio mimetico”, che compare nel libro Menzogna romantica e verità romanzesca, pubblicato nel 1961 (Bompiani), rivela quello che, a posteriori, tutti ammettiamo di aver sperimentato, ma che Girard intuì dalla lettura di Proust, Dante, Dostoevskij, Shakespeare e altri grandi della letteratura: il desiderio non è un rapporto a due, tra il soggetto nella sua individualità compiuta e l’oggetto nella sua unicità seducente, bensì un rapporto a tre, un triangolo formato dal soggetto, dal modello e dall’oggetto. Il modello è il mediatore, che può essere un genitore, un professore, un mito personale, qualcuno che vogliamo imitare, qualcuno che possiede qualcosa che noi desideriamo perché ci sembra più completo di noi.
Verità romanzesca e menzogna romantica
Questa dinamica svela la finzione, la menzogna apunto del titolo, del romanticismo e, più in generale, della modernità che vedeva il soggetto come un individuo libero, assoluto. Qui appare hegelianamente schiavo del suo desiderio che non è neanche suo, ma derivato. La verità romanzesca è quella dei grandi narratori che svelano la realtà del desiderio. Il mediatore può essere anche non reale, un modello di finzione, letterario, come Paolo e Francesca che si innamorano leggendo il romanzo di Lancillotto.
Sacra violenza
Il mediatore può essere anche un rivale, e da questo punto si sviluppa la seconda teoria di Girard, derivata da Freud dal quale si allontana, così come da Lévi-Strauss: quella del capro espiatorio come violenza sacralizzata che tiene la violenza esterna fuori dalla comunità, o disinnesca quella interna: comunque una violenza nata in risposta al desiderio provocato dal confronto con l’altro. Su questo si incentrano Il capro espiatorio (1967) La violenza e il sacro (1972). Il sacrificio è tipico delle civiltà antiche, arcaiche, come esorcismo della violenza: si uccide qualcuno di debole, remissivo, in un atto reso sacro però, per esorcizzare la violenza che ognuno vorrebbe portare agli altri. Così si placano i conflitti tra le persone e si fonda o rafforza il vincolo sociale. Il sacro è pura coesione.
Imitare il sacrificio
Il cristianesimo, che Girard abbraccia con fervore assieme a tutta la sua famiglia, permette di superare questa violenza perché manda in cortocircuito il meccanismo del capro espiatorio (in un certo senso svela la “menzogna” della violenza attraverso il racconto di Cristo e l’invito a imitarlo). Cristo si offre per volontà del padre come vittima benché manifestatamente innocente: Dio che non chiede il sacrificio di Isacco, figlio di Abramo, ma offre il suo, di figlio, come sacrificio, svelando la finzione: si sacrifica un innocente. Si tratta di un mimetismo inverso e salvifico, perché non più condannato alla rivalità per ottenere il riconoscimento degli altri, e di noi stessi attraverso gli altri, ma per il superamento del conflitto. Imitando Cristo.
Cristiano d’avanguardia

“La gente – diceva Girard – è contro la mia teoria perché è allo stesso tempo d’avanguardia e una teoria cristiana,” dice. ”Quelli d’avanguardia sono anti-cristiani e molti cristiani sono anti-avanguardia. Anche i cristiani sono stati molto diffidenti nei miei confronti.” Molte di queste contraddizioni esplodono con l’ultimo libro, Achever Clausewitz, aveva creato un putiferio in Francia, dove venne pubblicato nel 2007 (in Italia è uscito da Adelphi col titolo Portando Clausewitz all’estremo). Si tratta di un saggio che analizza i terrorismi e i fondamentalismi contemporanei partendo dal trattato ottocentesco Sulla guerra, dello stratega prussiano Von Clausewitz. Negli ultimi anni, convinto che Islam e Occidente potessero uscire dalla violenta spirale di rivalità mimetica, Girard era diventato meno apocalittico. Rispetto a quando aveva sostenuto che “la storia è un test per l’umanità. E l’umanità sta fallendo quel test”.

 http://www.giornalecritico.it/risorse/biblioteca/Girard_01.pdf

mercoledì 4 giugno 2014

Ifianassa


Lucrezio 

Infatti, sorretta dalle mani dei guerrieri, è condotta tremante
all’altare, non perché dopo il rito solenne
possa andare fra i cori dello splendente Imeneo,
ma empiamente casta, proprio nell’età delle nozze,
perché cada, mesta vittima immolata dal padre,
affinché una fausta e felice partenza sia data alla flotta.
Tanto male poté suggerire la religione.

(trad. Luca Canali)

E fu portata su le braccia degli uomini 
così tremante all'altare: non come vergine al rito 
atteso, fra i cori della festa di nozze 
nel corteo delle fiaccole, ma crudelmente casta
nel tempo nuziale fu pallida vittima stesa
sotto il ferro che il padre le immerse nel petto, 
perché si aprisse alle navi la calma del mare. 
Può spingere a questi delitti la religione.

(Trad. E. Cetrangolo)

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nàm sublàta virùm || manibùs tremibùndaque ad àras

dèductàst, || non ùt sollèmni || mòre sacròrum

pèrfectò possèt || clarò comitàri Hymenaèo,

sèd casta ìncestè || nubèndi tèmpore in ìpso

hòstia cònciderèt || mactàtu maèsta parèntis,

èxitus ùt classì || felìx faustùsque darètur.

Tàntum rèligiò || potuìt suadère malòrum.



Nam sublata virum manibus tremibundaque ad aras
deductast, non ut sollemni more sacrorum
perfecto posset claro comitari Hymenaeo,
sed casta inceste nubendi tempore in ipso
hostia concideret mactatu maesta parentis,
exitus ut classi felix faustusque daretur.
Tantum religio potuit suadere malorum.

(De rerum natura, I, 95-101)



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Significativa è qui la scelta di Lucrezio di indugiare sul contrasto tra le nozze promesse alla fanciulla (elemento sottolineato da Euripide) e il motivo reale della sua convocazione in Aulide: lo stesso rito del sacrificio ricalca per alcuni aspetti quello matrimoniale. Tra i più significativi ricordiamo l’espressione “deductast ad aras” che è ricollegabile al rito della deductio, ovvero l’accompagnamento della sposa verso la casa dello sposo, oppure il complemento “nubendi tempore in ipso” con cui si pone l’accento sulla giovane età della fanciulla, ben più adatta alle nozze che alla morte. (Linda Molli)

giovedì 12 dicembre 2013

Marco Revelli, Eroi

Perché il mondo ha bisogno di quegli uomini speciali
La figura di Nelson Mandela riporta d’attualità la questione dell’influenza delle singole personalità sul corso degli eventi storici

la Repubblica, 12 dicembre 2013

Le loro biografie narrano delle discese agli inferi prima dell’ascesa al cielo, delle cadute nella polvere prima della salita agli altari
Personaggi che con le loro straordinarie virtù individuali mostrano l’estensione dei vizi collettivi. E finiscono così per rappresentare l’infelicità pubblica

«Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi…». Anzi, per usare l’espressione originale, «Sventurato quel popolo che ha bisogno di eroi». È la frase che Bertold Brecht, nella Vita di Galileo, fa dire al grande scienziato – uno dei padri della nostra modernità – , subito dopo l’umiliante abiura di fronte al Tribunale dell’Inquisizione, in risposta all’“ingenua” osservazione del suo interlocutore, Andrea Sarti, il quale, deluso, aveva definito «sventurata la terra che non produce eroi». E non è una semplice autodifesa. È, in fondo, una delle più ficcanti rivelazioni della natura nuova dell’“eroe moderno”. Il quale, a differenza dell’eroe antico, o dell’eroe “classico” che con l’assurgere all’eternità della gloria rivelava un pieno della storia, ne mostra invece un vuoto. Non un punto alto (di apoteosi), ma un punto basso (di caduta). Portando alla luce una doppia infelicità. O una doppia miseria.
Un’infelicità storica, in primo luogo, come rivela il senso più esplicito dell’osservazione (un po’ banale) di Andrea, che intendeva alludere, evidentemente, a una condizione quasi disperata se solo un “eroe” – una figura straordinaria – può «riscattare l’umanità umiliata ». E in effetti, disperata doveva essere la condizione del popolo nero del Sudafrica, se fu necessaria la forza morale e fisica di un Mandela per trarlo dal pozzo in cui giaceva. Così come disperata doveva essere la condizione della Roma papalina cinquecentesca, se fu necessario il rogo di Giordano Bruno – quello che, contrariamente a Galileo, non abiurò – per dare il segno di una rivoluzione mentale. E, per venire alla nostra storia nazionale, ben infelice doveva essere la condizione nell’Italia pre-risorgimentale, se furono necessari uomini che offrirono le proprie sofferenze e la propria stessa vita in “sacrificio” per disincagliare la Storia che si era arrestata (tali sono gli eroi del nostro Pantheon, da Amatore Sciesa ai Martiri di Belfiore, dai fratelli Bandiera a Carlo Pisacane, fino a Mazzini e a Garibaldi, che se non morirono comunque patirono).
L’“eroe moderno”, prima di diventare tale, è stato un reietto. La sua biografia narra di una discesa agli inferi prima dell’accesso al cielo. Di una caduta nella polvere prima della salita agli altari, come se appunto la Storia pretendesse non solo le proprie vittime sacrificali per emendarsi dalla propria miseria, ma anche i simboli viventi della propria mutevole (ma alla fine in qualche caso trionfante) Giustizia. Sotto questo aspetto l’esempio di Nelson Mandela è perfetto: terrorista, proscritto, galeotto, prima di diventare materia di orazione funebre dei cosiddetti Grandi della Terra. Figura terribilmente “divisiva”, diremmo oggi, prima di unire nel proprio nome i rappresentanti di quelle stesse Cancellerie che fino a un ventennio prima l’avevano classificato tra i peggiori nemici pubblici.
Vi è poi, però, un secondo tipo di “infelicità” pubblica che l’eroe moderno è chiamato a rivelare. Un’infelicità – meglio una “miseria” – che potremmo definire morale perché quasi sempre queste figure dell’eccezionalità finiscono per mostrare – e misurare –, con le proprie virtù solitarie, l’estensione dei vizi collettivi. Sono uomini – e donne – che marciano “in direzione ostinata e contraria” (come canta De André) rispetto ai loro compatrioti. Questa è in fondo la sciagura delle terre che “hanno bisogno di eroi”: la mediocrità morale del conformismo di massa, resa visibile dalla testimonianza delle poche mosche bianche. Ed in ciò esemplare è la nostra vicenda nazionale. Pressoché tutti gli eroi nazionali novecenteschi appartengono alla striminzita schiera dei “pochi pazzi” che devono, in modo ricorrente, rimediare ai guasti dei “troppi savi”, come scrisse Francesco Ruffini, uno dei 12 professori che nel 1931 rifiutarono il giuramento di fedeltà al fascismo, salvando così almeno un brandello di dignità dell’Università italiana.
Si pensi, a questo proposito, a un titolo come L’intellettuale come eroe (di Marco Gervaso-ni), riferito a Piero Gobetti, interprete esemplare di questo ruolo rivelativo dell’“eccezione”. E a quel vero e proprio testamento precoce gobettiano che è l’Elogio della ghigliottina(1922) dove l’allora ventunenne torinese destinato alla morte in esilio scriveva: «siamo sinceri fino in fondo, io ho atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle nostre sofferenze rinascesse uno spirito». O si leggano, le pagine splendide diUn eroe borghese, l’onore reso da Corrado Stajano alla memoria dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, il silenzioso servitore dello Stato chiamato a liquidare la banca di Michele Sindona e assassinato dalla mafia politica l’11 luglio del 1979. Apparteneva alla piccola schiera di quelli che continuano testardamente a tener fermo il proprio dovere in un contesto di diffusa e prevalente corruzione, servilismo, illegalità. Come, dopo di lui, faranno (e pagheranno nello stesso modo) i giudici Falcone e Borsellino o il generale Dalla Chiesa, per fare solo i casi più ricordati.
A ben guardare, pressoché tutti gli “eroi civili” della nostra storia repubblicana sono morti in solitudine. Anzi, sono morti di solitudine. Ed è questa la ragione per cui la “figura eroica” dovrebbe, presso di noi che ci portiamo addosso questo peso, più che stucchevoli esercizi di retorica, sollecitare penosi esami di coscienza.