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lunedì 18 maggio 2015

Tutti gli uomini del Califfo

Guido Olimpio
Eredi di Osama, orfani di Saddam, ecco tutti gli uomini del Califfo
Luogotenenti, governatori, capi militari: la struttura dell’Isis, diffusa e in parte nascosta

Corriere della Sera, 18 maggio 2015

Se Al Baghdadi morisse, il turbante nero di Califfo passerebbe ad Abu Alaa Al Afri, un turkmeno che combina esperienza islamica, carisma e doti militari. Ci sono poi due veterani: l’ex qaedista Abdullah Alani, 51 anni, e Younis Al Mashdani, che discende addirittura dal Profeta. Ma la regola dell’Isis è andare oltre i leader, per sopravvivere all’eventuale scomparsa di emiri e quadri.

WASHINGTON La regola numero uno per l’Isis è andare oltre i leader. Il movimento deve sopravvivere all’eventuale scomparsa di emiri e quadri. Obiettivo scontato ma anche figlio dell’origine dello Stato Islamico, realtà dove sono confluiti gli eredi di al Zarqawi, gli adoratori di Osama, i nostalgici di Saddam riconvertitisi in jihadisti. Ossia tutti orfani dei loro padri politici. Ed allora chi ha aiutato il Califfo a rimettere in piedi l’organizzazione ha pensato ad una struttura orizzontale diffusa e segreta. A prepararla — secondo lo Spiegel — Haji Bakr, ex agente dell’intelligence baathista. Dunque responsabili con buona autonomia, dirigenti militari flessibili e il budget per sostenere localmente i «governatorati». Quindi il Consiglio, organismi minori e i capi dipartimento. A tenerli uniti il giuramento, il bayat. A Mosul come in Cirenaica, in Nigeria come in Afghanistan, punti geografici dove agiscono i federati dell’Isis.
Questo spiega perché Abu Bakr Al Baghdadi — in piena forma o ferito che sia — possa andare avanti con il piano. Se cade qualcuno, ecco un altro mujahed pronto a prenderne il posto. In questi mesi il Califfo ha visto morire molti dei suoi uomini, come il famoso al Turkmeni, un ufficiale saddamista, o due giorni fa il meno noto Abu Sayyaf, il contabile. La macchina bellica ne ha sofferto, ha dovuto ammettere la sconfitta su alcuni fronti ma è poi ripartita su altri. Ramadi ne è la prova.
La leadership è protetta da un’area grigia, una cortina per non dare troppi vantaggi ai tanti avversari. Si dice che nel caso Al Baghdadi dovesse morire, il turbante nero passerebbe ad Abu Alaa Al Afri, il turkmeno che combina esperienza islamica, carisma e doti militari. Non è il solo. Gli esperti fanno i nomi di due veterani: l’ex qaedista Abdullah Alani, 51 anni, con alle spalle dieci anni di conflitto e Younis Al Mashdani, 55 anni, background religioso, cresciuto in una famiglia che discende dal Profeta. Sono considerati importanti alcuni militanti molto vicini al Califfo. Il saudita Badr Al Shaalan, Turki Al Benali e due iracheni, Osman Al Nazeh e Abu Ali Al Anbari. Quest’ultimo è un personaggio: nato nella regione di Ninive, ha militato nell’esercito del raìs, è ritenuto uno stratega e spesso definito il numero due.
L’ala militare è incarnata da elementi forgiati da tante battaglie. Abu Suleiman al Naser è un altro uscito dal campo di prigionia di Camp Bucca, una sorta di università frequentata da quasi tutti gli alti esponenti dell’Isis. Attualmente avrebbe un ruolo di supervisore su tutte le operazioni, un ministro della guerra. Ha preso il posto di Abu Ayman al Iraqi, eliminato da un raid. Poi tre figure leggendarie per gli insorti: Abu Omar Al Shishani, Abu Wahib e Abu Ather Al Absi. Il primo è un ex soldato georgiano sbarcato nel conflitto mediorientale. Quando le cose si complicano lo chiamano insieme ai suoi guerriglieri del Caucaso. I «ceceni». Ha coordinato molti assalti a basi ben munite sollevando qualche perplessità sulle tattiche estremamente costose in termini di perdite. Abu Wahib è un ribelle evaso e poi diventato «ufficiale» protagonista di scontri nell’Anbar, il regno iracheno dello Stato Islamico. Al Absi, riferimento per tante reclute europee, si è imposto nella regione di Aleppo, dove è l’uomo di fiducia del Califfo.
Missioni speciali per Tareq Al Harzi. Tunisino, ha organizzato il network che deve fornire gli attentatori suicidi, la vera carne da cannone. All’inizio li hanno usati per fare stragi a Bagdad e in altre città, quindi li hanno elevati ad arma di distruzione per demolire le postazioni governative. Tecnica efficace unita a mostruosi mezzi-bomba, riempiti di tonnellate d’esplosivo.
Infine la voce. Abu Mohammed Al Adnani, siriano di 38 anni, è lo speaker dello Stato Islamico. Il suo sentiero è simile a quello di tanti compagni. Catturato, è rimasto in cella fino al 2010, quindi è tornato alla Jihad. A partire dall’estate 2014 ha diffuso alcuni messaggi via web, invitando i lupi solitari a colpire all’interno dei Paesi occidentali. Gli Usa hanno risposto mettendo una taglia di 5 milioni di dollari sulla sua testa. Sperano che qualcuno parli per farlo tacere per sempre.


domenica 15 febbraio 2015

La Libia terra di conquista per le truppe del Califfato

Renzo Guolo
Perché l’Is vuole la Libia
la Repubblica, 14 febbraio 2015

LA LIBIA è sempre più terra di conquista dell’Is. Le milizie che hanno giurato fedeltà a al Baghdadi conquistano anche Sirte. Dopo Derna, dove dallo scorso autunno le milizie del Consiglio della Shura hanno proclamato la loro adesione al Califfato, Sirte è la seconda città libica a finire sotto i vessilli nerocerchiati. Ma l’influenza dell’Is si estende ormai a Bengasi, sino a poco tempo fa incontrastato regno della qaedista Ansar al-Sharia. Ora, sotto la possente spinta simbolica del Califfato, molti dei seguaci di Ansar cominciano a affluire tra i ranghi dell’Is.
Un processo analogo a quanto accaduto in Siria, con il progressivo svuotamento di Al Nusra a favore dell’Is. A Sirte la radio trasmette già discorsi del Califfo Nero, sintomo del nuovo e cruento ordine che si annuncia. E, come ha mostrato anche l’attacco all’hotel Corinthia, gli jihadisti agiscono anche a Tripoli.
Che la situazione sia precipitata lo dimostra non solo l’invito dell’ambasciata italiana ai nostri connazionali ad abbandonare il paese; ma anche la decisione dell’Egitto di far evacuare i propri cittadini. Le immagini da cronaca di una morte annunciata pubblicate sulla rivista Dabiq , con gli incapucciati in nero che fanno sfilare sulla spiaggia di Sirte i ventuno cristiani copti rapiti nei mesi scorsi, definiti come da copione “crociati”, fanno capire che ormai anche l’Egitto è un bersaglio dell’Is. Anzi, un doppio nemico, politico e religioso. Perché il Cairo appoggia e fornisce supporto logistico e aereo alla milizie di Al Hattar, il generale che vuole fare piazza pulita di ogni gruppo islamista in Libia; perché Al Sissi, nemico giurato degli jihadisti in riva al Nilo, vede nei copti un pilastro della sua diga antislamista. La cattura dei copti il Libia viene presentata dai nerocerchiati con la necessità di vendicare le donne musulmane, a loro avviso, vittime del «complotto della chiesa egiziana». Una vicenda annosa, quella delle donne cristiane convertite all’islam, che, secondo la propaganda islamista, sarebbero poi state costrette dalla Chiesa copto-ortodossa a rinnegare la loro conversione. Ma pur sempre una questione sensibile in Egitto, che viene non a caso agitata per rafforzare influenza e reclutamento dell’Is.
In quel grande buco nero che è la Libia, Stato fallito ormai preda delle sue migliaia di milizie armate l’una contro l’altra, il Califfato guadagna terreno. A poche centinaia di miglia dall’Italia e dai confini dell’Europa. Un pericolo enorme per l’Occidente. Non solo da quella sponda i traffici di migranti possono essere gestiti, sotto il controllo jihadista, come attiva forma di destabilizzazione dei paesi europei, Italia in testa. Con le tante katibe che controllano le coste della Tripolitania al servizio, in una logica di convenienza e sopravvivenza, degli obiettivi strategici del Califfo Nero. Ma il Califfato in riva al Mediterraneo può anche diventare il magnete per gli jihadisti del Magheb, dell’Africa subsahiarana, dell’area egiziana e sudanese. Oltre che un mito politico per la gioventù musulmana radicalizzata in Europa. Una sorta di Somalia davanti alla Sicilia. Gli uomini in nero sullo sfondo azzurro del mare non sarebbero, allora, solo un mero effetto cromatico ma una seria minaccia.
Che fare, dunque? Intervenire? E come? Una missione di peace-keeping sotto mandato Onu, come ipotizza il governo italiano, appare problematica in un contesto in cui gli schieramenti, le alleanze, gli interessi di fazioni e milizie locali sono assai mutevoli. Le forze inviate dal Palazzo di Vetro potrebbero diventare un bersaglio senza produrre effettivi risultati politici. Qui più che mantenere la pace, bisognerebbe imporla. Ma un’operazione di peace-enforcement, un intervento militare sotto forma dell’ennesima “coalizione dei volenterosi” di turno, sarebbe ancora più problematica senza avere un realistico progetto strategico per il dopo. Difficilmente Stati Uniti e Europa potrebbero assumersi un simile rischio. Il Califfato, però, e’ ormai alle porte e urge una risposta a questo dilemma tragico. La vicenda riguarda innanzitutto l’Italia, se non altro per i risvolti storici e geopolitici che la legano all’antica Quarta sponda, ma non solo. Più che mai qui i confini sono i confini di tutti. In gioco c’è la sicurezza delle società europee e gli equilibri nel Mediterraneo. Tergiversare sarebbe catastrofico. La questione libica richiede un intervento, e una precisa strategia, da parte della comunità internazionale. Dopo, potrebbe essere tardi.

giovedì 5 febbraio 2015

Il dissenso in seno all'Islam sunnita


Renzo Guolo 
Il corpo negato nel giorno del Giudizio
la Repubblica, 5 febbraio 2015 


 

ANCHE Al Azhar, storico centro teologico del mondo sunnita, condanna l’orribile fine di Moaz al Kaseasbeh, arso vivo dagli aguzzini dell’Is che poi hanno coperto i suoi poveri, e anneriti, resti sotto un cumulo di macerie. Distruzione totale del corpo e negata sepoltura del cadavere integro destinate a impedire, nel giorno del Giudizio, la comparsa davanti ad Allah che, nella sua onnipotenza, deciderà chi salvare o meno, a chi consentire l’accesso al Paradiso o infliggere il tormento eterno. Nella credenza religiosa si ritiene in quel decisivo momento ogni uomo avrà appeso al collo il suo destino, ovvero un rotolo che funge da sorta di registro delle sue azioni buone o cattive. E che il peso di queste azioni deciderà della sua sorte. Decapitare qualcuno o
distruggerne il corpo impedisce alla vittima di comparire davanti a Dio. Da qui la condanna da parte dell’imam di Al Azhar Ahmed el Tayeb che ha invocato l’uccisione, la crocifissione, l’amputazione, per quanti hanno violato la vita e il corpo di Moaz.
La crocifissione rappresenta, coranicamente, una delle pene più atroci da infliggere ai trasgressori della Legge divina. Secondo Al Azhar, dunque, gli uomini dell’Is non sono autentici credenti, ma devianti religiosi. Tayeb non si spinge sino a considerarli non musulmani, il che aprirebbe la questione potenzialmente esplosiva del takfir, l’accusa di empietà che, in assenza di una gerarchia religiosa riconosciuta, tutti, come già fanno i radicali, potrebbero invocare contro tutti. Li condanna, però, come contrari alla lettera del messaggio divino. Una pronuncia che può contribuire a isolare i seguaci di Al Baghdadi. Anche se la crisi del monopolio dell’interpretazione attutisce la portata della pronuncia di Al Azhar. Dal momento che, per avere successo, il contrasto alla deriva jihadista deve passare anche per la delegittimazione delle posizioni di chi usa simboli religiosi per dare forma a un’ideologia politica, le pur tardive parole dell’imam azharita costituiscono comunque un fatto rilevante.






sabato 10 gennaio 2015

Il vuoto del rapper col kalashnikov

Eleonora Martini

Renzo Guolo: il «vuoto» del rapper col kalashnikov

Intervista. I giovani europei e l’integralismo islamico
il manifesto, 9 gennaio 2015

Da rap­per a jiha­di­sta il salto può sem­brare iper­bo­lico. Eppure può essere molto breve, nella «moder­nità liquida». Il pro­fes­sor Renzo Guolo, ordi­na­rio di Socio­lo­gia e Socio­lo­gia delle reli­gioni presso le Uni­ver­sità di Trie­ste, Padova e Torino, spiega i motivi per i quali un gio­vane che nasce e cre­sce nel cuore dell’Europa può sen­tirsi affa­sci­nato e redento dal radi­ca­li­smo islamico.
Par­tiamo dall’assunto che non vanno con­fusi Islam e jiha­di­smo. Allora per­ché certi gio­vani euro­pei si tra­sfor­mano in sol­dati dell’Islam?
Il radi­ca­li­smo è una cor­rente dell’Islam poli­tico. È un’ideologia poli­tica che usa sim­bo­lo­gie reli­giose e cerca una con­va­lida nei testi sacri. Certo, i con­fini non sono sem­plici da mar­care ma la que­stione parte da qui. Anche per­ché non sem­pre chi arriva al radi­ca­li­smo isla­mico ha avuto un’educazione reli­giosa. Anzi spesso siamo nel ter­reno dell’eterodossia totale. Basti pen­sare che tutti i grandi lea­der, tranne al-Baghdadi, non hanno titoli reli­giosi, sono auto­di­datti, e spesso hanno invece una for­ma­zione scientifica.

Per­ché oggi que­sta ideo­lo­gia ha grande suc­cesso anche nelle peri­fe­rie euro­pee?
Per­ché, come ogni grande nar­ra­zione, l’ideologia isla­mi­sta radi­cale copre dei vuoti di senso e di iden­tità tipici della gio­ventù. Non a caso in Iraq e Siria si arruo­lano migliaia di gio­vani euro­pei che in buona parte non sono giunti alla radi­ca­liz­za­zione attra­verso le moschee. A volte infatti il per­corso verso il radi­ca­li­smo isla­mi­sta si nutre di mar­gi­na­lità e pic­cola delin­quenza. L’ex rap­per che diventa stra­gi­sta dimo­stra come si possa pas­sare attra­verso un sot­to­pro­dotto della cul­tura occi­den­tale — inse­rito in un con­te­sto di devianza che deriva da pre­cise con­di­zioni sociali — e, alla fine del per­corso, subire una duplice crisi di iden­tità e di senso. Non sen­tirsi più appar­te­nere com­ple­ta­mente né alla cul­tura occi­den­tale, aven­done vis­suto solo i sot­to­pro­dotti o le tec­no­lo­gie, né alla cul­tura isla­mica che con regole rigide dà senso ad ogni cosa. Il risul­tato è un vuoto di iden­tità che alcuni cer­cano di col­mare con l’Islam radi­cale. Che affa­scina come certe ideo­lo­gie rivo­lu­zio­na­rie nel secolo scorso.

Quindi l’utilizzo dell’elemento reli­gioso è casuale?
No, e non si può dire nem­meno solo che sia stru­men­tale. Ma per capire non pos­siamo usare una chiave di let­tura occi­den­tale, che divide net­ta­mente la reli­gione dalla poli­tica. Siamo davanti a un’ideologia poli­tica che rein­ter­preta in fun­zione mobi­li­tante un reper­to­rio sim­bo­lico reli­gioso che è a dispo­si­zione di tutti. Gli isla­mi­sti si auto­de­fi­ni­scono movi­menti “rivo­lu­zio­nari”, per­ché danno forma a un nuovo ordine, quindi non nel senso usato dai movi­menti occi­den­tali del ’900. Cer­ta­mente, c’è dif­fe­renza tra un intel­let­tuale e chi poi diventa carne da macello. Para­dos­sal­mente però quella ten­denza nichi­li­sta all’auto e all’etero distru­zione, quell’essere per la morte che è stata pre­sente nei gio­vani di molte gene­ra­zioni, trova giu­sti­fi­ca­zione nell’ideologia isla­mi­sta che for­ni­sce obiet­tivi e fina­lità. Senza cadere troppo nell’interpretazione psi­co­lo­gica, ma c’è anche questo.

Vediamo allora i con­te­nuti di que­sta ideo­lo­gia? L’Islam poli­tico ha una lunga sto­ria: dai Fra­telli musul­mani in poi, pas­sando per la rivo­lu­zione komei­ni­sta che affa­scinò anche la sini­stra euro­pea antim­pe­ria­li­sta e ter­zo­mon­di­sta. Ma in occi­dente, dove trova le sue radici?
L’affermazione cora­nica che viene usata come slo­gan fin dai tempi dei tale­ban è: coman­dare il bene e proi­bire il male. Que­sta ideo­lo­gia che trova ante­nati nell’Egitto e nell’India a domi­na­zione colo­niale, per i gio­vani euro­pei si riag­gan­cia, più che all’antimperialismo clas­sico — che è un con­cetto a loro estra­neo — all’anti occi­den­ta­li­smo. In un mondo glo­ba­liz­zato, dove la distin­zione tra glo­bale e locale diventa irri­le­vante, il con­flitto con l’altro diventa il rifiuto totale di quell’occidente dove non si è riu­sciti a tro­vare un posto. E nel campo del nemico ci stanno tutti: Israele, gli Usa e quella che chia­mano la west toxi­fi­ca­tion. La civiltà occi­den­tale diventa cioè ai loro occhi un sistema cul­tu­rale che ha una forma reli­giosa e poli­tica — la società giudaico-cristiana e la demo­cra­zia — total­mente estre­nea alla loro cul­tura, da rifiu­tare total­mente. Ovvia­mente il ter­reno fer­tile di que­sta ideo­lo­gia non sono le élite cosmo­po­lite, ma coloro che non sono riu­sciti a tro­vare uno spa­zio che non sia di pre­ca­rietà e mar­gi­na­lità, e hanno vis­suto solo i sot­to­pro­dotti della cul­tura occi­den­tale, sco­pren­done tutti i limiti. È nel cor­to­cir­cuito dell’integrazione che i pre­di­ca­tori radi­cali hanno buon gioco offrendo alla sot­to­cul­tura da ghetto che è parte dell’occidente un’alternativa di totale rifiuto ed estra­neità, una causa giu­sta. Natu­ral­mente il radi­ca­li­smo isla­mico fa presa anche sulle classi medie, come suc­ce­deva pure nei movi­menti degli anni ’70. Tra i movi­menti “rivo­lu­zio­nari” degli ultimi 100 anni que­sto è forse quello che ha più sto­ria: tutti gli altri si sono bru­ciati nell’arco di un decen­nio, men­tre que­sta uto­pia rea­zio­na­ria, mal­grado tutti gli scac­chi poli­tici che ha subito, con­ti­nua a fare pro­se­liti. Ovvia­mente conta molto il qua­dro poli­tico inter­na­zio­nale, ma è nella moder­nità liquida che rie­merge il tema delle ideologie.

Quindi non c’è via d’uscita?
A breve no. Il nodo vero però è che l’Islam non rie­sce a con­trap­porre un discorso effi­cace di dis­sua­sione. La repres­sione è essen­zial­mente poli­tica e ad opere dei regimi che si ten­gono saldi in un sistema di alleanze inter­na­zio­nali. Dire che il buon musul­mano non uccide non basta. Ci sarebbe biso­gno di una grande bat­ta­glia cul­tu­rale interna al mondo isla­mico che affronti tutti i nodi della moder­nità. Dif­fi­cile, per una reli­gione che non ha gerar­chie, e dove la visione dell’islam secondo uno jiha­di­sta col kala­sh­ni­kov vale tanto quanto quella di un mistico sufi. Vince solo chi rie­sce a orga­niz­zarsi poli­ti­ca­mente. Certo, favo­rire lo scon­tro di civiltà è il modo migliore per ali­men­tare il radi­ca­li­smo islamico.

domenica 6 luglio 2014

La sfida del califfo nero

Renzo Guolo
Il califfo nero
Quella sfida globale per guidare l’islam

la Repubblica, 6 luglio 2014


Esce allo scoperto il Califfo nero. Era una mossa attesa. Non si innesca una sfida simbolica di enorme portata, come proclamare la restaurazione del centro politico e religioso unitario dell’islam, senza uscire dalla clandestinità. Almeno da quella mediatica.
Per potersi imporre a uno scettico, frastornato, frammentato, mondo sunnita, Al Baghdadi ha bisogno di farsi conoscere. E, soprattutto, riconoscere. Oltre i confini del mondo delle avanguardie jihadiste.
Il nuovo ruolo gli impone l’inevitabile attenuazione delle regole di sicurezza che ne avevano sin qui occultato il volto. Almeno quello noto agli organi di sicurezza americani e iracheni, che ne avevano rilevato le fattezze sin dai tempi della sua detenzione a Camp Bucca, dove sino al 2009 è stato recluso per aver partecipato all’insurrezione seguita alla caduta di Saddam.
Così, anche per smentire le insistenti voci di una sua uccisione o ferimento, forse alimentate ad arte da rivali e intelligence ostili per farlo “emergere”, il Califfo nero si è fatto riprendere in una moschea di Mosul. Mentre pronuncia un sermone dall’alto del minbar, il pulpito usato dai predicatori musulmani. Un particolare meditato. Nella tradizione islamica, che secondo i radicali si chiude dopo la scomparsa dei primi quattro successori del Profeta, i cosiddetti ”ben guidati”, il califfo è insieme leader politico e religioso della umma, la comunità di fede islamica. Parlando in una moschea Al Baghdadi mette l’enfasi sul suo ruolo di capo religioso, legittimato dall’essere un dotto in scienze islamiche. Dunque un leader che, contrariamente ai molti autodidatti religiosi, spesso di formazione tecnica e scientifica che hanno guidato negli ultimi decenni la galassia jihadista, conosce davvero quella “teologia della legge” che è l’islam. E ne rivendica, in nome del gergo dell’autenticità tipico delle neotradizioni, il senso del messaggio originario.
Quanto alle capacità politiche e militari, altra prerogativa tipica del Profeta Muhammad, al Baghdadi le ha già dimostrate nel momento in cui ha trasformato l’Isis da un piccolo gruppo di sconfitti in nucleo combattente capace di controllare buona parte delle province sunnite irachene e siriane. E di minacciare Baghdad. Dunque di mettere in discussione, con la sua azione, l’assetto geopolitico del Medio Oriente. Ormai guadagnata sul campo la legittimazione politica e militare, Al Baghdadi ha messo l’enfasi sulla dimensione religiosa. Non a caso l’ufficio propaganda dell’ormai ex-Isis lo ha presentato come «comandante dei credenti».
Il suo discorso, pronunciato indossando il turbante nero che evoca l’appartenenza alle famiglie discendenti dalla tribù del Profeta, ha toccato i temi classici del radicalismo islamista. Come l’appello ai musulmani a considerare lo jihad come obbligo personale e a compiere la hijra, la migrazione, verso lo Stato islamico controllato dalle sue milizie: unico territorio nel quale, secondo i radicali, sarebbe possibile vivere prima della vittoria finale, secondo le regole islamiche. Ovvero, sotto il segno della sharia e la leadership califfale. Affermando che le sorti di Siria e Iraq non riguardano solo siriani e iracheni ma i musulmani tutti, Al Baghdadi ha poi voluto ribadire il rifiuto degli stati nazionali e dei confini nati dal tracollo dell’impero ottomano. Un messaggio che tende a calamitare, ancor più di quanto accada oggi, l’esodo, interiore e esteriore, dei mujahidin verso quello che un tempo fu il cuore dell’impero abbasside. E a rilanciare il messaggio dell’islam come religione che non riconosce che i legami di fede. Lo stesso accenno alla conquista di Roma, intesa come centro di riferimento religioso e spirituale delle “potenze crociate”, indica che nella lotta tra grandi sistemi culturali universali l’islam radicale non si pone limiti territoriali, bensì si presenta come forma di dominio globale.
Un discorso che metterà in allarme, per ovvi motivi, non solo le cancellerie occidentali e i governi della regione, ma anche Al Qaeda storica. Forse avremo presto un altro video: quello del Dottore. Impensabile che Al Zawahiri non si pronunci sul Califfato, istituzione che nemmeno Bin Laden aveva osato riesumare, ritenendo non ancora maturi i tempi. Accontentandosi, come faranno in seguito anche i leader delle organizzazioni regionali qaediste, a proclamare al massimo l’esistenza di un Emirato. La battaglia, non solo mediatica, tra il Califfo nero e l’Emiro di Al Qaeda è solo agli inizi. E costringerà anche gli altri gruppi qaedisti a schierarsi in una battaglia per l’egemonia che si annuncia senza risparmio di colpi. A meno che l’ingresso del vessillo nero cerchiato a Baghdad, non renda accettabile ciò che oggi anche numerosi leader jihadisti ritengono impensabile.