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martedì 11 agosto 2026

La strage delle ancelle

Sonia Macrì
Odisseo, Nausicaa, Arianna o l'altra faccia del mito

il manifesto, 12 luglio 2026 

«Ehilà! Signor Nessuno! Signor Senzanome! Signor Maestro d’Inganni! Signor Manolesta, nipote di ladri e bugiardi!», esclama un coro di ragazze rivolgendosi al suo carnefice. Sono dodici schiave senza nome, colpevoli di essersi concesse a uomini da cui avrebbero dovuto stare lontane o, forse, innocenti vittime del loro abuso. Ma non è importante, perché non sono più in vita, è dal mondo dei morti che levano la loro voce contro l’uomo spietato che le ha fatte impiccare.

Di chi si tratta? Di Odisseo, o Ulisse per dirla alla latina. Quando? Al tempo del suo ritorno a casa e della celebre vendetta ordita – insieme al figlio Telemaco – contro i pretendenti di Penelope e contro le giovani e belle ancelle della reggia di Itaca. Un atto crudele, da vero fuorilegge perché i Proci, in fondo, non avevano commesso alcun omicidio – solo questo nel diritto arcaico ne avrebbe giustificato l’uccisione – e quanto alle serve, nella loro posizione, avrebbero forse potuto sottrarsi a quelle avances? Ulisse, sì, ma non lo stesso della versione canonizzata dell’epos omerico, piuttosto quello immaginato da Margaret Atwood nel romanzo Il canto di Penelope, in cui il reduce dalla guerra di Troia passa in secondo piano: sovrastato dalla denuncia delle ancelle, irriverenti ma incolpevoli, e dalla versione dei fatti che racconta una Penelope tutt’altro che fedele; piegato a un copione che inverte il punto di vista e restituisce la parola a chi non l’aveva nell’antico poema; un Ulisse che incarna il modo in cui la violenza maschile può prevaricare la sfera del femminile.
Non che la prospettiva della Atwood sia l’unica a gettare questo tipo di sguardo sul personaggio greco. In realtà sono gli stessi autori antichi a suggerire l’idea che Ulisse sia un uomo con molte ombre, quando non proprio un anti-eroe. Già i versi dell’Odissea e quelli dei tragediografi gli attribuivano i tratti equivoci dell’avidità e della bugiarderia – secondo alcuni li aveva ereditati dal nonno materno Autolico –, ma è soprattutto uno l’evento destinato a immortalare «l’altra faccia» di Ulisse, vale a dire quello che lo vede sbarazzarsi senza alcuno scrupolo dell’eroe Palamede.
Le cose andarono probabilmente così: Palamede decise di assoldare Ulisse tra le schiere dei guerrieri che avrebbero combattuto a Troia, ma questi non voleva partire e simulò uno stato di follia; per smascherarlo, Palamede finse di voler uccidere il piccolo Telemaco e costrinse Ulisse a intervenire e a rivelare la propria presenza di spirito, per poi arruolarlo; in seguito, a Troia, Ulisse fece in modo che Palamede passasse per un traditore, per vendicarsi di lui, decretandone la condanna a morte. Le informazioni di tutta la storia – di cui si tace nella tradizione epica – provengono da alcuni frammenti di Sofocle e di Euripide, dal sofista Gorgia, dai mitografi Pseudo-Apollodoro e Igino, da Ovidio e dalla testimonianza tarda dello scrittore Filostrato, che nell’Eroico non esita a contrapporre all’uomo dissimulatore, maligno e per niente degno di ammirazione (Ulisse, appunto), un rivale sapiente e animato dalle più nobili virtù.
Eppure, non è certo con l’eroe integerrimo e gentile, non è con Palamede che da esseri umani possiamo stabilire un senso di identificazione, ma con Ulisse, con i suoi impulsi violenti e con il suo sapersi rimettere sempre in gioco. «Odiosamato Odisseo», «Che cosa vedremmo se si voltasse? Uno dei mille volti o il riflesso di noi stessi?», si chiede Maria Grazia Ciani (Le porte del mito Il mondo greco come un romanzo, Marsilio «Biblioteca», pp. 138, € 15,00) mentre ci conduce per gli andirivieni di questo e di altri miti, attraverso una raccolta di brevi saggi che investono varianti inesplorate e tematiche eterogenee – come la questione della traducibilità del greco antico, le similitudini omeriche, il «prototipo» della cartella clinica – con il rigore che contraddistingue la sua ben nota attività di filologa e traduttrice, ma anche con straordinaria capacità affabulatoria.
La studiosa procede avvalendosi non solo degli strumenti del mestiere, ma di molti altri tasselli del suo vissuto intellettuale e convoca molteplici punti di vista, da quello di Virginia Woolf a Sàndor Màrai, da Immanuel Kant a Simone Weil, Wislawa Szymborska e Mimmo Jodice. Nel farlo, si affida a una citazione posta in esergo al volume che recita «La conoscenza può mostrarsi utile, / però è anche divertente fare ipotesi / piuttosto che sapere». Questi versi di un grande poeta del Novecento, W. H. Auden, sono come un apriti sesamo che spalanca le porte del libro a una riflessione di fondo: ogni quesito dischiude una foresta di possibilità e di risposte aperte.
Di certo, il lettore di questa raccolta di saggi dall’andatura narrativa si sorprenderà a scoprire quali sono le alternative offerte dalle fonti antiche meno battute: un’Arianna che guida Teseo nel labirinto non con un filo ma con una corona rilucente d’oro e di pietre preziose, un Achille ormai morto che scambierebbe volentieri la sua gloria con la più miserabile delle esistenze… È impossibile ridurre il mito a una lettura univoca, al punto che possiamo leggere l’Odissea – poema scevro da qualsiasi deriva ‘romantica’ – come il primo testo della letteratura occidentale che prospetti un legame d’amore ideale: presenza del tutto allusiva, certo, ma non così sommersa da impedire il suo riaffiorare in forma esplicita nelle successive ricezioni dell’opera. Quello delle riscritture mitologiche è un campo che Ciani ha recentemente scandagliato da scrittrice, oltre che da grecista, facendoci immaginare con delicato lirismo i pensieri più reconditi di Penelope (La morte di Penelope, Marsilio 2019).
In quale variazione sul mito ci trascinerà in questo caso la studiosa? Ulisse e Nausicaa, ovvero lo straniero e la principessa. Lui è un naufrago, che si fa cantore di incredibili peripezie (le proprie, con i Ciclopi, Circe, le Sirene e così via); lei è una giovane che si accende per la prima volta di turbamento e di desiderio. Lo straniero è pronto a sfidare di nuovo la morte e non per i pericoli dell’ignoto, ma per un bacio della figlia del re, quindi riparte. La ragazza affronta il mare e un destino sconosciuto, pur di seguirlo. A questo punto, però, siamo in un’altra Odissea: quella narrata dal graphic novel di Bepi Vigna e Andrea Serio Nausicaa. L’altra Odissea (Kleiner Flug 2018) con almeno due colpi di scena. Nausicaa incontra Penelope, che rinnega l’eroicità del marito e ne addita «i vizi, gli inganni, le falsità». Infine, la principessa ritrova il suo amore in un angolo sperduto di mondo, ma non si tratta di Ulisse in persona: adesso è un vecchio cantastorie cieco, che si fa chiamare Omero e che per un soldo è pronto a ricominciare, ovvero a raccontare avventure inimmaginabili. Che si tratti di verità o menzogne poco importa.

martedì 24 febbraio 2026

Le donne di Ulisse

Circe

Ilaria Gaspari, Il mare di Circe, Ri-Stampa edizioni, Cittaducale 2025

L’antropologa dovette subodorare qualcosa, e gli regalò un libro sull III rtg out,a maga Circe. Lui lo studiò d8a cima a fondo, mentre non cessava di studiare la donna bionda. Un giorno, mentre il padre era impegnato nella pennichella postprandiale, si spinse fino al limitare del giardino della signora, che per lui da quel momento in poi fu incontrovertibilmente il giardino della maga: pullulava di animali selvaggi, immobili. A vederli si sentì un brivido alla base del collo, eppure non se ne andò. Rimase appostato, aspettando che qualcosa si muovesse. Se gli avessero detto che erano cespugli di bosso potati in forma di animali per capriccio di un giardiniere estroso, lui avrebbe riso e non ci avrebbe creduto nemmeno un secondo, perché la realtà sbiadisce al cospetto delle fantasticherie, che alla fin fine sono l’unica verità cui siamo disposti a credere.

Nel libro gli piacque molto la storia dell’erba moly, che una nota diceva essere simile all’aglio, e che il dio Hermes, tramutato per l’occasione nelle sembianze di un ragazzino, ordina a Ulisse di unire al ciceone, come antidoto al potere della bevanda, per evitare di esser tramutato in porco. Dovette fantasticare parecchio su quella storia, senza parlarne a anima viva; perché quando, l’ultima sera della vacanza, la signora invitò a cena padre e figlio, e servì come antipasto una zuppa fredda spagnola, il gazpacho, specificando che nel bicchiere destinato al padre l’aglio non c’era, il bambino fu preso da uno di quei pensieri indecifrabili che, se ci colgono in certi stati d’animo, ci spingono ad agire con una prontezza e una scaltrezza inusitate. Approfittando della distrazione del padre – stato tutt’altro che raro, in quei giorni che trascorreva con lo sguardo allacciato allo sguardo della maga – sostituì il proprio bicchiere a quello di lui. Disse poi che l’aveva fatto perché non voleva lasciare suo padre privo dell’antidoto alla pozione, che non voleva che fosse esposto ai rischi della trasformazione; ma la verità, quella che non avrebbe ammesso mai, e che anzi non riusciva neppure a pensare per esteso, era che voleva sentire su di sé che effetto faceva, bere il ciceone e affrontare
la mutazione.

Non fu trasformato in maiale, nemmeno dopo che ebbe bevuto tutto d’un fiato il bicchiere di gazpacho senz’aglio destinato al padre. Il quale, invece, conobbe sì una spiacevole metamorfosi: iniziò a gonfiarsi intorno alle labbra, poi alla gola, gli occhi gli si rimpicciolirono fino a sparire nel viso tumido e fu trasportato d’urgenza al pronto soccorso per la violentissima reazione allergica. Di comune accordo, senza bisogno di dirselo, padre e figlio non fecero parola dell’incidente alla madre. E quando, tornato a scuola, il bambino scrisse in un tema di aver conosciuto la maga, la maestra non giudicò che fosse il caso di convocare i suoi genitori; era abituata alla fantasia dei bambini, non c’era proprio niente di strano. Ma noi che abitiamo al promontorio, sappiamo che era tutto vero. Che la maga continua a preparare i suoi incanti, e gli uomini si lasciano ingannare volentieri.

Odissea, libro X, traduzione di Ettore Romagnoli

 Entro una valle, il palagio trovarono bello di Circe,
tutto di lucidi marmi, nel mezzo a un’aprica pianura.
Tutto d’intorno, lupi movevano e alpestri leoni,
ch’essa tenea domati, perché li molceva coi filtri;
né s’avventarono punto sugli uomini; e invece, levati
sui pie’, le lunghe code festosi agitavano tutti.
Come al padrone che torna da mensa costumano i cani
scodinzolare, ché sempre con sé porta qualche leccume:
cosí lupi ed unghiuti leoni d’intorno ai compagni
scodinzolavano; e quelli temevan, veggendo le fiere.
Stettero innanzi alla soglia di Circe dal fulgido crine.
E udir la voce bella di Circe che dentro cantava,
ed una tela grande tesseva, immortale, siccome
l’opere son delle Dive, son fini eleganti fulgenti.
Primo a parlare prese Políte signore di genti,
ch’era fra tutti i compagni l’esimio, il piú caro al mio cuore:
«Compagni miei, c’è una lí dentro che tesse una tela,
e dolcemente canta, che tutta n’echeggia la casa,
non so se donna o diva: su’, diamole presto una voce».


«Ma via, la tua spada riponi
ora nel fodero; e poi saliam sul mio letto: ché quivi
nei cuor d’entrambi induca fiducia l’amplesso d’amore».
     Disse cosí. Ma io risposi con queste parole:
«Circe, come vuoi tu che teco benigno mi mostri?
Fra le tue mura, in ciacchi tu m’hai trasformati i compagni;
ed ora ch’io son qui, macchinando una frode, m’inviti
ch’entri nella tua stanza, che ascenda il tuo letto d’amore,
sì che tu poi mi renda, senz’armi, misero e imbelle.
No, che davvero non voglio salire il tuo letto, se prima
tu non intendi farmi sicuro, col gran giuramento,
che contro me qualche altro malvagio disegno non trami».
     Dissi; e súbito quella giurò come io volli; e quando ebbe
fatto quel giuro, di Circe bellissima il talamo ascesi.

     Stavano dentro le stanze frattanto al lavoro le ancelle.
Erano quattro, che tutte compiean le faccende di casa.
Erano figlie tutte dei boschi, dei fonti, dei fiumi
sacri, che verso il mare travolgon la copia dei flutti.
Stendeva una di queste sovressi i sedili cuscini
tinti di porpora, belli, stendeva di sotto un tappeto:

l’altra dinanzi ai troni traeva le mense d’argento,

e collocava d’oro canestri sovr’esse: la terza
temprava entro una conca d’argento dolcissimo vino
simile a miele soave, disponeva i calici d’oro:
acqua portava la quarta, facea sotto un tripode eccelso
ardere un fuoco grande, su cui rese tepida l’acqua.
Poi, quando l’acqua vide bollire nel lucido rame,
postomi entro la vasca, l’attinse dal tripode eccelso,
la mitigò con soave mistura, le spalle ed il corpo
me n’inondò, la stanchezza mortal delle membra mi sciolse,
Quando poi m’ebbe lavato, cosperso di liquido ulivo,
tutto mi ricoprì d’una tunica, un manto mi cinse,
e mi condusse sul trono stellato di borchie d’argento,
istorïato bello, sotto i pie’ mi pose uno scanno.
E di mangiare Circe mi disse; né voglia io ne avevo;
ma stavo lí, con le idee volte altrove, a funesti presagi.
     Circe, poi che mi vide seduto così, che le mani
non accostavo al cibo, ma tutto ero immerso in cordoglio,
mi si fe’ presso, e queste parole veloci mi disse:
     «Perché stai dunque, Ulisse, cosí, che somigli ad un muto,
senza bevanda né cibo toccare, rodendoti il cuore?
Forse qualche altra mia frode paventi? Non devi temere,
quando t’ho già prestato il gran giuramento dei Numi!»
     Questo mi disse; ed io risposi con queste parole:
«Circe, qual uomo dunque, che privo non sia di ragione,
potrebbe avere cuore di cibo gustare o bevanda,
prima d’aver veduti disciolti i suoi cari compagni?
Se tu brami davvero ch’io mangi, ch’io beva, disciogli,
liberi fa’ ch’io possa vedere i diletti compagni».

 Disse; e il cuor nostro prode convinse con quelle parole.
E qui, giorno per giorno, restammo lo spazio d’un anno,
a satollarci di carne, che tanta ce n’era, e di vino.
Ma quando un anno fu trascorso, stagione a stagione,
furon compiuti i mesi, compiute le lunghe giornate,
cosí, trattomi a parte, mi dissero i cari compagni:
«Diletto Ulisse, è tempo che d’Itaca tu ti ricordi,
se pur vuole il destino che salvo tu rieda, che giunga
alla diletta terra tua patria, e all’eccelsa tua casa».
     Dissero; e fu convinto da quelle parole il mio cuore.
Tutto quel giorno, dunque, sinché tramontato fu il sole,
sedemmo a mensa, carni cibammo, trincammo vin dolce.
Quando s’immerse il sole nel mare, e la tenebra giunse,

quelli nell’alta ombrosa magione si giacquero in sonno;
ed io, com’ebbi il letto di Circe bellissima asceso,
strinsi alla Dea le ginocchia, volgendole questa preghiera:
«Circe, mantieni oramai la promessa che tu mi facesti
di rimandarmi a casa: ché fiero desio me ne punge
ed i compagni miei: ché appena lontana tu sei,
tutti mi vengono attorno piangendo, e mi spezzano il cuore».

Marilù Oliva, L'Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre, Solferino, Milano 2020


Calipso

Calipso
(gr. Καλυφώ; lat. Calypso)
Utet, Letteratura europea on line


Con questo nome è designata nell’Odissea (V, 68 ss.) una ninfa, figlia di Adante, che vive nell’isola di Ogigia, entro una grotta attorno la quale cresce la vite. Nel poema omerico si narra che Calipso accolse Ulisse naufrago e, innamoratasi di lui, lo trattenne per sette anni a Ogigia nonostante la melanconia dell’eroe e il suo rimpianto per la patria lontana. Al termine dei sette anni Zeus, per mezzo di Ermes, ordinò a Calipso di lasciar partire Ulisse, e la ninfa allora diede modo all’eroe di costruirsi la zattera con cui sarebbe giunto presso l’isola dei Feaci.
Il nome di Calipso è stato interpretato in passato come la nasconditrice o la nascosta (dal gr. kalyptō, nascondo). Più recenti studi hanno però proposto che si tratti di un nome egeo-anatolico (da kala, fianco di monte, più il suffisso -yb), significante “la dea della grotta”. Calipso infatti è, come Circe, un’immagine della Grande Dea anatolico-mediterranea.
Essa risiede al centro del mondo (“nell’ombelico del mare”), presso l’albero della vita (che nel mondo anatolico e mesopotamico è simboleggiato dalla vite fin dall’epoca sumera), e secondo lo Jensen è analoga alla giovane dea mesopotamica Siduri, incontrata da Gilgamesh in un giardino al centro del mondo, presso una vite. In quanto signora della vita, Calipso può offrire a Ulisse per trattenerlo l’ambrosia che accorda l’immortalità (e che Ulisse rifiuta, desideroso di tornare a Itaca). Il soggiorno dell’eroe nella grotta, che è santuario e talamo nuziale della dea, dev’essere quindi inteso come una permanenza alle fonti della vita che si inquadra nel grande disegno iniziatico dell’Odissea. Oltre che nell’Odissea, Calipso appare estremamente di rado nella letteratura classica. Esiodo nella Teogonia nomina un’oceanina Calipso, e una tardiva appendice alla Teogonia menziona due figli, Nausitoo e Nausinoo, che Calipso avrebbe avuto da Ulisse. Restano inoltre interpretazioni parodistiche della vicenda di Calipso e Ulisse nell’opera del commediografo Anassila e di Luciano. Oltre che in varie opere ispirate all’Odissea, nelle letterature moderne e contemporanee la figura di Calipso ricompare, tra l’altro, nelle Avventure di Telemaco di Fénelon e nei Dialoghi con Leucò di Pavese.


Odissea, libro V, traduzione di Enzio Cetrangolo

Ma quando nell'isola giunse, ch'era lontana,
 Ermes uscito dal mare violaceo alla riva,
 percorse la terra, finché alla grotta pervenne
 vasta dimora alla ninfa bene chiomata;
 la trovò ch'era dentro. Un gran fuoco
 ardeva al camino; un odore di cedro e di tio
 spirava nell'aria intorno per l'isola.
 E là dolcemente cantando ella tesseva
 con la spola sua d'oro intenta al telaio.
 Un bosco aggirava la grotta fiorente:
 ontani e pioppi e cipressi odorosi,
 dove uccelli di vaste ali avevano i nidi:
 civette e falchi e cornacchie dalla lunga lingua
 gracchianti assidue, amiche del mare;
 e c'era davanti una vite carica d'uve;
 e quattro fontane, l'una all'altra vicine,
 di fila, una chiara acqua mandavano in rivoli opposti;
 e intorno un fiorire era di viole e di apio
 su morbidi prati: tanto che uno là pervenuto.
 anche se dio, ne avrebbe incantata la vista
 e allegrezza del cuore. Là rimaneva
 immoto stupito a guardare il nunzio di Zeus. 

 









Odissea, libro V, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti 

E rispondendole disse l’accorto Odisseo
“O dea sovrana, non adirarti con me per questo:
so anch’io, e molto bene, che a tuo confronto
la saggia Penelope per aspetto e grandezza non val niente a vederla:
è mortale, e tu sei immortale e non ti tocca vecchiezza.
Ma anche così desidero e invoco ogni giorno
Di tornarmene a casa, vedere il ritorno.
Se ancora qualcuno dei numi vorrà tormentarmi sul livido mare
sopporterò, perché in petto ho un cuore avvezzo alle pene.
Molto ho sofferto, ho corso molti pericoli fra l’onde e in guerra:
e dopo quelli venga anche questo!”


Nausicaa

Frederick Leighton, Nausicaa


Ma quando fu per tornarsene a casa,
aggiogate le mule, piegate le belle vesti,
altro allora pensò la dea Atena occhio azzurro,
perché Odisseo si svegliasse, vedesse la giovinetta begli occhi,
e lei dei Feaci alla città lo guidasse.
La palla dunque lanciò la regina a un’ancella,
fallì l’ancella, scagliò la palla nel gorgo profondo.
Quelle un grido lungo gettarono: e si svegliò Odisseo luminoso,
e seduto pensava nell’anima e in cuore:
«Ohimè, di che uomini ancora arrivo alla terra?
forse violenti, selvaggi, senza giustizia,
oppure ospitali, e han mente pia verso i numi?
Come di giovanette mi è giunto un grido femmineo;
ninfe, che vivon sui picchi scarpati dei monti,
nelle sorgenti dei fiumi, nei pascoli erbosi?
Oppure sono vicino a esseri umani parlanti?
Via, dunque, io stesso vedrò e lo saprò».
Così dicendo, di sotto ai cespugli sbucò Odisseo glorioso,
dal folto un ramo fronzuto con la mano gagliarda
stroncò per coprire le vergogne sul corpo.
E mosse come leone nutrito sui monti, sicuro della sua forza,
che va tra il vento e la pioggia; i suoi occhi
son fuoco. Tra vacche si getta, tra pecore,
tra cerve selvagge; e il ventre lo spinge,
in cerca di greggi, a entrare anche in ben chiuso recinto.
Così Odisseo tra le fanciulle bei riccioli stava
per mescolarsi, nudo: perché aveva bisogno.
Pauroso apparve a quelle, orrido di salsedine,
fuggirono qua e là per le lingue di spiaggia.
Sola, la figlia d’Alcínoo restò, perché Atena
le infuse coraggio nel cuore, e il tremore delle membra le tolse.
Dritta stette, aspettandolo: e fu in dubbio Odisseo
se, le ginocchia afferrandole, pregar la fanciulla occhi belli,
o con parole di miele, fermo così, da lontano,
pregarla che la città gli insegnasse e gli desse una veste.
Così, pensando, gli parve cosa migliore,
pregar di lontano, con parole di miele,
ché a toccarle i ginocchi non si sdegnasse in cuore la vergine,
Subito dolce e accorta parola parlò:
«Io mi t’inchino, signora: sei dea o sei mortale?
Se dea tu sei, di quelli che il cielo vasto possiedono,
Artemide, certo, la figlia del massimo Zeus,
per bellezza e grandezza e figura mi sembri,
Ma se tu sei mortale, di quelli che vivono in terra,
tre volte beati il padre e la madre sovrana,
tre volte beati i fratelli: perché sempre il cuore
s’intenerisce loro di gioia, in grazia di te,
quando contemplano un tal boccio muovere a danza.
Ma soprattutto beatissimo in cuore, senza confronto,
chi soverchiando coi doni, ti porterà a casa sua.
Mai cosa simile ho veduto con gli occhi,
né uomo, né donna: e riverenza a guardarti mi vince.
Ieri scampai dopo venti giornate dal livido mare:
fin qui l’onda sempre m’ha spinto e le procelle rapaci,
dall’isola Ogigia; e qui m’ha gettato ora un dio,
certo perché soffra ancora dolori: non credo
che finiranno, ma molti ancora vorranno darmene i numi.
Ma tu, signora, abbi pietà: dopo molto soffrire,
a te per prima mi prostro, nessuno conosco degli altri
uomini, che hanno questa città e questa terra.
La rocca insegnami e dammi un cencio da mettermi addosso,
se avevi un cencio da avvolgere i panni, venendo.
A te tanti doni facciano i numi, quanti in cuore desideri,
marito, casa ti diano, e la concordia gloriosa
a compagna; niente è più bello, più prezioso di questo,
quando con un’anima sola dirigono la casa
l’uomo e la donna: molta rabbia ai maligni,
ma per gli amici è gioia, e loro han fama splendida».
Gli replicò Nausicàa braccio bianco:
«Straniero, non sembri uomo stolto o malvagio,
ma Zeus Olimpio, lui stesso, divide fortuna tra gli uomini,
buoni e cattivi, come vuole a ciascuno:
190 A te ha dato questo, bisogna che tu lo sopporti.
Ora però, che sei giunto alla nostra terra, alla nostra città,
né panno ti mancherà, né altra cosa,
quanto è giusto ottenga il meschino, che supplica.
La rocca t’insegnerò e dirò il nome del popolo.
I Feaci possiedono terra e città,
io son la figlia del magnanimo Alcínoo,
che tra i Feaci regge la forza e il potere».
Disse, e gridò alle ancelle bei riccioli:
«Fermatevi ancelle: dove fuggite alla vista d’un uomo?
Forse un nemico credete che sia?
Non esiste uomo vivente, né mai potrà esistere,
che arrivi al paese delle genti feace
portando guerra: perché noi siam molto cari agli dèi.
Viviamo in disparte, nel mare flutti infiniti,
lontani, e nessuno viene fra noi degli altri mortali.
Ma questi è un misero naufrago, che c’è capitato,
e dobbiamo curarcene: vengon tutti da Zeus
gli ospiti e i poveri; e un dono, anche piccolo, è caro.
Via, date all’ospite, ancelle, da mangiare e da bere,
e nel fiume lavatelo, dov’è riparo dal vento».
Disse così; si fermarono quelle, fra loro chiamandosi,
e fecero sedere al riparo Odisseo, come ordinava
Nausicàa, figlia del magnanimo Alcínoo;
vicino gli posero manto, e tunica e veste,
e nell’ampolla d’oro gli diedero il limpido olio,
e l’invitavano a farsi lavare nelle correnti del fiume.
Disse però alle ancelle Odisseo luminoso:
«Ancelle, state in disparte, mentre da solo
mi laverò la salsedine dalle spalle e con l’olio
m’ungerò tutto: da molto l’olio è lontano dal corpo.
Davanti a voi non mi laverò: mi vergogno
di stare nudo tra fanciulle bei riccioli »,
Così diceva: s’allontanarono esse e alla fanciulla lo dissero.
Intanto Odisseo luminoso si lavava nel fiume
dal sale che il dorso e le spalle larghe copriva,
e dalla testa toglieva lo sporco del mare instancabile.
Come fu tutto lavato, unto d’olio abbondante,
vestì le vesti che gli donò la giovane vergine;
e Atena, la figlia di Zeus, venne a renderlo
più grande e robusto a vedersi; dal capo
folte fece scender le chiome, simili al fiore del giacinto.
Andò allora a sedersi in disparte sulla riva del mare,
splendente di grazia e bellezza, Ne stupì la fanciulla,
e subito disse alle ancelle bei riccioli:
«Sentitemi, ancelle braccio bianco, che dica una cosa:
non senza i numi tutti, che stanno in Olimpo,
quest’uomo è venuto tra i Feaci divini.
Prima m’era sembrato che fosse brutto davvero,
e ora somiglia ai numi che il cielo ampio possiedono.
Oh se un uomo così potesse chiamarsi mio sposo,
abitando fra noi, e gli piacesse restare!
Su, date all’ospite, ancelle, da mangiare e da bere».
Disse così, e quelle ascoltarono molto, e obbedirono:
posero accanto a Odisseo cibo e vino.
E lui bevve e mangiò, Odisseo costante, glorioso,
avidamente: da molto tempo era digiuno di cibo.

[da Omero, Odissea, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi] 


(gr. ; lat. Nausicaa).
Mitica figlia di Alcinoo, re dei Feaci, e di Arete; è protagonista di uno dei più celebri episodi dell’Odissea (libro VI). Nel poema appare come una fanciulla assai bella, degna dell’attributo leukolenos (dalle bianche braccia), che è tipico della dea Era. Per ispirazione di Atena, che le è apparsa in sogno assumendo l’aspetto di una compagna, Nausicaa si reca con le sue ancelle a lavare il corredo nuziale alla foce del fiume: qui d’improvviso le appare Ulisse, che, scampato dal naufragio della sua zattera, è stato gettato dal mare sulla costa dell’isola di Scheria. Nausicaa si mostra subito ospitale verso l’eroe, il quale rivolgendosi a lei l’ha paragonata ad Artemide e a un sacro germoglio di palma visto a Deio presso l’altare di Apollo. Ulisse riceve abiti e olio per detergersi; quando egli riappare a Nausicaa, ornato della bellezza divina che Atena gli ha conferito, la fanciulla immagina un intervento degli dei, e al tempo stesso si augura che il suo futuro sposo sia somigliante a quello straniero. Grazie ai consigli e all’aiuto di Nausicaa, Ulisse giunge alla corte di Alcinoo e vi viene accolto ospitalmente. La figura della fanciulla compare per un’ultima volta nel libro VIII (vv. 457 ss.): essa si congeda da Ulisse poiché sa che l’eroe tornerà alla sua patria, ma gli chiede di non scordarsi di lei, giacché a lei deve la vita. Tra Nausicaa e Ulisse si è stabilito un rapporto che, per la fanciulla, tende a essere non solo di ospitalità ma di amore.
La figura di Nausicaa sembra essere stata evocata soltanto dal poema omerico e da un perduto dramma di Sofocle. Rare sono anche le sue figurazioni: oltre a un dipinto di Polignoto menzionato da Pausania (I, 22, 6), la rappresentano alcuni vasi a figure rosse. (Letteratura europea Utet)

https://palomarblog.wordpress.com/2016/06/03/joyce-il-ritratto-di-gerty/


L' immagine di Penelope

Eva Cantarella
Itaca
Eroi, donne, potere tra vendetta e diritto
Feltrinelli, Milano 2013 [2002]

Bellissima. Così ci appare Penelope, la prima volta in cui, nell' Odissea, scende dalle sue stanze per raggiungere la sala del banchetto, dove i pretendenti alla sua mano stanno ascoltando i racconti di Femio, l'aedo che dopo avere per anni servito Ulisse, ora è costretto a cantare per i proci:

Per essi il cantore famoso cantava: e in silenzio
quelli sedevano, intenti; cantava il ritorno degli Achei,
che penoso a loro inflisse da Troia Pallade Atena.
Dalle stanze di sopra intese quel canto divino
la figlia d’Icario, la saggia Penelope,
e l’alta scala del suo palazzo discese,
non sola, con lei andavano anche due ancelle.
Come fra i pretendenti fu la donna bellissima,
si fermò in piedi accanto a un pilastro del solido tetto,
davanti alle guance tirando i veli lucenti:
da un lato e dall'altro le stava un'ancella fedele.
(Od., 1, 325-335)
 
Bellissima, ma piangente: come del resto in quasi tutte le sue successive apparizioni. [...]
E' con il cuore spezzato, provando "pazzo dolore", dunque, che Penelope scende tra i suoi spasimanti: centootto, per la precisione. [...] Ora ci interessa Penelope, l'oggetto di tanto desiderio. Che vi fosse chi desiderava sposarla era più che comprensibile. Tutte le virtù che si richiedevano alle donne, Penelope le possedeva in massimo grado.


Più desiderabile di lei, sotto il profilo estetico, vi era, forse, in tutto il mondo greco, solamente Elena, bella come una dea immortale, bella al punto che secondo i vecchi troiani seduti presso le porte Scee a guardare la battaglia che infuriava nella pianura, "Non è vergogna che i Teucri e gli Achei schinieri robusti [...] soffrano a lungo i dolori" (Il., 3, 156-157).
Ma al di fuori di Elena, Penelope "divina" (dia) non temeva rivali. Quando scendeva dai suoi appartamenti, gli effetti che produceva sui proci erano devastanti. Ai pretendenti "si scioglieva il cuore nel petto al vederla", "si scioglievano le membra".
Oltre a intenerire il cuore, la sua visione accendeva il desiderio sessuale. Lo "scioglimento delle membra" è l'effetto tipico del desiderio, non solo nel linguaggio omerico: "Eros che scioglie le membra (lusimeles) ancora mi squassa, /dolceamara invincibile fiera", scrive Saffo.
Una sola volta, nell'Odissea, si dice che Penelope, pur piena di ogni virtù, deve temere il confronto estetico con alcune rivali. Più specificamente con la ninfa Calipso. E, singolarmente, colui che fa questa dichiarazione è suo marito: ma, bisogna ammetterlo, in una situazione molto particolare.



Lui, parlando, diceva molte menzogne
che somigliavano a cose vere,
e lei, ascoltandolo, versava lacrime,
che le devastavano il viso
Come si scioglie la neve sulle cime dei monti,
ed è Euro a sciogliere tutta quella che Zefiro aveva ammucchiata,
e i fiu
mi si gonfiano di tutta la neve disciolta,
così si scioglievano di lacrime le sue belle guance,
mentre lei piangeva lo sposo,
che, invece, le stava vicino”. (XIX, vv. 203-209)

traduzione di Dora Marinari

Irene Papas nel ruolo di Penelope

Penelope ritrovata

Odissea, Libro XXIII, 300-309, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti

Ma i due, quand'ebbero goduto l'amore soave,
godettero di parlarsi, uno all’altra dicendo,
lei quanto in casa soffrì, la donna bellissima,
 costretta a vedere la folla sfacciata dei pretendenti,
che a causa sua, numerose le vacche e le pecore grasse
sgozzavano, e molto vino si attingeva dai vasi;
e lui, il divino Odisseo, quante pene inflisse
ai nemici, e quante sventure dovette subire lui stesso,
tutto narrava: lei godeva a sentire, né il sonno
cadde sui loro occhi, finché tutto fu detto.

Marilù OlivaL'Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre, Milano, Solferino 2020

Nel talamo nuziale scorrono come fiumi le parole del racconto: io gli riporto quanto ho patito subendo la presenza degli odiosi Proci, che attingevano dagli orci vino senza fine e facevano sgozzare bestie senza criterio. Lui mi narra ciò che gli è successo e ogni tanto ancora gli scendono le lacrime. Tremo con lui inorridita quando ascolto delle tempeste crudeli, del terribile Ciclope cannibale, dell'orrenda Scilla e della stoltezza bestiale dei defunti compagni, periti per loro misera colpa. Parole fiatate sottovoce riempiono la stanza come una dolce melodia, finalmente la rassicurazione della voce amata, la carezza dolcissima del ritorno svelato. Discorriamo interrompendoci soltanto per baciarci e per concederci il piacere a lungo negato, srotoliamo i giochi d'amore senza la fretta della giovinezza, consapevoli di ciò che ricordiamo l'uno dell'altro, poi riprendiamo a confidarci, ventre contro ventre, bocca contro orecchio, braccia intrecciate, finché un sonno irresistibile non ci sorprende ancora abbracciati. 




sabato 21 febbraio 2026

Vicende e personaggi dell'Eneide

Il dipinto risale al 1748 ed è opera di Pompeo Batoni; fu donato a Vittorio Amedeo III da Luigi Gerolamo Malabaila, conte di Canale e ministro dei Savoia a Vienna nonchè amico dell'artista.

L'incipit

Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris
Italiam fato profugus Laviniaque venit
litora, multum ille et terris iactatus et alto
vi superum, saevae memorem Iunonis ob iram,
multa quoque et bello passus, dum conderet urbem
inferretque deos Latio; genus unde Latinum
Albanique patres atque altae moenia Romae.
Musa, mihi causas memora, quo numine laeso,
quidve dolens, regina deum tot volvere casus
insignem pietate virum, tot adire labores
impulerit. Tantaene animis caelestibus irae?



traduzione di Annibal Caro 

L’armi canto e ’l valor del grand’eroe
Che pria da Troia, per destino, ai liti
D’Italia e di Lavinio errando venne;
E quanto errò, quanto sofferse, in quanti
E di terra e di mar perigli incorse,
Come il traea l’insuperabil forza
Del cielo, e di Giunon l’ira tenace;
E con che dura e sanguinosa guerra
Fondò la sua cittade, e gli suoi Dei
Ripose in Lazio: onde cotanto crebbe
Il nome de’ Latini, il regno d’Alba,
E le mura e l’imperio alto di Roma.
Musa, tu che di ciò sai le cagioni,
Tu le mi detta. Qual dolor, qual’onta
Fece la Dea ch’è pur donna e regina
Degli altri Dei, sì nequitosa ed empia
Contra un sì pio? Qual suo nume l’espose
Per tanti casi a tanti affanni? Ahi! tanto
Possono ancor là su l’ire e gli sdegni?

traduzione di Luca Canali 

Canto le armi e l'uomo che per primo dalle terre di Troia
raggiunse esule l'Italia per volere del fato e le sponde
lavinie, molto per forza di dei travagliato in terra
e in mare, e per la memore ira della crudele Giunone,
 e molto avendo sofferto in guerra, pur di fondare
la città, e introdurre nel Lazio i Penati, di dove la stirpe
latina, e i padri albani e le mura dell'alta Roma.
O Musa, dimmi le cause, per quali offese al suo nume,
di cosa dolendosi, la regina degli dei costrinse un uomo
insigne per pietà a trascorrere tante sventure, ad imbattersi
in tanti travagli? Tali nell'animo dei celesti le ire?

traduzione di Pier Paolo Pasolini

Canto la lotta di un uomo che, profugo da Troia 
la storia spinse per primo alle sponde del Lazio: 
la violenza celeste, e il rancore di una dea nemica, 
lo trascinarono da un mare all’altro, da una terra 
all’altra, di guerra in guerra, prima di fondare la sua città 
e di portare nel Lazio la sua religione: origine 
del popolo latino, e albano, e della suprema Roma. 
Tu, spirito, esponi le intime cause: per quale offesa 
o per quale dolore, la regina degli dèi obligò quell’uomo 
così religioso, a dover affrontare tanti casi, tante 
fatiche: miseria di passioni nei cuori celesti!

Traduzione di Enzio Cetrangolo 

L'uomo guerriero, il profugo io canto che primo
dalle spiagge di Troia giunse fatalmente in Italia
sui lidi di Lavinio; molto e per terre e per mari 
quello fu sbalestrato da Numi celesti a causa dell'ira
lunga di Giunone; e molto in guerra anche sofferse
per fondare la nuova città e condurre i Penati
nel Lazio; da cui la stirpe latina e i padri 
Albani provennero e dell'alta Roma le mura.
Musa, e tu dimmi di questo le cause: per quale
offesa o dolore colei ch'è regina dei Numi
costrinse quell'uomo di fede profonda a passare
per tanti pericoli, a subire tanti travagli.
Un'ira sì grave nei petti celesti permane? 

L'ombra di Ettore

Virgilio
Eneide

II, 268-297

Traduzione di Giuseppe Albini

Era l'ora che il primo sonno scende agli affranti mortali e, divin dono, soave si diffonde. Ecco, mi parve mestissimo vedere Ettore in sogno con grande pianto, qual già strascinato fu da la biga e nero di cruenta polvere e per gli enfiati piè trapunto da le redini. Ahimè qual era! quanto cangiato da quell'Ettore che torna de le spoglie d'Achille rivestito, o messo il frigio fuoco a' legni achei! Fosca la barba, il crin grumi di sangue, con le tante ferite che d'intorno a' muri de la patria ebbe per lei. E mi parve che primo io lo chiamassi piangendo e mesto prorompessi: - O luce de la Dardania, o la piú salda speme de' Teucri, quale ti trattenne indugio sí lungo? da che terra, sospirato Ettore, vieni? Oh come, dopo molte morti de' tuoi e dopo il vario affanno de la città, te lassi rivediamo! Qual malvagia cagione ha guasto il tuo volto sereno? e che ferite vedo? - Ei nulla, e al vano chieder mio non bada; ma con un grido e un gemito profondo - Ah! fuggi, figlio de la Dea, mi dice, e scampa a queste fiamme. È tra le mura il nemico; precipita dal sommo l'alta Troia. Fu fatto per la patria e per Priamo assai. Se si potesse or Pergamo difendere col braccio, era difesa già dal braccio mio. Troia ti affida le sue sacre cose e i suoi Penati: prendili compagni de' fati e cerca lor novelle mura che grandi, corso il mare, al fin porrai -.

Traduzione di Enzio Cetrangolo

Tempo era che il primo sonno comincia ai mortali
infelici e sui corpi stanchi dono celeste
dolcemente serpeggia.
In sogno ecco al mio sguardo Ettore apparve
in largo pianto effuso, imbrattato di sangue
e di polvere il viso come quando
fu trascinato per terra dai cavalli
e aveva i piedi gonfi, legati con le briglie
dietro le ruote della biga:
ruvido nella barba, il sangue raggrumato
tra i capelli, il corpo tutto pieno di piaghe,
quelle che lo avevano ucciso
sotto le mura della patria.
Oh quanto diverso da quell'Ettore che arduo
tornava vestito delle spoglie di Achille,
rosso ancora del fuoco gettato sulle navi
curve dei Greci.
E mi pareva che anch'io piangessi
e lo chiamassi con voce di dolore:
"O luce dei Dàrdani, tu baluardo
della nostra speranza, dove sei stato finora
immemore? Da quali lontananze ritorni,
desiderato? Dopo tanta morte dei tuoi,
dopo tante fatiche umane, stanchi noi ti guardiamo.
Chi ha turbato il tuo viso sereno?
Perché tutte queste ferite che vedo?".
E nulla rispondeva. Solo un grave sospiro
mise fuori dal petto:
poi quel sospiro si fece un gemito: "Fuggi,
tògliti alle fiamme, o nato di madre celeste.
Il nemico è dentro le mura, dalle somme vette
la città rovina. abbastanza fu dato
alla patria e a Priamo. E se la patria ancora
si potesse difendere, certo io 
con questo mio braccio lo farei. Ecco:
ti affido i Penati di Troia e queste cose
sacre; prendile compagne al destino
cerca per loro altre mura:
più grandi le farai di là dal mare".

COMMENTO

Questo canto, tanto commovente quanto famoso, è tratto dal libro II dell'Eneide ed è conosciuto come l’episodio de L’OMBRA DI ETTORE. Questi versi rappresentano, forse, il canto più alto, più toccante, più coinvolgente di tutto il poema insieme a quello de LA MORTE DI DIDONE nel libro IV e a pochi altri che non è il caso di menzionare qui, dilungandosi troppo. Esso piacque e divenne famoso quasi fin da subito. Perché? E’ un canto triste, malinconico, e l’episodio specifico è di una tragicità che fa tremare le ossa, sembra sconvolgere e a volte produrre un senso di angoscia infinito. Eppure in questo canto vi è tutto il pathos della concezione latina della vita e della morte, forse dell’intero pensare e agire del mondo mediterraneo al tempo della Grecia classica e di Roma imperiale.
Enea si trova alla corte di Didone regina di Cartagine, naufrago ed errante, ospite forse temporaneo forse duraturo. Per sdebitarsi dell’ospitalità concessa dalla regina, egli racconta la presa di Troia da parte dei greci; la fine dell’antica e nobile stirpe di Priamo; come riuscì a fuggire dalla città in fiamme e il suo errare alla ricerca di una nuova patria in terre lontane. Ettore era stato l’eroe per eccellenza della città di Troia, colui che era ritornato trionfante con le armi di Achille sottratte all’amico di lui Patroclo ucciso in duello, ma che era stato ucciso, a sua volta, da un Achille furibondo, per essere poi straziato nel corpo, appeso per i piedi alla biga del vincitore e trascinato, quale macabro spettacolo, sotto le mura della città. E’ precisamente in questa veste che appare in sogno ad Enea: lacero, sanguinante, desolato. Non nella gloria ma nella sconfitta. Per esortarlo a lasciare la città ormai perduta e a portare con sé quello che essa ha di più sacro: i Penati, gli dei del focolare; le sacre bende che cingevano l’effigie della dea Vesta e il fuoco a lei sacro. Quasi una trasmissione di testimone rispetto a un mondo e a una civiltà ormai perduti, ma che il Destino vuole rinascano, un giorno lontano e in terre lontane, nella potenza e nella grandezza di Roma dominatrice del mondo. Questo è forse l’intento più nascosto e più sentito di Virgilio: celebrare, per mezzo del Canto, la potenza raggiunta da Roma; dare alla civiltà romana che ha conquistato il mondo allora conosciuto un giusto riconoscimento e l’immortalità attraverso la Poesia. Eppure sembra anche voler dire che tanta conquista e tanta fama sono state possibili con le battaglie più cruente e le guerre più logoranti; spargimenti di sangue; sacrifici immani e la disciplina guerriera più dura. Ettore è solo un’ombra, in sogno; un Ettore vinto e pietoso, ed Enea, altro eroe troiano forse secondo solo allo stesso Ettore, in quel momento, nel suo sonno agitato non è da meno. Il pianto accomuna i due eroi troiani ormai perduti. Il dolore sembra animarli, renderli vivi e ancora capaci di lottare affinché Troia non scompaia per sempre dalla memoria degli uomini; la sofferenza dell’anima e del cuore infonde loro una speranza quasi impossibile e assurda in mezzo alla morte e alla distruzione. Allora Ettore non è più un’ombra che viene dall’Oltretomba ma si trasforma in essere ancora vivo, forse mai morto. Nell’immediata percezione di Enea,  egli costituisce una presenza viva, agisce come una persona in carne ed ossa, parla come qualcuno che ha sofferto e umanamente soffre per le ferite e per le umiliazioni subite, ma che ancora manifesta il desiderio di salvare il salvabile, incarnando sempre l’eroe prediletto sul quale Troia sapeva di poter contare per la propria salvezza o la propria sopravvivenza.
L’episodio dell’ apparizione di Ettore ad Enea è stato definito da Chateaubriand “un compendio dell’arte di Virgilio” perché il poeta latino ha saputo conciliare “l’ora in cui gli uomini nel primo sonno assaporano la quiete così necessaria alle loro membra stanche” con quella fase del sonno in cui, lentamente, i sogni affiorano e prendono forma, restituendo a noi tutti l’immagine amata di persone care ormai scomparse i quali vengono a noi per esortarci, consigliarci e farci capire che non hanno smesso di seguirci dalla dimensione ultraterrena e misteriosa dove la morte li ha portati. Napoleone Bonaparte vedeva, nell’ ombra di Ettore che appare in sogno ad Enea in questo canto dell’Eneide, il destino dei popoli; la fugacità delle conquiste; l’effimero dispiegarsi della gloria e della potenza che passando lasciano posto ad una strana vicinanza, nuda e ultima, fra uomini soltanto affranti, colpiti e rinnovati dall’esperienza forte e intensa del dolore. Nel 2000, il regista inglese Ridley Scott ha girato il film Il gladiatore, con l’attore neozelandese Russell Crowe come protagonista maschile. Forse uno dei rari prodotti cinematografici in grado di descrivere con pertinenza il mondo romano fatto di conquiste sanguinose al prezzo di sacrifici enormi; di una civiltà cruenta che poggia sulla schiavitù e la sopraffazione dell’uomo; sui combattimenti fra gladiatori quali spettacoli gratuiti nelle arene sparse per l'impero, e nonostante ciò portatore, per chiunque sappia coglierla, di quella pietas latina e tutta mediterranea “trasmessa”, quale eredità preziosa, in sogno da Ettore ad Enea e “portata” da quest’ultimo veramente ai confini dello spazio e del tempo.

https://www.poesiaeletteratura.it/wordpress/2012/10/lombra-che-esorta-alla-vita-publio-virgilio-marone/

Enea e Creusa. L'addio

Creusa si smarrisce la notte della caduta di Troia. Enea riempie di richiami le strade per ricercare la moglie quando scorge il suo fantasma. L’eroe tace per l’orrore, i capelli irti sul capo. Creusa parla ribadendo che gli dèi avevano voluto che essa non seguisse il marito nei suoi viaggi ma fosse assunta in cielo per servire Cibele, la Grande Madre. In un estremo, toccante addio, l’ombra della donna ripone in Enea il suo amore per il figlioletto Ascanio. Enea protende gemendo le braccia per abbracciare il collo di Creusa, ma per tre volte egli stringe aria*, e il fantasma si dissolve come un soffio di vento.

"Osando persino lanciare grida nell’ombra
riempii di clamore le vie e mesto chiamai
invano ripetendo ancora ed ancora Creusa.
Mentre deliravo così e smaniavo senza tregua tra le case
della città, mi apparve davanti agli occhi l’infelice simulacro
e l’ombra di Creusa, immagine maggiore di lei.
Raggelai, e si drizzarono i capelli e la voce s’arrestò nella gola.
Allora parlò così confortando i miei affanni:
Perché abbandonarsi tanto ad un folle dolore,
o dolce sposo? Ciò accade per volere divino;
non puoi portare via con te Creusa,
no, non lo permette il sovrano del superno Olimpo.
Lunghi esilii per te, e da solcare la vasta
distesa marina; in terra d’Esperia verrai,
dove tra campi ricchi d’uomini fluisce con placida
corrente l’etrusco Tevere; là ti attendono lieti
eventi, e un regno e una sposa regale. Raffrena
 le lagrime per la diletta Creusa: non vedrò le superbe
 case dei Mirmidoni o dei Dolopi, non andrò a servire donne
greche, io, dardana, e nuora della dea Venere;
la grande Madre degli dei mi trattiene in queste terre.
E ora addio, serba l’amore di nostro figlio”.
Com’ebbe parlato così, mi lasciò in lagrime,
desideroso di dirle molto, e svanì nell’aria lieve.
 Tre volte tentai di cingerle il collo con le braccia:
tre volte inutilmente avvinta l’immagine dileguò
 tra le mani, pari ai venti leggeri, simile a un alato sogno*.
  Così, consunta la notte, ritorno a vedere i compagni.
E qui trovo con meraviglia che era affluita
una moltitudine di nuovi compagni, donne e uomini,
popolo radunato all’esilio, miserevole turba.
Si raccolsero da tutte le parti, pronti d’animo e di forze,
in qualunque terra volessi condurli per mare.
E già Lucifero sorgeva dagli alti gioghi
dell’Ida, e portava il giorno; i Danai presidiavano
le porte, e non v’era speranza di aiuto; mi mossi,
e levato il
padre sulle spalle mi diressi verso i monti.  
(Eneide II, 768-804 traduzione di Luca Canali)

(*) Il topos dell’abbraccio tre volte ripetuto compare in Omero Tre volte mi avvicinai: l’animo mi spingeva a stringerla; tre volte volò via dalle mie mani, simile a un’ombra o a un sogno: e a me un dolore acuto nacque più forte in fondo al cuore. (Odissea, XI, 206-208) e torna in Dante e in Tasso.

Didone sedotta e abbandonata

Mariangela Galatea Vaglio

Didone, per esempio, bravo chi la capisce. Io non ci sono mai riuscita. Ogni volta che prendo in mano l’Eneide mi piglia uno di quegli intorcoli di stomaco che solo la rabbia genera, quando non la puoi sfogare.
Ma come, dico io, benedetta figliola! Hai tutto. Ma tutto tutto, proprio tutto quello che una donna, se ha un briciolo di sale in zucca, può desiderare.
Sei bella. Non come una velinetta da strapazzo, di quelle che sono pezzi di carne buttati lì, con le poppe al vento ed una espressione stolida sulla faccia che nessun chirurgo estetico può cancellare. No, bella bella, perché hai una certa età, ma sei ancora giovane e piacente, e si presume con negli occhi quella luce di intelligenza mista a consapevolezza che hanno le donne con una testa sulle spalle e un passato nel cuore. Sei più che bella, insomma, perché non è solo una questione di avere una certa misura di décolleté, la bellezza, o una certa età anagrafica, o una ruga in più o in meno: la vera bellezza è questione di fascino. E tu, Didone, lasciatelo dire, dovevi averne a secchi e sporte.

Poi hai carattere. Ma di quelli tosti. Vedova d’un uomo che hai amato, ma che, con delicato buon senso, è morto in fretta, lasciandoti libera e regina, narra la leggenda che mica ti sei messa addosso il velo della sposa in gramaglie e via a frignare. No, tu eri proprio regina e proprio libera di testa. 

https://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/2009/07/06/il-complesso-di-didone-ma-perche-le-donne-toste-perdono-la-testa-per-gli-enea/

Marisa Moles 

... Enea non sembra misericordioso e non dimostra molta pietà, specie nei confronti di Didone, regina di Cartagine, che abbandonerà senza pensarci su più di tanto. La sua pietas non deve essere interpretata come la nostra “pietà”, ovvero “sentimento di compassione e commossa commiserazione che si prova dinnanzi alle sofferenze altrui” (come recita lo Zingarelli 2000); la pietas di Enea va ricondotta alla sua adesione indiscussa ed incondizionata ai doveri verso gli dei, verso la patria ed i parenti. 

 https://marisamoles.wordpress.com/2010/09/30/enea-un-immigrato-extracomunitario/

... Ma come si fa, dico io, a non curarsi della moglie, a non voltarsi indietro per accertarsi che stia seguendo il marito? Questa noncuranza mi sconvolge perché un uomo “pio” come Enea avrebbe dovuto salvaguardare il bene di tutti, moglie compresa. Sembra che gli stiano più a cuore i sacri arredi ed i patrii Penati, ovvero le divinità protettrici del focolare domestico e, poiché la patria era considerata una grande famiglia, dello Stato stesso. Non a caso Enea li porta con sé: egli ha, infatti, il compito di trovare un’altra terra su cui rifondare lo Stato che i Greci gli avevano distrutto.

https://marisamoles.wordpress.com/2010/10/16/didone-innamorata/ 
https://marisamoles.wordpress.com/2011/02/16/enea-e-didone-il-connubio/
https://marisamoles.wordpress.com/2012/11/29/didone-amore-e-morte/

Marino Niola 

L’enigma di Enea. Eroe o disertore?

Maurizio Bettini e Mario Lentano sulle tracce del personaggio virgiliano
la Repubblica, 11 gennaio 2014 

«La fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia, due quarti alla sorte e l’altro quarto ai loro delitti». La frase che Ugo Foscolo fa pronunciare a Jacopo Ortis è profondamente vera, ma solo a metà. Perché a fare una buona pasta d’eroe non bastano le materie prime. Ad essere decisivo è il loro assemblaggio, il modo in cui l’officina del mito ne costruisce la figura. E la ricostruisce. Dandole connotati e significati che mutano col passare dei tempi. Un esempio perfetto del funzionamento della macchina mitologica ce lo offrono Maurizio Bettini e Mario Lentano in uno splendido libro dedicato a Enea, un personaggio che più mitico non si può (Il mito di Enea. Immagini e racconti dalla Grecia a oggi,Einaudi).
Coprotagonista dignitoso dell’Iliade omerica, il figlio di Venere e Anchise diventa, al termine di una lunga serie di peripezie, il primattore dell’Eneide di Virgilio. Che ne italianizza la figura facendone il lontano progenitore di Roma.
Gli autori ci guidano abilmente attraverso la complessa partitura mitografica decostruendola nelle sue innumerevoli varianti, poetiche, letterarie, iconografiche, musicali. Ciascuna delle quali aggiunge o toglie qualcosa al ritratto dell’eroe virgiliano. Che per noi resta l’immagine madre, quella che ha tuttora il volto delpio Enea. Ma chi Enea sia veramente è difficile dirlo perché più lo si guarda da vicino più l’immagine si scompone in mille particolari. Che non raccontano tutti la stessa storia. Anzi ciascuno è l’indizio e l’inizio di una controstoria, dove le materie prime della ricetta foscoliana, audacia, sorte, delitti, vengono rimescolate ogni volta in modo diverso, con effetti spesso opposti. Risultato, Enea è uno nessuno e centomila. E finché resterà un mito, capace di parlare alla nostra mente e ai nostri cuori, continuerà a mutare pelle. Ed è proprio grazie a questa incessante metamorfosi che le storie degli antichi continuano a vivere nel nostro immaginario.
In realtà l’Enea che nasce da quel big bang dell’universo mitologico antico che è la guerra di Troia, ha un destino che va in senso opposto a quello di Achille, Ettore, Aiace. I diversi frontman omerici sono esseri per la morte, per dirla con Heidegger. E la loro fine segna appunto il tramonto dell’età eroica. La loro dimensione è il passato. Tutto il contrario di Enea che comincia la sua vita proprio dalle ceneri della città di Priamo, prendendo il largo verso il futuro. Bettini e Lentano si mettono sulle sue tracce, si calano nella profonda spirale del mito sottoponendo a un’affascinante interrogazione le voci greche, romane e cristiane. L’indagine finisce per gettare non poche ombre sulla condotta morale del padre di Ascanio. E perfino sul suo ardore guerriero. Secondo Tertulliano, Lattanzio e sant’Agostino che, da intellettuali cristiani, avevano tutto l’interesse a screditare uno dei simboli identitari della Roma pagana, l’eroe sarebbe stato così poco coraggioso da abbandonare Troia prima della battaglia finale. Così l’immagine edificante del grande guerriero che porta in salvo il vecchio padre, viene oscurata da quella infamante del disertore. E perfino del traditore. Della patria, ma anche delle donne che egli incontra nel suo viaggio e dalle quali ha spesso figli: un nome per tutti, Lavinia, moglie italica del troiano errante, nonché madre primigenia di una stirpe che arriva a Romolo e Remo.
Ma l’affaire più celebre resta quello con Didone, che gli autori ricostruiscono in un avvincente capitolo intitolato «Aeneas in love». Il transfuga, fresco vedovo di Creusa, arriva a Cartagine dove conquista i favori e le grazie della bella regina. E poi la molla per correre dietro alla sua missione. Sedotta e abbandonata, l’infelice sovrana si uccide per il dolore. Mentre Enea non si lascia sfuggire una sola parola d’amore per la donna. Come si addice a un uomo duro e impuro. La storia comunque ha fatto giustizia. Il lamento di Didone è sopravvissuto all’afasia di Enea. Volando fino a noi sulle ali iridescenti della musica di Henry Purcell. E ci spezza ancora il cuore. Perché alla fine la passione vince su ogni missione.

Enea e Didone nell'Ade
Eneide,  libro VI
traduzione di Luca Canali

450 Tra queste donne vagava nella grande selva
Didone con la ferita recente. Appena Enea
le fu vicino e la riconobbe in mezzo alle ombre,
oscuramente, come chi scorge o crede di scorgere
all’inizio del mese la luna in mezzo alle nubi,
455 pianse e le si rivolse con dolce amore:
“Infelice Didone, era dunque vera
la notizia che ti eri uccisa col ferro, compiendo la scelta suprema?
Io sono stato la causa della tua morte? Eppure ti giuro
sulle stelle, sugli dei, e se qualcosa fa fede sotto la terra,
460 malvolentieri, regina, ho lasciato il tuo paese.
Ma il comando divino che adesso mi fa andare in mezzo alle ombre,
per luoghi squallidi e desolati, nel buio profondo,
mi obbligò col suo potere, e non potevo credere
che la mia partenza t’avrebbe dato tanto dolore.
465 Fermati, non ti sottrarre al mio sguardo.
Chi fuggi? Per destino, è questa l’ultima volta che posso parlarti”.
Con queste parole Enea cercava di addolcire la donna
ardente, torva nel volto, e versava lacrime.
Lei senza guardarlo teneva gli occhi fissi per terra.
470 Le parole di Enea non cambiavano l’espressione
del suo volto più che se fosse di pietra o di marmo.
Alla fine si scosse e si rifugiò, ostile,
nel bosco ombroso, dove il primo marito, Sicheo,
risponde al suo affanno e ricambia il suo amore.
475 Nondimeno Enea, sconvolto dall’iniqua sciagura,
la segue a lungo nel suo cammino, e la commisera, e piange.