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martedì 23 settembre 2025

Don Giovanni redivivo

Mauro Trotta
"Narciso Boccadoro. Seduttore seriale". Omaggio ai romanzi libertini del '700
il manifesto, 23 settembre 2025

Un libro che si intitola Narciso Boccadoro. Seduttore seriale (Graus edizioni, pp. 146, euro 15) già sembra dare quanto meno un indizio sull’idea di letteratura dell’autore, con il suo evidente richiamo al Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse. Se poi, nella prima pagina si legge che si tratta di un adattamento delle memorie del fedele servo di un conte, riscritto a causa dello stile «alquanto indigesto per i lettori contemporanei», l’evidente riferimento a I promessi sposi di Manzoni, rende chiaro il gusto dell’autore, Angelo Battagli, per la citazione, il rimando, il pastiche. Si aggiunga che ogni capitolo è introdotto dalla citazione di una frase in latino di autori come Orazio, Marziale o Seneca e diventa evidente che ci si trova dinanzi a un libro diverso dalla maggior parte dei romanzi ora in libreria.

IL TESTO DI BATTAGLI è innanzi tutto un libro divertente, ed anche questo è chiaramente espresso subito, nella dedica iniziale al padre dell’autore, dove si dichiara che l’intento è quello di «strappargli un sorriso, ovunque si trovi adesso». E, in effetti, il linguaggio usato, le peripezie narrate, la struttura del romanzo e soprattutto lo stile si dispiegano tra l’ironico e il grottesco, non disdegnando nemmeno l’utilizzo del sarcasmo. La storia è incentrata sulla figura di Narciso Boccadoro, al secolo Voccabella, di professione attore o, meglio, «macchina attoriale» e impenitente e inarrivabile seduttore. Proprio per sfuggire alle conseguenze di questa sua vocazione è costretto a fuggire da Napoli, dove è nato e vive, e a percorrere l’Italia e l’Europa.

La sua vita si svolge sui palcoscenici – o meglio sui boccascena – e nei letti di Italia, Francia, Germania, nella prima metà del ’900, morirà nei primi anni ’50 del secolo scorso. Incontrerà personaggi come Filippo Tommaso Marinetti, Emilio Salgari, Alma Mahler, Oskar Kokoschka. Tra avvelenamenti, amori, duelli, fughe, agguati la storia acquista un carattere avvincente, ma al contempo è punteggiata da riflessioni, citazioni e richiami (da Cesare a Democrito, da Bernardo di Chartres ad Heidegger) che le donano un ritmo e una forma che sembra avvicinarla alla letteratura libertina del ’700.

DEL RESTO IL PROTAGONISTA sembra essere un’ulteriore incarnazione di Don Giovanni o Casanova, cosa che rafforza l’impressione di essere sprofondato nella Venezia o nella Parigi del ’700. Accanto al protagonista, nel susseguirsi di vicende avventurose e rocambolesche, emergono le figure di un’anziana dama, di un sacerdote particolare e di un nobile inglese spregiudicato nell’uso delle armi. La scrittura di Battagli, poi, è rimarchevole nel raccontare una storia novecentesca dal sapore settecentesco. Da notare, infine, che all’interno del romanzo si trovano anche la storia di come Marcel Marceau scoprì la sua arte e decise di diventare un mimo e l’origine dei selfie.

venerdì 8 agosto 2025

Confessioni di un bagnino

Stefano Mazzotti non è il bagnino dell'intervista


Filippo Fiorini
Lo storico bagnino: "Io, Fellini e le tedesche sul moscone, la Riviera ha voltato le spalle al mare"
La Stampa, 8 agosto 2025

Sono vitelloni, latin lover, rubacuori, «birri» di Romagna. Fieri di essere bagnini. Anche se il tempo scorre, loro restano gli stessi. Si adeguano alle mode, rinnovano l’abbronzatura, sorridono sui ricordi di ragazze (e di ragazzate) passate, così come sorridono ad ogni nuova stagione balneare che inizia, trascorre e va, come i loro adorati turisti. Fausto Ravaglia, mezzo secolo in servizio alla sua Marano Beach di Riccione, racconta quel che è stata la Riviera, che cosa è cambiato, perché tanti sempre tornano e perché altri invece vanno altrove. Per il futuro, questi piccoli imprenditori che conservano nella conduzione famigliare il segreto della loro rinomata accoglienza, si sentono minacciati dai grandi capitali esteri a cui la direttiva Bolkenstein ha aperto le concessioni sulle spiagge. Nonostante una stagione tutt’altro non eccellente, confidano in un Ferragosto sold-out.

Da quanto fa il bagnino?
«Sono 53 anni quest'anno».

Come è cambiata la Riviera?
«Strutturalmente, e nel modo d’uso. Oggi, c’è un turismo mordi e fuggi. Una volta, si facevano le vacanze lunghe. Ferie di 15 giorni o un mese. Dagli Anni 60 fino ai ’90, venire qui era una questione di status e noi a Riccione, in questo siamo sempre stati un punto di riferimento».

E la clientela?
«È cambiato anche il pubblico. Anni fa, avevamo la Mitteleuropa che ci invadeva. Tedeschi, svedesi, inglesi. L'aeroporto Fellini di Rimini lavorava molto, ora è deserto. Poi, in agosto arrivavano gli italiani».

Che cosa ha causato il cambiamento?
«Un trauma notevole c'è stato nel 1989 e nel '90, per le mucillagini. Lì, hanno preso vigore le località balneari concorrenti, come quelle in Spagna. Poi, c'è stata una rivalità sempre più aggressiva dai Paesi emergenti. Sia chiaro, l'offerta in stile romagnolo non si trova da nessuna altra parte, ma anche altrove hanno ammodernato le strutture».

Come si è adeguato?
«Ho già fatto tre ristrutturazioni radicali. Dall'ombrellone e lettino, che c'era una volta, con i mosconi a remi, si è passati ai mosconi a pedali. Poi, le moto d'acqua. Dalla mucillagine in poi, abbiamo un po’ girato le spalle al mare. Abbiamo iniziato a offrire servizi a terra, anche se la qualità dell’acqua migliorava. C'è stata la deindustralizzazione del porto. Sono stati installati depuratori d’avanguardia. Il nostro Adriatico non è mai stato bello come oggi. Ora, ci concentriamo sui servizi: prima i campi da beach volley e tennis, le aree giochi per bambini e l’animazione. Abbiamo fatto gli idromassaggi e le piscine. C’è stato il periodo delle motonavi, che adesso vanno scomparendo, ora, ci sono i chioschetti per gli aperitivi».

E il mito del vitellone, sopravvive?
«Siamo parte della storia, la tradizione resta. Fellini ha immortalato per sempre il fenomeno com’era negli Anni 50, ma ci sono tante generazioni successive che ne hanno fatto parte, tenendo vivo questo spirito pieno di leggerezza e libertà».

Può svelare qualche trucco?
«Per esempio, all’epoca si prendeva il moscone per andare a fare il bagno. Ce n’erano di tre tipi e bisognava scegliere quello con il prendisole, così la straniera si metteva subito comoda e tu, al momento giusto, avevi modo di fare i tuoi tentativi d'approccio».

Per forza una straniera?
«No, ma con le italiane eravamo più impegnati durante la settimana, perché nei week-end arrivavano mariti e fidanzati. Poi, scherzando tra ragazzi, dicevamo che una straniera valeva più punti nella classifica dei rubacuori. Comunque, una volta al largo, c’era abbastanza intimità per lasciarsi andare. Però, mentre tu eri indaffarato, la corrente ti portava verso riva e finiva che ti vedevano i bagnanti, allora dovevi subito riprendere i remi e tornare al largo».

Che cosa vede nel futuro della Romagna?
«C'è la grossa incognita della Bolkenstein, per cui chiunque può partecipare al bando per le spiagge. Anche le multinazionali. Questo è un pericolo per la nostra identità, la storia, la gestione famigliare fatta di microimprese accoglienti. Lo abbiamo visto succedere a Jesolo, dove la Geox ha acquistato sei bagni. Su questo, c'è una grossa responsabilità politica, in cui vedo poche idee e molto confuse. La nostra categoria, poi, non ho mai capito perché, gode di poca simpatia, ma è un lavoro di grande impegno, umano ed economico, che comincia da marzo».

Domani ci sarà uno sciopero dei bagnini perché il tratto di mare da controllare durante la pausa pranzo è molto grande. Che ne pensa?
«Oltre che bagnino, sono preparatore e maestro di salvamento. Penso che abbiano tutte le ragioni per dire che dover controllare 300 metri di mare è una grossa responsabilità. In passato c’era un’ora buca, ora sono due, con un’area più ampia da sorvegliare. Così, è vero che la sicurezza è aumentata, ma sarebbe meglio che i bagnini fossero pubblici ufficiali, con una qualifica simile a quella di un vigile del fuoco. Dovrebbe essere lo Stato a garantire questo servizio indispensabile, anche perché al giorno d’oggi i bagnini scarseggiano».

La stagione, come va?
«Non tutte le ciambelle riescono con il buco, e questa sta venendo col buco storto: il potenziale delle famiglie è limitato. È aumentato tutto tranne stipendi e pensioni. Il meteo è imprevedibile e, se le previsioni mettono pioggia, molti disdicono all’ultimo momento. Non dimentichiamoci che noi qui vendiamo soprattutto l’ombra. Giugno è andato bene, anche grazie agli eventi prima dell’alta stagione. Luglio, meno. Agosto promette sold-out, almeno nelle settimane centrali. Comunque, i conti li facciamo quando chiudiamo gli ombrelloni».

domenica 8 settembre 2024

La tragedia di un uomo ridicolo



  Sangiuliano si è dimesso, c'è chi prova a tracciare un bilancio della vicenda. Concita De Gregorio sulla Repubblica non solo concede a Maria Rosaria Boccia l'onore delle armi, si spinge oltre facendola salire, non da sola, sul gradino più alto del podio: "Le bionde, qui, hanno vinto la partita. Barbie premier. Barbie moglie. Barbie influencer. Ragazze: avete visto come si fa? D'ora in avanti: occhiali a raggi x, controllo delle mail e a voi il governo. Non date loro quello che vogliono: promettetelo solo. Coi cuoricini, gli emoticon". Altri opinionisti invece si mostrano assai meno generosi verso la sventurata influencer. Flavia Perina nell'articolo che segue mostra come vi sia stato a conclusione della vicenda un mutamento nel costume licenzioso della destra italiana al potere. Berlusconi è definito uno sciupafemmine e più oltre nel testo si parla di Kennedy, Togliatti e Mitterrand. Tutti casi diversi l'uno dall'altro e difficili da ridurre a un modello comune. Nilde Iotti e Anne Pingeot erano donne di una specchiata rettitudine morale mentre una star come Marilyn Monroe non è paragonabile a una organizzatrice di eventi in cerca di status. La pur ardimentosa Maria Rosaria Boccia è dipinta da Flavia Perina come scafatissima: sarebbe "una che ci ha provato e ne è rimasta sepolta".  Ricordiamo che il prode Sangiuliano tanto onnipotente (nella sua autorappresentazione) quanto incompetente (nella realtà) dovrebbe tornare alle sue occupazioni di prima, riprendendo il suo posto di giornalista alla Rai. Alla fin fine lui si salva, mentre lei viene votata alla perdizione. Così va a finire l'omelia, per quanto animata dalle migliori intenzioni. Peggio di Flavia Perina ha fatto Alessandro Sallusti che sul Giornale ha reso onore a Gennaro Sangiuliano mentre ha condannato Maria Rosaria Boccia, da lui vista come la carnefice, all'espulsione dalla società civile. La scellerata "non serve più nulla a nessuno", ha scritto. Colpevole e votata all'annientamento sociale la fanciulla, recuperabile e umano nella sua debolezza il millantatore. Forse la Bibbia non è altrettanto dura con Eva, ma quello è un testo sacro, non un articolo di giornale. 

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Flavia Perina, Nel centrodestra chiusa un'era. Basta sfarfallamento maschile, La Stampa, 7 settembre 2024

 Le dimissioni-licenziamento di Gennaro Sangiuliano rendono evidente in modo clamoroso che nel centrodestra si è chiusa l'era delle concessioni libertarie allo sfarfallamento maschile intorno a signorine intraprendenti, alle Ruby Rubacuori, alle "belle brave che sanno anche le lingue", alle igieniste dentali premiate nei listini bloccati. Magari qualcuno non lo aveva ancora capito, ma non sono più quei tempi. Non c'è più lo sciupafemmismo del leader maximo a garantire alibi e copertura ad ogni attraversamento del confine pubblico-privato. C'è una leader donna che ha fatto sacrifici anche personali per sottrarre sé stessa e il suo ruolo al ridicolo e alla battuta greve. Ha fatto un calcolo sbagliato chi si aspettava da lei il tipo estremo di indulgenza che, in altre stagioni, aveva giustificato ogni intemperanza dei nostri Pasqualino Settebellezze, o addirittura aveva considerato un pregio politico la capacità di attirare belle ragazze. La destra sarà costretta a prenderne atto e ad uscire dalla suggestione che, in questa materia come in molte altre, esista un continuismo appena interrotto dalla parentesi dei governi di emergenza, tecnici, strani, visti nell'ultimo decennio.

La legittimità di costruirsi corti femminili a piacimento, badando soprattutto all'estetica e alla compiacenza, è un dato che il centrodestra italiano ha dato per scontato per molto tempo. È stata difesa con tenacia perché era il mood di Silvio Berlusconi e non poteva essere discusso. Curriculum inventati, competenze fabbricate a tavolino, costante rivendicazione dell'irrilevanza del mischiare affari di letto, di politica e d'ufficio con il refrain: e allora Kennedy e Marilyn? E allora Mitterrand con la sua figlia segreta? E allora Togliatti e la Jotti? Una infinita galleria di esempi per dimostrare che certe trasgressioni avevano il peso di una piuma e che il sospetto di ricattabilità era la solita invenzione delle opposizioni. Il centrodestra aveva imparato a memoria questa routine giustificativa: adesso viene seppellita del tutto dall'addio al ministro che ha mischiato G7 e affari di cuore, un avvertimento vistoso a ogni maschio in posizione di potere che non ha ancora chiaro quanto sono cambiati i tempi.

Eravamo forse l'ultimo Paese occidentale a tenere in piedi il racconto del "che male c'è" e del "così fan tutti". Per fortuna è finita. Sarà un segnale anche per le signore che hanno fatto una professione dell'intortarsi uomini potenti e fragili ricavandone qualcosa. Maria Rosaria Boccia, la scafatissima che fino a ieri sembrava in grado di ottenere preziose contropartite in cambio del silenzio, uscirà di scena come una che ci ha provato e ne è rimasta sepolta.

Le sue chat non contano più niente, a nessuno più interessa dei suoi celebrati sopralluoghi, ed è difficile immaginare che la sua carriera di "eventista" abbia un seguito dopo i pasticci che ha combinato. Ora che il suo ex è un ex assoluto – non solo ex-amante ed ex-datore di lavoro ma pure ex-ministro ed ex-politico – anche il valore delle sue interviste e del suo potenziale libro di memorie (tutte ne scrivono uno) è pressoché azzerato, mentre si avanza il rischio di denunce e spese d'avvocati. Ne sembra consapevole: ieri ha rivelato di aver cercato fino all'ultimo una conciliazione e una strategia comune con Sangiuliano, «ma lui ha detto di no», ha concluso sconsolata.

E dunque, signori e signorine attenti. Le modalità del potere sono cambiate. Giorgia Meloni può pure farsi chiamare "il" presidente del Consiglio, in omaggio al maschilismo di larghi pezzi del suo mondo, ma è comunque una premier donna, e anche in questa circostanza la cosa ha marcato una differenza. A Sangiuliano ha concesso molti tentennamenti, e ieri, a storia chiusa, anche l'onore delle armi, salutandolo personalmente come «una persona capace e un uomo onesto». Così, dopo una settimana di silenzio sbalordito dei suoi (o di frecciate coperte dall'anonimato) il ministro ha potuto andarsene tra le lodi degli amici: profondo senso delle istituzioni, forte abbraccio, ha onorato la Patria, dato nuovo slancio alla cultura italiana, rivoluzionato i beni culturali, brillante impegno, grande merito, eccetera. Ma le parole di apprezzamento postumo non cambiano il nocciolo dei fatti, che non è lo strapotere maligno del gossip, la gogna dei social, o la catena di errori di comunicazione commessa in questi giorni, bensì un dato assai più serio e nuovo: per la prima volta nella storia politica italiana un ministro ha perso il posto per aver promesso (e quasi dato) un incarico pubblico alla sua amante. Per la prima volta si sancisce: questo non si può fare.











mercoledì 28 novembre 2018

Ebbene, Signore, vi amo


Arlecchino.
Ah! Signora, non fosse entrato lui vi avrei detto cose splendide, e invece adesso troverò solo idee banali, a parte il mio amore che è straordinario. Ma riguardo al mio amore quand'è che il vostro gli farà compagnia?
Lisette.
C'è da sperare che questo accada.
Arlecchino.
Ma voi credete che possa accadere?
Lisette.
La domanda è piccante; mi mettete in imbarazzo: vi rendete conto?
Arlecchino.
Che volete? Brucio e grido al fuoco.
Lisette.
Se mi fosse permesso di spiegarmi così, rapidamente...
Arlecchino.
Per me, in coscienza potete farlo.
Lisette.
Il riserbo del mio sesso non vuole.
Arlecchino.

Adesso il riserbo non sembra tanto forte; lascia intravedere ben altre concessioni.
Lisette. 
Ma voi cosa mi chiedete?
Arlecchino.
Ditemi giusto un po' che mi amate. Insomma vi amo, fate eco, ripetete, Principessa.
Lisette.
Insaziabile! Ebbene, Signore, vi amo.
Arlecchino.
Ebbene, Signora, mi sento morire; sono confuso da tanta felicità, ho paura di dare i numeri. Mi amate! Che meraviglia!
Lisette.
 
Potrei essere a mia volta sorpresa dalla rapidità del vostro omaggio. Forse vi piacerò di meno quando ci conosceremo meglio.
Arlecchino.
Ah, Signora, quando avverrà sarò io a rimetterci; ci sarà molto da sottrarre.
Lisette.
Mi supponete più qualità di quelle che realmente posseggo.
Arlecchino.
E voi, Signora, non sapete nulla dei miei difetti, mi dovrei solo inginocchiare per parlarvi.
Lisette.
Ricordate che non siamo padroni del nostro destino.
Arlecchino.
I padri e le madri fanno tutto di testa loro.
Lisette.
Per me, il mio cuore vi avrebbe scelto in qualunque stato vi foste trovato.
Arlecchino. 
E' libero di scegliermi ancora.
Lisette.
Posso lusingarmi che fareste lo stesso con me?
Arlecchino.
Ahimè! Quand'anche foste una qualsiasi Mariella o Rosetta, quand'anche vi vedessi scendere in cantina con la candela in mano, sareste sempre la mia Principessa.
Lisette.
Potessero durare sentimenti così belli!
Arlecchino.
Per fortificarli da entrambi i lati, giuriamo di amarci per sempre, nonostante tutti gli
errori di ortografia da voi commessi sul mio conto.
Lisette.
Ho più interesse che voi a fare quel giuramento, e lo faccio con tutto il cuore.
Arlecchino si inginocchia.
La vostra bontà mi abbaglia e mi prosterno davanti ad essa.
Lisette.
Smettetela. Non posso soffrirvi in quella postura, sarei ridicola se vi lasciassi stare così.  Alzatevi. Ecco di nuovo qualcuno.




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Arlequin. Ah ! Madame, sans lui j’allais vous dire de belles choses, et je n’en trouverai plus que de communes à cette heure, hormis mon amour qui est extraordinaire. Mais à propos de mon amour, quand est-ce que le vôtre lui tiendra compagnie ?

Lisette. Il faut espérer que cela viendra.

Arlequin. Et croyez-vous que cela vienne  ?

Lisette. La question est vive; savez-vous bien que vous m’embarrassez ?

Arlequin. Que voulez-vous? Je brûle et je crie au feu.

Lisette. S’il m’était permis de m’expliquer si vite…

Arlequin. Je suis du sentiment que vous le pouvez en conscience.

Lisette. La retenue de mon sexe ne le veut pas.

Arlequin. Ce n’est donc pas la retenue d’à présent; elle donne bien d’autres permissions.

Lisette. Mais que me demandez-vous ?

Arlequin. Dites-moi un petit brin que vous m’aimez. Tenez je vous aime moi, faites l’écho, répétez Princesse.

Lisette. Quel insatiable ! Eh bien, Monsieur, je vous aime.

Arlequin. Eh bien, Madame, je me meurs; mon bonheur me confond, j’ai peur d’en courir les champs. Vous m’aimez ! Cela est admirable !

Lisette. J’aurais lieu à mon tour d’être étonnée de la promptitude de votre hommage. Peut-être m’aimerez-vous moins quand nous nous connaîtrons mieux.

Arlequin. Ah, Madame, quand nous en serons là, j’y perdrai beaucoup; il y aura bien à décompter.

Lisette. Vous me croyez plus de qualités que je n’en ai.

Arlequin. Et vous, Madame, vous ne savez pas les miennes, et je ne devrais vous parler qu’à genoux.

Lisette. Souvenez-vous qu’on n’est pas les maîtres de son sort.

Arlequin. Les pères et mères font tout à leur tête.

Lisette. Pour moi, mon cœur vous aurait choisi dans quelque état que vous eussiez été.

Arlequin. Il a beau jeu pour me choisir encore.

Lisette. Puis-je me flatter que vous soyez de même à mon égard ?

Arlequin. Hélas ! Quand vous ne seriez que Perrette ou Margot, quand je vous aurais vue le martinet à la main descendre à la cave, vous auriez toujours été ma Princesse.

Lisette. Puissent de si beaux sentiments être durables !

Arlequin. Pour les fortifier de part et d’autre, jurons-nous de nous aimer toujours, en dépit de toutes
les fautes d’orthographe que vous aurez faites sur mon compte.

Lisette. J’ai plus d’intérêt à ce serment-là que vous, et je le fais de tout mon cœur.

Arlequin, se met à genoux. Votre bonté m’éblouit et je me prosterne devant elle.

Lisette. Arrêtez-vous ; je ne saurais vous souffrir dans cette posture-là, je serais ridicule de vous
y laisser ; levez-vous. Voilà encore quelqu’un.




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Marivaux, Pierre Carlet de Chamblain de narratore e commediografo francese (Parigi 1688-1763). Fece i suoi primi studi a Limoges, dove il padre, magistrato, era stato trasferito, e a Parigi si dedicò ai corsi di diritto, frequentando in pari tempo i salotti letterari. Marivaux cominciò la sua attività con romanzi di valore assai modesto: Pharsamond ou Les folies romanesques (1714), Homère travesti ou l'Iliade en vers burlesques (1716), parodia che mostrò la sua scelta per i moderni nella “Querelle des Anciens et des Modernes”. Dopo aver satireggiato, cominciò a mostrare notevoli doti psicologiche in articoli sul Nouveau Mercure e trovò la sua strada nel teatro, in particolare coi comici italiani. L'avvio, tentato nel dramma Annibal (1720) fu infelice, mentre miglior esito ebbe l'Arlequin poli par l'amour (Arlecchino educato dall'amore) dello stesso anno. Era la premessa ai capolavori che in breve seguirono: La surprise de l'amour (1722), La double inconstance (1727), Le jeu de l'amour et du hasard (1730), Les fausses confidences (1737), Epreuve (1740). Marivaux nella sua opera volle staccarsi dal teatro di  Molière e trattò l'amore non come il tema necessario all'intrigo, ma da protagonista assoluto, analizzandolo. Marivaux è il poeta dell'amore nascente, il cantore dei turbamenti dell'animo, del dominio del cuore in ogni suo palpito più nascosto. Nel complesso si può dire che Marivaux è un moralista, una specie di Teofrasto moderno, dietro il grande esempio di La Bruyère e di altri osservatori del cuore umano. Nelle sue commedie la donna ha quasi sempre la parte principale e la prima eccellente interprete delle sue finezze amorose fu Silvia Baletti, forse a lui legata sentimentalmente. L'amore nel teatro di Marivaux nasce quasi sempre all'insaputa dei protagonisti. Così è nel primo capolavoro, La surprise de l'amour, tra Lelio e la contessa, così è ne Le jeu de l'amour et du hasard dove Silvia e Dorante finiscono per ritrovarsi attratti dal cuore nonostante i travestimenti, così è ne Les fausses confidences tra il barone e la baronessa. La perennità del tema e la sottigliezza della trattazione fanno di Marivaux un autore intramontabile. Il suo stile delicato, vicino al preziosismo, ma ai limiti di esso, stabilisce quel confine che gli imitatori non hanno saputo rispettare abbandonandosi a quel marivaudage spesso sinonimo di leziosismo. Se come romanziere Marivaux fu infelice nelle prime prove, notevole fu invece nella Vie de Marianne (1731-41) e nel Paysan parvenu (1735-36). Il primo, rimasto incompleto, storia delle avventure della protagonista narrate in età avanzata a un'amica, è però guastato da un moralismo troppo facile nel proclamare il trionfo del bene sul male; il secondo, storia di Jacob, in parallelo alla vita di Marianne, è lo specchio di un secolo dove per trionfare occorre piacere alle dame. Anche questo secondo romanzo subì aggiunte da parte di altri autori, vivente Marivaux, e gode di una rinnovata attenzione della critica. Accolto all'Accademia nel 1743, Marivaux visse dimenticato gli ultimi anni della sua vita. (sapere.it)

sabato 27 maggio 2017

Carmela




Edmondo De Amicis, Carmela, Sellerio, Palermo 1990 [1868]

La mattina seguente, appena levato il sole, uscì di casa. Non aveva ancora fatto dieci passi sulla piazza, quando si sentì tirare leggermente la falda della tunica. Si voltò, e vide a due passi da sé, ritta e immobile nell'atteggiamento del soldato che saluta, una fanciulla co' capelli rabbuffati e il vestito scomposto, alta, sottile e di forme bellissime; la quale gli teneva fissi in volto due grandi e vivi occhi neri, e sorrideva.
...
Era bella davvero. Era uno stupendo modello di quella fiera e ardita bellezza delle donne siciliane, da cui l'amore, più che ispirato, è imposto, e il più delle volte con uno di quegli sguardi lunghi e intenti, che par che scrutino il più profondo dell'anima, e tolgono a chi è guardato tanto ardimento quanto n'esprimono. Aveva i capelli e gli occhi nerissimi, e i movimenti dei sopraccigli e dei labbri subitanei, tronchi, pieni di forza e di vita. La sua voce sentiva leggermente dello stanco e del roco, e il suo riso del convulso. Dopo che aveva riso continuava a tenere per un po' di tempo la bocca aperta e gli occhi spalancati.

domenica 25 settembre 2016

Relazioni pericolose





Madame de Tourvel crede in Valmont, incapace di vedere il male nell’uomo di cui è innamorata.
Esce pulita dal confronto con Valmont e la Marchesa [de Merteuil]. Inconsapevole pedina, che spiazza i loro giochi con la verità e la purezza dei sentimenti.
Madame de Tourvel è il personaggio che ho amato di più. Non cede banalmente alle lusinghe di Valmont. Ne uscirebbe a sua volta corrotta se così fosse.
Si innamora dell’uomo entrando in contatto con la propria umanità. Sembra farsi sopraffare ma domina con la sua purezza su tutti i personaggi del romanzo.

 http://www.unsassonellostagno.com/le-relazioni-pericolose/


TOURVEL: UN RITRATTO A DUE VOCI
Pierre Choderlos de Laclos, Le relazioni pericolose

La Marchesa di Merteuil al Visconte di Valmont 

… Ah, dunque volete conquistare la présidente Tourvel! O capriccio insensato, o testa strampalatissima che avete, la quale non sa desiderare se non quello appunto che reputa impossibile d’ottenere. E avete osservato almeno che donna è mai questa? Ha fattezze regolari, ve l’ammetto, ma senza nessuna espressione. Ha un personale discreto, ma senza neppure l’ombra della grazia. E veste poi in modo da far ridere la gente, tutta infagottata nei suoi fisciù per volersi coprire il petto, e col busto che le sale fin sotto il mento! Ve lo dico da amica, datemi retta: un paio ancora di queste conquiste, e la vostra reputazione è bell’e spacciata. Ricordatevi un po’ del giorno in cui faceva la questua a San Rocco, e che voi mi ringraziaste dello spettacolo che vi avevo procurato: mi pare di vederla ancora girare con quello spilungone dai capelli lunghi che la guidava per mano; pareva che dovesse incespicare a ogni momento, e metteva il suo spropositato guardinfante sempre addosso alla gente, e a ogni riverenza non faceva che arrossire! Chi vi avrebbe detto allora che avreste finito per desiderare una donna simile? Suvvia, visconte, arrossitene anche voi, e rientrate in cervello: vi prometto che non ne dirò mai niente a nessuno.

Il Visconte di Valmont alla Marchesa di Merteuil …

Con che foschi colori mi dipingete la signora Tourvel! Se al posto vostro ci fosse un uomo, pagherebbe con la vita la sua insolenza; e qualunque altra donna, all’infuori di voi, ne avrebbe avuto alla men peggio una dura lezione. Fatemi la carità di non mettermi più a questi cimenti, perché non so davvero se potrei sopportarli. Per l’amicizia che ci lega, aspettate almeno che io abbia conquistato questa donna, prima di dirmene male. Non sapete che solo il possesso ha il diritto di far cadere le illusioni? Ma che vado dicendo? La signora Tourvel ha forse bisogno d’illusioni? Non le basta presentarsi così com’è, per essere una creatura adorabile? Le avete rimproverato il suo modo di vestirsi. Sfido io! Qualunque abbigliamento le nuoce, poiché non fa che nascondere le sue bellezze, le quali tutte si rivelano nel loro magnifico splendore soltanto nell’abbandono del négligé. Grazie al calore asfissiante di questi giorni, ho potuto ammirarla appunto in una sottile veste da camera che dà risalto a tutte le forme appetitose del suo bel corpo, sodo e pastoso; e poiché una semplice mussolina le copriva il petto, i miei sguardi furtivi han potuto penetrare oltre, e godere già la vista delle rotondità più deliziose. Il suo volto, secondo voi, non ha espressione. E che diamine volete che esprima, in un momento in cui niente le parla ancora al cuore? Certo ella non ha lo sguardo traditore delle civette, che magari a tutta prima piace, ma poi quasi sempre ci delude. Non sa coprire il vuoto d’una frase con sorrisetti studiati; e, benché abbia denti bellissimi, ride solo quand’è il caso di ridere. Ma bisogna poi vederla nei momenti d’allegria, come sa essere ingenua e schietta nella gioia; e come, nel soccorrere qualche disgraziato, il suo sguardo s’anima d’una luce di soave pietà e di pura letizia! Bisogna soprattutto vederla quando le si rivolge qualche lode o qualche complimento, e nel suo visetto celestiale si dipinge l’onesto rossore di una non finta modestia! È schifiltosa e devota; epperò la giudicate fredda e senz’anima. Io la penso diversamente, e mi pare che occorra una sensibilità portentosa per poterla espandere finanche sul proprio marito e amare una persona che è sempre lontana.

Pierre Choderlos de Laclos (1741-1803) Les liaisons dangereuses (1782) 

La Marquise de Merteuil au Vicomte de Valmont

… Vous, avoir la présidente Tourvel! mais quel ridicule caprice! Je reconnais bien là votre mauvaise tête, qui ne sait désirer que ce qu’elle croit ne pouvoir pas obtenir. Qu’est-ce donc que cette femme? des traits réguliers si vous voulez, mais nulle expression : passablement faite, mais sans grâce : toujours mise à faire rire, avec ses paquets de fichus sur la gorge, & son corps qui remonte au menton ! Je vous le dis en amie, il ne vous faudrait pas deux femmes comme celle-là, pour vous faire perdre toute votre considération. Rappelez-vous donc ce jour où elle quêtait à saint-Roch, & où vous me remerciâtes tant de vous avoir procuré ce spectacle. Je crois la voir encore, donnant la main à ce grand échalas en cheveux longs, prête à tomber à chaque pas, ayant toujours son panier de quatre aunes sur la tête de quelqu’un, & rougissant à chaque révérence. Qui vous eût dit alors, vous désirerez cette femme? Allons, vicomte, rougissez vous-même, & revenez à vous. Je vous promets le secret.

Le Vicomte de Valmont à la Marquise de Merteuil

…De quels traits vous osez peindre madame de Tourvel ! . . . quel homme n’eût pas payé de sa vie cette insolente audace ? à quelle autre femme qu’à vous n’eût-elle pas valu au moins une noirceur ? De grâce, ne me mettez plus à d’aussi rudes épreuves; je ne répondrais pas de les soutenir. Au nom de l’amitié, attendez que j’aie eu cette femme, si vous voulez en médire. Ne savez-vous pas que la seule volupté a le droit de détacher le bandeau de l’amour? Mais que dis-je? madame de Tourvel a-t-elle besoin d’illusion? non : pour être adorable il lui suffit d’être elle-même. Vous lui reprochez de se mettre mal ; je le crois bien, toute parure lui nuit ; tout ce qui la cache la dépare. C’est dans l’abandon du négligé qu’elle est vraiment ravissante. Grâce aux chaleurs accablantes que nous éprouvons, un déshabillé de simple toile me laisse voir sa taille ronde & souple. Une seule mousseline couvre sa gorge ; & mes regards furtifs, mais pénétrants, en ont déjà saisi les formes enchanteresses. Sa figure, dites-vous, n’a nulle expression. Et qu’exprimerait-elle, dans les moments où rien ne parle à son cœur? Non, sans doute, elle n’a point, comme nos femmes coquettes, ce regard menteur qui séduit quelquefois et nous trompe toujours. Elle ne sait pas couvrir le vide d’une phrase par un sourire étudié ; et quoiqu’elle ait les plus belles dents du monde, elle ne rit que de ce qui l’amuse. Mais il faut voir comme, dans les folâtres jeux, elle offre l’image d’une gaîté naïve & franche! comme, auprès d’un malheureux qu’elle s’empresse de secourir, son regard annonce la joie pure et la bonté compâtissante! Il faut voir, surtout au moindre mot d’éloge ou de cajolerie, se peindre, sur sa figure céleste, ce touchant embarras d’une modestie qui n’est point jouée. Elle est prude et dévote, et de là vous la jugez froide et inanimée. Je pense bien différemment. Quelle étonnante sensibilité ne faut-il pas avoir pour la répandre jusque sur son mari, et pour aimer toujours un être toujours absent!

domenica 27 settembre 2015

Didone sedotta e abbandonata





Mariangela Galatea Vaglio

Didone, per esempio, bravo chi la capisce. Io non ci sono mai riuscita. Ogni volta che prendo in mano l’Eneide mi piglia uno di quegli intorcoli di stomaco che solo la rabbia genera, quando non la puoi sfogare.
Ma come, dico io, benedetta figliola! Hai tutto. Ma tutto tutto, proprio tutto quello che una donna, se ha un briciolo di sale in zucca, può desiderare.
Sei bella. Non come una velinetta da strapazzo, di quelle che sono pezzi di carne buttati lì, con le poppe al vento ed una espressione stolida sulla faccia che nessun chirurgo estetico può cancellare. No, bella bella, perché hai una certa età, ma sei ancora giovane e piacente, e si presume con negli occhi quella luce di intelligenza mista a consapevolezza che hanno le donne con una testa sulle spalle e un passato nel cuore. Sei più che bella, insomma, perché non è solo una questione di avere una certa misura di décolleté, la bellezza, o una certa età anagrafica, o una ruga in più o in meno: la vera bellezza è questione di fascino. E tu, Didone, lasciatelo dire, dovevi averne a secchi e sporte.
Poi hai carattere. Ma di quelli tosti. Vedova d’un uomo che hai amato, ma che, con delicato buon senso, è morto in fretta, lasciandoti libera e regina, narra la leggenda che mica ti sei messa addosso il velo della sposa in gramaglie e via a frignare. No, tu eri proprio regina e proprio libera di testa. 

https://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/2009/07/06/il-complesso-di-didone-ma-perche-le-donne-toste-perdono-la-testa-per-gli-enea/

Marisa Moles 

... Enea non sembra misericordioso e non dimostra molta pietà, specie nei confronti di Didone, regina di Cartagine, che abbandonerà senza pensarci su più di tanto. La sua pietas non deve essere interpretata come la nostra “pietà”, ovvero “sentimento di compassione e commossa commiserazione che si prova dinnanzi alle sofferenze altrui” (come recita lo Zingarelli 2000); la pietas di Enea va ricondotta alla sua adesione indiscussa ed incondizionata ai doveri verso gli dei, verso la patria ed i parenti. 

 https://marisamoles.wordpress.com/2010/09/30/enea-un-immigrato-extracomunitario/

... Ma come si fa, dico io, a non curarsi della moglie, a non voltarsi indietro per accertarsi che stia seguendo il marito? Questa noncuranza mi sconvolge perché un uomo “pio” come Enea avrebbe dovuto salvaguardare il bene di tutti, moglie compresa. Sembra che gli stiano più a cuore i sacri arredi ed i patrii Penati, ovvero le divinità protettrici del focolare domestico e, poiché la patria era considerata una grande famiglia, dello Stato stesso. Non a caso Enea li porta con sé: egli ha, infatti, il compito di trovare un’altra terra su cui rifondare lo Stato che i Greci gli avevano distrutto.


https://marisamoles.wordpress.com/2010/10/16/didone-innamorata/ 
https://marisamoles.wordpress.com/2011/02/16/enea-e-didone-il-connubio/
https://marisamoles.wordpress.com/2012/11/29/didone-amore-e-morte/