Ragazzo bianco ucciso da un sikh . Monta la protesta in Inghilterra : "Basta con il razzismo al contrario"
Redazione esteri, Quotidiano Nazionale, 3 giugno 2026
I tribuni della destra populista hanno già pronto lo slogan rovesciato, "White Lives Matter"; ma, strumentalizzazioni a parte, le ragioni per sollevare pesantissimi interrogativi sulla sconcertante fine diHenry Nowakci sono tutte. Il caso è quello di un 18enne inglese, studente universitario al primo anno, accoltellato a morte con ferocia a inizio dicembre in una strada diSouthamptondal 23enne Vickrum Digwa, cittadino britannico di radici indiane e fede religiosa sikh, riuscito poi ad accreditarsi incredibilmente di fronte alla polizia, nell’immediatezza dei fatti, come vittima lui di una fantomatica aggressione razzista. La condanna all’ergastolo inflitta lunedì all’assassino non è bastata a placare lo sdegno della famiglia Nowak.
Intanto nel Regno Unito continuano a montare le proteste alimentate sin dall’inizio della vicenda da esponenti e gruppi del nazionalismo radicale contro le forze dell’ordine. E contro le colpe addossate al "progressismo politically correct". Al centro della bufera c’è comunque in primis la Hampshire and Isle of Wight Police, i cui agenti si fecero fuorviare inizialmente da Digwa, capace di simulare un episodio di razzismo a carico della povera vittima. E finirono per ammanettare il 18enne, già agonizzante, prima di accorgersi delle sue ferite mortali. Alcuni testimoni avevano raccontato con orrore degli ultimi flebili lamenti di Henry. E di come i ‘tutori della legge’ si fossero spinti addirittura a rifocillare l’aggressore, prima di capire l’inganno.
Dettagli che hanno costretto la stessa polizia – dopo le scuse pubbliche nel processo – a rilasciare in queste ore le immagini e l’audio choc registrati dalla videocamera di uno degli agenti intervenuti: registrazione che mostra le manette di plastica strette inconcepibilmente ai polsi dello studente morente, riverso sul marciapiede; e svela le ultime parole sussurrate dal ragazzo – "Non posso respirare" – identiche a quelle pronunciate tragicamente dall’afroamericano George Floyd a Minneapolis nel 2020. Dopo un’altra frase disperata, "sono stato accoltellato", alla quale un poliziotto replica assurdamente: "Non credo proprio, amico".
Il padre, la madre e la sorella di Henry in ogni modo non si accontentano e chiedono azioni concrete, sia agli organi disciplinari della pubblica sicurezza, sia al governo laburista di Keir Starmer: limitatosi per ora a condannare il fatto di sangue e a ribadire l’impegno a combattere la diffusione nel Regno dei "crimini all’arma bianca", spesso commessi e subiti da giovanissimi, per "mettere fine a un ciclo di orribili tragedie". Il caso è approdato pure in Parlamento, dove la ministra dell’Interno, Shabana Mahmood, ha riconosciuto che la famiglia "ha diritto a risposte precise" dopo la diffusione del video "tragico e choccante" sulla morte del 18enne.
BBC 2 giugno 2026
La famiglia dello studente assassinato, Henry Nowak, ha dichiarato che porterà il dolore "ogni singolo giorno" per il resto della sua vita e ha chiesto al governo di considerare i reati commessi con armi da taglio come un'emergenza nazionale.
La notizia giunge dopo che Vickrum Digwa, 23 anni, è stato condannato all'ergastolo , con un minimo di 21 anni di reclusione, per aver accoltellato un diciottenne a Southampton lo scorso dicembre con una lama di 21 cm (8 pollici) che, a suo dire, portava con sé come parte della sua fede sikh.
Digwa aveva mentito alla polizia, affermando di essere stata vittima di un attacco razzista, e gli agenti hanno arrestato e ammanettato Nowak mentre giaceva morente a terra.
La famiglia dello studente ha definito il trattamento ricevuto dalla polizia "inumano e degradante". La polizia dell'Hampshire si è scusata.
La sorella maggiore di Henry, Olivia Nowak, ha definito suo fratello, originario di Chafford Hundred nell'Essex, il suo "migliore amico" e ha affermato che avevano "un legame indissolubile" in una dichiarazione letta in tribunale, in cui spiegava come la sua morte le avesse cambiato la vita.
Il Commissario di Polizia e Criminalità (PCC) dell'Hampshire e dell'Isola di Wight, Donna Jones, ha dichiarato: "È stata una situazione stressante, ma sono stati commessi degli errori e questi devono essere accertati. Il mio compito non è difendere la polizia, ma garantire che la polizia stia facendo ciò che dovrebbe fare".
Il commissario di polizia ha aggiunto che la donna aveva scritto al primo ministro chiedendo una "revisione urgente sul porto di armi da taglio per scopi religiosi e cerimoniali".
Il Ministero dell'Interno è stato contattato per un commento.
Concita De Gregorio Ghali e quei ragazzi che la destra chiama maranza la Repubblica, 9 febbraio 2026
Ghali è tecnicamente un “maranza”, per usare l’orrendo termine dispregiativo coniato per indicare gli italiani di seconda generazione, figli di immigrati, ed è di questo che vorrei parlare qui: di quei ragazzi. Quella moltitudine di persone di giovane età, milioni, già il 15 per cento degli studenti nelle classi delle scuole superiori che la destra facendone un unico fascio — ecco quando un termine si illumina di senso — addita a nemico pubblico delle persone perbene, noialtri italiani doc, noi bianchi, noi con i bisnonni che si chiamavano Concetta e Pasquale.
Noi, che come popolo a mentire, truffare, rubare, stuprare e ammazzare le donne non ci pensiamo nemmeno, non è proprio nel nostro spirito. Meno che mai in quello dei nostri figli cresciuti nel rigore delle regole leggendo a colazione Gobetti, certo non nelle ville al mare o negli attici dei genitori, figuriamoci se in branco nei vicoli dei sobborghi o nei bagni delle scuole, noi assolutamente no, noi mai.
Sono loro, sono i maranza che portano la violenza delle loro culture di origine e si approfittano della nostra cordiale ospitalità, per quanto siano nati qui ma pazienza: non lo sapete che nascere qui non basta? Non c’è una legge, non l’ha fatta la sinistra figuriamoci se la farà la destra. Sono ospiti sgraditi, se se ne vanno è meglio.
Di questo, volevo dirvi, e della libidine con cui certi commentatori tv chiedono l’applauso del pubblico quando ospitano uno di questi ragazzi — c’è un casting, li cercano come pepite perché gli ascolti, si sa, salgono quando si anima la rissa e si anima, la rissa, se ti rivolgi a un ventenne che hai invitato tu dicendogli “ringrazia se ti faccio parlare, dovresti stare in galera”, applausi. Della foga con cui gli ambasciatori della nuova destra, nuova nel senso dell’anagrafe, annuiscono.
Del resto, siamo governati da una compagine di politici che si genuflette a Donald Trump come di fronte alla luce che guida e conduce. Trump che pubblica i volti di Barack e Michelle Obama su corpi da orango, non si sa in quale ulteriore abisso dobbiamo sprofondare, ma del resto noi italiani anche in questo ci eravamo portati avanti. Vi ricordate quando il senatore della Lega Roberto Calderolidefinì «un orango» la ministra Cécile Kyenge? Era il 2013, tredici anni fa: in politica abbiamo sempre fatto scuola. Precursori.
Dicevo di Ghali, che è un artista magnifico difatti gli avevano chiesto di cantare l’Inno di Mameli alla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi, che bellissima idea, un milanese nato da genitori tunisini, così amato dai ragazzini proprio quelli che non sai mai cosa pensano, cosa fanno, i misteriosi giovani — ecco cosa fanno: vanno ai suoi concerti, in tanti. Un esempio perfetto di multiculturalità da esibire al mondo: non mi sfugge il vantaggio reputazionale della scelta, da parte delle istituzioni, ma va bene. Ciascuno gioca la sua partita.
Solo che poi non è andata così, meglio una poesia hanno detto, lui deve aver chiesto se ho capito bene di inserire tra le traduzioni anche l’arabo, la lingua delle sue origini, e gli hanno detto no. Forse temevano di infastidire la delegazione israeliana, chi lo sa, forse non hanno ben compreso il senso dello spirito olimpico, gli organizzatori qui in Patria dei Giochi. Comunque.
Gli hanno lasciato quello spazio, ormai che l’avevano chiamato. Sai che scandalo sarebbe stato disdire? Dopo che il ministro dello Sport signor Abodi ha assicurato che Ghali non avrebbe fatto come a Sanremo due anni fa, non avrebbe detto «stop al genocidio» — che vergogna, che idea non condivisibile e da Abodi difatti non condivisa: “Avanti con il genocidio”, caso mai, no?
Gli hanno dunque fatto leggere quella bellissima poesia di Gianni Rodari che lui ha interpretato magistralmente solo che io, da casa, non l’ho visto. Non ho capito che era lui. Nessuno l’ha annunciato, nessuno l’ha mai inquadrato, c’erano dei ballerini che danzavano e una voce — la voce del telecronista Rai — che parlava sulla sua voce così Rodari e Ghali non si sentivano.
Mi sono chiesta: chi ha chiamato i cineoperatori Rai per dire non inquadratelo? Chi ha detto al telecronista: non dire chi è? Proprio tecnicamente: chi ha fatto quella telefonata? Qualcuno ha dato indicazioni, questo è sicuro. Siccome del servizio pubblico tutti paghiamo il canone, la Rai la sovvenzioniamo tutti: la domanda è legittima, la risposta è dovuta. Che storia tristissima. Che momento piccolo e basso. Ma del resto.
In America il miliardario amico di Trump, Jeff Bezos, paga 75 milioni di dollari per il documentario su Melania e licenzia trecento giornalisti del Washington Post perché non ha soldi, si vede, per tenere in piedi un giornale sgradito al suo duce. Il giornale del Watergate, sono cinquant’anni da Tutti gli uomini del presidente. Ecco il progresso, in cinquant’anni.
Sulla telecronaca italiana della cerimonia olimpica avete già letto tutto. Fonti autorevoli assicurano che al microfono ci fosse il direttore dei servizi sportivi della Rai, persona che Giorgia Meloni protegge. Si stenta a crederlo. Come può il governo del Merito affidare alla massima esposizione internazionale qualcuno che non riconosce i tedofori, nessuno degli atleti italiani tranne — pensa te — quella nera, «ecco la Egonu», che scambia la presidente del Cio per la figlia di Mattarella e Matilda De Angelis per Mariah Carey? È impossibile. È come se chiamassero me per il commento tecnico alla Champions, difatti giustamente non accade. Questo governo seleziona solo i migliori. Bravissimo.
Poi, nel resto del tempo, fa i decreti sicurezza. Si assicura che i maranza tipo Ghali non escano di casa con il coltello, dato che sono solo i figli degli immigrati quelli che ti accoltellano di notte, che spacciano, che scappano ai posti di blocco. Gli italiani no, stanno buonissimi.
E quando provi a dire ma scusate: il diritto alla casa, al lavoro, il diritto a vivere in un paese che ti riconosce legittimità, la prevenzione, la politica? Tempeste di odio dei prossimi elettori del partito di Vannacci. Va bene.
Speriamo che siano molti gli ori. Che siano tutti bianchissimi i vincitori. Che abbiano nonni che si chiamano Pasquale e Concetta. Se così non fosse, certo, li applaudiremo lo stesso. Quelli che vincono non sono mai maranza. Sono celebrità, portano soldi e lustro. Difatti: solo Paola Egonu, tra tutte le pallavoliste, il telecronista scelto per merito ha riconosciuto. Buone Olimpiadi.
Lisa Ginzburg La poesia di Rodari contro la guerra è stato uno dei momenti più riusciti dell'inaugurazione Avvenire, 9 febbraio 2026
Lo sport è palestra di vita, insegna a star dritti e anche a coltivare l’umiltà, una qualità del cui valore il mondo pare aver perso consapevolezza. Lo sport è universo di moralità perché tra le tante cose insegna che la sana energia dell’agonismo non è mai mancanza di rispetto, mai non riconoscimento dell’altro. Qualità dell’universo sportivo che si evincono chiare, si potrebbe dire, da sempre; meno chiaro e poco prevedibile, sino a qualche tempo fa, quanto lo sport sarebbe diventato uno dei contesti che meglio veicolano la cultura stessa, i suoi valori fondanti.
Al di là di ogni effetto scenico, la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina ci ha emozionato raccontando questo: la centralità del mondo sportivo, il suo essere spazio di trasmissione di valori e di idee, efficacissimo vettore di educazione morale. Letta dal rapper Ghali a ritmare una coreografia di ballerini sparpagliati su un paesaggio montano di un bianco notturno e opalescente, la poesia Promemoria di Gianni Rodari (dodici versi in tutto sull’insensatezza della guerra, di ogni guerra) ci è entrata nelle orecchie e ci si è stampata negli occhi. Tra tante invocazioni di pace, questa si è fissata nella nostra mente più di quanto potrebbero e possono opinioni, conferenze, interventi scritti, innumerevoli prese di posizione cui inermi assistiamo seguendo martellanti dibattiti televisivi. Quella lettura coreografata di Rodari durante la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi d’inverno era altro. Tutt’altro: un momento di denuncia, sintetico e vibrante ben più delle troppe parole in eccesso che ci circondano. Attimi di cultura della moralità. Segni e impronte dell’umano. Istanti la cui intensità possedeva l’asciutta forza di un gesto. Prima nell’italiano in cui sono stati composti, poi i versi di Rodari con la sua vibrante voce il cantante Ghali li ha declamati in altre lingue; intanto i corpi dei giovanissimi ballerini stagliandosi sul ghiaccio disegnavano una gigantesca colomba. La pace era lì, in quel momento. La pace va chiesta senza sosta, instancabilmente invocata, cercata, ribadita. E quei pochi attimi spettacolari a prologo di una grande manifestazione sportiva lo hanno trasmesso con una forza la cui purezza era la stessa della neve bianca tutt’intorno.
Sport e cultura camminano insieme. Concorrono entrambi a coltivare la parte migliore di noi, in un continuo rispecchiarsi di corpo e di mente che ignorare è insensato. Forse mai come adesso la cultura si fa (anche, molto, se non soprattutto) attraverso lo sport. Lo sport è disciplina dell’allenamento, e allenarsi vuol dire anche allenarsi a stare, e pensare, insieme. Insieme cercare strade possibili verso il futuro. Questo è promuovere cultura di pace: muoversi mai disuniti, in ogni direzione prodigarsi per far tacere le armi e azzittire protagonismi e rapporti di forza che hanno reso il mondo saturo, sfinito. Allenarsi a solidarietà e umiltà, e da lì ripartire. La bellissima poesia di Rodari declamata a commento di una danza sul ghiaccio, la parte finale della coreografia con la grande colomba fatta di corpi umani, questo suggerivano, soffiandolo nel vento.
Promemoria
Ci sono cose da fare ogni giorno: lavarsi, studiare, giocare, preparare la tavola, a mezzogiorno.
Ci sono cose da fare di notte: chiudere gli occhi, dormire, avere sogni da sognare, orecchie per non sentire.
Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio, la guerra
«Non sono qui a dare lezioni di vita. Cerco di ricavare un
insegnamento da ogni giorno. Spesso in passato sono stata definita
ermetica, per questo ho cercato di raccontarmi di più. Questo non ha
evitato che alcune frasi venissero estrapolate dal contesto e pubblicate
sui giornali per fare rumore. Ogni pensiero quando viene espresso non è
più sotto il controllo di chi l’ha pronunciato. Per questo dovremmo
risalire all’originale.
Devo tutto ai miei genitori, grazie ai
quali ho avuto un’infanzia felice. Mi hanno insegnato che se vuoi
qualcosa devi guadagnartela. Non sono madre, ma sogno di diventarlo.
Nessun genitore è contento se la figlia è costretta a vivere lontano. Vi
dico grazie perché per amore mio avete rinunciato a me. Mi mancate, ma
so che questa è la mia strada.
Da
bambina ero fissata con i perché. Poi da grande mi chiedevo “perché mi
sento diversa, perché la vivo come fosse una colpa?”. Ho capito che la
mia diversità è la mia unicità. Io sono io. Siamo tutti uguali oltre le
apparenze. Lo sport mi ha dato tanto, ma credo che la sconfitta non è
solo quando perdi una partita. Il mio obiettivo è avere la palla
decisiva da schiacciare. Non sempre ci riesco, e devo ancora imparare ad
accettare l’errore.
Sono spesso criticata, è inevitabile. Alcune
sono costruttive, ma altre dei veri macigni. Sta a noi dare il giusto
peso. Non ho mai smesso di godermi i momenti belli. Sono stata accusata
di non avere rispetto del mio Paese, per aver mostrato le mie paure. Amo
l’Italia e vesto con orgoglio la maglia azzurra. Ho un grande senso di
responsabilità verso questo Paese. Se perdo una finale non vuol dire che
sono una perdente. Come a Sanremo, quando Vasco Rossi arrivò penultimo.
Anche dalla sconfitte può nascere un percorso, ognuno con il suo
viaggio, ognuno diverso».
Farian Sabahi
pagina fb Sì Torino va avanti, 16 novembre 2018
Questo governo ha sdoganato il razzismo. Tanti, dal medico piacentino
alla truccatrice romana, non esitano a esprimersi contro gli immigrati,
con una sconosciuta appena incontrata.
Ieri mattina ho preso Italo
da Torino Porta Nuova alle 11:20 in direzione di Roma. A Milano sale un
signore distinto. Ha il posto accanto a me, ma sceglie di sedersi
altrove per stare comodo. Nel giro di poco il treno si riempe, si
avvicina e inizia a chiacchierare. Viene interrotto dall'altoparlante:
in carrozza 3 serve un medico. Si alza, ritorna: sul posto c'erano già
altri due colleghi, “nulla di grave”. Ma alla stazione di Reggio Emilia
arriva l'ambulanza. Il mio vicino di posto racconta di essere un medico,
di Piacenza. Aveva studiato da patologo, ma alla fine ha preferito fare
il medico di famiglia per stare vicino alla mamma. Avanti con gli anni,
alla pensione gli manca poco. Con un po' di ritardo, stiamo per
arrivare a Roma.
Sono tre ore che leggo materiali sull'Arabia
Saudita, il dottore piacentino sbircia la copertina di un libro. Dopo
averci girato intorno, la domanda è diretta:
“Lei di che cosa si occupa?”
“Di Medio Oriente”
“E come mai va a Roma?”
“Domattina sarò ospite di Uno Mattina, per discutere di Arabia Saudita”
“Interessante! Anni fa avevo letto un libro, diceva che i vu' cumpra
vengono dal Marocco in Italia non per cercare lavoro, i soldi per il
cellulare li hanno, ma per diffondere la loro religione e invaderci, per
farci tutti musulmani.”
Gli rispondo, scettica: “Faccia attenzione a quello che legge, c'è tanta porcheria...”
E lui insiste: “Ma io ci credo, è vero, tutti 'sti immigrati sono qui
per prenderci la nostra terra, vogliono fare l'Europa musulmana...”
Di fronte a tanta ignoranza, sorrido. Cerco di spiegargli che molti
immigrati non sono nemmeno praticanti. Non lo era mio padre arrivato nel
1961 a Torino. Ma il dottore di Piacenza non vuole sentire ragione e
insiste con lo sproloquio razzista. Mi chiede che cosa fosse saltato in
mente a mia madre di sposare uno straniero, uno che viene da quei paesi
là. Gli spiego che, come lui, anche mio padre ha studiato medicina, si è
laureato in Italia ed è un affermato professionista nel suo settore. La
sua vita, papà l'ha passato inseguendo le sue passioni. E io le mie, a
cominciare dagli studi. Ma a un certo punto perdo la pazienza: sorriso a
trentadue denti, gli dico: “Sì, siamo qui a invadervi, armati di
cultura”. Il treno sta per fermarsi a Termini, siamo in coda per
scendere dal treno. Ad ascoltare lo sproloquio razzista del dottore
piacentino sono altri passeggeri. Lui cerca di barcamenarsi con le
scuse: “Non volevo offenderla, mi scusi”.
Stamattina, ore 8:30 a
Saxa Rubra. A truccarmi è Paola, che ancora non conoscevo. Ci
presentiamo, mi chiede di che cosa devo parlare a Uno Mattina per
regolarsi se procedere con trucco leggero o più accentuato. Mi chiede il
perché del nome “Farian”, le spiego che è un nome iraniano. Domanda se
ho sposato un iraniano.
“No, a essere iraniano è mio padre”
E parte lo sproloquio razzista della truccatrice:
“Ah no! Io con uno straniero non mi sarei mai sposata! Per me la razza è
importante. Sono di Roma e non mi sarei mai sposata con uno straniero.
Da qui non me ne andrei mai. Immagini se avessi sposato uno straniero e
mi avesse portato via dalla mia città, dal mio paese! Non mi piace
mescolare, amo la mia cultura, è la migliore… ma poi io sono tollerante,
io alla mia razza ci tengo, voi fate quello che volete… ”
Morale della favola: sarebbe meglio evitare di rivolgere parola agli sconosciuti… nonna lo diceva sempre…
Cécile Kyenge at a
debate earlier this month. Despite many Italians' love of all things
foreign, racism is common. Photograph: Massimiliano Schiazza/EPA
The events of the last few weeks have proved, beyond doubt, that Italy has a serious problem with racism. Bananas have been thrown at Cécile Kyenge, Italy's first black government minister. A (female) councillor for the Northern League has said she should be raped. A Northern League senator has likened her to an orangutan. Last week the AC Milan footballer, Kevin Constant, walked off the pitch after a barrage of abuse, just as Kevin-Prince Boateng did earlier this year.
The
Northern League is, admittedly, a minority party, usually gaining only
between five and 10% of the national vote. And other political parties
have expressed solidarity with Kyenge. But anyone who has listened to
Italian political debate, or worse, stood in an Italian football
stadium, knows that Italy simply isn't a tolerant place. This is a
country where a recent prime minister, Silvio Berlusconi, thought it hilarious to joke that Obama had a decent suntan. The racism isn't restricted to right or left, old or young, rural or urban: it is noticeable everywhere.
The reasons are pretty obvious. As Italians will constantly tell you, theirs is an incredibly provincial country. Campanilismo
– the attachment to one's local belltower – is one of the reasons the
place is so charming: people often stay put, they're rooted rather than
rootless. All over the country, even in a tiny village, you'll see caput mundi
graffitied on walls, suggesting that this sleepy place is considered
the capital of the world. The downside is that outsiders are treated as
aliens, if not enemies.
Through the centuries Italy has been, not a
colonial power, but a colony, a plaything of the superpowers. So with
the exception of smzatoall parts of Somalia, no other country speaks
Italian. Unlike France, Britain, Portugal or Spain, there's no large
diaspora of Italian speakers who can immediately integrate into the
"mother country", knowing already its literature and history. So the
peninsula remains insular, an astonishingly monocultural,
monoconfessional place.
There are other reasons for the racism: the legacy of fascism and the continuing adulation of Benito Mussolini;
the tangible insecurity, even sense of inferiority, of many Italians;
widespread economic misery for at least the last decade; and a political
class that is absurdly ignorant. But perhaps the most interesting
explanation for racism comes from an Italian mate of mine who's an
armchair anthropologist. He maintains that in a country that is famously
lawless, in which rules are often wilfully ignored, everyone is oddly
very conformist in other ways: all wearing the same fashionable colour,
or eating the same food at the same festivals. Italy simply isn't a
country of eccentricity, or a place where difference or diversity are
accepted, let alone cherished. I once tried to experiment by putting an
unorthodox topping on my pizza and was harangued by irate mates as if
I'd committed a terrible crime.
The conundrum of Italian racism is
that Italy, ever a country of contradictions, is also a place of
remarkable generosity and hospitality. I know it's easy for a white
Englishman to say that, but centuries of visitors have noted Italians' esterofilia,
their love of all things foreign. The dignity and intelligence of
Kyenge in the face of recent attacks may yet remind Italians that they
have a reputation for loving, rather than fearing, those from afar.
Sempre sul Guardian, il 15 luglio, John Foot aveva così concluso un articolo sullo stesso tema: Italy is not a racist country, but it is a country where racism is
tolerated and where a person like Calderoli has held institutional
power. Yet the racists will not win, because the future is with the
Italy of Balotelli and Kyenge. Italy is a multicultural country, whether
they like it or not. And when I see Roberto Calderoli, I can't help but
think of an ignorant racist.