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venerdì 10 aprile 2026

Simone de Beauvoir femminista

Aurore Thurbiau
Qual è il posto di Simone de Beauvoir nel femminismo contemporaneo? Un'affascinante raccolta dei suoi scritti femministi delinea una risposta

Le Monde des livres, 10 aprile 2026

La notizia si è diffusa: Il secondo sesso verrà pubblicato nella prestigiosa collana "La Pléiade". Eppure, nel 1973, Simone de Beauvoir (1908-1986) disse di questo saggio: "Brucerebbe, nessuno lo leggerebbe più, non me ne importerebbe" – il suo contenuto, per la maggior parte, è stato "assimilato" da molto tempo; qualcun altro avrebbe potuto scriverlo altrettanto facilmente. Inoltre, presentava un problema di tono; alla sua pubblicazione da parte di Gallimard nel 1949, lo giudicò troppo sereno: troppo distaccato, troppo inconsapevole dell'urgenza della situazione. L'autrice lo terminò "vagamente fiduciosa nel futuro, nella rivoluzione e nel socialismo ". Ancora una sognatrice, prima di aderire, anni dopo, al femminismo di base.

Un'altra pubblicazione merita la nostra attenzione: quella che mette in prospettiva il leggendario saggio e osa smantellarne l'apparenza monolitica. *Una volta che le donne hanno aperto gli occhi* raccoglie gli scritti e le dichiarazioni femministe di Simone de Beauvoir tra il 1947 e il 1985. Curato da Esther Demoulin (specialista nelle opere di Sartre e Beauvoir) e Sylvie Le Bon de Beauvoir (editrice, figlia adottiva ed erede della filosofa), il libro offre accesso a traduzioni, testi inediti e trascrizioni di interviste, da una conferenza tenuta in Giappone a una condotta negli Stati Uniti: c'è tutto. Un tesoro per chiunque sia interessato a questo pensiero in continua evoluzione, con le sue esitazioni, i rimpianti, le revisioni e le speranze politiche riformulate.

Fondamentalmente, l'evoluzione femminista di Simone de Beauvoir può essere tracciata a grandi linee. In primo luogo, come emerge dalla lettura della sua opera, la lotta iniziale – la lotta di classe – appare in definitiva troppo idealistica. Pur essendo necessaria da perseguire, sottolinea Beauvoir, è altrettanto necessario riconoscere che in nessun luogo si è realizzato il "vero" socialismo secondo Marx, quello che trasformerebbe l'umanità e, tra le altre cose, la condizione delle donne. Al contrario, per quanto riguarda le donne, le lotte di sinistra tendono a perpetuare, o addirittura ad esacerbare, le ingiustizie e la violenza; la liberazione si raggiunge da un lato, mentre l'ingiustizia si radica dall'altro (il maggio '68 ne è un esempio lampante). Pertanto, e questo è l'altro sviluppo fondamentale del pensiero di Beauvoir, è necessaria un'azione concreta, senza attendere la rivoluzione: le donne devono lottare, il prima possibile.

Femminismo "radicale", alleato con la lotta di classe

Beauvoir passò dunque da una forma di idealismo intellettuale, quella degli anni '50 e '60, relativamente solitaria e apertamente critica, tra l'altro, nei confronti dei metodi d'azione violenti impiegati dalle suffragette – che in seguito, al contrario, avrebbe appoggiato – alla convinzione che la lotta non possa prescindere da un impegno popolare, collettivo e apertamente militante. Questa è la natura del suo femminismo "radicale" , alleato con la lotta di classe. Lo ribadì spesso. Questo radicalismo è una politica pragmatica. «Essere veramente politicizzati» non significa votare: «significa partecipare alle lotte sociali, e l'unico modo per avere un impatto sulla società (...) è appartenere ai sindacati, ai gruppi di pressione, essere solidali con gli altri ». Da qui l'interesse nell'osservare il percorso femminista di Beauvoir nella sua interezza: l'apertura agli anni Ottanta, un periodo degli anni di Mitterrand e dell'indebolimento delle mobilitazioni, ci permette in particolare di notare la concreta efficacia istituzionale del sostegno che Beauvoir offre alla ministra Yvette Roudy, per il rimborso degli aborti o contro la pubblicità sessista, in particolare – meno rivoluzionario, ma pur sempre pragmatico.

Per Simone de Beauvoir, essere politicizzata significa riconoscere la differenza di contesti e la posta in gioco specifica delle lotte. Contrariamente alla credenza comune, Beauvoir era, in questo senso, molto più materialista che universalista. Ciò significa comprendere, ad esempio, la necessità di pratiche di spazi monosessuali (tra donne, o altre): un bisogno indubbiamente transitorio, ma irriducibile e pratico, una "fase necessaria ", come la definiva Beauvoir. Essere politicizzata significa anche parlare, argomentare. Una volta che le donne hanno aperto gli occhi, ciò si dimostra con azioni concrete, quando lo scambio di idee prevale sulla scrittura: diventano più collettive. La corrispondenza che Beauvoir intrattenne con le sue lettrici (si veda *Chère Simone de Beauvoir* , a cura di Marine Rouch, Flammarion, 2024) è rilevante ancora oggi per la stessa ragione, in quanto indica una definizione di femminismo come relazione critica.

Per Simone de Beauvoir, scegliere il radicalismo significa intrinsecamente assumersi la responsabilità. Se l'obiettivo è decidere di agire, il prima possibile, ovunque sia possibile, anche in caso di dubbio, ciò implica la capacità di riconoscere gli errori. Questo era il significato della sua "morale dell'ambiguità" già nel 1947, e rimane cruciale per l'attuale ricezione della sua filosofia femminista; l'introduzione di Esther Demoulin a * C'era una volta...* è molto chiara su questi punti. Fin da subito, le pensatrici antirazziste hanno sottolineato la sua incapacità di considerare la situazione delle donne nere, il cui rapporto con la casa, con il lavoro fuori casa e con la famiglia è storicamente antagonistico a quello delle donne bianche. Più in generale, l'analisi di Beauvoir sul lavoro come quadro di riferimento primario per l'emancipazione è stata spesso messa in discussione, soprattutto quando è stata associata a una denigrazione del lavoro domestico come lavoro riproduttivo – un punto evidenziato da molte femministe materialiste.

Né idolatria né disprezzo

Ciò che oggi risulta particolarmente inquietante è il ricordo delle relazioni che Simone de Beauvoir, intorno ai 30 anni, intrattenne con le sue ex studentesse Olga Kosakiewicz, Bianca Bienenfeld e Nathalie Sorokine, rispettivamente di 21, 17 e 18 anni. Negli anni '90, Beauvoir fu criticata per le sue mezze verità, la sua complicità con Sartre e la sua negligenza nei confronti di queste giovani donne durante l'Occupazione; oggi, è criticata soprattutto per aver abusato della sua posizione di autorità nei loro confronti. A queste critiche si potrebbe aggiungere la distanza a volte condiscendente che Beauvoir mantenne nei confronti delle lotte lesbiche; la natura relativamente francocentrica del suo femminismo che, pur essendo certamente in evoluzione negli anni '80 e comprensibile alla luce della sua reputazione internazionale, forse non colse appieno l'internazionalismo degli anni '70.

Il valore di un'opera come *Una volta che le donne aprirono gli occhi* risiede forse proprio nella sua rappresentazione di un processo di pensiero in evoluzione: esigente, radicale, a volte fuorviante, ma sempre pronto a ritornare, a riprendere e a prevenire sia l'idolatria che il disprezzo. «È imperativo non disprezzare i grandi pensatori », anche quando si cerca di «decentrare il femminismo », ricorda la filosofa Soumaya Mestiri (in * Per un femminismo decentrato *, Le Cavalier bleu, 192 pagine, 13 euro). Da un lato, naturalmente, dobbiamo collocare il pensiero di Beauvoir nel suo contesto storico, comprenderne le radici nella situazione; ma dall'altro, senza considerarlo un monolite immutabile in nome del quale dovremmo perdonare alla filosofa qualche passo falso, bensì riconoscendo che continua a parlare al nostro tempo e alle nostre domande.

Dobbiamo dare ascolto a Beauvoir quando, nel 1965, afferma: «Ci sono molte interpretazioni errate del mio femminismo. Solo che, ai miei occhi, sono errate quelle che non sono radicalmente femministe: non mi sento mai tradita quando sono attratta da… un femminismo assoluto, se vogliamo». Questo assoluto è l'esigenza, verso se stessi ma anche verso i lettori, di una discussione critica che venga sempre riproposta.

« Une fois que les femmes ont ouvert les yeux. Ecrits et paroles féministes (1947-1985) », de Simone de Beauvoir, édité par Esther Demoulin et Sylvie Le Bon de Beauvoir, Gallimard, 610 p., 28 €.

« Le Deuxième Sexe », de Simone de Beauvoir, introduit par Esther Demoulin, Gallimard, « Bibliothèque de la Pléiade », 1152 p., 68 €.


https://www.lemonde.fr/livres/article/2026/04/08/quelle-est-la-place-de-simone-de-beauvoir-dans-le-feminisme-contemporain-un-passionnant-recueil-de-ses-textes-feministes-esquisse-une-reponse_6678294_3260.html

domenica 1 febbraio 2026

L' Europa oltre l'Occidente

 l’occidente e il buio di un disastro annunciato

Umanesimo perduto

Fine della storia ed eterogenesi dei fini sono due parole-chiave che in forza della loro attualità si accampano in questo libro sin dalle sue prime pagine. Per un verso, infatti, le vicende del nostro strettissimo presente hanno smentito qualsiasi svagata o interessata profezia pronunciata in anni che a vederli oggi sembrano segnati da una sorta di moderna ubris, l’orgoglio per un trionfo destinato a tramutarsi presto in rovina.

La storia, ahimé, non può banalmente finire. È da sempre la nostra compagna di viaggio, l’obbligata cornice delle nostre vite. Permette che si consumino successi di una parte, ma solo a condizione che essi siano provvisori, che il vincitore ne consideri la instabilità e si disponga, all’indomani della sua vittoria, a preparare l’abitabilità storica del mondo anche per il vinto. Altrimenti, per il verso opposto, la storia svela il suo volto ironico. Lascia che si materializzi un apprendista stregone e che la fine di un sogno si trasformi nell’incubo di un inizio.

La globalizzazione economica, ci ricorda l’autore, che avrebbe dovuto suggellare il definitivo trionfo del modello liberista dell’Occidente, ha, in realtà, favorito la crescita di quelle aree del pianeta, per prima, ovviamente, la Cina, alle quali, sulla nuova scena planetaria del post-Ottantanove, era stato affidato il ruolo di sconfitti o, nel migliore dei casi, di spettatori.

L’Europa e con essa lo spazio mediterraneo e quello che, alla luce di quanto sta accadendo e seguendo la traccia di questo libro, verrebbe da chiamare l’Occidente non occidentalizzato, corrono così oggi il rischio di rimanere schiacciati in un gigantesco testa-coda, feriti a morte, privati non solo del loro ambizioso passato, ma anche delle sue, risicate, speranze presenti. «La contrapposizione tra Oriente e Occidente – dice assai bene Eugenio Mazzarella – più che una contrapposizione di civiltà, emerge oggi nelle sue ragioni di contrasto, come contrapposizione all’interno della stessa civilizzazione materiale». Umanesimo non può che essere la parola che, come una zattera malridotta, galleggia sulla superficie di un disastro annunciato. Non solo quello secolarizzato, lontano dallo scintillio della Ragione e vicino alla cupezza della dittatura dei consumi. Ma anche quello religioso, i cui effetti devastanti si avvertono nelle derive fondamentaliste di religioni che non sono solo quella di Allah.

Camminare insieme, allora, ritrovando in questo ritrovato incontro il ruolo oggi dell’Europa? Perché no? Se, conclude meravigliosamente Mazzarella chiamando in causa non profeti disarmati ma Bismarck, ti accorgi che il suo mantello di Dio, una volta afferrato, insegna che «la politica è sempre trascendenza, provare ad aprire la porta ad un altro possibile, che matura o va oltre il possibile che è reale».

Eugenio Mazzarella
Contro l’Occidente. Trascendenza e politica
Castelvecchi, pagg. 180, € 20

giovedì 22 gennaio 2026

Carney indica la strada

Paolo Viganò
Carney, la via canadese per resistere a Washington
il manifesto, 22 gennaio 2026

Ieri sul palco del World Economic Forum Donald Trump si è rivolto direttamente al primo ministro canadese Mark Carney con le consuete minacce: «Il Canada ha ricevuto molti omaggi dagli Stati uniti. Dovrebbero esserci grati ma non lo sono. Il Canada vive grazie agli Stati Uniti. Ricordatelo Mark, la prossima volta che farai le tue considerazioni».

Il riferimento è ovviamente al memorabile discorso tenuto martedì dal premier canadese, il quale ha parlato della fine dell’ordine mondiale e del definitivo smantellamento dell’«utile finzione» del diritto internazionale in favore di una nuova «realtà brutale». «Permettetemi di essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione» ha detto Carney, prospettando un atteggiamento sia etico che pragmatico da parte delle «potenze medie» e guadagnandosi così la standing ovation del pubblico di Davos.

FINO AD ORA Carney aveva mantenuto dei rapporti cordiali con l’amministrazione Usa, nonostante le minacce di pesanti dazi e di annessioni da parte di Trump, che martedì su Truth ha postato una nuova foto di una cartina del Nord America dove il Canada è rappresentato come uno stato a stelle e strisce. Tuttavia, come fa notare il New York Times, al momento le trattative tra i due Paesi sarebbero congelate, e non era previsto nessun incontro fra i due nonostante si trovassero entrambi a Davos ieri.

Nel frattempo, il discorso di Carney – particolarmente significativo perché pronunciato dopo i recenti accordi commerciali con il governo cinese, oltre che dopo l’annuncio di ingenti finanziamenti militari per fortificare il confine meridionale – ha avuto ampia eco su tutti i principali mezzi di informazione americani. Fox News, principale sostenitore dei Maga fra i media mainstream, ha sottolineato come il presidente abbia giustamente rimproverato Carney, alludendo alla supposta volontà di Trump, accennata ieri a Davos, di coinvolgere il Canada nella costruzione del Golden Dome – il sistema missilistico di difesa che dovrebbe proteggere l’intero Nord America.

Particolare spazio al discorso di Carney è stato dedicato dai mass media progressisti. La Cnn ha definito le parole del premier «una rotta per il futuro del Canada», aggiungendo che Ottawa starebbe valutando di inviare un contingente in Groenlandia come gesto simbolico di vicinanza al Paese.

DALLE COLONNE del Washington Post, lo storico Matthew Specter ha notato come il discorso di Carney «strappi il cerotto da un ordine liberale ormai logoro, ma con uno spirito stoico, non celebrativo». The Atlantic si è concentrato sulle reazioni di Trump, definendo il discorso del presidente Usa una «classica minaccia da mafioso», e lo ha criticato per gli attacchi contro il premier canadese. «Il discorso di Carney è significativo non solo per lo status del Canada come principale partner commerciale degli Stati uniti» osserva invece The New Republic «ma anche per il suo background nel mondo della finanza prima di entrare in politica».

Con il discorso di ieri Carney ha in un certo modo mostrato una via canadese come risposta alle politiche della Casa bianca degli ultimi mesi, ritagliandosi una posizione di rilievo tra gli oppositori di Trump. Una mossa giunta inaspettatata, anche considerando il background del premier canadese. Economista formatosi tra Harvard e Oxford, Carney è stato prima governatore della Bank of Canada tra il 2008 e il 2013, e in seguito della Bank of England tra il 2013 e il 2020 – peraltro, il primo cittadino non inglese a ricoprire questo ruolo. Definito spesso come un centrista e un liberale «blue grit» – ovvero aderente a quella corrente del progressismo canadese considerata più tradizionalista – ha vinto le scorse elezioni sebbene fosse dato per sfavorito.

NONOSTANTE di formazione si direbbe forse più un tecnico che un politico, nel discorso di martedì ha posto fortemente l’accento sui valori morali da perseguire, oltre che sulla pragmatica, facendo riferimento a un «realismo basato sui valori». «Siamo guidati da principi nel nostro impegno verso valori fondamentali» ha affermato «sovranità e integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza salvo nei casi conformi alla Carta delle Nazioni unite, il rispetto dei diritti umani».

giovedì 26 giugno 2025

Iran, il ricambio possibile



La tregua in Iran. L'illusione del cambio di regime a Teheran. Ma una crepa c'è
Riccardo Redaelli, Avvenire, 26 giugno 2025

Sull’ottovolante impazzito della politica mediorientale, si è passati dal rischio della guerra totale a una tregua d’armi. Un accordo gracile e che molti vorrebbero soffocare nella culla, ma che rappresenta una flebile speranza per fermare i bombardamenti, almeno fra Israele e Iran, dato che i massacri di civili a Gaza continuano inarrestabili.

Ieri l’altro, il lancio puramente formale di missili iraniani contro la base in Qatar – miglior alleato di Teheran lungo la sponda araba del Golfo e negoziatore nucleare – faceva intuire che vi era un accordo di sostanza per salvare la faccia al regime e preparare la strada a un cessate il fuoco. Molto gradito alla Repubblica islamica (tranne alle sue frange estremiste), molto meno al governo Netanyahu, che infatti ieri ha irritato il presidente Trump con le sue azioni tese a far saltare un accordo che impedisce nuovi bombardamenti.

È difficile capire se dietro le piroette e i continui cambi di rotta politica del presidente statunitense vi sia una strategia finissima, o se sia solo un procedere ondivago a seconda degli umori del momento. Quel che è certo che si è passati dal cercare il regime change, ossia di abbattere il sistema di potere (il Nezam) creatosi in Iran dopo la rivoluzione islamica del 1979, al sostenere una tregua che lo protegge dai colpi continui dell’iper-potenza militare israeliana. Forse perché appare chiaro quanto non si è voluto vedere in questi giorni, ossia che il regime di Teheran, per quanto detestato dalla maggior parte della sua popolazione, è molto ramificato nel Paese.

La caduta della Repubblica Islamica è da decenni il sogno neppure segreto della destra statunitense e di Israele, ma mai realizzato, dato che l’Iran non è la Siria, non è la Libia o l’Iraq e il Nezam ha una solidità ben maggiore del regime di al-Assad a Damasco, crollato come un castello di carte non appena venuto meno il sostegno russo, degli hezbollah libanesi e iraniano. Per quanto la popolazione sia ostile a Khamenei e al suo sistema di potere, ciò non si è finora tradotto nella formazione di veri movimenti politici organizzati che potessero sfidarlo.

Né sono emerse leadership carismatiche attorno a cui polarizzare un progetto alternativo all’attuale sistema di potere. Anzi, le principali forme di “opposizione” al sistema sviluppatesi in Iran sono interne al sistema, come il movimento riformista, che ne voleva una sua radicale liberalizzazione, senza però chiederne lo smantellamento. All’estero rimangono figure come il figlio dell’ultimo shah, Reza Ciro Pahlavi, che si agita molto in questi giorni ma che è palesemente privo di un reale seguito nel Paese. O peggio, vi sono movimenti radicali come i Mujaheddin--e Khalq, da molti considerati un gruppo terrorista, e fermi a una ideologia islamo-socialista superata dalla storia.

E allo stesso modo, l’illusione di usare contro il sistema di potere di Teheran le minoranze etniche e religiose, dai baluci nel sud-est, ai kurdi, alla minoranza araba del sud-ovest, è velleitaria. Perché essi possono sì creare problemi di sicurezza e tensioni interne, ma certo fa sorridere l’idea di un Iran gestito dalle tribù baluce. La verità è che il regime può contare su un blocco sociale fatto dai ceti più disagiati, che beneficiano del clientelismo del regime, così come da una nuova borghesia legata al Nezam, in cui soldi e affari, si mischiano alla gestione del potere e degli strumenti repressivi. I pasdaran non sono delle forze armate arruolate a forza, come tanti eserciti dei dittatori mediorientali: essi beneficiano di questo sistema politico e sono quindi disposti a difenderlo, anche a costo di sparare sulla propria popolazione.

Paradossalmente, la decimazione dei loro vertici per opera di Israele, nel medio termine, rischia di rafforzarli; da tempo la nuova generazione di ufficiali dei pasdaran criticava la corruzione dei loro vertici, troppo intenti a rubare soldi, a gestire il potere e poco a curare gli aspetti propriamente militari.

La loro morte spiana la strada a nuovi comandanti più determinati e meno corrotti. Infine, Teheran può contare – anche se in modo limitato – su un certo sostegno internazionale. Poco dalla Russia, che sembrava quasi aver accettato uno scambio Ucraina/Iran con Trump; ma la Cina, per quanto prudente a non farsi coinvolgere nelle vicende militari, ha molti interessi in Iran e nel Golfo, e non farà mancare il suo prudente sostegno nelle fasi di ricostruzione economica (e probabilmente anche militare).

Quanto può infine rafforzare Teheran è imparare dai brucianti colpi ricevuti e scegliere di rinunciare alle sue ambiguità sul nucleare. Concedere a Trump di sbandierare un successo internazionale che non è finora riuscito a cogliere sarebbe la sua miglior garanzia. E permetterebbe forse una ripresa della fazione pragmatica e moderata rispetto all’oltranzismo radicale dei pasdaran.

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L'Iran è una bomba a orologeria, Serve una perestrojka come nell'Urss
Bernard Guetta, La Stampa, 26 giugno 2025

L'Iran è un Paese di 90 milioni di abitanti che confina con Iraq e Turchia a Ovest; le monarchie del Golfo a Sud; Armenia, Azerbaigian e Turkmenistan a Nord; Afghanistan e Pakistan a Est. Ricco di petrolio e costituito da minoranze etniche o religiose, l’Iran è quindi circondato da zone di conflitto, guerre aperte e stati sunniti con i quali questa culla dello sciismo è da sempre in competizione.

La Persia di un tempo, contro la quale Maometto aveva unificato la penisola araba nella nuova fede dell’Islam, è diventata dunque una bomba a orologeria. Ci sono tutte le ragioni per temere che il crollo del suo regime possa provocare a breve forti scosse interne, tali da ripercuotersi nell’intera regione. Il pericolo è enorme e per gli iraniani l’unico modo per scongiurarlo sarebbe quello di riuscire a predisporre una transizione politica tra la teocrazia moribonda e il regime delle libertà al quale aspirano in massa.

Così accadde in Spagna tra la fine del franchismo e l’instaurazione della democrazia. L’Europa di allora, naturalmente, non aveva nulla a che vedere con il Medio Oriente di oggi. La Spagna era in pace, mentre l’Iran non lo è ma, con uno scarto di mezzo secolo, gli iraniani oggi beneficiano del medesimo punto di forza degli spagnoli dell’epoca. Come in quel caso, all’interno della loro dittatura si è andato sviluppando un gruppo di persone in rottura con l’ortodossia del sistema istituito, composta da riformatori che auspicano cambiamenti concreti o che sono abbastanza lucidi da vederne l’esigenza. In Spagna furono perlopiù tecnocrati formatisi negli Stati Uniti o nelle capitali europee. In Iran, invece, tutti quegli uomini, e anche tutte quelle donne, hanno creduto nella rivoluzione islamica che, nel caso di alcuni, hanno difeso fino a prendere parte alle repressioni di massa, ma di cui non sopportavano più la corruzione, la cecità e l’avventurismo regionale. Molti hanno segnalato con discrezione il loro dissenso sui banchi del parlamento, sulla stampa, in ambito culturale o perfino ai gradini più alti dell’apparato. Altri di fatto hanno rotto con l’establishment teocratico, presentandosi esplicitamente come riformatori e candidandosi per funzioni elettive, come quella di sindaco, deputato o presidente della repubblica. Di conseguenza, coloro le cui candidature non sono state silurate da istanze teocratiche sono diventati oppositori dall’interno del regime, sono stati subito emarginati, completamente paralizzati come Mohammad Khatami, il riformatore eletto alla presidenza nel 1997 e nel 2002, oppure sono stati messi agli arresti domiciliari come Mir Hossein Moussavi, candidato alle presidenziali del 2009 contro l’ultraconservatore uscente Mahmoud Ahmadinejad a favore del quale furono riempite le urne.

Esistono dunque in Iran molteplici battaglioni di quadri riformatori, dichiarati o velati. Il loro numero varia in modo considerevole a seconda delle amministrazioni, ma se ne trovano perfino nel clero. La situazione in Iran è molto simile a quella che in Unione Sovietica fece emergere la perestroika di Mikhail Gorbaciov e queste persone a un certo punto – così si spera, perlomeno, incrociamo le dita – potrebbero rivestire quella funzione di successione che di norma dovrebbe spettare alle forze organizzate di opposizione che non esistono più ormai da tempo. In questo Paese in passato così politicizzato, i partiti e anche le correnti politiche sono state spazzate via da arresti, esecuzioni e assassinii di massa perpetrati da questa teocrazia spietata. Se si escludono i riformatori usciti dal regime, per il momento non vi sono forze pronte a subentrare al potere, ma questo non significa che in Iran non vi siano oppositori.

Artisti, avvocati o scrittori: l’Iran conta numerose figure ammirate per il coraggio con il quale si sono opposte ai mullah. In futuro, nei dibattiti e nelle discussioni a venire, questi dissidenti avranno il loro peso, ma oltretutto le battaglie con le quali non hanno mai smesso di sfidare la Repubblica islamica da trent’anni a questa parte hanno dato vita anche a numerosissimi combattenti per la libertà. I più anziani di loro, perlomeno cinquantenni, iniziarono a mobilitarsi per l’elezione e la rielezione di Mohammad Khatami. I più giovani sono scesi in piazza nel 2022 dopo la morte di una giovane donna assassinata dai miliziani del regime per non essersi ricoperta convenientemente con il velo. Il movimento “Donna, vita, libertà” è andato crescendo e, prima ancora, c’è stata la “Rivoluzione verde” del 2009, con le immense manifestazioni di protesta contro la rielezione manipolata di Mahmoud Ahmadinejad.

Ogni volta, il potere ha saputo riprendere il controllo ed effettuare una repressione più feroce della precedente. Soltanto l’anno scorso, i mullah hanno ordinato più di 500 condanne capitali. Questa lotta tra Paese reale e Paese legale che si rinnova incessantemente ha fatto però dell’Iran un paradosso assoluto. Mentre la dittatura è crudele e le istituzioni repubblicane sono manovrate interamente dalle istituzioni religiose incarnate dalla Guida suprema, in nessun altro Paese al mondo si trovano altrettanti cittadini e altrettante cittadine con un’esperienza politica simile.

L’Iran è per eccellenza il Paese dei cittadini informati. Per scongiurare il caos, che ben presto potrebbe farsi cruento, basterebbe che i riformatori e i dissidenti più apprezzati caldeggiassero tutti insieme una transizione pacifica che permetta di creare uno scacchiere politico e di organizzare libere elezioni. Il tempo incalza. È questione di giorni.


domenica 7 aprile 2024

La carta dell'orgoglio. Una prospettiva

 

 

 


 Dizionario Treccani, orgoglio, 2.

Con senso attenuato (per influsso del fr. orgueil ), sentimento non biasimevole della propria dignità, giustificata fierezza.
"si sentiva offesa nel suo o. di donna"
 
Marco Damilano, La democrazia è più debole se l'opposizione non può vincere, Domani, 7 aprile 2024
Non è vero che il campo largo è morto a Bari. Il Campo largo non è mai esistito. E' sempre stato una semplice espressione geografica, utilizzata per definire quel pezzo di Italia che espressione geografica non è, perché esiste e in queste ore guarda attonito a questo ennesimo tentativo di omicidio politico, a due mesi dal voto europeo. Sì, non è un suicidio, come si scrive pigramente, ma è un tentato omicidio contro la speranza di un'alternativa al governo delle destre. E' un pezzo di Italia niente affatto di minoranza e neppure minoritario, come credono i commentatori dei giornali, anzi è maggioritario. E' quel pezzo di Italia che si riconosce nei valori della Costituzione, nell'uguaglianza e nella giustizia sociale, nel lavoro, nella sanità e nell'istruzione pubblica, nella democrazia che significa rimuovere gli ostacoli, ogni generazione ha i suoi. Un pezzo di Italia che non discrimina per genere, per colore della pelle, per condizione economica e sociale, per orientamento sessuale e per questo è istintivamente antifascista. Sul piano elettorale non si riconosce in un partito, o forse non va a votare, ma continua a definirsi di sinistra o di centrosinistra.
Il Campo largo è stato la negazione del centrosinistra. Fin dal nome: era un modo di dire centrosinistra, vergognandosi perfino di dirlo. Infatti, ne hanno fatto parte, di volta in volta, leader che rifiutano questa definizione. La rifiutano Matteo Renzi e Carlo Calenda, che pure sono stati ex protagonisti del centrosinistra. La rifiuta soprattutto Giuseppe Conte, che così giustifica la sua disinvoltura nel saltar dentro e fuori. Più che largo è un campo affittato a ore. L'elettore di centrosinistra anonimo segue con disgusto la vicenda di Bari  [...] Definirsi riformisti, fuori e dentro il Pd, ha significato per anni trafficare con chiunque, ovvero il trasformismo su larghissima scala.
"Il pragmatismo che si pone sfacciatamente come giustificazione di se stesso" lo chiamava Giulio Bollati in L'italiano (Einaudi, 1983). "Distanza tra i propositi dichiarati e i comportamenti effettivi, abilità nel far propri i temi dell'avversario per svuotarli di contenuto, contrasti in pubblico e accordi in corridoio. Il trasformismo è apparenza, spettacolo, indifferenza al merito delle questioni. Il suo scopo è il potere in quanto tale".
[...] se il campo largo non esiste, per la segretaria del Pd Elly Schlein non ci sono alternative. La fatica nel tenere insieme una coalizione che per ora non c'è va impiegata interamente per cambiare il partito che guida, soprattutto in vista delle elezioni europee in cui si vota con la proporzionale, senza alleanze. L'unico contributo che si può dare all'alternativa, in questo momento, è la costruzione di un partito che l'elettore anonimo possa tornare a votare, o votare per la prima volta, senza turarsi il naso, non perché è un voto utile, come negli ultimi anni, ma perché dà voce a quel pezzo di Italia di sinistra e di centrosinistra che è il pezzo che c'è nella società, ma non c'è nella politica italiana. Il vero antidoto ai trasformismi è una identità che non si nasconde, non si vergogna, non si confonde nell'indistinto della politica, in cui si annidano anche gli stregoni del voto sporco, semmai torna a mescolarsi con un popolo senza rappresentanza. Almeno da questo punto di vista l'indignato comizio di Schlein sul palco di Bari può essere un nuovo inizio. L'ira dei miti, infatti, è qualcosa che l'elettore di centrosinistra senza casa politica capisce perfettamente. Incazzato ma non disperato da anni, grandemente apprezza. Non per sempre, però.
 
 
 
 
Il Campo largo è stato la negazione del centrosinistra. Fin dal nome: era un modo di dire centrosinistra, vergognandosi perfino di dirlo. Infatti, ne hanno fatto parte, di volta in volta, leader che rifiutano questa definizione.

giovedì 13 agosto 2015

Cavour pragmatico e lungimirante

Il 10 agosto Cavour festeggiava il suo compleanno, era nato a Torino nel 1810.

Giuliano Procacci
Storia degli italiani
Laterza, Bari 1968

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Saliva al potere l’uomo al cui nome è legata la realizzazione dell’unità d’Italia, una tra le poche figure della storia italiana passata ai posteri con il fascino del vincitore e non con quello del vinto. Cadetto di una famiglia di vecchia nobiltà e indirizzato dal padre alla carriera militare, egli l’aveva ben presto abbandonata per una vita di viaggi, di affari, di speculazioni, di studi e di amori, e per dedicarsi in età più matura alla politica. In una società in cui molti erano gli aristocratici taccagnamente imborghesiti e molti i borghesi che ostentavano pose nobiliari, egli possedeva al tempo stesso tutte le virtù del borghese e tutte le virtù dell’aristocratico: l’irrequietezza intellettuale e l’abitudine al comando, il gusto di far denaro e quello di spenderlo, la freschezza di energie di una nuova classe sociale e lo stile di una vecchia. Di orientamenti politici moderati, alieno da ogni simpatia verso la rivoluzione e il romanticismo politico dei mazziniani, egli si rese conto peraltro della impossibilità di governare contro le diffuse aspirazioni democratiche fermentanti nei ceti borghesi e piccolo-borghesi e, prima ancora di assumere le redini del gabinetto, si assicurò una sicura maggioranza nel Parlamento, stringendo un’alleanza (il cosiddetto «connubio») con le correnti più moderate della sinistra e con il loro esponente più in vista, Urbano Rattazzi. Essendosi in tal modo garantito contro l’impazienza dei mazziniani e le nostalgie retrive dei «municipali» della corte, poté svolgere con relativa tranquillità il programma di liberalizzazione e di ammodernamento della società piemontese che aveva in mente. Innanzitutto nel campo economico: da buon lettore di Adam Smith e da imprenditore agricolo illuminato e intraprendente quale egli era, il Cavour nutriva una concezione dello sviluppo economico essenzialmente liberista. La via del rinnovamento della società piemontese passava a suo giudizio attraverso la vittoria delle tendenze mercantili e capitalistiche già operanti in essa e questa a sua volta aveva per presupposto una radicale e tonificante liberalizzazione del mercato e l’inserimento pieno del Piemonte nel grande circuitodell’economia europea. Profondamente convinto della giustezza e della fecondità di questa prospettiva di sviluppo economico, il Cavour, già nei diciotto mesi durante i quali aveva occupato la carica di ministro dell’Agricoltura, aveva stipulato una serie di trattati commerciali – con la Francia, con l’Inghilterra, con il Belgio, con l’Austria tutti improntati a un pronunciato liberismo.
… La nozione di un Cavour diplomatico e “tessitore” paziente della lunga tela dell’Unità d’Italia è tra le più correnti. Sarebbe però errato interpretarla nel senso che sin dagli inizi lo statista piemontese avesse chiaro davanti agli occhi quell’obiettiva dell’unità d’Italia che egli effettivamente raggiunse e che il suo lavorio diplomatico fosse tutto in funzione di questo grande fine. In realtà … fino a una data assai avanzata, il Cavour consideròl’unità d’Italia sotto casa Savoia un obiettivo praticamente irrealizzabile e la sua abilità non consistette nell’inflessibilità di colui che sa attendere che le situazioni maturino e le giornate decisive giungano una buona volta, quanto nell’empirismo di colui che sa ricavare dalle situazioni e dalle contingenze che via via gli si presentano il massimo di risultati.

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