Visualizzazione post con etichetta Gorbačëv. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gorbačëv. Mostra tutti i post

giovedì 26 giugno 2025

Iran, il ricambio possibile



La tregua in Iran. L'illusione del cambio di regime a Teheran. Ma una crepa c'è
Riccardo Redaelli, Avvenire, 26 giugno 2025

Sull’ottovolante impazzito della politica mediorientale, si è passati dal rischio della guerra totale a una tregua d’armi. Un accordo gracile e che molti vorrebbero soffocare nella culla, ma che rappresenta una flebile speranza per fermare i bombardamenti, almeno fra Israele e Iran, dato che i massacri di civili a Gaza continuano inarrestabili.

Ieri l’altro, il lancio puramente formale di missili iraniani contro la base in Qatar – miglior alleato di Teheran lungo la sponda araba del Golfo e negoziatore nucleare – faceva intuire che vi era un accordo di sostanza per salvare la faccia al regime e preparare la strada a un cessate il fuoco. Molto gradito alla Repubblica islamica (tranne alle sue frange estremiste), molto meno al governo Netanyahu, che infatti ieri ha irritato il presidente Trump con le sue azioni tese a far saltare un accordo che impedisce nuovi bombardamenti.

È difficile capire se dietro le piroette e i continui cambi di rotta politica del presidente statunitense vi sia una strategia finissima, o se sia solo un procedere ondivago a seconda degli umori del momento. Quel che è certo che si è passati dal cercare il regime change, ossia di abbattere il sistema di potere (il Nezam) creatosi in Iran dopo la rivoluzione islamica del 1979, al sostenere una tregua che lo protegge dai colpi continui dell’iper-potenza militare israeliana. Forse perché appare chiaro quanto non si è voluto vedere in questi giorni, ossia che il regime di Teheran, per quanto detestato dalla maggior parte della sua popolazione, è molto ramificato nel Paese.

La caduta della Repubblica Islamica è da decenni il sogno neppure segreto della destra statunitense e di Israele, ma mai realizzato, dato che l’Iran non è la Siria, non è la Libia o l’Iraq e il Nezam ha una solidità ben maggiore del regime di al-Assad a Damasco, crollato come un castello di carte non appena venuto meno il sostegno russo, degli hezbollah libanesi e iraniano. Per quanto la popolazione sia ostile a Khamenei e al suo sistema di potere, ciò non si è finora tradotto nella formazione di veri movimenti politici organizzati che potessero sfidarlo.

Né sono emerse leadership carismatiche attorno a cui polarizzare un progetto alternativo all’attuale sistema di potere. Anzi, le principali forme di “opposizione” al sistema sviluppatesi in Iran sono interne al sistema, come il movimento riformista, che ne voleva una sua radicale liberalizzazione, senza però chiederne lo smantellamento. All’estero rimangono figure come il figlio dell’ultimo shah, Reza Ciro Pahlavi, che si agita molto in questi giorni ma che è palesemente privo di un reale seguito nel Paese. O peggio, vi sono movimenti radicali come i Mujaheddin--e Khalq, da molti considerati un gruppo terrorista, e fermi a una ideologia islamo-socialista superata dalla storia.

E allo stesso modo, l’illusione di usare contro il sistema di potere di Teheran le minoranze etniche e religiose, dai baluci nel sud-est, ai kurdi, alla minoranza araba del sud-ovest, è velleitaria. Perché essi possono sì creare problemi di sicurezza e tensioni interne, ma certo fa sorridere l’idea di un Iran gestito dalle tribù baluce. La verità è che il regime può contare su un blocco sociale fatto dai ceti più disagiati, che beneficiano del clientelismo del regime, così come da una nuova borghesia legata al Nezam, in cui soldi e affari, si mischiano alla gestione del potere e degli strumenti repressivi. I pasdaran non sono delle forze armate arruolate a forza, come tanti eserciti dei dittatori mediorientali: essi beneficiano di questo sistema politico e sono quindi disposti a difenderlo, anche a costo di sparare sulla propria popolazione.

Paradossalmente, la decimazione dei loro vertici per opera di Israele, nel medio termine, rischia di rafforzarli; da tempo la nuova generazione di ufficiali dei pasdaran criticava la corruzione dei loro vertici, troppo intenti a rubare soldi, a gestire il potere e poco a curare gli aspetti propriamente militari.

La loro morte spiana la strada a nuovi comandanti più determinati e meno corrotti. Infine, Teheran può contare – anche se in modo limitato – su un certo sostegno internazionale. Poco dalla Russia, che sembrava quasi aver accettato uno scambio Ucraina/Iran con Trump; ma la Cina, per quanto prudente a non farsi coinvolgere nelle vicende militari, ha molti interessi in Iran e nel Golfo, e non farà mancare il suo prudente sostegno nelle fasi di ricostruzione economica (e probabilmente anche militare).

Quanto può infine rafforzare Teheran è imparare dai brucianti colpi ricevuti e scegliere di rinunciare alle sue ambiguità sul nucleare. Concedere a Trump di sbandierare un successo internazionale che non è finora riuscito a cogliere sarebbe la sua miglior garanzia. E permetterebbe forse una ripresa della fazione pragmatica e moderata rispetto all’oltranzismo radicale dei pasdaran.

--------------------------------------

L'Iran è una bomba a orologeria, Serve una perestrojka come nell'Urss
Bernard Guetta, La Stampa, 26 giugno 2025

L'Iran è un Paese di 90 milioni di abitanti che confina con Iraq e Turchia a Ovest; le monarchie del Golfo a Sud; Armenia, Azerbaigian e Turkmenistan a Nord; Afghanistan e Pakistan a Est. Ricco di petrolio e costituito da minoranze etniche o religiose, l’Iran è quindi circondato da zone di conflitto, guerre aperte e stati sunniti con i quali questa culla dello sciismo è da sempre in competizione.

La Persia di un tempo, contro la quale Maometto aveva unificato la penisola araba nella nuova fede dell’Islam, è diventata dunque una bomba a orologeria. Ci sono tutte le ragioni per temere che il crollo del suo regime possa provocare a breve forti scosse interne, tali da ripercuotersi nell’intera regione. Il pericolo è enorme e per gli iraniani l’unico modo per scongiurarlo sarebbe quello di riuscire a predisporre una transizione politica tra la teocrazia moribonda e il regime delle libertà al quale aspirano in massa.

Così accadde in Spagna tra la fine del franchismo e l’instaurazione della democrazia. L’Europa di allora, naturalmente, non aveva nulla a che vedere con il Medio Oriente di oggi. La Spagna era in pace, mentre l’Iran non lo è ma, con uno scarto di mezzo secolo, gli iraniani oggi beneficiano del medesimo punto di forza degli spagnoli dell’epoca. Come in quel caso, all’interno della loro dittatura si è andato sviluppando un gruppo di persone in rottura con l’ortodossia del sistema istituito, composta da riformatori che auspicano cambiamenti concreti o che sono abbastanza lucidi da vederne l’esigenza. In Spagna furono perlopiù tecnocrati formatisi negli Stati Uniti o nelle capitali europee. In Iran, invece, tutti quegli uomini, e anche tutte quelle donne, hanno creduto nella rivoluzione islamica che, nel caso di alcuni, hanno difeso fino a prendere parte alle repressioni di massa, ma di cui non sopportavano più la corruzione, la cecità e l’avventurismo regionale. Molti hanno segnalato con discrezione il loro dissenso sui banchi del parlamento, sulla stampa, in ambito culturale o perfino ai gradini più alti dell’apparato. Altri di fatto hanno rotto con l’establishment teocratico, presentandosi esplicitamente come riformatori e candidandosi per funzioni elettive, come quella di sindaco, deputato o presidente della repubblica. Di conseguenza, coloro le cui candidature non sono state silurate da istanze teocratiche sono diventati oppositori dall’interno del regime, sono stati subito emarginati, completamente paralizzati come Mohammad Khatami, il riformatore eletto alla presidenza nel 1997 e nel 2002, oppure sono stati messi agli arresti domiciliari come Mir Hossein Moussavi, candidato alle presidenziali del 2009 contro l’ultraconservatore uscente Mahmoud Ahmadinejad a favore del quale furono riempite le urne.

Esistono dunque in Iran molteplici battaglioni di quadri riformatori, dichiarati o velati. Il loro numero varia in modo considerevole a seconda delle amministrazioni, ma se ne trovano perfino nel clero. La situazione in Iran è molto simile a quella che in Unione Sovietica fece emergere la perestroika di Mikhail Gorbaciov e queste persone a un certo punto – così si spera, perlomeno, incrociamo le dita – potrebbero rivestire quella funzione di successione che di norma dovrebbe spettare alle forze organizzate di opposizione che non esistono più ormai da tempo. In questo Paese in passato così politicizzato, i partiti e anche le correnti politiche sono state spazzate via da arresti, esecuzioni e assassinii di massa perpetrati da questa teocrazia spietata. Se si escludono i riformatori usciti dal regime, per il momento non vi sono forze pronte a subentrare al potere, ma questo non significa che in Iran non vi siano oppositori.

Artisti, avvocati o scrittori: l’Iran conta numerose figure ammirate per il coraggio con il quale si sono opposte ai mullah. In futuro, nei dibattiti e nelle discussioni a venire, questi dissidenti avranno il loro peso, ma oltretutto le battaglie con le quali non hanno mai smesso di sfidare la Repubblica islamica da trent’anni a questa parte hanno dato vita anche a numerosissimi combattenti per la libertà. I più anziani di loro, perlomeno cinquantenni, iniziarono a mobilitarsi per l’elezione e la rielezione di Mohammad Khatami. I più giovani sono scesi in piazza nel 2022 dopo la morte di una giovane donna assassinata dai miliziani del regime per non essersi ricoperta convenientemente con il velo. Il movimento “Donna, vita, libertà” è andato crescendo e, prima ancora, c’è stata la “Rivoluzione verde” del 2009, con le immense manifestazioni di protesta contro la rielezione manipolata di Mahmoud Ahmadinejad.

Ogni volta, il potere ha saputo riprendere il controllo ed effettuare una repressione più feroce della precedente. Soltanto l’anno scorso, i mullah hanno ordinato più di 500 condanne capitali. Questa lotta tra Paese reale e Paese legale che si rinnova incessantemente ha fatto però dell’Iran un paradosso assoluto. Mentre la dittatura è crudele e le istituzioni repubblicane sono manovrate interamente dalle istituzioni religiose incarnate dalla Guida suprema, in nessun altro Paese al mondo si trovano altrettanti cittadini e altrettante cittadine con un’esperienza politica simile.

L’Iran è per eccellenza il Paese dei cittadini informati. Per scongiurare il caos, che ben presto potrebbe farsi cruento, basterebbe che i riformatori e i dissidenti più apprezzati caldeggiassero tutti insieme una transizione pacifica che permetta di creare uno scacchiere politico e di organizzare libere elezioni. Il tempo incalza. È questione di giorni.


martedì 16 dicembre 2014

Russia, un brutale risveglio

Maria Ferretti
a proposito di Svetlana Aleksievič, Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo, ed. orig. 2013, trad. dal russo di Nadia Cicognini e Sergio Rapetti, pp. 777, € 24, Bompiani, Milano 2014
l'Indice, 15 dicembre 2014








Per chi vuole capire cos’è successo in Russia nei vent’anni trascorsi dal naufragio dell’Urss, il libro di Svetlana Aleksievič è prezioso. Scavando con delicatezza nelle pieghe della sofferenza, attraverso il racconto corale di uomini e donne comuni, l’autrice fa toccare con mano il trauma provocato dalla violenza sociale della “terapia di shock”, la riforma economica con cui il presidente russo Boris El’cin, dopo aver buttato nella pattumiera della storia l’Unione sovietica, aveva promesso di traghettare il paese dalla miseria del comunismo al benessere e alla democrazia, grazie alle virtù taumaturgiche del libero mercato. Non è, intendiamoci, un saggio di sociologia. Le voci raccolte da Aleksievič non pretendono di rappresentare la società intera. Ma sono tanto più interessanti perché sono le voci di quell’intelligencija diffusa (medici, insegnanti, ricercatori, ingegneri, specialisti) che aveva accolto con entusiasmo la volontà di cambiamento di Gorbačev per sostenere poi con altrettanto entusiasmo El’cin, ammaliata da un sogno che, nelle parole del presidente, sembrava così a portata di mano. Sono le voci di chi voleva una Russia democratica. Ma il risveglio è stato brutale. Anelavano alla libertà e a un mondo più giusto, immaginato coi tratti vaghi di un socialismo dal volto umano o, al massimo di un “capitalismo col sorriso”. E hanno ricevuto il capitalismo selvaggio (“la Colombia, non l’America o la Germania”), che ha travolto le loro fragili esistenze, rendendoli uomini superflui, stranieri d’un tratto in quello che era stato il loro paese. Ai giorni dell’euforia e della speranza, sono seguiti i giorni amari del disincanto.




venerdì 13 giugno 2014

La Cina venticinque anni dopo Tienanmen

Piero Fornara  
Capire l'ascesa della Cina da Mao a oggi, 25 anni dopo piazza Tienanmen
Il Sole 24 ore, 4 giugno 2014

Il 4 giugno 1989 a Pechino, nelle prime ore del mattino, la speranza di una "primavera democratica" cinese si spegneva nel sangue, tra lo sdegno dell'opinione pubblica mondiale e la condanna (più formale che reale) dei governi occidentali. A distanza di venticinque anni non è possibile stabilire con precisione il numero dei caduti sotto i colpi dei soldati, che sparavano anche con le mitragliatrici, o travolti dai carri armati (le stime delle vittime vanno da alcune centinaia ad alcune migliaia).
In vista dell'anniversario della strage di piazza Tienanmen, nelle ultime settimane sarebbero stati arrestati una ventina di accademici, avvocati e artisti vicini alla dissidenza. Anche numerosi siti internet di Google sono stati bloccati dalle autorità cinesi. Lo ha reso noto un gruppo di monitoraggio della censura, "GreatFire.org", secondo cui risultano bloccate le versioni oltreoceano di Google, accessibili in Cina dopo che il gigante di internet aveva abbandonato il continente nel 2010 proprio per la censura.
Nel 1989 la scintilla che avrebbe acceso la rivolta era scoppiata nella seconda metà di aprile, durante il funerale del "riformista" Hu Yaobang, una delle menti più aperte della leadership cinese dell'epoca, epurato per le sue posizioni liberali. La notizia della sua morte per infarto aveva creato grande emozione tra gli studenti e tra coloro che - in un Paese che già da un decennio aveva iniziato a seguire l'esortazione di Deng Xiaoping ("arricchitevi!") - oltre alla libertà economica avevano a cuore anche quella politica. Hu, ex delfino di Mao Zedong, esponente illuminato del Partito comunista, del quale era stato segretario generale, incarnava l'ideale del leader moderno che avrebbe potuto imprimere un passo nuovo all'impetuoso sviluppo della Cina.
Quanti volevano ricordarlo iniziarono a radunarsi in piazza Tienanmen a Pechino. Allora non esistevano i telefoni cellulari o i social media e non c'era Weibo, il mix cinese tra Facebook e Twitter, che oggi le autorità comuniste tentano di tenere sotto controllo: si faceva affidamento sul passaparola. I manifestanti chiedevano al Partito di assumere una posizione ufficiale nei confronti di Hu, che già tre anni prima, nel 1986, aveva sostenuto le proteste degli studenti, pagando il prezzo dell'emarginazione politica.
Come ricorda Linda Benson nel libro «La Cina dal 1949 a oggi», pubblicato di recente nelle edizioni del Mulino, «il Pcc doveva affrontare chiaramente una situazione difficile, che si complicò ulteriormente in vista dell'arrivo a Pechino di Michail Gorbaciov, l'architetto delle riforme sovietiche: a metà maggio infatti, per la prima volta dal 1959, un capo di Stato dell'Urss avrebbe visitato la Cina. (…) Alla fine la visita di Gorbaciov si svolse come da programma, ma i consueti cerimoniali di benvenuto in piazza Tienanmen dovettero essere sospesi, mentre le televisioni internazionali riprendevano gli studenti che esponevano cartelli inneggianti alla "perestrojka" e alla "glasnost", con grande imbarazzo da parte dei dirigenti del Partito».
Dopo che Deng Xiaoping (artefice delle riforme economiche e dell'apertura della Cina verso l'Occidente) aveva dichiarato che bisognava fermare la protesta degli studenti e degli intellettuali, il 20 maggio a Pechino veniva proclamata la legge marziale. «Nel comitato centrale del Partito – prosegue l'autrice del nostro libro - solo Zhao Ziyang, che sembrava essere il successore designato di Deng, votò contro, ma questo atto gli costò il posto: il 24 maggio fu destituito dalla carica di segretario generale e in seguito posto agli arresti domiciliari (dove rimarrà fino alla sua morte nel 2006)». Il 3 giugno le truppe giunte a Pechino dalle altre regioni della Cina cominciarono a convergere verso il centro della città. Nella notte aprirono il fuoco sui manifestanti.
Soltanto i negoziati dell'ultimo minuto fra le forze armate e gli ultimi dimostranti rimasti nel lato sud di piazza Tienanmen permisero a questi di ritirarsi. Il controllo del Paese resterà nelle mani degli uomini di Deng, Li Peng e Jiang Zemin, ma il sogno di una Cina democratica diventerà molto più lontano.
La traiettoria del libro di Linda Benson, che insegna Storia cinese presso la Oakland University negli Stati Uniti, prende le mosse dall'instaurarsi del regime comunista di Mao nel 1949 per concludersi con un'analisi delle grandi sfide che il paese si trova oggi ad affrontare, al proprio interno e nell'arena internazionale.
Lo spettacolare emergere della Cina come potenza economica mondiale è uno dei fenomeni più rilevanti dell'epoca attuale. Nella prima metà del Novecento milioni di cinesi vivevano ancora in povertà, nelle campagne come nelle città. Grazie alla crescita tecnologica e industriale la società cinese può godere di un benessere mai sinora sperimentato. Alla fine di aprile uno studio della Banca mondiale, elaborato nell'ambito dell'International Comparison Program, ha persino stimato che entro la fine di quest'anno il Pil cinese – valutato a parità di potere d'acquisto – potrebbe già superare quello americano.
Contestualmente sono però cresciuti anche i timori sul modello di "sviluppo pacifico" della Cina come prossima superpotenza. «L'Occidente – scrive la Benson nel capitolo conclusivo – continua a guardare con sospetto al ruolo del Pcc e al suo controllo sul governo cinese (…) inconciliabile con l'idea di buon governo e di rispetto dei diritti umani fondamentali». Nel suo ultimo numero, il settimanale «The Economist» scrive che la Cina, dai fatti di piazza Tienanmen a oggi, ha vissuto un periodo di prolungata stabilità e che la leadership dell'attuale presidente Xi Jinping può essere considerata altrettanto forte quanto quella di cui disponeva allora Deng Xiaoping.
Tuttavia non mancano le incognite. «Il divario fra la realtà urbana e quella rurale rimane uno dei problemi più gravi che il governo deve affrontare, perché la grande maggioranza della popolazione non ha ancora beneficiato delle nuove ricchezze». Vi sono poi all'interno dell'opinione pubblica tendenze di altra natura, «come la mancanza di trasparenza che ha permesso quelle forme di corruzione che hanno fatto accumulare fortune personali a chi era ben inserito nel sistema». Se nel prossimo futuro il governo di Pechino non riuscirà ad assicurare un tenore di vita accettabile per la maggior parte della popolazione e se le pratiche di corruzione dovessero continuare, «il Partito potrebbe avere difficoltà nel mantenersi al potere come legittima autorità».
 
Linda Benson
«La Cina dal 1949 a oggi»
Il Mulino, Bologna, pagg. 223, € 15,00

giovedì 18 luglio 2013

Gorbačëv, il percorso di una vita


 

Demetrio Volcic
recensione per L'Indice 
Michail Gorbačëv, Ogni cosa a suo tempo. Storia della mia vita, ed. orig. 2013, trad. dal russo di Nadia Cicognini e Francesca Gori, pp. 493, € 20, Marsilio, Venezia 2013


Il titolo Ogni cosa a suo tempo indicherebbe una vicenda ordinata, cosa che la vita di Gorbačëv proprio non è stata: sbagliò mosse, compì passi troppo lunghi per superare la stagnazione o troppo corti perché non trovava il guado. Ha avuto il tempo per finire la guerra fredda. La perestrojka non è riuscita a produrre risultati duraturi, per la brevità della gestione, dal 1985 al 1991, e non ha dato molta gioia ai pensionati e alla gente semplice. Ha tuttavia prodotto con El’cin oltre mille miliardari, secondo le stime degli americani. Il regime ha alfabetizzato il paese, ha scritto un capitolo di grande significato per la Russia, che si è iscritta nell’elenco delle nobili utopie.
L’impero del male, l’Urss, per il presidente Reagan è diventato un paese amico, e Gorbačëv ha trovato particolarmente simpatici gli indiani che si battevano per un mondo denuclearizzato. Sobrio nel descrivere la professione e la vita, privo di cinismo, semmai in alcuni momenti innocente, per uno che dirige un variegato impero con migliaia di agenti segreti e generali. Le sue ricette avrebbero dovuto valere per il mondo, non solo per un paese in crisi. Finché parlava dell’atomo aveva molto ascolto dappertutto.
A una festicciola universitaria conobbe una ragazza e la invitò a fare due passi. Dopo alcune ore lui disse di aver gradito la passeggiata e lei anche. Senza parlare eccessivamente degli affetti, si amarono per cinquantasette anni. Raissa è stata la colonna portante della loro vita, Gorbačëv la voleva sempre accanto nei momenti decisivi. Prima delle visite all’estero lei si studiava le guide dei musei. Le mogli degli statisti erano perplesse, consideravano le visite culturali all’estero come momenti protocollari da sbrigare in cinque minuti. Trattenendole a lungo, Raissa dimostrava la sua cultura e quella della sua Russia. Piccole soddisfazioni.
Michail e Raissa venivano da villaggi dove non esistevano né luce né telefono e quando si partiva per Mosca le valigie di cartone erano enormi, ma buona parte del contenuto erano viveri. Il nonno contadino di Raissa fu accusato di trotzkismo, condannato alla fucilazione, ma la pena non fu eseguita. I genitori di Michail, anche loro contadini, conobbero la persecuzione e il padre qualche anno di prigione. Il futuro presidente non sapeva come presentare le biografie dei genitori quando chiese l’iscrizione al Partito comunista.
Finiti i quattro anni di studi a Mosca, la coppia tornò nella città di lui, Stavropol, in una stanza con il letto di ferro troppo stretto e con la rete che si piegava fino a toccare terra. Come tavolo usavano una cassetta di legno per la frutta. Era un passo in avanti rispetto al grande dormitorio dell’università sulle colline di Lenin, dove anche gli studenti sposati non potevano stare insieme. Se Michail veniva a trovare Raissa, poco dopo suonava il telefono per ammonire contro la presenza di uno straniero nella stanza. Che i giovani imparino a essere controllati! Si sono sposati a settembre, ma sono diventati di fatto marito e moglie a ottobre, in un boschetto dietro all’università. Dopo tre anni a Stavropol l’amministrazione cittadina assegnò ai due e alla neonata figlia un monolocale di 38 mq, con una cucina di 12 mq, un bagno, un gabinetto e un corridoio. Ai Gorbačëv sembrava di non aver più bisogno di nient’altro nella vita.
I dissidenti di tutte le democrazie popolari, da Dubček a Nagy, i grandi e piccoli Trockij, si battevano per un comunismo diverso. La cornice socialista non è stata mai messa in dubbio. Le vittime sono state spesso personaggi per una metà poeti e per l’altra sognatori. I grandi dissidenti Solženicyn e Sacharov non sono mai stati comunisti di professione, ma sono più noti all’estero che a casa loro. Senza la crisi del regime pochi li avrebbero conosciuti. La salita era riservata a chi aveva cominciato da piccolo.
I profili dei colleghi disegnati da Gorbačëv sembrano più esatti rispetto alla media dell’abituale cremlinologia.
Senza Andropov probabilmente non sarebbe sorto un forte movimento riformista nel partito. Il suo passato lasciava perplessità: ambasciatore sovietico a Budapest nel 1956 durante l’intervento sovietico, per molti anni capo dei servizi segreti sovietici, anche durante l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968. Gorbačëv, uno dei suoi cinque-sei figli spirituali, racconta come arrostivano spiedini sul falò, quando con Andropov trascorsero due vacanze estive insieme, ma l’autore si chiede se fossero stati veramente amici: “Credo di sì. Dico questo con una certa prudenza, perché più tardi avrei scoperto che i sentimenti hanno un significato diverso negli alti gradi del potere. Nonostante il riserbo di Andropov, potevo sentire che era ben disposto nei miei confronti anche quando discutevamo”.
Un giudizio favorevole riguarda Kosygin, dall’aria quasi sempre dimessa, che restava avvolto nella sua corazza. La sua cautela, secondo Gorbačëv, era comprensibile, essendo l’unico vivo di un gruppo fatto uccidere da Stalin. Kosygin di regola guardava. Dal suo silenzio l’interlocutore poteva forse capirne il pensiero. Se fosse stato in dissenso, avrebbe troncato il dialogo. “Dovunque andassi, non ero mai solo”, disse Kosygin in un raro momento di apertura, e si riferiva al controllo assoluto della sua vita personale. Gorbačëv gli chiese una volta perché aveva abbandonato la riforma nel 1965. Kosygin rispose con una domanda: “Perché lei, già membro del comitato centrale, non intervenne al plenum in difesa delle riforme?”. Ambedue sapevano che tre anni dopo la primavera di Praga aveva preso molte (forse troppe) idee dal repertorio del primo ministro.
I dirigenti si davano tutti del voi o del lei, patronimico compreso. Soltanto alcuni, tra questi il segretario generale, davano del tu a una decina di collaboratori più stretti. Dopo l’arrivo a Mosca, Gorbačëv invitò nella sua dacia per una colazione l’ideologo Suslov, rigido e severo, che venne con la famiglia e fu un’occasione piacevole. Invitò pure Andropov e questi rifiutò spiegando: “Michail non deve meravigliarsi, Brežnev avrebbe saputo in poche ore del nostro incontro il che non avrebbe servito al più giovane di noi due”.
Senza Gorbačëv non sarebbe finita la guerra fredda, senza Andropov non sarebbero usciti allo scoperto i riformatori o sarebbero stati diversi. Sono dati necessari per il bilancio dei meriti (o demeriti) del XX secolo. La riforma non aveva gli strumenti per poter procedere velocemente. I politologi di Harvard, d’accordo con gli economisti liberal russi, raccomandavano la chiusura dei grandi impianti paramilitari, obsoleti e senza mercato. Il presidente in un incontro mi disse: “Gli esperti che propongono il licenziamento di quattro milioni di lavoratori non sanno ciò che dicono”.
Un giorno andò nella clinica del Cremlino per una visita a Brežnev e trovò uno slogan che entusiasmò il malato. Pane e difesa. Tornato al Cremlino comunicò il consenso del capo supremo almeno su uno dei punti per i quali si batteva: la gara con la storia, la vodka, l’agricoltura e la Difesa: l) la storia: pochi giorni prima della caduta del Muro, Michail Sergeevič ricordava a Berlino al padrone di casa Honecker che “la storia non perdona chi è in ritardo”; 2) alcool: con uno dei primi provvedimenti fissò i limiti alla produzione e alla vendita della vodka; 3) contadini: ogni autunno lo stato concedeva un prestito milionario alle imprese agricole statali, significa a tutte. Nessuno ha mai restituito un solo centesimo. Gorbačëv propose di alzare solo di pochi centesimi il prezzo del pane per rientrare nell’economia normale e abbandonare i simbolismi. Ma per anni non riuscì a vincere. Costava meno acquistare ingenti quantità di grano all’estero e pagare il deficit con il petrolio che cozzare contro il tabù del pane per tutti. 4) Difesa: nella zona industriale caucasica si sfasciavano i carri armati, si trasportava l’acciaio in un altra fabbrica per costruire un nuovo tank identico al precedente. L’operazione di risurrezione si ripeteva e così lavoravano cinquecento specialisti.
Le prime memorie di Gorbačëv del 1995 (oltre milleduecento pagine, dal titolo Vita e riforme, edito dall’agenzia Novosti, con tiratura di sole tremila copie) risalgono alla vigilia delle elezioni nazionali. Il suo avversario principale era lo spaccamontagne Boris El’cin, spesso cattivo e ogni tanto con un sottofondo alcolico, ma dal cuore cagionevole. Nel periodo più teso stava sotto i ferri del cardiochirurgo americano DeBakey. Ma El’cin impazzava su tutte le reti di tutte le televisioni, ballava, raccontava, prometteva, e stravinse. Aveva registrato gli spot in anticipo. Se fosse morto, il successore si sarebbe trovato nei guai.
Il primo volume di memorie servi da canovaccio al secondo, ora tradotto in italiano. L’autore lo ha ridotto a meno della metà, togliendo alcune sintesi dei suoi colloqui con i grandi del periodo: Mitterand, Thatcher, Brandt, Kohl, Andreotti e tutti i responsabili della politica americana. Il secondo libro è dedicato alla moglie morta nell’autunno 1999: “L’anno successivo è stato il più difficile, la vita ha perso ogni significato, dopo una convivenza di quasi mezzo secolo”. Gli inizi della malattia di Raissa risalgono alla tarda estate del 1991, quando il golpe contro Gorbačëv fallì, perché condotto in modo confuso. Quasi all’alba del giorno dopo al Cremlino nessuno dei congiurati voleva assumersi la responsabilità. La vodka fece il resto e per l’attacco etilico dovette essere trasferito in ospedale il primo ministro Pavlov. Si schierarono con Gorbačëv alcuni reparti di aviazione e una divisione alle porte di Mosca. Poche ore più tardi El’cin poté salire su un carro armato, maledire il golpe e chiedersi come mai il pericolo non fosse stato previsto. Quando la coppia presidenziale rientrò dal Caucaso a Mosca, Raissa si copriva le braccia con un plaid per mascherare l’inizio di una paralisi. Prima di morire, il suo principale tarlo, scrive il marito, era lasciare il destino del paese nelle mani di “individui disonesti, irresponsabili e senza scrupoli”.
Per il fallimento delle riforme Gorbačëv accusa soprattutto il personale politico, le satrapie che si annidavano nei capoluoghi delle quindici repubbliche federative, ma anche nei tanti uffici della metropoli. Al Cremlino interessavano la stabilità e l’equilibrio tra i gruppi sgomitanti in una lotta anche nazionale assai ruvida, in cui il ritrovato senso nazionale contava più dei valori ideologici. Gorbačëv pensò di non essersi “trovato impreparato quando cominciò a profilarsi nel paese la questione delle nazionalità. Uno del Caucaso ha un’inclinazione innata a creare compromessi in tutte le situazioni”. Il suo modo di agire non sarebbe stato una debolezza di carattere come sostenevano gli avversari.
Quando tuttavia un generale sovietico prende la guida della rivolta cecena, quando la polizia interviene con inusitata violenza contro le piazze delle città baltiche, quando Sacharov rientrato dall’esilio interno si procura milioni di tifosi ai dibatti in tv, mentre El’cin puntava senza nasconderlo alla presidenza, il Cremlino avrebbe dovuto consultare almeno il Kgb se non la Cia, abbandonare la tesi economica che tutto si sarebbe sistemato con le migliorate condizioni di vita. Gorbačëv capì le possibili reazioni negative alle riforme, ma non le nuove derive che si sarebbero presentate, e tanto meno faceva ipotesi sulle derive delle derive. Il barometro della vita nel socialismo doveva salire. I capi dei paesi comunisti non la presentavano come un’ipotesi, ma come una legge della storia, come dicevano molti storicisti, marxisti compresi.