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giovedì 19 gennaio 2023

La Bersagliera

Gina Lollobrigida, la diva che diede speranza all’Italia che usciva dalla guerra

di Walter Veltroni

Il ricordo dell’attrice scomparsa a 95 anni, uno dei volti italiani del mondo del cinema: girò molti film negli Usa, al fianco dei più importanti attori americani. Ma i suoi personaggi, più di altri, raccontano il tempo in cui gli italiani tornavano a gustare la vita

Gina Lollobrigida, la diva che diede speranza all’Italia che usciva dalla guerra

Il primo film interpretato da Gina Lollobrigida è del 1946. Recitava il ruolo della cortigiana in «Aquila nera» di Riccardo Freda.

Bisogna soffermarsi sulla data, più che sul ruolo, per comprendere cosa abbia rappresentato l’attrice per il senso comune di generazioni di italiani. Suo padre era un ricco produttore di mobili ma perse tutto per un bombardamento alleato. E così, nella grande confusione di quel tempo la sua famiglia si trasferì da Subiaco a Roma, dalla provincia alla città, secondo il flusso migratorio delle povertà antiche e repentine di quei giorni.

La sua famiglia perse quello che aveva ma Gina aveva quello che l’Italia aveva perso: la bellezza. Partecipò a vari concorsi per miss e arrivò sempre nelle prime posizioni, ma mai ne vinse uno. Le gare di bellezza nell’Italia squarciata dalle bombe e dalla divisione possono apparire un ossimoro. Ma non è così.

Il paese che aveva pianto i figli e i mariti morti al fonte, contemplato le case distrutte dalle bombe e sofferto la dittatura, la fame e l’occupazione straniera aveva finalmente voglia di luce e di sorriso. Alla pesantezza della morte e del nero voleva opporre l’allegria del sorriso e la gioia della leggerezza. La bellezza contro il dolore. L’allegria contro la paura. Gina Lollobrigida incarnò, il verbo non è scelto a caso, questo desiderio di rinascita. Era esageratamente bella, trasmetteva una gioia di vivere che era estranea al lungo inverno italiano. Era a colori, in un mondo in bianco e nero.

L’Italia, finito il mito dell’impero, si riscopriva piccola, ritrovava il fascino delle storie minute come rifugio alle promesse fallaci di grandezza. Il piccolo comune di Sagliena, luogo immaginario, somigliava al paese intero. È lì che Luigi Comencini decise di ambientare «Pane amore e fantasia» che diventerà uno dei primi prodotti seriali della nostra cinematografia. La Lollobrigida e De Sica costituirono una coppia irresistibile. Lui ha cinquantadue anni, lei ventisei. Lui è un mondo che declina, lei il nuovo che avanza.

La Lollobrigida sarà poi uno dei volti italiani nel mondo. Girerà molti film negli Usa, al fianco dei più importanti attori americani: Burt Lancaster, Humphrey Bogart, Frank Sinatra, Steve Mc Queen, Tony Curtis. In un paese abituato agli antagonismi, da Romolo e Remo a Coppi e Bartali, la Lollobrigida venne immediatamente messa in competizione con l’altra star mondiale del nostro cinema: Sophia Loren. E nonostante anche la «Bersagliera» avesse avuto la fortuna di essere diretta da maestri come Mario Monicelli, Carlo Lizzani, Luigi Zampa, negli Usa, da King Vidor o John Houston e in Francia da Jules Dassin o Agnès Varda le restò sempre la sensazione che alla Loren fosse riconosciuto, dal cinema italiano di qualità, un peso diverso.

La Lollo era una bravissima attrice. Io la ricordo così in un film della fine degli anni sessanta, «Un bellissimo novembre» di Bolognini e, soprattutto, nella magnifica interpretazione della Fata Turchina nel «Pinocchio» di Comencini. I suoi personaggi, più di altri, raccontano l’incanto di quel tempo, la seconda metà degli anni quaranta e l’inizio dei cinquanta, in cui gli italiani tornavano a vivere una vita normale, a sperare, a gustare la vita. La vita normale. Senza guerre, dittature, fame. La vita normale, fatta di pane, di amore e di fantasia.

 

sabato 31 gennaio 2015

La fine ingloriosa della ditta

Claudia Mancina














La candidatura di Mattarella al Colle è stata salutata con entusiasmo dalla minoranza Pd, perché segna una rottura, o almeno una sospensione, del patto del Nazareno. Tuttavia questa candidatura segna anche una netta e forse definitiva sconfitta della "ditta". Arriva infatti dopo l'esclusione di tutti gli ex-segretari Ds e più in generale di tutti gli esponenti provenienti da quell'area. Come dire che, finita l'era di Napolitano, che ha portato al Quirinale il meglio della tradizione comunista, non ci saranno più persone di quella provenienza nelle principali posizioni istituzionali. E' un passaggio che merita di essere sottolineato. Guardiamo un attimo indietro. Fino a Renzi, nel centrosinistra era in qualche modo scontato che la leadership appartenesse agli ex-comunisti. Non solo per una questione di numeri; anche per la pretesa di questi di essere loro, e solo loro, i portatori della moderna cultura politica della sinistra. Gli altri gruppi, anche i cattolici democratici (Popolari, poi Margherita), erano guardati con aria di superiorità. Da un lato se ne aveva bisogno per acquistare legittimazione a governare; dall'altro si tenevano fermamente le distanze. Così nel 1996 il Pds non candidò il suo segretario D'Alema, ma il cattolico di sinistra Prodi, dando vita all'esperienza dell'Ulivo. Il Pds però non volle mai farne un nuovo soggetto politico, nel quale le diverse tradizioni del centrosinistra potessero mescolarsi, e si impegnò invece a impedire la crescita dell'Ulivo, per la quale i collegi uninominali della legge Mattarella avrebbero offerto un ideale terreno di coltura. La conseguenza fu l'indebolimento progressivo del governo Prodi e la delusione di moltissimi elettori e simpatizzanti che erano stati attratti dalla novità politica dell'Ulivo. Fu perduta allora un'occasione storica irripetibile. Si rinunciò a costruire qualcosa di nuovo e il maggior partito della sinistra perse credibilità e capacità espansiva. I dirigenti ex-comunisti, che hanno sempre detenuto la leadership effettiva, sono responsabili del fallimento di quella stagione e di tutte le successive sconfitte del centrosinistra. Sono responsabili del deperimento del partito, soffocato dagli antagonismi interni ma anche dall'incapacità di tutti gli ex-comunisti (con l'eccezione di Veltroni, che però non è riuscito a incidere) di avviare una vera trasformazione della cultura politica, che si è sviluppata in modo confuso e contraddittorio, con un tessuto di fondo fatto di sopravvivenze della vecchia cultura comunista e sporadici innesti liberali o blairiani. Certo, non sono mancate anche responsabilità degli ex-democristiani; ma erano gli altri ad avere il volante in mano, e quindi oggi ricade su di loro il giudizio della storia.
L'avvento di Renzi alla segreteria del partito, conquistata con primarie non preconfezionate ma autentiche e combattute, ha segnato la fine della lunga vicenda dell'ex-Pci. Non può stupire che il segretario abbia scelto Mattarella; non solo, crediamo, per un presunto veto di Berlusconi agli ex-segretari, ma per una sua estraneità di fondo a quel gruppo dirigente della "ditta" che somiglia troppo a un nido di vipere. Mattarella non è solo una persona per bene e un politico di fine intelligenza, come sa chi lo ha frequentato. E' anche, tra tutti gli ex-democristiani, il più aperto alla modernizzazione del nostro sistema democratico, in quanto autore della legge elettorale maggioritaria che porta il suo nome e che molti rimpiangono. E' dunque la fine della sinistra ex-comunista? In un certo senso sì. Del resto, le frequenti denunce di mutazioni genetiche del Pd segnalano questo timore; non a caso Renzi viene visto come un alieno, un invasore, e la sua leadership viene continuamente contestata. Ma chi interpreta questo passaggio come una vittoria democristiana si sbaglia. Se ci si pensa, è assurdo che, a otto anni dalla nascita del Pd e a venti dalla nascita dell'Ulivo, ancora si distingua tra comunisti e democristiani. In un nuovo soggetto politico le vecchie identità dovrebbero mescolarsi. Non si dovrebbe più sentire il bisogno di sottolineare le provenienze. Perché quel che conta è dove si sta e dove si va, insieme. La sconfitta di oggi può essere il suggello di una nuova e più felice stagione.

P.S. Auguri Presidente!

mercoledì 19 marzo 2014

Daniela Preziosi, Berlinguer secondo Veltroni

Daniela Preziosi
Berlinguer spiegato alla generazione della Leopolda
il manifesto, 19 marzo 2014

C’è il Ber­lin­guer bam­bino sulla spiag­gia, quello incal­zante in tv, quello «non musone», quello rac­con­tato da Aldo Tor­to­rella e Ema­nuele Maca­luso, cui con­fida che l’incidente di Sofia (1973) forse è un atten­tato dei bul­gari, e che anche Pajetta ne ha subìto uno simile in Polo­nia; c’è il buffo Berlinguer-Red Skel­ton di A sou­thern yan­keee, sulla linea di con­fine fra nor­di­sti e sudi­sti, impal­li­nato dagli uni e dagli altri. Ma il passaggio-chiave del docu­men­ta­rio Quando c’era Ber­linguer, opera prima di Wal­ter Vel­troni (autore regi­sta e voce nar­rante, pro­dotto da Sky e Palo­mar, nelle sale dal 27 marzo) lo pro­nun­cia, e come poteva essere diver­sa­mente, Jova­notti. Con la morte di Ber­lin­guer, dice, «fini­sce la parola ‘comu­ni­sta’, per­ché in Ita­lia la parola ‘comu­ni­sta’ è Ber­lin­guer. È una parola che non mi ha mai fatto paura, per­ché la asso­cio con quella cor­ret­tezza, con quella fac­cia, con quelle parole, con quella one­stà e quindi con­ti­nua ad essere nei miei ricordi una parola bella che muore con chi in qual­che modo l’ha inventata».
È vel­tro­ni­smo in purezza. Di tutta l’intensa rico­stru­zione di quell’Italia, è il pas­sag­gio che tra­duce la rifles­sione che Vel­troni ha aperto anni fa («Non sono mai stato comu­ni­sta»; «Face­vamo schifo», titolò il mani­fe­sto). Vel­troni ci torna su come un luogo del delitto. E il suo Ber­lin­guer, spiega, è un comu­ni­sta «diverso» da tutti gli altri comu­ni­sti di ogni ordine grado e lati­tu­dine, anche della pro­pria, con­qui­sta — ma non con­verte — l’autore a 15 anni «per­ché par­lava un lin­guag­gio diverso dagli altri, quasi poe­tico». Ver­rebbe da dire un Ber­lin­guer segre­ta­rio del Pci ma «sal­vato» dal comunismo.
Vel­troni fa anche di meglio, o di peg­gio a seconda dei gusti, comun­que fa se stesso fino in fondo, come in un eterno Lin­gotto: monta le parole di Jova­notti in sequenza con Pie­tro Ingrao (fra pochi giorni, 99 anni) e con un com­mosso Gior­gio Napo­li­tano. Non è un caso: per par­lare ai 18enni di oggi, «alla loro ener­gia e voglia di sognare e cam­biare», Jova­notti ben più di Paso­lini può inter­pre­tare quell’impasto (pastic­cio per anti­pa­tiz­zanti) che tiene insieme la mitiz­za­zione dell’ultimo Pci ma anche la sua coeva defi­ni­tiva rottamazione.
Primo, però, rac­con­tare Ber­lin­guer alla gene­ra­zione Renzi, il segre­ta­rio del Pd che si vanta di non aver mai letto Marx e che coi libri di poli­tica ha ini­ziato dai discorsi di Ken­nedy: bene, ma insomma non pro­prio dai fon­da­men­tali. Non è un caso che il docu­men­ta­rio si apra con le deso­lanti rispo­ste dei ragazzi dei licei. Chiedi chi era Ber­lin­guer: «La mafia? Un com­mis­sa­rio?», «Un fran­cese?», «Dovrebbe essere un sena­tore a vita», «Un capo dell’Unione euro­pea della Corea», qual­siasi mostruoso mondo voglia significare.
Il suo Ber­lin­guer, rico­struito nel tren­ten­nale della morte con imma­gini spesso ine­dite e testi­mo­nianze di pre­gio (fra gli altri la figlia Bianca, mon­si­gnor Bet­tazzi, l’operaio di Padova Sil­vio Finesso che lo accom­pa­gna sull’ultimo palco, For­lani, Gor­ba­ciov, il capo­scorta Alberto Meni­chelli, Euge­nio Scal­fari, Ser­gio Segre, Clau­dio Signo­rile, oltre ai citati Maca­luso e Tor­to­rella), è un inno­va­tore (ven­gono riper­corse tutte le tappe, lo strappo, l’eurocomunismo, l’ombrello della Nato, il com­pro­messo sto­rico e la suc­ces­siva e oppo­sta alter­na­tiva, l’austerità e la que­stione morale). Che alla fine resta tra­gi­ca­mente solo e senza pos­si­bi­lità. Soprat­tutto ci sono gli anni dalla sua ele­zione alla segre­te­ria, 1972, fino alle ele­zioni poli­ti­che del 1975, quando il Pci arriva al 34 per cento. Anni in cui, dice Vel­troni, «tutto sem­brava pos­si­bile, vin­cere un refe­ren­dum con­tro la Dc e la Chiesa» (1974, con­tro la can­cel­la­zione del divor­zio, bel mon­tag­gio della cam­pa­gna degli arti­sti per il «no», Gianni Morandi, Nino Man­fredi, e uno stre­pi­toso Gigi Pro­ietti che si esi­bi­sce in un assolo sul «no»), «gover­nare tante regioni e città, avver­tire che tanti ita­liani non comu­ni­sti davano fidu­cia a quel par­tito per l’onestà e la com­pe­tenza che Ber­lin­guer comunicava».
Ma in quel 1975 il Pci vince ma la Dc non perde, il sor­passo non arriva, e Ber­lin­guer si trova di fronte a un’alternativa fra quelli che vede come due ine­lut­ta­bili e spe­cu­lari disa­stri: non far nascere il governo demo­cri­stiano e ripor­tare l’Italia al voto; oppure farlo nascere e tra­dire quell’ondata di spe­ranza e di fidu­cia che un terzo degli ita­liani gli ha river­sato addosso. La scelta è nelle cose, il «com­pro­messo sto­rico» è rifles­sione già con­so­li­data dai fatti del Cile e scritta su Rina­scita, c’è una rela­zione — fil­mica ma non solo — fra le imma­gini di Sal­va­dor Allende bom­bar­dato alla Moneda che offre la vita al suo popolo e alla sua rivo­lu­zione demo­cra­tica; e quell’ultimo comi­zio di Padova, por­tato a ter­mine senza rispar­mio, men­tre il malore lo bom­barda, i com­pa­gni sotto il palco — e Tonino Tatò die­tro di lui — che lo implo­rano di fer­marsi. Il com­pro­messo sto­rico è il vero obiet­tivo delle Br che rapi­scono e ucci­dono Aldo Moro, ope­ra­zione riu­scita, ammette Enrico Fran­ce­schini, uno dei fon­da­tori. Quel Ber­lin­guer sul palco di Padova ormai è solo, solo con il suo popolo come ai can­celli della Fiat e al refe­ren­dum con­tro la scala mobile. L’ultima dire­zione del par­tito — anche qui imma­gini ine­dite — si era con­clusa senza con­clu­sioni, con un segre­ta­rio di fatto ormai in mino­ranza. Altre imma­gini: un lea­der ormai magro e tra­sfi­gu­rato al con­gresso del Psi a pochi giorni dalla morte, un impla­ca­bile Bet­tino Craxi che plaude ai fischi dei suoi («Non mi uni­sco solo per­ché non so fischiare», dice dal palco, «Fu un errore», com­menta amaro Signo­rile). Siamo agli sgoc­cioli del «ter­ri­bile inverno, fatto di dispe­ra­zione sociale e vio­lenza poli­tica», quella che Ber­lin­guer avrebbe voluto — e dovuto — evitare.
C’è un altro comu­ni­smo pos­si­bile, in Ita­lia alcuni — radiati dal Pci, ma anche nel Pci stesso — lo dicono da anni, ma per il Ber­lin­guer di Vel­troni non c’è. Con la fine di Ber­lin­guer fini­sce irri­me­dia­bil­mente una sto­ria, spiega l’autore, e le musi­che di Danilo Rea e la bella «Un addio» di Gino Paoli, fanno capi­to­lare alla lacrima anche lo spet­ta­tore più scet­tico, da sini­stra e da destra. L’autore torna nei luo­ghi di quella sto­ria tro­van­doli — così lui li vede — irri­me­dia­bil­mente vuoti: piazza San Gio­vanni, che tra­boc­cava il giorno del fune­rale, la barca al largo di Stin­tino, il car­cere dove un Enrico gio­va­nis­simo passa 100 giorni, la sala del Crem­lino dove nel ’77 pro­nun­cia con corag­gio la pro­fes­sione nel «valore uni­ver­sale della demo­cra­zia» al 60esimo dell’Ottobre. Corag­gio tar­divo, si potrebbe obiet­tare, ma sarebbe un’altra sto­ria o un altro documentario.
Ma è quan­to­meno dif­fi­cile che l’io nar­rante non si spec­chi nel nar­rato, fatte le dif­fe­renze, nell’innovatore solo e scon­fitto. Sal­tando un paio di par­titi, c’era un altro Pd pos­si­bile? Anche que­sta sarebbe un’altra sto­ria. Ieri la gior­nata di Vel­troni, con­si­de­rato padre spi­ri­tuale di Renzi ma oggi «ter­ro­riz­zato dalla fretta buli­mica», si chiude alla pre­sen­ta­zione del libro dell’arcirivale D’Alema. Dove Renzi ammette di ispi­rarsi invece a D’Alema, ver­sione 1997.

martedì 23 aprile 2013

Barca, Grillo, Renzi, Vendola

Un feroce gioco delle parti

Chissà cosa gli passava per la mente, al Presidente Napolitano, mentre sferzava i partiti che l'hanno costretto, per la loro ignavia, a ritornare al Quirinale a trasloco ormai concluso. Non è difficile immaginarlo riguardando la scena ed ascoltando le parole, ferisce di più se a dirle quelle parole è un uomo anziano, un politico che avrebbe dovuto essere rottamato, per età e per gli anni di presenza politica prima di ogni altro, sempre se volessimo assecondare la logica con cui Matteo Renzi ha ritenuto di condurre la sua campagna per le primarie. Primarie, che tra l’altro hanno comportato l'esclusione di pezzi storici e fondativi del Pd come D'Alema e Veltroni.
La partita alla quale il paese aveva assistito negli ultimi giorni era paradossale nel suo esito ultimo. Tra i vecchi, non era stato rottamato il vecchissimo Presidente della Repubblica ma l’anziano neppure tanto stagionato segretario del Pd poi candidato alla Presidenza del Consiglio. Più che rottamato Pier Luigi Bersani era stato per la verità affondato, come nel gioco di battaglia navale: out, crocettato, eliminato, con l'aiuto di un voto segreto moltiplicato per 101.
E ora? Le cronache riportano la storia di un passo indietro, si ritorna a parlare con D'Alema, si chiede di nuovo ad Amato di scaldare i muscoli, a Chiamparino di tenersi pronto, verrebbe da chiedere a Renzi: e dove sarebbe la rottamazione tanto agognata?
Una domanda la cui risposta potrebbe essere che in fondo il drappello lo guiderebbe lui, si porrebbe lui alla testa di questo magma di grandi notabili della politica, maturi e esperti di politica con trentennale se non quarantennale provata esperienza, che accettano di farsi guidare da un attempato giovanotto ex democristiano ma capace di presentarsi come l’alfiere di un rinnovamento radicale e intransigente (il Rottamatore). Miracoli della politica verrebbe da dire, splendida capriola del machiavellismo applicato in uno Stato di emergenza,o non invece ennesimo pateracchio nello stile dei vecchi governi balneari al tempo della Prima Repubblica? Sembrerebbe che un simile ragionamento possa essere condiviso se presentato come inevitabile per la ragion di Stato, a fronte del quale anche il giovane Letta e il suo meno giovane zio sarebbero pronti a tenere a battesimo il nuovo o ciò che nuovo vorrà apparire. La rottamazione, parrebbe di capire, si è fermata solo sugli scranni parlamentari ma non è destinata a investire la formazione di un prossimo Governo.
Presumibilmente il compromesso quirinalizio sarà respinto da Sel, il cui leader Vendola sembra tentato da un’alleanza con Grillo e Barca. In poche ore tutta la geografia della sinistra si è messa in movimento, travolgendo steccati di recente formazione. I titoli parlano di Barca e Vendola, uniti a Landini della Fiom, con Grillo come riferimento ulteriore o concorrente, questo non è chiaro. Il ministro per la coesione territoriale e il governatore della Puglia inseguono un elettorato, che potrebbe aver votato Grillo per reazione. E’ da vedere se la sinistra delusa si accontenterà della stanca imitazione tardiva, avendo ormai potuto sperimentare la potenza dell’originale pentastellato. Come non è evidente che Grillo e Casaleggio sentano il bisogno di una stampella partitica.