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domenica 19 aprile 2015

Per Miriam Mafai

Claudia Mancina
discorso tenuto in occasione dei funerali
10 aprile 2012












In questi giorni sono state scritte molte cose su Miriam, alcune anche molto belle. In tutte erano presenti alcuni temi ricorrenti: la sua risata, la sua libertà di pensiero, la sua vitalità. La sua curiosità, che le faceva sempre interrogare, gli altri e la realtà, senza mai dare per scontato il giudizio. Senza pregiudizio, sempre. Non credo di aver mai conosciuto una persona così aperta alla realtà, e quindi agli altri, come era Miriam. Le sue telefonate, per chiedere: che cosa ne pensi?
Miriam era così, ma sarebbe un errore credere che pensasse solo alla politica e che fosse fredda o, come qualcuno ha pensato, cinica. Era, con una sua sottile discrezione e riservatezza, ma anche con decisione, affettuosa e generosa. Non ho mai percepito il cinismo nelle sue parole e nei suoi sentimenti, piuttosto ho sentito (prendo in prestito le parole di Alfredo Reichlin) "l'impasto di ragioni ideali e di realismo, fino al limite dello scetticismo". Lo scetticismo può essere una corazza della fede. Io credo che questo fosse lo scetticismo di Miriam. Lei non ha mai smesso di credere, pur con tante revisioni e aggiustamenti, in ciò in cui credeva quando la sua avventura è cominciata, durante la guerra, quella guerra terribile che pure era l'inizio della speranza, per l'Italia e soprattutto per l'Italia delle donne, come ha spiegato in quel meraviglioso libro che è Pane nero.
La Miriam che io ho conosciuto, e frequentato in questi venti anni come un'amica straordinaria, era "dolce di cuore e con un'affettata durezza di testa" (Giuliano Ferrara). I suoi giudizi erano taglienti, ma la sua disponibilità, non solo ai rapporti umani, ma anche agli impegni: alle lezioni, ai dibattiti, agli incontri, era totale. Senza risparmio, anche quando era già malata. Io credo che non fosse bisogno di riconoscimenti, come spesso avviene, ma un autentico bisogno di conoscere, di capire. E anche un antico costume, l'antico costume comunista, a cui era fedele perché questo costume corrispondeva alla sua natura più profonda e più vera.
Di questo voglio parlarvi, del suo rapporto col Pci, del suo modo di essere una comunista e un'ex-comunista. Perché Miriam è una delle pochissime persone - si contano sulle dita di una mano - che dopo aver vissuto una piena esperienza di comunista sono poi state capaci di chiudere quell'esperienza con totale e limpida convinzione, senza minimamente cedere alla tentazione di guardare indietro, e nello stesso tempo senza mai rinnegarla. Il suo Botteghe Oscure addio mette in scena questa cerimonia degli addii, con apparente freddezza ma in realtà con una enorme tenerezza per il Pci, per il suo sogno politico ma soprattutto per l'incredibile ambiente umano che il Pci aveva creato. La freddezza apparente sta nella lucidità della ricostruzione e del giudizio, nella decisione del distacco. Non c'è nostalgia politica, anche se è confessata la nostalgia umana, nostalgia per i sogni della giovinezza ma anche per la profonda umanità, per la moralità di certi rapporti. Ma l'autrice di quel libro così commosso non pensa neanche per un momento che si debba tornare indietro né per un momento dimentica o sottovaluta il carico di errori e di contraddizioni che ha contrassegnato quella storia.
Come pochi Miriam aveva vissuto sino in fondo la storia del Pci, da dirigente periferico, come amava dire, immergendosi nelle lotte bracciantili della Lucania e dell'Abruzzo, nell'organizzazione femminile, in campagne elettorali che oggi neanche possiamo immaginare. E poi, una volta passata al giornalismo (militante, certo, ma giornalismo vero, libero, senza paraocchi), era stata tra le migliori osservatrici e commentatrici dell'evoluzione del Pci. Ricordo che ai tempi della svolta, quando ancora non eravamo amiche, leggevo i suoi articoli su Repubblica, che erano così acuti, così giusti, e mi chiedevo: ma perché non lo spiega a Giancarlo?
Miriam non faceva parte del gruppo della svolta, ma aveva troppo senso della realtà per non condividere la necessità che il Pci diventasse un'altra cosa, si aprisse, facesse un tuffo nella modernità e nella democrazia. Sapeva che solo a questa condizione si poteva salvare l'eredità di quella storia, alla quale lei, come tanti altri, aveva dedicato la vita. Aveva la lucidità di capire che il mondo era definitivamente cambiato; e che in un mondo cambiato l'eredità non frutta da sé, ma bisogna saperla mettere a frutto. E ha molto sofferto l'incapacità che i post-comunisti hanno purtroppo manifestato in quest'operazione. Ha molto sofferto il complessivo fallimento del tentativo di fondare una nuova tradizione della sinistra italiana.
Perché lei, ben lontana dal cinismo, credeva nella sinistra, anche se non trovava una sinistra valida nel panorama politico italiano. E' rimasta però senza dubbi e sino in fondo una donna di sinistra, nonostante la delusione. Delusione, ma non sfiducia. Perché, come dice nel Silenzio dei comunisti, l'ottimismo e la fiducia nel futuro erano il suo difetto principale. Miriam aveva fiducia che la sinistra che lei voleva, che noi vogliamo, sarebbe venuta - anche se forse non più da quel ceppo antico. Sapeva che la storia può sorprendere. Ma non ha mai allentato la sua appartenenza. Ha continuato a partecipare alle riunioni di Direzione; ha perfino votato alle primarie per il segretario del Lazio.
Così come è rimasta sempre legata alla causa delle donne, alle quali ha dedicato anni di lavoro politico e giornalistico (con la direzione di Noi donne) e due libri, e un'incessante presenza in tutti i luoghi anche periferici della politica delle donne. Miriam non ha apprezzato il femminismo della differenza, e non capiva proprio il femminismo postmodernista. Ma è stata sempre con le donne, senza esitazione. Certo non avrebbe mai potuto indulgere ai toni lamentosi e autocommiserativi che sono spesso propri delle donne. Il movimento femminile che lei conosceva e praticava era un movimento forte, autorevole, fatto di donne che volevano conquistare libertà e potere.
Mettersi dal punto di vista delle donne ha avuto un effetto non secondario nel suo modo molto particolare di essere comunista. Le ha dato un tratto scanzonato e irriverente, una capacità critica che le impediva di cadere nella trappola dell'ideologia o del luogo comune di sinistra: come quando riconosce nei movimenti del Sessantotto "una componente di tipo luddista, antimodernizzatrice, pauperista". Quella riassunta nel celebre lamento di Pasolini sulle lucciole che non ci sono più. Ma, lei dice, "il tempo delle lucciole era per me il tempo in cui le donne andavano a lavare i panni al fiume". Non era un tempo che potesse rimpiangere.
Scetticismo e ottimismo: sembra una congiunzione impossibile, ma non lo è, ed è questa la lezione che Miriam ci ha lasciato attraverso tutta la sua opera, attraverso tutte le parole che ha scritto e che ha detto, attraverso le sue incessanti domande.
Permettetemi di leggere alcuni versi: sono versi di Montale, scelti da Miriam come exergo di Botteghe Oscure addio, insieme, non casualmente, alla dedica ai suoi nipoti.

Chi si ricorda più del fuoco ch'arse
impetuoso
nelle vene del mondo - in un riposo
freddo le forme, opache, sono sparse.

Rivedrò domani le banchine
e la muraglia e l'usata strada.
Nel futuro che s'apre le mattine
sono ancorate come barche in rada.

Questo è il messaggio di Miriam. Non so come potremo fare a meno di lei. Certo ci mancherà moltissimo, ci manca già moltissimo. Addio Miriam.


sabato 31 gennaio 2015

La fine ingloriosa della ditta

Claudia Mancina














La candidatura di Mattarella al Colle è stata salutata con entusiasmo dalla minoranza Pd, perché segna una rottura, o almeno una sospensione, del patto del Nazareno. Tuttavia questa candidatura segna anche una netta e forse definitiva sconfitta della "ditta". Arriva infatti dopo l'esclusione di tutti gli ex-segretari Ds e più in generale di tutti gli esponenti provenienti da quell'area. Come dire che, finita l'era di Napolitano, che ha portato al Quirinale il meglio della tradizione comunista, non ci saranno più persone di quella provenienza nelle principali posizioni istituzionali. E' un passaggio che merita di essere sottolineato. Guardiamo un attimo indietro. Fino a Renzi, nel centrosinistra era in qualche modo scontato che la leadership appartenesse agli ex-comunisti. Non solo per una questione di numeri; anche per la pretesa di questi di essere loro, e solo loro, i portatori della moderna cultura politica della sinistra. Gli altri gruppi, anche i cattolici democratici (Popolari, poi Margherita), erano guardati con aria di superiorità. Da un lato se ne aveva bisogno per acquistare legittimazione a governare; dall'altro si tenevano fermamente le distanze. Così nel 1996 il Pds non candidò il suo segretario D'Alema, ma il cattolico di sinistra Prodi, dando vita all'esperienza dell'Ulivo. Il Pds però non volle mai farne un nuovo soggetto politico, nel quale le diverse tradizioni del centrosinistra potessero mescolarsi, e si impegnò invece a impedire la crescita dell'Ulivo, per la quale i collegi uninominali della legge Mattarella avrebbero offerto un ideale terreno di coltura. La conseguenza fu l'indebolimento progressivo del governo Prodi e la delusione di moltissimi elettori e simpatizzanti che erano stati attratti dalla novità politica dell'Ulivo. Fu perduta allora un'occasione storica irripetibile. Si rinunciò a costruire qualcosa di nuovo e il maggior partito della sinistra perse credibilità e capacità espansiva. I dirigenti ex-comunisti, che hanno sempre detenuto la leadership effettiva, sono responsabili del fallimento di quella stagione e di tutte le successive sconfitte del centrosinistra. Sono responsabili del deperimento del partito, soffocato dagli antagonismi interni ma anche dall'incapacità di tutti gli ex-comunisti (con l'eccezione di Veltroni, che però non è riuscito a incidere) di avviare una vera trasformazione della cultura politica, che si è sviluppata in modo confuso e contraddittorio, con un tessuto di fondo fatto di sopravvivenze della vecchia cultura comunista e sporadici innesti liberali o blairiani. Certo, non sono mancate anche responsabilità degli ex-democristiani; ma erano gli altri ad avere il volante in mano, e quindi oggi ricade su di loro il giudizio della storia.
L'avvento di Renzi alla segreteria del partito, conquistata con primarie non preconfezionate ma autentiche e combattute, ha segnato la fine della lunga vicenda dell'ex-Pci. Non può stupire che il segretario abbia scelto Mattarella; non solo, crediamo, per un presunto veto di Berlusconi agli ex-segretari, ma per una sua estraneità di fondo a quel gruppo dirigente della "ditta" che somiglia troppo a un nido di vipere. Mattarella non è solo una persona per bene e un politico di fine intelligenza, come sa chi lo ha frequentato. E' anche, tra tutti gli ex-democristiani, il più aperto alla modernizzazione del nostro sistema democratico, in quanto autore della legge elettorale maggioritaria che porta il suo nome e che molti rimpiangono. E' dunque la fine della sinistra ex-comunista? In un certo senso sì. Del resto, le frequenti denunce di mutazioni genetiche del Pd segnalano questo timore; non a caso Renzi viene visto come un alieno, un invasore, e la sua leadership viene continuamente contestata. Ma chi interpreta questo passaggio come una vittoria democristiana si sbaglia. Se ci si pensa, è assurdo che, a otto anni dalla nascita del Pd e a venti dalla nascita dell'Ulivo, ancora si distingua tra comunisti e democristiani. In un nuovo soggetto politico le vecchie identità dovrebbero mescolarsi. Non si dovrebbe più sentire il bisogno di sottolineare le provenienze. Perché quel che conta è dove si sta e dove si va, insieme. La sconfitta di oggi può essere il suggello di una nuova e più felice stagione.

P.S. Auguri Presidente!