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mercoledì 9 settembre 2015

Napolitano e Malaparte a Capri




Autore dell'intervista, che risale al 29 ottobre 2012, è Maurizio Serra, autore di Malaparte vite e leggende, Marsilio 2012.


Signor Presidente, potrebbe raccontare in quali circostanze fece la conoscenza di Malaparte?
«Fu nel gennaio 1944, a Capri, dove una parte della mia famiglia era stata evacuata. Napoli aveva subito più di cento bombardamenti devastanti e la liberazione era stata seguita dalla carestia, nell'inverno 1943-44. Nondimeno, la città ricominciava a vivere e avevamo appena pubblicato il primo (e solo) numero di una rivista intitolata ‘‘Latitudine'', vicina ai comunisti ma indipendente, che affrontava temi audaci come l'ermetismo, il surrealismo e la letteratura americana, e conteneva citazioni di autori eretici come Gide e Malraux. Ebbi l'idea di andare a farne omaggio a Malaparte».

Quale fu la sua reazione?
«Devo dire innanzitutto che noialtri giovani universitari napoletani, appassionati di letteratura, di poesia, di teatro, di cinema, formavamo una comunità molto vivace già nel 1942-43, prima della caduta del fascismo. Ho debuttato io stesso come critico cinematografico e regista nel teatro universitario, accanto ad amici che si sono fatti conoscere in seguito come Giuseppe Patroni Griffi, Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Francesco Rosi, Massimo Caprara, futuro segretario di Togliatti. Eravamo quindi orientati a sinistra, ma non condividevamo il pregiudizio contro Malaparte dei dirigenti comunisti appena usciti dalla clandestinità. Anzi, la copertina rosso sangue di ‘‘Prospettive'', che si apriva con il suo grande servizio dall'assedio di Leningrado, intitolato ‘‘Sangue operaio'', ci aveva entusiasmati. Considero ancora oggi che le corrispondenze de ‘‘Il Volga nasce in Europa'' rappresentino quel che ha scritto di meglio, con ‘‘Kaputt''. Per farla breve, non conoscevamo il suo passato d'uomo compromesso col regime, ma, in quanto intellettuale, lo sentivamo vicino a noi».

E il suo atteggiamento lo confermò?
«Assolutamente, fu prodigo di elogi e ci incoraggiò a continuare. Purtroppo la nostra rivista era stata accolta male dai responsabili della federazione napoletana del Pci, il che ne provocò la fine e accrebbe le mie perplessità riguardo al partito. Decisi allora di prendere le distanze e andai a fare la mia prima esperienza di lavoro in una filiale della Croce Rossa americana, a Capri, che era stata trasformata in campo di riposo dell'aviazione degli Stati Uniti. Ciò mi diede l'occasione di vedere Malaparte molto spesso, quasi quotidianamente, fino all'incirca all'autunno 1944, allorché le nostre strade si separarono. Con me era di una grande disponibilità, cosa che mi colpiva, anche perché tutti lo conoscevano, ma piuttosto da lontano. Era considerato un eccentrico e si mescolava poco alla vita locale. Aveva, in definitiva, pochi amici, tra cui l'ambasciatore Rulli».

Come si svolgevano i vostri incontri?
«Non appena lasciavo il lavoro, lo raggiungevo all'albergo Quisisana, che era il suo punto d'incontro. Da lì ci dirigevamo a piedi alla casa di Capo Masullo, lungo uno degli itinerari più pittoreschi dell'isola, che da un golfo immette sull'altro. Bisognava risalire una scalinata intagliata nella roccia di più di cento gradini, ma lui non aveva mai bisogno di riprendere fiato. Dopo di che, si arrivava a ‘‘Casa come Me'': l'ingresso incredibile, che sembrava quello di una nave, si apriva sul grande salone arredato con mobili finlandesi, che allora erano d'avanguardia, fino alla sua scrivania, con la macchina da scrivere di fronte all'immensa vetrata sui Faraglioni, i tre scogli forse più impressionanti del Mediterraneo... La sua conversazione era straordinaria, faceva girare la testa. Non avevo ancora compiuto diciannove anni, ma potevo rendermi conto lo stesso che affabulava quasi a ogni frase: era comunque uno spettacolo indimenticabile. Dire che avesse una grande opinione di sé è dir poco; ma aveva anche una spiccata capacità di seduzione, un fascino notevole. Parlava di tutto: i suoi incontri, i suoi viaggi, le sue idee sull'arte e l'avvenire del mondo. Era quasi una replica di ‘‘Kaputt'' che si svolgeva sotto i miei occhi, cosa che ho capito solo più tardi, quando mi offrì la prima edizione del libro, pubblicata dall'editore Casella, a Napoli, con una dedica molto lusinghiera: ‘‘A Giorgio Napolitano, che non perde mai la calma, nemmeno durante l'Apocalisse'', con riferimento alle devastazioni di Napoli.
Purtroppo, ho imprestato il libro a Maria Antonietta Macciocchi, che non me lo ha mai restituito».

Malaparte si era avvicinato al Pci in quel momento.
«Direi che era un comunista quasi dichiarato. Si figuri che mi confidò di essere pronto ad aprire una scuola di leninismo nella sua casa! Togliatti, sbarcato a Napoli al ritorno dall'Unione Sovietica, il 27 marzo 1944, si precipitò a trovarlo dopo pochi giorni, accompagnato da due dirigenti del pci napoletano, Eugenio Reale, futuro ambasciatore a Varsavia, e Velio Spano, che fu il primo direttore de ‘‘l'Unità'': Togliatti non attese neppure di pronunciare il suo grande discorso dell'11 aprile sulla necessità di una svolta nazionale nella nuova politica del partito. L'incontro fu molto cordiale. Malaparte mi raccontò di essere stato molto impressionato da Togliatti, il quale lo avrebbe addirittura messo in difficoltà, parlandogli di Stendhal, che Malaparte si vantava di aver introdotto in Italia! Fu allora che venne autorizzato a diventare corrispondente del quotidiano comunista sul fronte di Firenze, a condizione di adottare uno pseudonimo, Gianni Strozzi».

In cambio, scrisse per Togliatti la celebre autobiografia.
«Sì, e all'indomani della morte di Malaparte, sarà pubblicata su ‘‘Rinascita'', accompagnata da un elogio vibrante del segretario generale al valore e alla... sincerità di quel documento. Era anche vicino, in quel periodo, ai servizi americani. Gli americani controllavano Capri, che avevano occupato una ventina di giorni prima della liberazione di Napoli. Malaparte provò anche a mettere in piedi un corpo di spedizione per combattere i tedeschi. Le adesioni si raccoglievano in un caffè. Mi sono iscritto anch'io. Naturalmente, non se n'è fatto nulla».

La collaborazione con il Pci s'interruppe poco dopo la liberazione di Firenze, nell'agosto 1944.
«Già qualche mese prima, dopo la liberazione di Roma, alcuni dirigenti influenti del partito, come Mario Alicata, avevano denunciato i trascorsi fascisti di Malaparte. La cosa prese rapidamente delle proporzioni tali che Togliatti, pur rammaricandosene, non fu più in condizione di difenderlo».

Ma Togliatti lo salvò dai rigori dell'epurazione, nonostante Malaparte fosse scivolato subito dopo nel campo anticomunista.
«È probabile. Ma ufficialmente i rapporti furono rotti a ogni livello, il che riguardava anche me, visto che nel frattempo ero entrato nel partito. A Napoli continuavamo a svolgere una grande azione culturale, in un clima di effervescenza ben diverso da quello di prostrazione, descritto ne ‘‘La pelle''. Alicata era diventato condirettore di un quotidiano frontista, ‘‘La Voce'', e mi propose di fondare con altri due compagni una associazione culturale per ampliare il nostro uditorio. Potei così invitare delle personalità straniere. Ricordo l'accoglienza calorosa che riservammo a Eluard, che recitò meravigliosamente i suoi versi nell'anfiteatro del Conservatorio, e che è rimasto uno dei miei poeti prediletti. Più tardi, fu la volta di Pablo Neruda, che scrisse e pubblicò a Napoli, in edizione privata, alcuni dei suoi poemi più belli. Ma con Malaparte erano tagliati tutti i ponti. Mi è capitato di incontrarlo più di una volta nei corridoi della Camera, all'inizio degli anni cinquanta. Io cominciavo la carriera politica e lui ci veniva come giornalista. I nostri sguardi si sono incrociati, ma abbiamo evitato di salutarci. Lei si deve ricollocare nella mentalità dell'epoca».

Fu il vostro ultimo contatto?
«No, ho seguito con interesse il suo riavvicinamento al partito, nel 1956-57, quando partì per l'Urss e la Cina e inviò delle corrispondenze sempre scintillanti a ‘‘Vie Nuove'', diretto da Maria Antonietta Macciocchi. E beninteso sono andato a trovarlo, al suo ritorno, alla ‘‘Sanatrix''».

Come l'accolse?
«Nel modo più naturale del mondo, come se ci fossimo appena lasciati. Non perdeva mai il senso della battuta, nemmeno sul letto di morte. Sembrava che niente potesse sorprenderlo. Mi ricordo che Togliatti stava uscendo, mentre entravo, e Malaparte commentò: ‘‘Che impressione mi ha fatto Togliatti! Sembra un vecchio saggio...''».






Signor Presidente, potrebbe raccontare in quali circostanze fece la conoscenza di Malaparte? Fu nel gennaio 1944, a Capri, dove una parte della mia famiglia era stata evacuata. Napoli aveva subito più di cento bombardamenti devastanti e la liberazione era stata seguita dalla carestia, nell’inverno 1943-44. Nondimeno, la città ricominciava a vivere
e avevamo appena pubblicato il primo (e solo) numero di una rivista intitolata «Latitudine», vicina ai comunisti ma indipendente, che affrontava temi audaci come l’ermetismo, il surrealismo e la letteratura americana, e conteneva citazioni di autori eretici come Gide e Malraux. Ebbi l’idea di andare a farne omaggio a Malaparte.
Quale fu la sua reazione?
Devo dire innanzitutto che noialtri giovani universitari napoletani, appassionati di letteratura, di poesia, di teatro, di cinema, formavamo una comunità molto vivace già nel 1942-43, prima della caduta del fascismo. Ho debuttato io stesso come critico cinematografico e regista nel teatro universitario, accanto ad amici che si sono fatti conoscere in seguito come Giuseppe Patroni Griffi, Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Francesco Rosi, Massimo Caprara, futuro segretario di Togliatti. Eravamo quindi orientati a sinistra, ma non condividevamo il pregiudizio contro Malaparte dei dirigenti comunisti appena usciti dalla clandestinità. Anzi, la copertina rosso sangue di «Prospettive», che si apriva con il grande servizio dall’assedio di Leningrado, intitolato Sangue operaio, ci aveva entusiasmati. Considero ancora oggi che le corrispondenze de Il Volga nasce in Europa rappresentino quel che ha scritto di meglio, con Kaputt. Per farla breve, non conoscevamo il suo passato d’uomo compromesso col regime, ma, in quanto intellettuale, lo sentivamo vicino a noi.
E il suo atteggiamento lo confermò?
Assolutamente, fu prodigo di elogi e ci incoraggiò a continuare. Purtroppo la nostra rivista era stata accolta male dai responsabili della federazione napoletana del pci, il che ne provocò la fine e accrebbe le mie perplessità riguardo al partito. Decisi allora di prendere le distanze e andai a fare la mia prima esperienza di lavoro in una filiale della Croce Rossa americana, a Capri, che era stata trasformata in campo di riposo dell’aviazione degli Stati Uniti. Ciò mi diede l’occasione di vedere Malaparte molto spesso, quasi quotidianamente, fino all’incirca all’autunno 1944, allorché le nostre strade si separarono. Con me era di una grande disponibilità, cosa che mi colpiva, anche perché tutti lo conoscevano, ma piuttosto da lontano. Era considerato un eccentrico e si mescolava poco alla vita locale. Aveva, in definitiva, pochi amici, tra cui l’ambasciatore Rulli.
Come si svolgevano i vostri incontri?
Non appena lasciavo il lavoro, lo raggiungevo all’albergo Quisisana, che era il suo punto d’incontro. Da lì ci dirigevamo a piedi alla casa di Capo Masullo, lungo uno degli itinerari più pittoreschi dell’isola, che da un golfo immette sull’altro. Bisognava risalire una scalinata intagliata nella roccia di più di cento gradini, ma lui non aveva mai bisogno di riprendere fiato. Dopo di che, si arrivava a «Casa come Me»: l’ingresso incredibile, che sembrava quello di una nave, si apriva sul grande salone arredato con mobili finlandesi, che allora erano d’avanguardia, fino alla sua scrivania, con la macchina da scrivere di fronte all’immensa vetrata sui Faraglioni, i tre scogli forse più impressionanti del Mediterraneo… La sua
conversazione era straordinaria, faceva girare la testa. Non avevo ancora compiuto diciannove anni, ma potevo rendermi conto lo stesso che affabulava quasi a ogni frase: era comunque uno spettacolo indimenticabile. Dire che avesse una grande opinione di sé è dir poco; ma aveva anche una spiccata capacità di seduzione, un fascino notevole. Parlava di tutto: i suoi incontri, i suoi viaggi, le sue idee sull’arte e l’avvenire del mondo. Era quasi una replica di
Kaputt che si svolgeva sotto i miei occhi, cosa che ho capito solo più tardi, quando mi offrì la prima edizione del libro, pubblicata dall’editore Casella, a Napoli, con una dedica molto lusinghiera: «A Giorgio Napolitano, che non perde mai la calma, nemmeno durante l’Apocalisse», con riferimento alle devastazioni di Napoli. Purtroppo, ho imprestato il libro a Maria Antonietta Macciocchi, che non me lo ha mai restituito.
Malaparte si era avvicinato al PCI in quel momento.
Direi che era un comunista quasi dichiarato. Si figuri che mi confidò di essere pronto ad aprire una scuola di leninismo nella sua casa! Togliatti, sbarcato a Napoli al ritorno dall’Unione Sovietica, il 27 marzo 1944, si precipitò a trovarlo dopo pochi giorni, accompagnato da due dirigenti del pci napoletano, Eugenio Reale, futuro ambasciatore a Varsavia, e Velio Spano, che fu il primo direttore de «l’Unità»: Togliatti non attese neppure di pronunciare il suo grande discorso dell’11 aprile sulla necessità di una svolta nazionale nella nuova politica del partito. L’incontro fu molto cordiale. Malaparte mi raccontò di essere stato molto impressionato da Togliatti, il quale lo avrebbe addirittura messo in difficoltà, parlandogli di Stendhal, che Malaparte si vantava di aver introdotto in Italia! Fu allora che venne autorizzato a diventare corrispondente del quotidiano comunista sul fronte di Firenze, a condizione di adottare uno pseudonimo, Gianni Strozzi.
In cambio, scrisse per Togliatti la celebre autobiografia.
Sì, e all’indomani della morte di Malaparte, sarà pubblicata su «Rinascita», accompagnata da un elogio vibrante del segretario generale al valore e alla… sincerità di quel documento.
Era anche vicino, in quel periodo, ai servizi americani.
Gli americani controllavano Capri, che avevano occupato una ventina di giorni prima della liberazione di Napoli. Malaparte provò anche a mettere in piedi un corpo di spedizione per combattere i tedeschi. Le adesioni si raccoglievano in un caffè. Mi sono iscritto anch’io. Naturalmente, non se n’è fatto nulla.
La collaborazione con il PCI s’interruppe poco dopo la liberazione di Firenze, nell’agosto 1944.
Già qualche mese prima, dopo la liberazione di Roma, alcuni dirigenti influenti del partito, come Mario Alicata, avevano denunciato i trascorsi fascisti di Malaparte. La cosa prese rapidamente delle proporzioni tali che Togliatti, pur rammaricandosene, non
fu più in condizione di difenderlo.
Ma Togliatti lo salvò dai rigori dell’epurazione, nonostante Malaparte fosse scivolato subito dopo nel campo anticomunista.
È probabile. Ma ufficialmente i rapporti furono rotti a ogni livello, il che riguardava anche me, visto che nel frattempo ero entrato nel partito. A Napoli continuavamo a svolgere una grande azione culturale,
in un clima di effervescenza ben diverso da quello di prostrazione, descritto ne La pelle. Alicata era diventato condirettore di un quotidiano frontista, «La Voce», e mi propose di fondare con altri due compagni una associazione culturale per ampliare il nostro uditorio. Potei così invitare delle personalità straniere. Ricordo l’accoglienza calorosa che riservammo a Eluard, che recitò meravigliosamente i suoi versi nell’anfiteatro del Conservatorio, e che è rimasto uno dei miei poeti prediletti. Più tardi, fu la volta di Pablo Neruda, che scrisse e pubblicò a Napoli, in edizione privata,
alcuni dei suoi poemi più belli. Ma con Malaparte erano tagliati tutti i ponti. Mi è capitato di incontrarlo più di una volta nei corridoi della Camera, all’inizio degli anni cinquanta. Io cominciavo la carriera politica e lui ci veniva come giornalista. I nostri sguardi si sono incrociati, ma abbiamo evitato di salutarci. Lei si deve ricollocare nella mentalità dell’epoca.
Fu il vostro ultimo contatto?
No, ho seguito con interesse il suo riavvicinamento al partito, nel 1956-57, quando partì per l’urss e la Cina e inviò delle corrispondenze sempre scintillanti a «Vie Nuove», diretto da Maria Antonietta Macciocchi. E beninteso sono andato a trovarlo, al suo ritorno, alla «Sanatrix».
Come l’accolse?
Nel modo più naturale del mondo, come se ci fossimo appena lasciati. Non perdeva mai il senso della battuta, nemmeno sul letto di morte. Sembrava che niente potesse sorprenderlo. Mi ricordo che Togliatti stava uscendo, mentre entravo, e Malaparte commentò: «Che impressione mi ha fatto Togliatti! Sembra un vecchio saggio…».
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Signor Presidente, potrebbe raccontare in quali circostanze fece la conoscenza di Malaparte? Fu nel gennaio 1944, a Capri, dove una parte della mia famiglia era stata evacuata. Napoli aveva subito più di cento bombardamenti devastanti e la liberazione era stata seguita dalla carestia, nell’inverno 1943-44. Nondimeno, la città ricominciava a vivere
e avevamo appena pubblicato il primo (e solo) numero di una rivista intitolata «Latitudine», vicina ai comunisti ma indipendente, che affrontava temi audaci come l’ermetismo, il surrealismo e la letteratura americana, e conteneva citazioni di autori eretici come Gide e Malraux. Ebbi l’idea di andare a farne omaggio a Malaparte.
Quale fu la sua reazione?
Devo dire innanzitutto che noialtri giovani universitari napoletani, appassionati di letteratura, di poesia, di teatro, di cinema, formavamo una comunità molto vivace già nel 1942-43, prima della caduta del fascismo. Ho debuttato io stesso come critico cinematografico e regista nel teatro universitario, accanto ad amici che si sono fatti conoscere in seguito come Giuseppe Patroni Griffi, Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Francesco Rosi, Massimo Caprara, futuro segretario di Togliatti. Eravamo quindi orientati a sinistra, ma non condividevamo il pregiudizio contro Malaparte dei dirigenti comunisti appena usciti dalla clandestinità. Anzi, la copertina rosso sangue di «Prospettive», che si apriva con il grande servizio dall’assedio di Leningrado, intitolato Sangue operaio, ci aveva entusiasmati. Considero ancora oggi che le corrispondenze de Il Volga nasce in Europa rappresentino quel che ha scritto di meglio, con Kaputt. Per farla breve, non conoscevamo il suo passato d’uomo compromesso col regime, ma, in quanto intellettuale, lo sentivamo vicino a noi.
E il suo atteggiamento lo confermò?
Assolutamente, fu prodigo di elogi e ci incoraggiò a continuare. Purtroppo la nostra rivista era stata accolta male dai responsabili della federazione napoletana del pci, il che ne provocò la fine e accrebbe le mie perplessità riguardo al partito. Decisi allora di prendere le distanze e andai a fare la mia prima esperienza di lavoro in una filiale della Croce Rossa americana, a Capri, che era stata trasformata in campo di riposo dell’aviazione degli Stati Uniti. Ciò mi diede l’occasione di vedere Malaparte molto spesso, quasi quotidianamente, fino all’incirca all’autunno 1944, allorché le nostre strade si separarono. Con me era di una grande disponibilità, cosa che mi colpiva, anche perché tutti lo conoscevano, ma piuttosto da lontano. Era considerato un eccentrico e si mescolava poco alla vita locale. Aveva, in definitiva, pochi amici, tra cui l’ambasciatore Rulli.
Come si svolgevano i vostri incontri?
Non appena lasciavo il lavoro, lo raggiungevo all’albergo Quisisana, che era il suo punto d’incontro. Da lì ci dirigevamo a piedi alla casa di Capo Masullo, lungo uno degli itinerari più pittoreschi dell’isola, che da un golfo immette sull’altro. Bisognava risalire una scalinata intagliata nella roccia di più di cento gradini, ma lui non aveva mai bisogno di riprendere fiato. Dopo di che, si arrivava a «Casa come Me»: l’ingresso incredibile, che sembrava quello di una nave, si apriva sul grande salone arredato con mobili finlandesi, che allora erano d’avanguardia, fino alla sua scrivania, con la macchina da scrivere di fronte all’immensa vetrata sui Faraglioni, i tre scogli forse più impressionanti del Mediterraneo… La sua
conversazione era straordinaria, faceva girare la testa. Non avevo ancora compiuto diciannove anni, ma potevo rendermi conto lo stesso che affabulava quasi a ogni frase: era comunque uno spettacolo indimenticabile. Dire che avesse una grande opinione di sé è dir poco; ma aveva anche una spiccata capacità di seduzione, un fascino notevole. Parlava di tutto: i suoi incontri, i suoi viaggi, le sue idee sull’arte e l’avvenire del mondo. Era quasi una replica di
Kaputt che si svolgeva sotto i miei occhi, cosa che ho capito solo più tardi, quando mi offrì la prima edizione del libro, pubblicata dall’editore Casella, a Napoli, con una dedica molto lusinghiera: «A Giorgio Napolitano, che non perde mai la calma, nemmeno durante l’Apocalisse», con riferimento alle devastazioni di Napoli. Purtroppo, ho imprestato il libro a Maria Antonietta Macciocchi, che non me lo ha mai restituito.
Malaparte si era avvicinato al PCI in quel momento.
Direi che era un comunista quasi dichiarato. Si figuri che mi confidò di essere pronto ad aprire una scuola di leninismo nella sua casa! Togliatti, sbarcato a Napoli al ritorno dall’Unione Sovietica, il 27 marzo 1944, si precipitò a trovarlo dopo pochi giorni, accompagnato da due dirigenti del pci napoletano, Eugenio Reale, futuro ambasciatore a Varsavia, e Velio Spano, che fu il primo direttore de «l’Unità»: Togliatti non attese neppure di pronunciare il suo grande discorso dell’11 aprile sulla necessità di una svolta nazionale nella nuova politica del partito. L’incontro fu molto cordiale. Malaparte mi raccontò di essere stato molto impressionato da Togliatti, il quale lo avrebbe addirittura messo in difficoltà, parlandogli di Stendhal, che Malaparte si vantava di aver introdotto in Italia! Fu allora che venne autorizzato a diventare corrispondente del quotidiano comunista sul fronte di Firenze, a condizione di adottare uno pseudonimo, Gianni Strozzi.
In cambio, scrisse per Togliatti la celebre autobiografia.
Sì, e all’indomani della morte di Malaparte, sarà pubblicata su «Rinascita», accompagnata da un elogio vibrante del segretario generale al valore e alla… sincerità di quel documento.
Era anche vicino, in quel periodo, ai servizi americani.
Gli americani controllavano Capri, che avevano occupato una ventina di giorni prima della liberazione di Napoli. Malaparte provò anche a mettere in piedi un corpo di spedizione per combattere i tedeschi. Le adesioni si raccoglievano in un caffè. Mi sono iscritto anch’io. Naturalmente, non se n’è fatto nulla.
La collaborazione con il PCI s’interruppe poco dopo la liberazione di Firenze, nell’agosto 1944.
Già qualche mese prima, dopo la liberazione di Roma, alcuni dirigenti influenti del partito, come Mario Alicata, avevano denunciato i trascorsi fascisti di Malaparte. La cosa prese rapidamente delle proporzioni tali che Togliatti, pur rammaricandosene, non
fu più in condizione di difenderlo.
Ma Togliatti lo salvò dai rigori dell’epurazione, nonostante Malaparte fosse scivolato subito dopo nel campo anticomunista.
È probabile. Ma ufficialmente i rapporti furono rotti a ogni livello, il che riguardava anche me, visto che nel frattempo ero entrato nel partito. A Napoli continuavamo a svolgere una grande azione culturale,
in un clima di effervescenza ben diverso da quello di prostrazione, descritto ne La pelle. Alicata era diventato condirettore di un quotidiano frontista, «La Voce», e mi propose di fondare con altri due compagni una associazione culturale per ampliare il nostro uditorio. Potei così invitare delle personalità straniere. Ricordo l’accoglienza calorosa che riservammo a Eluard, che recitò meravigliosamente i suoi versi nell’anfiteatro del Conservatorio, e che è rimasto uno dei miei poeti prediletti. Più tardi, fu la volta di Pablo Neruda, che scrisse e pubblicò a Napoli, in edizione privata,
alcuni dei suoi poemi più belli. Ma con Malaparte erano tagliati tutti i ponti. Mi è capitato di incontrarlo più di una volta nei corridoi della Camera, all’inizio degli anni cinquanta. Io cominciavo la carriera politica e lui ci veniva come giornalista. I nostri sguardi si sono incrociati, ma abbiamo evitato di salutarci. Lei si deve ricollocare nella mentalità dell’epoca.
Fu il vostro ultimo contatto?
No, ho seguito con interesse il suo riavvicinamento al partito, nel 1956-57, quando partì per l’urss e la Cina e inviò delle corrispondenze sempre scintillanti a «Vie Nuove», diretto da Maria Antonietta Macciocchi. E beninteso sono andato a trovarlo, al suo ritorno, alla «Sanatrix».
Come l’accolse?
Nel modo più naturale del mondo, come se ci fossimo appena lasciati. Non perdeva mai il senso della battuta, nemmeno sul letto di morte. Sembrava che niente potesse sorprenderlo. Mi ricordo che Togliatti stava uscendo, mentre entravo, e Malaparte commentò: «Che impressione mi ha fatto Togliatti! Sembra un vecchio saggio…».
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e avevamo appena pubblicato il primo (e solo) numero di una rivista intitolata «Latitudine», vicina ai comunisti ma indipendente, che affrontava temi audaci come l’ermetismo, il surrealismo e la letteratura americana, e conteneva citazioni di autori eretici come Gide e Malraux. Ebbi l’idea di andare a farne omaggio a Malaparte.
Quale fu la sua reazione?
Devo dire innanzitutto che noialtri giovani universitari napoletani, appassionati di letteratura, di poesia, di teatro, di cinema, formavamo una comunità molto vivace già nel 1942-43, prima della caduta del fascismo. Ho debuttato io stesso come critico cinematografico e regista nel teatro universitario, accanto ad amici che si sono fatti conoscere in seguito come Giuseppe Patroni Griffi, Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Francesco Rosi, Massimo Caprara, futuro segretario di Togliatti. Eravamo quindi orientati a sinistra, ma non condividevamo il pregiudizio contro Malaparte dei dirigenti comunisti appena usciti dalla clandestinità. Anzi, la copertina rosso sangue di «Prospettive», che si apriva con il grande servizio dall’assedio di Leningrado, intitolato Sangue operaio, ci aveva entusiasmati. Considero ancora oggi che le corrispondenze de Il Volga nasce in Europa rappresentino quel che ha scritto di meglio, con Kaputt. Per farla breve, non conoscevamo il suo passato d’uomo compromesso col regime, ma, in quanto intellettuale, lo sentivamo vicino a noi.
E il suo atteggiamento lo confermò?
Assolutamente, fu prodigo di elogi e ci incoraggiò a continuare. Purtroppo la nostra rivista era stata accolta male dai responsabili della federazione napoletana del pci, il che ne provocò la fine e accrebbe le mie perplessità riguardo al partito. Decisi allora di prendere le distanze e andai a fare la mia prima esperienza di lavoro in una filiale della Croce Rossa americana, a Capri, che era stata trasformata in campo di riposo dell’aviazione degli Stati Uniti. Ciò mi diede l’occasione di vedere Malaparte molto spesso, quasi quotidianamente, fino all’incirca all’autunno 1944, allorché le nostre strade si separarono. Con me era di una grande disponibilità, cosa che mi colpiva, anche perché tutti lo conoscevano, ma piuttosto da lontano. Era considerato un eccentrico e si mescolava poco alla vita locale. Aveva, in definitiva, pochi amici, tra cui l’ambasciatore Rulli.
Come si svolgevano i vostri incontri?
Non appena lasciavo il lavoro, lo raggiungevo all’albergo Quisisana, che era il suo punto d’incontro. Da lì ci dirigevamo a piedi alla casa di Capo Masullo, lungo uno degli itinerari più pittoreschi dell’isola, che da un golfo immette sull’altro. Bisognava risalire una scalinata intagliata nella roccia di più di cento gradini, ma lui non aveva mai bisogno di riprendere fiato. Dopo di che, si arrivava a «Casa come Me»: l’ingresso incredibile, che sembrava quello di una nave, si apriva sul grande salone arredato con mobili finlandesi, che allora erano d’avanguardia, fino alla sua scrivania, con la macchina da scrivere di fronte all’immensa vetrata sui Faraglioni, i tre scogli forse più impressionanti del Mediterraneo… La sua
conversazione era straordinaria, faceva girare la testa. Non avevo ancora compiuto diciannove anni, ma potevo rendermi conto lo stesso che affabulava quasi a ogni frase: era comunque uno spettacolo indimenticabile. Dire che avesse una grande opinione di sé è dir poco; ma aveva anche una spiccata capacità di seduzione, un fascino notevole. Parlava di tutto: i suoi incontri, i suoi viaggi, le sue idee sull’arte e l’avvenire del mondo. Era quasi una replica di
Kaputt che si svolgeva sotto i miei occhi, cosa che ho capito solo più tardi, quando mi offrì la prima edizione del libro, pubblicata dall’editore Casella, a Napoli, con una dedica molto lusinghiera: «A Giorgio Napolitano, che non perde mai la calma, nemmeno durante l’Apocalisse», con riferimento alle devastazioni di Napoli. Purtroppo, ho imprestato il libro a Maria Antonietta Macciocchi, che non me lo ha mai restituito.
Malaparte si era avvicinato al PCI in quel momento.
Direi che era un comunista quasi dichiarato. Si figuri che mi confidò di essere pronto ad aprire una scuola di leninismo nella sua casa! Togliatti, sbarcato a Napoli al ritorno dall’Unione Sovietica, il 27 marzo 1944, si precipitò a trovarlo dopo pochi giorni, accompagnato da due dirigenti del pci napoletano, Eugenio Reale, futuro ambasciatore a Varsavia, e Velio Spano, che fu il primo direttore de «l’Unità»: Togliatti non attese neppure di pronunciare il suo grande discorso dell’11 aprile sulla necessità di una svolta nazionale nella nuova politica del partito. L’incontro fu molto cordiale. Malaparte mi raccontò di essere stato molto impressionato da Togliatti, il quale lo avrebbe addirittura messo in difficoltà, parlandogli di Stendhal, che Malaparte si vantava di aver introdotto in Italia! Fu allora che venne autorizzato a diventare corrispondente del quotidiano comunista sul fronte di Firenze, a condizione di adottare uno pseudonimo, Gianni Strozzi.
In cambio, scrisse per Togliatti la celebre autobiografia.
Sì, e all’indomani della morte di Malaparte, sarà pubblicata su «Rinascita», accompagnata da un elogio vibrante del segretario generale al valore e alla… sincerità di quel documento.
Era anche vicino, in quel periodo, ai servizi americani.
Gli americani controllavano Capri, che avevano occupato una ventina di giorni prima della liberazione di Napoli. Malaparte provò anche a mettere in piedi un corpo di spedizione per combattere i tedeschi. Le adesioni si raccoglievano in un caffè. Mi sono iscritto anch’io. Naturalmente, non se n’è fatto nulla.
La collaborazione con il PCI s’interruppe poco dopo la liberazione di Firenze, nell’agosto 1944.
Già qualche mese prima, dopo la liberazione di Roma, alcuni dirigenti influenti del partito, come Mario Alicata, avevano denunciato i trascorsi fascisti di Malaparte. La cosa prese rapidamente delle proporzioni tali che Togliatti, pur rammaricandosene, non
fu più in condizione di difenderlo.
Ma Togliatti lo salvò dai rigori dell’epurazione, nonostante Malaparte fosse scivolato subito dopo nel campo anticomunista.
È probabile. Ma ufficialmente i rapporti furono rotti a ogni livello, il che riguardava anche me, visto che nel frattempo ero entrato nel partito. A Napoli continuavamo a svolgere una grande azione culturale,
in un clima di effervescenza ben diverso da quello di prostrazione, descritto ne La pelle. Alicata era diventato condirettore di un quotidiano frontista, «La Voce», e mi propose di fondare con altri due compagni una associazione culturale per ampliare il nostro uditorio. Potei così invitare delle personalità straniere. Ricordo l’accoglienza calorosa che riservammo a Eluard, che recitò meravigliosamente i suoi versi nell’anfiteatro del Conservatorio, e che è rimasto uno dei miei poeti prediletti. Più tardi, fu la volta di Pablo Neruda, che scrisse e pubblicò a Napoli, in edizione privata,
alcuni dei suoi poemi più belli. Ma con Malaparte erano tagliati tutti i ponti. Mi è capitato di incontrarlo più di una volta nei corridoi della Camera, all’inizio degli anni cinquanta. Io cominciavo la carriera politica e lui ci veniva come giornalista. I nostri sguardi si sono incrociati, ma abbiamo evitato di salutarci. Lei si deve ricollocare nella mentalità dell’epoca.
Fu il vostro ultimo contatto?
No, ho seguito con interesse il suo riavvicinamento al partito, nel 1956-57, quando partì per l’urss e la Cina e inviò delle corrispondenze sempre scintillanti a «Vie Nuove», diretto da Maria Antonietta Macciocchi. E beninteso sono andato a trovarlo, al suo ritorno, alla «Sanatrix».
Come l’accolse?
Nel modo più naturale del mondo, come se ci fossimo appena lasciati. Non perdeva mai il senso della battuta, nemmeno sul letto di morte. Sembrava che niente potesse sorprenderlo. Mi ricordo che Togliatti stava uscendo, mentre entravo, e Malaparte commentò: «Che impressione mi ha fatto Togliatti! Sembra un vecchio saggio…».
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giovedì 11 dicembre 2014

Berlinguer nelle memorie del suo autista

Aldo Cazzullo
«Quando le Br pedinavano Berlinguer»
Le memorie dell’autista del leader: «Sono convinto volesse cambiare nome al partito Con Lama non si amavano. D’Alema? Non gli piaceva tanto, troppo presuntuoso»

Corriere della Sera, 11 dicembre 2014

«Sono le 2 e mezza di notte. Per la seconda volta in pochi giorni ho portato Berlinguer all’appuntamento con Moro, a casa di Tullio Ancora, vicino a piazza Istria. È la primavera del 1978, si tratta la nascita del primo governo appoggiato dal Pci. Un compagno accende la lucetta sopra l’ingresso: è il segnale che il capo sta per scendere. La portiera è già aperta. Mi volto, ma sul sedile non vedo Enrico; vedo Aldo Moro, che è salito per sbaglio sull’auto del segretario del Partito comunista. Gli sorrido e gli dico che si è sbagliato. Moro chiese scusa mille volte. Dopo raccontammo la scena a Berlinguer, che si divertì moltissimo…».
Alberto Menichelli, 85 anni, per 15 l’ombra del leader, è seduto in un bar di San Giovanni. Davanti ha le bozze del suo libro di memorie, In auto con Berlinguer, che Wingsbert pubblica lunedì prossimo. «Con il maresciallo Leonardi, il caposcorta di Moro, eravamo amici. Ci invidiava le auto blindate, che al presidente della Dc erano state negate. Berlinguer aveva avuto la prima macchina blindata d’Italia: gli operai di Pisa ci avevano dato il vetro, i compagni di Roma avevano messo le lastre d’acciaio alle portiere. A lui non poteva accadere quel che accadde a Moro: oltre alla blindata e all’auto della polizia, c’era sempre un’altra macchina del partito, ogni volta diversa per confondere le Br, che ci precedeva o ci affiancava. E se fossero riusciti a rapirlo, i compagni l’avrebbero trovato, avessero dovuto setacciare tutta Roma. I poliziotti di scorta erano iscritti al partito: uno di nascosto, l’altro apertamente. Lo trasferirono a Udine per punizione. Allora intervenne Pecchioli: “Almeno mandatelo a casa sua”. Così fu trasferito a Lecce. Comunque le Br ci pedinavano. Nelle loro carte avevano annotato le abitudini di Berlinguer, compresa la sosta ogni sera in latteria per comprare un litro di latte. Una volta gli chiesi: “Ma che te ne fai di tutto ‘sto latte?”. Sorrise: “Il frigo di casa è sempre mezzo vuoto”».
«Enrico sorrideva spesso. Non era affatto triste. Gli piaceva scherzare. Una volta stavamo andando in Calabria, e ci fermammo a pranzo a Lagonegro. Lui cominciò a fare palline con la mollica di pane e a tirarcele; scoppiò una battaglia. Mi prendeva in giro perché avevo paura dell’aereo, a ogni decollo mi chiedeva: “Hai messo il paracadute?”. Canzonava un uomo della scorta, Righi, partigiano di Carpi, che adorava il lambrusco; gli diceva che era la coca-cola italiana, “vuoi mettere il cannonau? Quello sì che è un vino!”. Adorava la Sardegna. A Barcellona tenne un comizio con Santiago Carrillo nella Plaza de Toros strapiena, e concluse in una lingua sconosciuta, nel tripudio della folla. Gli chiesi cos’avesse detto. E lui: “Ho parlato catalano. Assomiglia al dialetto della mia terra”. Era popolarissimo anche all’estero, ai mercati generali di Parigi rischiò di soffocare per l’abbraccio della folla, quella volta ebbi paura. Come quando a Tarquinia, alla fine della festa dell’Unità, mi propose una scommessa: “Vuoi vedere che se mi travesto non mi riconosce nessuno?”. Si mise un cappellaccio e gli occhiali scuri di Maria, la seconda figlia. Lo riconobbero tutti, fu dura sottrarlo all’abbraccio dei militanti».
«Al partito sacrificò tutto, anche la vita privata. Eravamo sempre insieme, pure a Natale, che passavamo alle Frattocchie. Stavamo giocando a tombola, e lui gridò esultante: “Ambo!”. I bambini lo presero in giro: “Cosa vuoi vincere con un ambo?”. Cambiò carattere solo dopo la morte di Moro. Il 9 maggio mi telefonò: “Abbiamo avuto una segnalazione. Vai in via Caetani, c’è un mio amico che abita al primo piano: sali da lui, affacciati alla finestra e dimmi cosa vedi”. Gli descrissi la scena del ritrovamento del corpo. A un tratto sentii che non parlava più: mi aveva attaccato il telefono, come non aveva mai fatto. Era disperato: capiva che con Moro era morta la sua politica».
«Il rapporto con Craxi all’inizio non era così cattivo come dicono. Con il suo autista, Nicola Mansi, eravamo amici, anche se lo prendevo in giro perché guadagnava più del doppio di me. Dopo le elezioni dell’83 accompagnai Enrico con Chiaromonte da Craxi: all’uscita era soddisfatto, sperava di aver gettato le basi per un’alleanza. Invece Bettino chiuse l’accordo con la Dc. E al congresso di Verona ci tese una trappola: mentre gli altri ospiti passavano di fianco al palco, noi dovemmo attraversare tutta la sala, in una selva di fischi e insulti. Io ero furibondo, lui non batté ciglio».
«Quando mi dissero che era morto, scoppiai in un pianto convulso. Mi tornò in mente la nostra vita insieme: quando arrivavo a casa sua a portargli i giornali alle 7 e mezza e lui mi apriva in pigiama; la volta che in treno ci accorgemmo che aveva una scarpa diversa dall’altra; quando lo vidi seduto per terra nel salotto tra un mucchio di libri (“ma che ci fai lì?”; “sta zitto, ho nascosto 50 mila lire dentro un romanzo e non ricordo quale”); la volta che si mise a giocare a pallone sul piazzale della Farnesina con il figlio Marco e i suoi amici, si fermò una Fiat 130, si abbassò il finestrino: era Moro, che rimase incuriosito a guardare Berlinguer battere un calcio d’angolo. Fu Lauretta, la figlia più piccola, a consolarmi. Ancora oggi voglio bene ai figli di Berlinguer come fossero miei».
«Certo che aveva difetti. Ne aveva tantissimi. Ad esempio era pignolo: non l’ho mai visto parlare a braccio, lavorava ai discorsi per intere notti. E trascurato: non si pettinava mai. Quando entravo in direzione ad avvisarlo di una telefonata, a volte interrompevo liti furibonde. Lui dava ragione a tutti, ma decideva da solo. Era amico di ciascuno e di nessuno. Con Lama non si amavano: una volta a Torino un corteo operaio passò sotto il nostro albergo, Lama gli disse di non scendere, Enrico non gli diede retta. Napolitano? Rapporti normali, ma lui stava con Amendola, che era il vero avversario interno di Enrico; mentre con Ingrao andavano d’accordo, il fratello Ciccio Ingrao era il suo medico. Fu lui a consigliargli di bere un goccio di whiskey prima dei comizi, per vincere la stretta allo stomaco che gli dava la vista della piazza. Tra i giovani, i prediletti erano Bassolino e Angius. D’Alema era segretario della Fgci, ma non gli piaceva così tanto: troppo presuntuoso. Berlinguer intendeva modernizzare il partito, non voleva ad esempio che il segretario restasse in carica a vita. E stava pensando di cambiare nome al Pci. Non me lo disse mai esplicitamente, come lo sto dicendo io a lei; ma ne sono convinto».

sabato 20 luglio 2013

Gian Enrico Rusconi, L'esecutivo perde credibilità

La credibilità del governo non si misura soltanto con l'intenzione di mantenere gli impegni di crescita interna e di rispondere alle attese europee. La credibilità del governo dipende dalla sua dignità politica. Ai «compiti a casa» deve corrispondere trasparenza e coerenza su questioni che toccano i diritti fondamentali.
La responsabilità per la «storia inaudita» del caso Ablyazov (come l'ha definita il presidente Giorgio Napolitano) va chiarita e risolta in modo esemplare. Non sotto il ricatto della caduta del governo. Con quale faccia infatti Enrico Letta si presenterà agli incontri europei se «una reticente e distorta rappresentazione del caso e di pressioni e interferenze» (parole di Napolitano) ha coinvolto i vertici del ministero degli interni, ma viene banalizzata e manipolata? «Risolta all'italiana» - come già ridacchiano all'estero.
È inutile chiederci che cosa sarebbe successo in Germania se si fosse verificato qualcosa del genere. Il paradosso ora è che da noi si cerca di disinnescare malamente la gravità dell'episodio per non turbare i tedeschi. I mercati magari saranno contenti che il governo Letta sopravviva, ma il prestigio italiano e la sua credibilità scenderanno ancora più in basso. Non credo che la drammatica raccomandazione del Presidente della Repubblica a non mettere «a repentaglio la continuità di quest» governo», comprendesse questo prezzo. Ma evidentemente non la pensano così i senatori del Pd che oggi voteranno «no» alla sfiducia individuale ad Alfano. Le raccomandazioni del Presidente li sollevano dalla responsabilità politica di risparmiare un ministro inadeguato per salvare il governo. Non è un buon servizio all'Italia.
Ancora una volta Giorgio Napolitano ha svolto il suo ruolo autorevole - unica autorità di fatto in un sistema politico alla deriva. Ma, come mai prima d'ora, sta toccando il limite della sua capacità di persuasione. Non c'è dubbio che «oggi nella attenzione collettiva deve avere il primo posto la criticità delle condizioni economiche e sociali del paese» e quindi «il cronoprogramma di diciotto mesi per le riforme» (come precisa Napolitano). Ma non al prezzo di metter a repentaglio altri valori fondamentali.
Questo obiettivo minimale si sarebbe potuto ottenere con una semplice operazione: Angelino Alfano si ritira dalle sue cariche ministeriali e cede il posto ad un altro rappresentante del Pdl. Se una soluzione tanto ovvia non si verifica, vuoi dire che nella compagine delle «larghe intese» non funziona il requisito fondamentale per cui chi mostra incompetenza o inadeguatezza o dabbenaggine deve pagare. Perché ha (giustamente) pagato la ministra Josefa Idem per un errore meno grave, e non deve pagare Alfano per una inadeguatezza enormemente più seria.
So bene che le mie parole suonano ingenue ai sofisticati commentatori della cronaca politica. Il clima nel Pdl infatti è profondamente alterato per il profilarsi di un altro evento che potrebbe essere ben più drammatico dell'allontanamento di Alfano. È l'imminente sentenza giudiziaria finale per Berlusconi. L'ipotesi di una condanna definitiva sta facendo perdere la testa ai vertici del Pdl. Ma evidentemente anche ad una parte dell'alta nomenklatura del Pd.
In questo clima l'invito di Napolitano ad affidarsi con fiducia alla Cassazione suona illusorio. In realtà la sentenza potrebbe creare uno di quei momenti che (per usare ancora una volta le parole del Presidente della Repubblica, riferite al recente passato) potrebbero contenere «rischi di paralisi nella vita pubblica senza precedenti». Non voglio credere che quello che accadrà nelle prossime ore nel mondo politico possa essere l'anticipazione dello scenario, assai più traumatico, di fine mese. Per Napolitano sarà l'ultima sfida alla sua autorevolezza politica.

La Stampa, 19 luglio 2013, pp. 1 e 29.

martedì 23 aprile 2013

Barca, Grillo, Renzi, Vendola

Un feroce gioco delle parti

Chissà cosa gli passava per la mente, al Presidente Napolitano, mentre sferzava i partiti che l'hanno costretto, per la loro ignavia, a ritornare al Quirinale a trasloco ormai concluso. Non è difficile immaginarlo riguardando la scena ed ascoltando le parole, ferisce di più se a dirle quelle parole è un uomo anziano, un politico che avrebbe dovuto essere rottamato, per età e per gli anni di presenza politica prima di ogni altro, sempre se volessimo assecondare la logica con cui Matteo Renzi ha ritenuto di condurre la sua campagna per le primarie. Primarie, che tra l’altro hanno comportato l'esclusione di pezzi storici e fondativi del Pd come D'Alema e Veltroni.
La partita alla quale il paese aveva assistito negli ultimi giorni era paradossale nel suo esito ultimo. Tra i vecchi, non era stato rottamato il vecchissimo Presidente della Repubblica ma l’anziano neppure tanto stagionato segretario del Pd poi candidato alla Presidenza del Consiglio. Più che rottamato Pier Luigi Bersani era stato per la verità affondato, come nel gioco di battaglia navale: out, crocettato, eliminato, con l'aiuto di un voto segreto moltiplicato per 101.
E ora? Le cronache riportano la storia di un passo indietro, si ritorna a parlare con D'Alema, si chiede di nuovo ad Amato di scaldare i muscoli, a Chiamparino di tenersi pronto, verrebbe da chiedere a Renzi: e dove sarebbe la rottamazione tanto agognata?
Una domanda la cui risposta potrebbe essere che in fondo il drappello lo guiderebbe lui, si porrebbe lui alla testa di questo magma di grandi notabili della politica, maturi e esperti di politica con trentennale se non quarantennale provata esperienza, che accettano di farsi guidare da un attempato giovanotto ex democristiano ma capace di presentarsi come l’alfiere di un rinnovamento radicale e intransigente (il Rottamatore). Miracoli della politica verrebbe da dire, splendida capriola del machiavellismo applicato in uno Stato di emergenza,o non invece ennesimo pateracchio nello stile dei vecchi governi balneari al tempo della Prima Repubblica? Sembrerebbe che un simile ragionamento possa essere condiviso se presentato come inevitabile per la ragion di Stato, a fronte del quale anche il giovane Letta e il suo meno giovane zio sarebbero pronti a tenere a battesimo il nuovo o ciò che nuovo vorrà apparire. La rottamazione, parrebbe di capire, si è fermata solo sugli scranni parlamentari ma non è destinata a investire la formazione di un prossimo Governo.
Presumibilmente il compromesso quirinalizio sarà respinto da Sel, il cui leader Vendola sembra tentato da un’alleanza con Grillo e Barca. In poche ore tutta la geografia della sinistra si è messa in movimento, travolgendo steccati di recente formazione. I titoli parlano di Barca e Vendola, uniti a Landini della Fiom, con Grillo come riferimento ulteriore o concorrente, questo non è chiaro. Il ministro per la coesione territoriale e il governatore della Puglia inseguono un elettorato, che potrebbe aver votato Grillo per reazione. E’ da vedere se la sinistra delusa si accontenterà della stanca imitazione tardiva, avendo ormai potuto sperimentare la potenza dell’originale pentastellato. Come non è evidente che Grillo e Casaleggio sentano il bisogno di una stampella partitica.

lunedì 22 aprile 2013

Il discorso di Napolitano

Signora Presidente, onorevoli deputati, onorevoli senatori, signori delegati delle Regioni, lasciatemi innanzitutto esprimere – insieme con un omaggio che in me viene da molto lontano alle istituzioni che voi rappresentate – la gratitudine che vi debbo per avermi con così largo suffragio eletto Presidente della Repubblica. È un segno di rinnovata fiducia che raccolgo comprendendone il senso, anche se sottopone a seria prova le mie forze : e apprezzo in modo particolare che mi sia venuto da tante e tanti nuovi eletti in Parlamento, che appartengono a una generazione così distante, e non solo anagraficamente, dalla mia.
So che in tutto ciò si è riflesso qualcosa che mi tocca ancora più profondamente : e cioè la fiducia e l’affetto che ho visto in questi anni crescere verso di me e verso l’istituzione che rappresentavo tra grandi masse di cittadini, di italiani – uomini e donne di ogni età e di ogni regione – a cominciare da quanti ho incontrato nelle strade, nelle piazze, nei più diversi ambiti sociali e culturali, per rivivere insieme il farsi della nostra unità nazionale.
Come voi tutti sapete, non prevedevo di tornare in quest’aula per pronunciare un nuovo giuramento e messaggio da Presidente della Repubblica.
Avevo già nello scorso dicembre pubblicamente dichiarato di condividere l’autorevole convinzione che la non rielezione, al termine del settennato, è “l’alternativa che meglio si conforma al nostro modello costituzionale di Presidente della Repubblica”. Avevo egualmente messo l’accento sull’esigenza di dare un segno di normalità e continuità istituzionale con una naturale successione nell’incarico di Capo dello Stato.
A queste ragioni e a quelle più strettamente personali, legate all’ovvio dato dell’età, se ne sono infine sovrapposte altre, rappresentatemi – dopo l’esito nullo di cinque votazioni in quest’aula di Montecitorio, in un clima sempre più teso – dagli esponenti di un ampio arco di forze parlamentari e dalla quasi totalità dei Presidenti delle Regioni. Ed è vero che questi mi sono apparsi particolarmente sensibili alle incognite che possono percepirsi al livello delle istituzioni locali, maggiormente vicine ai cittadini, benché ora alle prese con pesanti ombre di corruzione e di lassismo. Istituzioni che ascolto e rispetto, Signori delegati delle Regioni, in quanto portatrici di una visione non accentratrice dello Stato, già presente nel Risorgimento e da perseguire finalmente con serietà e coerenza.
È emerso da tali incontri, nella mattinata di sabato, un drammatico allarme per il rischio ormai incombente di un avvitarsi del Parlamento in seduta comune nell’inconcludenza, nella impotenza ad adempiere al supremo compito costituzionale dell’elezione del Capo dello Stato. Di qui l’appello che ho ritenuto di non poter declinare – per quanto potesse costarmi l’accoglierlo – mosso da un senso antico e radicato di identificazione con le sorti del paese.
La rielezione, per un secondo mandato, del Presidente uscente, non si era mai verificata nella storia della Repubblica, pur non essendo esclusa dal dettato costituzionale, che in questo senso aveva lasciato – come si è significativamente notato – “schiusa una finestra per tempi eccezionali”. Ci siamo dunque ritrovati insieme in una scelta pienamente legittima, ma eccezionale. Perché senza precedenti è apparso il rischio che ho appena richiamato : senza precedenti e tanto più grave nella condizione di acuta difficoltà e perfino di emergenza che l’Italia sta vivendo in un contesto europeo e internazionale assai critico e per noi sempre più stringente.
Bisognava dunque offrire, al paese e al mondo, una testimonianza di consapevolezza e di coesione nazionale, di vitalità istituzionale, di volontà di dare risposte ai nostri problemi : passando di qui una ritrovata fiducia in noi stessi e una rinnovata apertura di fiducia internazionale verso l’Italia.
È a questa prova che non mi sono sottratto. Ma sapendo che quanto è accaduto qui nei giorni scorsi ha rappresentato il punto di arrivo di una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità. Ne propongo una rapida sintesi, una sommaria rassegna. Negli ultimi anni, a esigenze fondate e domande pressanti di riforma delle istituzioni e di rinnovamento della politica e dei partiti – che si sono intrecciate con un’acuta crisi finanziaria, con una pesante recessione, con un crescente malessere sociale – non si sono date soluzioni soddisfacenti : hanno finito per prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi. Ecco che cosa ha condannato alla sterilità o ad esiti minimalistici i confronti tra le forze politiche e i dibattiti in Parlamento.
Quel tanto di correttivo e innovativo che si riusciva a fare nel senso della riduzione dei costi della politica, della trasparenza e della moralità nella vita pubblica è stato dunque facilmente ignorato o svalutato : e l’insoddisfazione e la protesta verso la politica, i partiti, il Parlamento, sono state con facilità (ma anche con molta leggerezza) alimentate e ingigantite da campagne di opinione demolitorie, da rappresentazioni unilaterali e indiscriminate in senso distruttivo del mondo dei politici, delle organizzazioni e delle istituzioni in cui essi si muovono. Attenzione : quest’ultimo richiamo che ho sentito di dover esprimere non induca ad alcuna autoindulgenza, non dico solo i corresponsabili del diffondersi della corruzione nelle diverse sfere della politica e dell’amministrazione, ma nemmeno i responsabili di tanti nulla di fatto nel campo delle riforme.
Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale del 2005. Ancora pochi giorni fa, il Presidente Gallo ha dovuto ricordare come sia rimasta ignorata la raccomandazione della Corte Costituzionale a rivedere in particolare la norma relativa all’attribuzione di un premio di maggioranza senza che sia raggiunta una soglia minima di voti o di seggi.
La mancata revisione di quella legge ha prodotto una gara accanita per la conquista, sul filo del rasoio, di quell’abnorme premio, il cui vincitore ha finito per non riuscire a governare una simile sovra-rappresentanza in Parlamento. Ed è un fatto, non certo imprevedibile, che quella legge ha provocato un risultato elettorale di difficile governabilità, e suscitato nuovamente frustrazione tra i cittadini per non aver potuto scegliere gli eletti.
Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario. Molto si potrebbe aggiungere, ma mi fermo qui, perché su quei temi specifici ho speso tutti i possibili sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità di forze politiche che pure mi hanno ora chiamato ad assumere un ulteriore carico di responsabilità per far uscire le istituzioni da uno stallo fatale. Ma ho il dovere di essere franco : se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al paese.
Non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società italiana.
Parlando a Rimini a una grande assemblea di giovani nell’agosto 2011, volli rendere esplicito il filo ispiratore delle celebrazioni del 150° della nascita del nostro Stato unitario : l’impegno a trasmettere piena coscienza di “quel che l’Italia e gli italiani hanno mostrato di essere in periodi cruciali del loro passato”, e delle “grandi riserve di risorse umane e morali, d’intelligenza e di lavoro di cui disponiamo”. E aggiunsi di aver voluto così suscitare orgoglio e fiducia “perché le sfide e le prove che abbiamo davanti sono più che mai ardue, profonde e di esito incerto. Questo ci dice la crisi che stiamo attraversando. Crisi mondiale, crisi europea, e dentro questo quadro l’Italia, con i suoi punti di forza e con le sue debolezze, con il suo bagaglio di problemi antichi e recenti, di ordine istituzionale e politico, di ordine strutturale, sociale e civile.”
Ecco, posso ripetere quelle parole di un anno e mezzo fa, sia per sollecitare tutti a parlare il linguaggio della verità – fuori di ogni banale distinzione e disputa tra pessimisti e ottimisti – sia per introdurre il discorso su un insieme di obbiettivi in materia di riforme istituzionali e di proposte per l’avvio di un nuovo sviluppo economico, più equo e sostenibile.
È un discorso che – anche per ovvie ragioni di misura di questo mio messaggio – posso solo rinviare ai documenti dei due gruppi di lavoro da me istituiti il 30 marzo scorso. Documenti di cui non si può negare – se non per gusto di polemica intellettuale – la serietà e concretezza. Anche perché essi hanno alle spalle elaborazioni sistematiche non solo delle istituzioni in cui operano i componenti dei due gruppi, ma anche di altre istituzioni e associazioni qualificate. Se poi si ritiene che molte delle indicazioni contenute in quei testi fossero già acquisite, vuol dire che è tempo di passare, in sede politica, ai fatti; se si nota che, specie in materia istituzionale, sono state lasciate aperte diverse opzioni su varii temi, vuol dire che è tempo di fare delle scelte conclusive. E si può, naturalmente, andare anche oltre, se si vuole, con il contributo di tutti.
Vorrei solo formulare, a commento, due osservazioni. La prima riguarda la necessità che al perseguimento di obbiettivi essenziali di riforma dei canali di partecipazione democratica e dei partiti politici, e di riforma delle istituzioni rappresentative, dei rapporti tra Parlamento e governo, tra Stato e Regioni, si associ una forte attenzione per il rafforzamento e rinnovamento degli organi e dei poteri dello Stato. A questi sono stato molto vicino negli ultimi sette anni, e non occorre perciò che rinnovi oggi un formale omaggio, si tratti di forze armate o di forze dell’ordine, della magistratura o di quella Corte che è suprema garanzia di costituzionalità delle leggi. Occorre grande attenzione di fronte a esigenze di tutela della libertà e della sicurezza da nuove articolazioni criminali e da nuove pulsioni eversive, e anche di fronte a fenomeni di tensione e disordine nei rapporti tra diversi poteri dello Stato e diverse istituzioni costituzionalmente rilevanti.
Né si trascuri di reagire a disinformazioni e polemiche che colpiscono lo strumento militare, giustamente avviato a una seria riforma, ma sempre posto, nello spirito della Costituzione, a presidio della partecipazione italiana – anche col generoso sacrificio di non pochi nostri ragazzi – alle missioni di stabilizzazione e di pace della comunità internazionale.
La seconda osservazione riguarda il valore delle proposte ampiamente sviluppate nel documento da me già citato, per “affrontare la recessione e cogliere le opportunità” che ci si presentano, per “influire sulle prossime opzioni dell’Unione Europea”, “per creare e sostenere il lavoro”, “per potenziare l’istruzione e il capitale umano, per favorire la ricerca, l’innovazione e la crescita delle imprese”.
Nel sottolineare questi ultimi punti, osservo che su di essi mi sono fortemente impegnato in ogni sede istituzionale e occasione di confronto, e continuerò a farlo. Essi sono nodi essenziali al fine di qualificare il nostro rinnovato e irrinunciabile impegno a far progredire l’Europa unita, contribuendo a definirne e rispettarne i vincoli di sostenibilità finanziaria e stabilità monetaria, e insieme a rilanciarne il dinamismo e lo spirito di solidarietà, a coglierne al meglio gli insostituibili stimoli e benefici.
E sono anche i nodi – innanzitutto, di fronte a un angoscioso crescere della disoccupazione, quelli della creazione di lavoro e della qualità delle occasioni di lavoro – attorno a cui ruota la grande questione sociale che ormai si impone all’ordine del giorno in Italia e in Europa.
È la questione della prospettiva di futuro per un’intera generazione, è la questione di un’effettiva e piena valorizzazione delle risorse e delle energie femminili. Non possiamo restare indifferenti dinanzi a costruttori di impresa e lavoratori che giungono a gesti disperati, a giovani che si perdono, a donne che vivono come inaccettabile la loro emarginazione o subalternità.
Volere il cambiamento, ciascuno interpretando a suo modo i consensi espressi dagli elettori, dice poco e non porta lontano se non ci si misura su problemi come quelli che ho citato e che sono stati di recente puntualizzati in modo obbiettivo, in modo non partigiano. Misurarsi su quei problemi perché diventino programma di azione del governo che deve nascere e oggetti di deliberazione del Parlamento che sta avviando la sua attività. E perché diventino fulcro di nuovi comportamenti collettivi, da parte di forze – in primo luogo nel mondo del lavoro e dell’impresa – che “appaiono bloccate, impaurite, arroccate in difesa e a disagio di fronte all’innovazione che è invece il motore dello sviluppo”. Occorre un’apertura nuova, un nuovo slancio nella società ; occorre un colpo di reni, nel Mezzogiorno stesso, per sollevare il Mezzogiorno da una spirale di arretramento e impoverimento.
Il Parlamento ha di recente deliberato addirittura all’unanimità il suo contributo su provvedimenti urgenti che al governo Monti ancora in carica toccava adottare, e che esso ha adottato, nel solco di uno sforzo di politica economico- finanziaria ed europea che meriterà certamente un giudizio più equanime, quanto più si allontanerà il clima dello scontro elettorale e si trarrà il bilancio del ruolo acquisito nel corso del 2012 in seno all’Unione europea.
Apprezzo l’impegno con cui il movimento largamente premiato dal corpo elettorale come nuovo attore politico-parlamentare ha mostrato di volersi impegnare alla Camera e al Senato, guadagnandovi il peso e l’influenza che gli spetta : quella è la strada di una feconda, anche se aspra, dialettica democratica e non quella, avventurosa e deviante, della contrapposizione tra piazza e Parlamento. Non può, d’altronde, reggere e dare frutti neppure una contrapposizione tra Rete e forme di organizzazione politica quali storicamente sono da ben più di un secolo e ovunque i partiti.
La Rete fornisce accessi preziosi alla politica, inedite possibilità individuali di espressione e di intervento politico e anche stimoli all’aggregazione e manifestazione di consensi e di dissensi. Ma non c’è partecipazione realmente democratica, rappresentativa ed efficace alla formazione delle decisioni pubbliche senza il tramite di partiti capaci di rinnovarsi o di movimenti politici organizzati, tutti comunque da vincolare all’imperativo costituzionale del “metodo democratico”.
Le forze rappresentate in Parlamento, senza alcuna eccezione, debbono comunque dare ora – nella fase cruciale che l’Italia e l’Europa attraversano – il loro apporto alle decisioni da prendere per il rinnovamento del paese. Senza temere di convergere su delle soluzioni, dal momento che di recente nelle due Camere non si è temuto di votare all’unanimità. Sentendo voi tutti – onorevoli deputati e senatori – di far parte dell’istituzione parlamentare non come esponenti di una fazione ma come depositari della volontà popolare. C’è da lavorare concretamente, con pazienza e spirito costruttivo, spendendo e acquisendo competenze, innanzitutto nelle Commissioni di Camera e Senato. Permettete che ve lo dica uno che entrò qui da deputato all’età di 28 anni e portò giorno per giorno la sua pietra allo sviluppo della vita politica democratica.
Lavorare in Parlamento sui problemi scottanti del paese non è possibile se non nel confronto con un governo come interlocutore essenziale sia della maggioranza sia dell’opposizione. A 56 giorni dalle elezioni del 24-25 febbraio – dopo che ci si è dovuti dedicare all’elezione del Capo dello Stato – si deve senza indugio procedere alla formazione dell’Esecutivo. Non corriamo dietro alle formule o alle definizioni di cui si chiacchiera. Al Presidente non tocca dare mandati, per la formazione del governo, che siano vincolati a qualsiasi prescrizione se non quella voluta dall’art. 94 della Costituzione : un governo che abbia la fiducia delle due
Camere. Ad esso spetta darsi un programma, secondo le priorità e la prospettiva temporale che riterrà opportune.
E la condizione è dunque una sola : fare i conti con la realtà delle forze in campo nel Parlamento da poco eletto, sapendo quali prove aspettino il governo e quali siano le esigenze e l’interesse generale del paese. Sulla base dei risultati elettorali – di cui non si può non prendere atto, piacciano oppur no – non c’è partito o coalizione (omogenea o presunta tale) che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sole sue forze. Qualunque prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto – se si preferisce questa espressione – si sia stretto con i propri elettori, non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni. Essi indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo oggi in Italia, non trascurando, su un altro piano, la esigenza di intese più ampie, e cioè anche tra maggioranza e opposizione, per dare soluzioni condivise a problemi di comune responsabilità istituzionale.
D’altronde, non c’è oggi in Europa nessun paese di consolidata tradizione democratica governato da un solo partito – nemmeno più il Regno Unito – operando dovunque governi formati o almeno sostenuti da più partiti, tra loro affini o abitualmente distanti e perfino aspramente concorrenti. Il fatto che in Italia si sia diffusa una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche diverse, è segno di una regressione, di un diffondersi dell’idea che si possa fare politica senza conoscere o riconoscere le complesse problematiche del governare la cosa pubblica e le implicazioni che ne discendono in termini, appunto, di mediazioni, intese, alleanze politiche. O forse tutto questo è più concretamente il riflesso di un paio di decenni di contrapposizione – fino allo smarrimento dell’idea stessa di convivenza civile – come non mai faziosa e aggressiva, di totale incomunicabilità tra schieramenti politici concorrenti.
Lo dicevo già sette anni fa in quest’aula, nella medesima occasione di oggi, auspicando che fosse finalmente vicino “il tempo della maturità per la democrazia dell’alternanza” : che significa anche il tempo della maturità per la ricerca di soluzioni di governo condivise quando se ne imponga la necessità. Altrimenti, si dovrebbe prendere atto dell’ingovernabilità, almeno nella legislatura appena iniziata.
Ma non è per prendere atto di questo che ho accolto l’invito a prestare di nuovo giuramento come Presidente della Repubblica. L’ho accolto anche perché l’Italia si desse nei prossimi giorni il governo di cui ha bisogno. E farò a tal fine ciò che mi compete : non andando oltre i limiti del mio ruolo costituzionale, fungendo tutt’al più, per usare un’espressione di scuola, “da fattore di coagulazione”. Ma tutte le forze politiche si prendano con realismo le loro responsabilità : era questa la posta implicita dell’appello rivoltomi due giorni or sono.
Mi accingo al mio secondo mandato, senza illusioni e tanto meno pretese di amplificazione “salvifica” delle mie funzioni ; eserciterò piuttosto con accresciuto senso del limite, oltre che con immutata imparzialità, quelle che la Costituzione mi attribuisce. E lo farò fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno. Inizia oggi per me questo non previsto ulteriore impegno pubblico in una fase di vita già molto avanzata ; inizia per voi un lungo cammino da percorrere, con passione, con rigore, con umiltà. Non vi mancherà il mio incitamento e il mio augurio.
Viva il Parlamento! Viva la Repubblica! Viva l’Italia!

L'omaggio del quotidiano belga Le Soir a Giorgio Napolitano
Béatrice Delvaux

E' bene guardare quest'uomo, un po' incurvato, elegantissimo nella sua camicia bianca con gemelli, il viso consumato, con quattro fogli di carta nelle mani che tremano leggermente. Ispira il rispetto, suscita l'ammirazione. Dà una lezione agli uomini politici in preda all'irragionevolezza. Offre soprattutto alla storia un'incarnazione del senso dello Stato. A quelli che chiederanno ciò che è “un uomo di Stato„, si potrà mostrare l'immagine di questo vecchio uomo di 87 anni, di fronte al Parlamento italiano, applaudito da quelli che inchioda alla gogna. Non c'è un momento più forte in questa giornata particolare, né un momento più vergognoso per coloro ai quali si rivolge, se non quando Giorgio Napolitano, nuovo presidente italiano, commosso dall'affezione crescente di cui si sente l'oggetto, colpisce: “Ho ritenuto di non poter declinare. Ma ci sono stati troppi errori, sciocchezze e irresponsabilità delle forze politiche. I vostri applausi non devono indurre alcuna autoindulgenza. Calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi vi hanno portato alla sterilità ed al blocco del Parlamento.„ Ricordate questo momento: ha appena reso il suo onore all'Italia. Con la grazia di un vecchio uomo spinto dalla follia che si è impadronita della classe politica del suo paese, a riprendere servizio “fino a che le sue forze glielo permetteranno„. Al sacrificio della sua vita dunque, mentre tanto altri in questo Parlamento non sono pronti a nulla sacrificare. La rabbia fredda di Giorgio Napolitano non è senza ricordare la congestione di Albert II, quando il presidente italiano richiama questo ABC della politica: “Un governo è più importante del rifiuto di un'alleanza.„ Ci sono stati tempi di caos fa in cui l'uomo “provvidenziale„ portava un'uniforme militare e puniva la democrazia schiacciandola. E' invece doveroso rendere omaggio a quei tempi in cui individui armati del solo amore del loro paese, del senso dello Stato e della democrazia salvano il loro paese. Perché è di questo che si tratta.
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Il faut regarder cet homme, un peu voûté, élégantissime dans sa chemise blanche avec boutons de manchette, le visage usé, avec, dans ses mains légèrement tremblantes, quelques feuilles de papier. Il inspire le respect, il suscite l’admiration. Il donne une leçon aux hommes politiques pris de déraison. Il offre surtout à l’Histoire une incarnation du sens de l’État. A ceux qui demanderont ce qu’est un « Homme d’État », on pourra montrer l’image de ce vieil homme de 87 ans, face au Parlement italien, acclamé par ceux qu’il cloue au pilori. Il n’y a pas de moment plus fort dans cette journée particulière, et pas de moment plus honteux pour ceux auxquels il s’adresse, que lorsque Giorgio Napolitano, nouveau président italien, ému par l’affection croissante dont il se sent l’objet, assène : « Je ne pouvais décliner. Mais il y a eu trop d’erreurs, de bêtises et d’irresponsabilités des forces politiques. Vos applaudissements ne doivent induire aucune auto-indulgence. La tactique, le cynisme et l’instrumentalisation vous ont portés à la stérilité et au blocage du Parlement. »
Rappelez-vous ce moment : il vient de rendre son honneur à l’Italie. Par la grâce d’un vieil homme poussé, par la folie qui s’est emparée de la classe politique de son pays, à reprendre du service « jusqu’à ce que ses forces le lui permettront ». Au sacrifice de sa vie donc, alors que tant d’autres dans ce Parlement-là ne sont prêts à rien sacrifier.
La colère froide de Giorgio Napolitano n’est pas sans rappeler le coup de sang d’Albert II, lorsque le président italien en appelle à ce b.a.-ba politique : «Un gouvernement est plus important que le refus d’une alliance.»
Il y eut des temps de chaos où l’homme « providentiel » portait un costume militaire et punissait la démocratie en l’écrasant. On se doit donc de saluer ceux où des individus armés du seul amour de leur pays, du sens de l’Etat et de la démocratie sauvent leur pays. Car c’est de cela qu’il s‘agit.