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mercoledì 27 maggio 2015

Il segreto di un nuovo Rinascimento

 





















Anais Ginori

“Basta leader risolleviamoci ma da soli”
Intervista a Jacques Attali che con il nuovo saggio invita a riscoprire la responsabilità individuale
“La crisi economica ha provocato un’attesa sproporzionata nei confronti della politica” “Un paese non sopravvive se non ispira nei suoi abitanti il desiderio di autonomia”

la Repubblica, 27 maggio 2015


La risposta non può essere un maggiore impegno politico per cambiare e rafforzare le istituzioni democratiche?
«Non è sufficiente. Nell’attuale situazione non si può reagire solo aspettando una soluzione dalle istituzioni, elemosinando ormai poche briciole, come fanno quelli che chiamo i “rassegnati-reclamanti”. Non ci si può più limitare a indignarsi o a proferire vaghe denunce. È questa deriva che porta alcuni elettori a ripiegarsi su un totalitarismo paternalista e xenofobo, mentre la viltà degli uomini politici impedisce di attuare riforme impopolari, ma necessarie. La risposta al sentimento di delusione, impotenza rispetto alla politica, è la ricerca del potere personale. Scegli la tua vita! non è l’ennesimo manuale di resilienza che propone consigli per sopravvivere alla crisi. Attraverso alcune tappe, spiego com’è possibile affrancarsi dai determinismi».
Ha scritto un’ode all’individualismo?
«Scegliere la propria vita non significa essere egoista, anzi passa attraverso il rapporto con gli altri. Inoltre, se tutti i cittadini combattessero per realizzare se stessi, anche la società andrebbe meglio. Può sembrare un’ambizione personale, ma in realtà c’è un vantaggio collettivo. Un paese non può sopravvivere se non ispira nei suoi abitanti il desiderio di autonomia. La libertà non è solo votare, consumare, e non si limita nemmeno al diritto di manifestare o alla libera espressione. Dobbiamo conquistare il diritto a essere noi stessi. I “rassegnati-reclamanti” sono gli schiavi del passato. C’è stato un progresso nell’emancipazione ma non è sufficiente ».
Perché fa un parallelo storico con il Rinascimento?
«All’epoca c’erano guerre di religione, epidemie, intolleranza e miseria. Eppure, proprio in un momento così buio, c’è stato un risveglio delle idee, di scoperte scientifiche, di liberazione dalle potenze feudali, cominciato in Lombardia, in Veneto, nelle Fiandre. Siamo in un periodo storico che assomiglia al Rinascimento. Non esiste più una potenza dominante, l’esplosione delle conoscenze e delle nuove tecnologie, l’aspirazione alla democrazia di nuovi popoli crea molte opportunità, con una profonda rimessa in discussione di abitudini e convinzioni. Nonostante la mia diagnosi sia preoccupante, non sono pessimista. Penso davvero che un nuovo Rinascimento sia possibile».

IL LIBRO Jacques Attali, Scegli la tua vita! Ponte alle Grazie, traduzione di Manuela Maddamma



giovedì 26 giugno 2014

Maurice Agulhon, in memoriam

Marco Fincardi 
Maurice Agulhon alla ricerca di Marianne
il manifesto, 26 giugno 2014

 Con la recente scom­parsa di Mau­rice Agu­lhon, sto­rico della socia­bi­lità e di Marianne, viene meno una delle figure inno­va­trici delle ricer­che sulla Fran­cia del XIX e XX secolo. Chi stu­dia oggi le tra­di­zioni poli­ti­che, di sini­stra o di destra, tanto più in ambiti regio­nali e locali, ha dif­fi­coltà a igno­rare la sua opera. I suoi metodi di ricerca hanno avuto ampia dif­fu­sione, indi­pen­den­te­mente dagli orien­ta­menti degli stu­diosi: ne sono impron­tati tanto la nozione di sfera pub­blica del sociologo-filosofo fran­co­for­tese Jur­gen Haber­mas, come l’elaborazione del civic­ness del poli­to­logo rea­ga­niano Robert Put­nam.
Nato da inse­gnanti di fede pro­te­stante e di forti sen­ti­menti laici repub­bli­cani, com­piuti gli studi liceali tra Avi­gnone e Lione, nel 1946 tra­mite con­corso Agu­lhon accede alla pre­sti­giosa École nor­male supé­rieure della capi­tale. Pro­vin­ciale di ori­gini mode­ste tra i figli dell’élite sociale pari­gina, subito si appas­siona alla mili­tanza nella cel­lula comu­ni­sta. Dal Par­tito comu­ni­sta esce per dis­senso nel 1960. Man­tiene sem­pre l’impegno civile nella sini­stra laica e par­te­cipa atti­va­mente alle mobi­li­ta­zioni del mag­gio 1968. Inse­gna all’università di Aix dal 1957, dal 1972 alla Sor­bona e dal 1986 al Col­lège de France.
Accom­pa­gnato negli studi di for­ma­zione fin dal 1948 da Ernest Labrousse, grande stu­dioso dalla forte impronta strut­tu­ra­li­sta mar­xi­sta, nelle sue due tesi di dot­to­rato si trova subito di fronte il pro­blema di spie­gare nella Pro­venza del XIX secolo, e in par­ti­co­lare nel dipar­ti­mento del Var, una spic­cata dif­fu­sione della sini­stra repub­bli­cana in ambiti rurali, piut­to­sto che urbani e indu­striali. La solu­zione gli viene dai modelli del socio­logo Geor­ges Gur­vitch, secondo cui le idee discen­dono attra­verso le forme asso­cia­tive, come in un sistema di vasi comu­ni­canti. Nelle ricer­che, rico­strui­sce così una mol­te­pli­cità di pic­coli fatti locali, rive­la­tori delle abi­tu­dini della quo­ti­dia­nità pro­vin­ciale e tanto più del suo mutare. Ne trae un rac­conto det­ta­gliato della vita sociale, fina­liz­zato a indi­vi­duare le tra­sfor­ma­zioni delle strut­ture che la model­lano e quasi scon­fi­nante nell’etnografia, sem­pre a par­tire dall’informalità: dai luo­ghi d’incontro nelle piazze pae­sane, nei gio­chi a carte tra amici attorno a una bot­ti­glia di vino, poi nelle oste­rie e caffè, nelle feste come nei fune­rali, fino alle bra­vate gio­va­nili e agli cha­ri­vari di deri­sone. Tutti que­sti momenti inse­gna a guar­darli nella loro ten­denza a poli­ti­ciz­zarsi e a modi­fi­care le cul­ture muni­ci­pali del Meri­dione fran­cese, tra la metà del secolo XVIII e il secolo XIX. Ne ha saputo trarre una sto­ria sociale delle cul­ture civili, con una raf­fi­nata costante atten­zione alle par­ti­co­lari forme di comu­ni­ca­zione della poli­tica.
Siste­ma­tiz­zata in modo com­piuto l’analisi della socia­bi­lità che impronta la men­ta­lità della bor­ghe­sia euro­pea del XIX secolo, Agu­lhon lamenta di non essere giunto a risul­tati ana­lo­ghi nell’ambito che più lo inte­ressa: la socia­bi­lità popo­lare. In realtà, alcuni suoi con­tri­buti sulle tra­sfor­ma­zioni delle cul­ture popo­lari dal XVIII al XIX secolo sono par­ti­co­lar­mente inci­sivi e ori­gi­nali, anche rispetto agli studi paral­leli dei col­le­ghi inglesi Eric Hob­sbawm e Edward P. Thomp­son. Di straor­di­na­rio inte­resse a tale riguardo sono: Péni­tents et francs-maçons de l’ancienne Pro­vence: essai sur la socia­bi­lité méri­dio­nale (1968), oltre a La Répu­bli­que dans le vil­lage, ma anche i volumi sulla sto­ria della Fran­cia rurale e urbana a lui com­mis­sio­nati da Geor­ges Duby.
In un arti­colo sulle «Anna­les», nel 1973 avvia gli studi sull’allegoria politico-civile di Marianne, alla cui evo­lu­zione dedi­cherà in seguito tre cor­posi volumi. È stato l’analista meto­dico delle isti­tu­zioni repub­bli­cane e soprat­tutto delle loro sim­bo­lo­gie, avviate con la rivo­lu­zione nel 1792, poi nelle ela­bo­ra­zioni suc­ces­sive, all’epoca della Restau­ra­zione e della monar­chia di luglio, nelle tra­di­zioni della Seconda e della Terza Repub­blica, fino alle ricon­fi­gu­ra­zioni delle sim­bo­lo­gie repub­bli­cane nella Resi­stenza, poi durante e dopo l’era di De Gaulle. Di quest’ultimo però non stu­dia tanto gli atti poli­tici, ma le pre­senze sim­bo­li­che che si sono fis­sate nella cul­tura fran­cese come luo­ghi della memo­ria. Suoi ultimi libri: Histoire et poli­ti­que à gau­che, Per­rin, 2005 e Les mots de la Répu­bli­que, Pres­ses Uni­ver­si­tai­res du Mirail, 2008.
Il fatto che i suoi studi siano for­te­mente incen­trati su spe­ci­fi­che ter­ri­to­ria­lità fran­cesi ne ha osta­co­lato la divul­ga­zione all’estero attra­verso tra­du­zioni. I pochi suoi libri pub­bli­cati in Ita­lia, vari anni dopo l’edizione fran­cese, sono: La Fran­cia della seconda repub­blica, Edi­tori riu­niti, 1979; La Repub­blica nel vil­lag­gio, Il Mulino, 1991; l salotto, il cir­colo e il caffè, Don­zelli, 1993. I suoi libri in lin­gua ori­gi­nale figu­rano comun­que in quasi tutte le biblio­te­che uni­ver­si­ta­rie, data la loro influenza sulla sto­rio­gra­fia fran­cese e occi­den­tale. In Ita­lia la sua nozione di socia­bi­lità è stata affi­nata dalle sue allieve Maria Mala­te­sta e Giu­liana Gemelli (Forme di socia­bi­lità nella sto­rio­gra­fia fran­cese con­tem­po­ra­nea, Fel­tri­nelli, 1982) e la dif­fu­sione del suo metodo ha potuto affer­marsi gra­zie anche all’interesse per la sto­ria ita­liana dei suoi allievi fran­cesi, a comin­ciare da Gil­les Pécout e Phi­lippe Bou­try, poi nei con­ve­gni pro­mossi negli anni Novanta dall’École Fra­nçaise di Roma. In par­ti­co­lare la rivi­sta «Memo­ria e ricerca» è attenta ai suoi inte­ressi cul­tu­rali e al suo metodo.

domenica 9 giugno 2013

Machiavelli nostro contemporaneo

Marco Geuna


Una volta Eric Weil ebbe ad osservare che si possono distinguere due tipi di presenze di Machiavelli nella nostra cultura, che a volte si succedono le une alle altre, e a volte si sovrappongono: una fase, un momento, in cui gli interpreti discutono con acribia filologica della genesi della sua opera e del suo significato, ed altre fasi, altri momenti, in cui Machiavelli ritorna direttamente sulla scena politica, in cui si guarda alla sua opera per cercare una risposta possibile ai problemi del presente. Machiavelli, in quest’ultimo caso, diventa quasi un contemporaneo di chi lo interroga alla ricerca della natura della politica o di una definizione esigente di libertà. Un momento in cui Machiavelli sta nella sua distanza, dunque, e un momento in cui Machiavelli è nostro contemporaneo. Un momento in cui prevalgono le ragioni della discontinuità, in cui vengono in primo piano gli aspetti storicamente determinati del suo pensiero, e un momento in cui prevalgono le ragioni della continuità, in cui l’attenzione cade sugli aspetti teoricamente ancora attuali e inquietanti del suo pensiero. 



Non è facile dire quale fase stia attraversando la nostra cultura. Forse negli ultimi quattro decenni i due tipi di lettura, i due tipi di approccio, sono stati compresenti e a volte le rispettive argomentazioni si sono sovrapposte e intersecate. Questo, per lo meno, è sicuramente vero nel caso di Quentin Skinner. In una prima fase della sua ricerca, come si è visto, Skinner ha cercato di ricostruire la riflessione di Machiavelli nei contesti che riteneva più significativi, la riflessione storica e filosofica romana e la riflessione pre-umanistica e umanistica. In una seconda fase della sua ricerca è ritornato ad interrogare le pagine del Principe e soprattutto dei Discorsi con intento più teorico, alla ricerca del modo machiavelliano di concettualizzare la libertà, la legge, il rapporto tra legge e libertà. Ha ritenuto che fosse possibile identificare “un terzo concetto di libertà”, che a suo giudizio caratterizza e accomuna tutti gli scrittori che ha via via denominato neo-romani o semplicemente repubblicani. La sua riflessione è stata feconda ed intersecandosi produttivamente con quella di John Pocock e, in particolare, di Philip Pettit, ha contribuito ad alimentare non solo una straordinaria crescita di studi storici sulla tradizione repubblicana moderna, ma anche e soprattutto ha favorito la formazione di una complessiva filosofia politica di tipo repubblicano. Negli ultimi due decenni, in ambiti culturali anche molto diversi, abbiamo assistito, infatti, non solo ad una rivalutazione storica della tradizione repubblicana moderna, ma ad una vera e propria elaborazione di teorie repubblicane della libertà e della partecipazione politica per il nostro presente. Negli anni ottanta e novanta, numerosi filosofi del diritto e filosofi della politica, da Frank Michelman. allo stesso Philip Pettit, hanno tentato di ripensare il repubblicanesimo come una teoria della libertà e del governo per le società democratiche contemporanee. È emerso così un programma di ricerca di carattere normativo, preoccupato anche dei risvolti istituzionali delle sue proposte, un programma di ricerca sempre più spesso definito come neo-repubblicanesimo. In questo più ampio ambito di discussione, le elaborazioni di Skinner a proposito del terzo concetto di libertà, e dell’idea di costrizione ad esso soggiacente, sono state sottoposte a critica da parte di vari filosofi liberali, come ad esempio Ian Carter e Matthew Kramer. E Skinner è stato costretto a riformulare le proprie tesi e a precisare la nozione di libertà, di “Freedom as the Absence of Arbitrary Power”, per citare il titolo di un suo recente saggio. Ma quel che mi preme sottolineare, in questa sede, è che nel contesto del dibattito filosofico-politico contemporaneo la posizione di Skinner si caratterizza sì per una critica penetrante ad alcuni assunti delle filosofie politiche liberali, ma soprattutto per il fatto che la sua proposta si mantiene su un terreno rigorosamente individualistico, senza cedere alle premesse comunitarie, di impronta aristotelica o hegeliana. A suo giudizio, si possono coniugare punti di partenza individualistici e partecipazione politica, concezione negativa della libertà e quella che il vecchio Machiavelli chiamava virtù. Se si guarda ancora una volta, in via conclusiva e sintetica, al lavoro svolto da Skinner su Machiavelli tanto in ambito storico quanto in ambito teorico politico, si deve rilevare che emerge una forte continuità tra i due ambiti di ricerca. Machiavelli è ricondotto sì alla tradizione pre-umanistica e umanistica del repubblicanesimo classico, ma questo non vuol dire che sia considerato un autore premoderno. Perché quella tradizione, a giudizio di Skinner, contiene un “tesoro nascosto”, per usare le sue stesse espressioni. Quella tradizione è stata sì sconfitta con l’avvento della statualità moderna, e con le sue teorie di matrice hobbesiana. Ma contiene concetti di libertà e di cittadinanza di grande interesse che possono essere adeguatamente riformulati nel nostro dibattito contemporaneo. Ancora una volta Machiavelli, un certo Machiavelli, ritorna ad essere un nostro contemporaneo. 






Il Machiavelli repubblicano di Quentin Skinner (parte finale)
Reset, 14 maggio 2013