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domenica 29 dicembre 2024

Bianca Guidetti Serra. Un ricordo


Teresa Cioffi, «Mia madre, Bianca Guidetti Serra. L'amicizia con Primo Levi, il quadro di Pietro Cavallero e gli scioperi Fiat, una vita dedicata alla giustizia»
Corriere della Sera Torino, 29 dicembre 2024

 Tribunale di Pinerolo, 1951. «Chiedo che la signorina dimostri di possedere il titolo per difendere». La richiesta arriva dal pubblico ministero ed è rivolta a Bianca Guidetti Serra, che quel tesserino lo aveva ottenuto già quattro anni prima. È tra le prime penaliste d’Italia e sarà una figura di riferimento del Novecento. Si trova a Pinerolo per la difesa di tre operaie, imputate per violenza privata a causa di un picchetto. È il suo primo processo, l’alba di una lunga carriera consacrata alla difesa dei diritti. Molte delle sue battaglie si sono trasformate in interventi legislativi capaci di rendere un po’ più giusta quell’Italia per la quale Guidetti Serra aveva già combattuto. La chiamavano Nerina durante la Resistenza. Poi le lotte in aula a sostegno dei lavoratori, dei minori, delle donne. Ma quella data di avvio carriera, 1951, rappresenta anche un altro inizio. È l’anno di nascita di suo figlio, Fabrizio Salmoni: «E mia madre dovette battersi anche per me, per la mia adozione».

Perché?
«Mi trovavo all’istituto provinciale dell’infanzia. Un giorno entrarono all’istituto mia madre e mio padre Alberto. Mi è stato raccontato che io, in culla, sorrisi non appena li vidi. Forse sono stati loro a scegliermi, oppure chissà, può darsi che li abbia scelti io. Comunque, la domanda per l’adozione non fu una passeggiata. Ci furono “complicazioni politiche” perché mamma era comunista».

E alla fine?
«Dovettero brigare un po’ finché Ada Gobetti, che al tempo era in Consiglio Comunale a Torino, fece un’interrogazione. A quel punto le cose iniziarono a filare. Ada Gobetti aveva anche sposato i miei genitori, nel maggio del 1945. Avevano fatto la Resistenza insieme, organizzando i Gruppi di difesa della donna».

Cosa le raccontava della Resistenza?
«Sono cresciuto ascoltando le vicende vissute sia dai miei genitori che dalla famiglia Gobetti. Mia madre partiva da Torino verso la Val Chisone per portare messaggi, armi, quel che serviva. Un giorno arrivò a Fenestrelle durante un rastrellamento. Fu identificata come staffetta partigiana e messa al muro per la fucilazione, fino a quando la proprietaria di un hotel fermò tutto. Disse che quella ragazza era una sua dipendente. Non era vero, ma le salvò la vita. In montagna aveva l’occasione di incontrare anche mio padre, si erano conosciuti al liceo D’Azeglio».

Dove conobbe anche Primo Levi. A sua madre furono indirizzate le cartoline postali sulla deportazione e prigionia a Auschwitz. Come ricorda Levi?

«Sono stati grandi amici. Di Levi mi piaceva l’umorismo arguto. Le prime canzoni piemontesi, anche quelle goliardiche e divertenti, le ho ascoltate da lui. Veniva a trovarci spesso a casa, in via San Dalmazzo, dove mia madre aveva lo studio. E, tra le fotografie presenti, non poteva certo mancare quella con Primo».

Altre personalità passate in studio?
«Direi tutto il mondo della sinistra, in studio si svolgevano anche le riunioni di partito. Da bambino ero geloso del tempo che mia madre dedicava a militanti, operai e sindacalisti. Io li chiamavo “i brutti” perché erano sempre un po’ trasandati. Poi nel 1956 lasciò il Pci. Fu una scelta molto sofferta ma inevitabile per una questione di coerenza ideologica. Mia madre è sempre stata troppo indipendente, sia come testa che a livello politico. E ha sempre lottato a fianco dei lavoratori, a partire dagli scioperi in Fiat del 1943».

Il suo battesimo politico?
«Sì, e da quel momento in poi non ha mai smesso di combattere le ingiustizie. Tra le prime vittorie la causa del ’58 contro il Gruppo Finanziario Tessile per la parità retributiva. Tra i processi più importanti quello per le schedature Fiat e, successivamente, il processo Eternit. Poi come deputata fu la prima firmataria per la proposta di legge che mise al bando l’amianto. Ha lavorato molto anche per i minori e le adozioni, riformando la legge e collaborando con l’Anfaa, Associazione nazionale famiglie adottive affidatarie».

Che madre è stata?
«Molto affettuosa. Diceva: “Quello che è giusto, è giusto. E se una cosa non è giusta bisogna raddrizzarla”. Era della scuola di Ada Gobetti: idee chiare, solidi principi, intransigenza morale, carisma e memorabili ire funeste quando si indignava».

La disturbava in studio?
«Da bambino la disturbavo ogni tanto. Io e mia nonna, a dire il vero, eravamo oggetto di distrazione. Mia nonna, che abitava con noi, rispondeva al telefono al posto suo e questo faceva molto arrabbiare mia mamma: non era professionale. Non era spesso a casa, comunque. Trascorreva più tempo in tribunale. Entrava alle 9 e poi al pomeriggio andava dai clienti alle Nuove».

In aula si trasformava?
«Io conoscevo la sua dolcezza, ma di “mite” aveva poco sia in aula che nell’impegno sociale. In tribunale diventava una grande avvocata, molto autorevole. Per lei doveva esserci sempre una distanza tra imputato e difensore ma, allo stesso tempo, era profondamente umana. E questo le veniva riconosciuto, tanto che ha continuato ad avere rapporti con chi aveva difeso».

Ad esempio con chi?
«Con alcuni membri della banda Cavallero. Era il caso di un gruppo di proletari comunisti andati fuori strada, non c’era la simpatia sui fatti ma c’era il desiderio di comprendere questi personaggi. Gli imputati percepivano questa empatia. Pietro Cavallero le dipinse un quadro che abbiamo ancora a casa. Adriano Pasqualino Rovoletto veniva a trovarla in studio con lo spumante e scherzava: “Vuole che mi dimentichi di chi mi ha fatto dare l’ergastolo?”».

Quali valori la guidavano?
«L’etica soprattutto e il coraggio. Inoltre, riteneva giusto e obbligatorio l’esercizio della difesa anche quando veniva rifiutata come nel processo alle Br. Poi c’è stato lo sconcerto per l’omicidio di Fulvio Croce, sofferto da tutto l’ambiente torinese. C’era la condanna al terrorismo ma, da parte di mia madre, c’era anche la volontà di capire perché la militanza fosse arrivata a questo punto. Questa voglia di comprendere, studiare, approfondire l’ha trasmessa anche a me».

Cosa la rendeva felice?

«Le bastava essere stimata e amata dal campo opposto, essere fermata per strada da sconosciuti che la ringraziavano per averli assistiti in tribunale, per averli fatti ri-assumere dopo un licenziamento, per avere ricordato un loro famigliare partigiano».

La cosa più bella che le ha mai detto?
«È successo durante uno dei suoi ultimi giorni. Mi ha guardato e mi ha detto: sei stato un bravo figlio».

mercoledì 22 ottobre 2014

Sartre, il rifiuto del Nobel

 
 
Marco Albeltaro
Sartre, il Nobel non è cosa da intellettuali
Il 22 ottobre di 50 anni fa lo scandaloso gesto del filosofo francese engagé che rifiutava il premio più ambito: voleva mantenersi libero da qualsiasi legame con il potere

La Stampa, 22 ottobre 2014

Il Premio Nobel per la letteratura è il sogno di ogni scrittore. Rappresenta la certezza di passare alla storia, il lasciapassare per l’Olimpo delle lettere. Eppure c’è chi l’ha rifiutato, il 22 ottobre 1964. Si tratta di Jean-Paul Sartre.
Lo scrittore e filosofo francese padre dell’esistenzialismo nel ‘64 è all’apice della notorietà. Ha pubblicato alcuni dei suoi libri più importanti - La nausea, Il muro, L’età della ragione - ma soprattutto ha assunto un ruolo di primo piano nel dibattito pubblico: ha sostenuto la rivoluzione cubana (romperà poi con Castro nel 1971), ha simpatizzato per Mao, ha dato il suo appoggio al Partito comunista francese (da cui si distaccherà nel drammatico ’56), ha criticato il colonialismo in Algeria, insomma è un intellettuale che si butta nella mischia, che affonda le mani nel conflitto, che non teme di farsi dei nemici e che gode del dissenso. Sartre è l’intellettuale cosmopolita per eccellenza: viaggia moltissimo, sposa cause apparentemente lontane e diventa l’emblema di quella tipologia tipicamente francese che è l’intellettuale engagé.
Sartre dice no all’Accademia di Svezia che lo vuole premiare, rifiuta l’onorificenza e la consistente somma di denaro, così come aveva rifiutato, anni prima, la Legione d’Onore, l’Académie e il Collège de France. Non si tratta però soltanto del rifiuto di un premio. Sartre non vuole essere «istituzionalizzato», non vuole subire, lui intellettuale critico verso il potere, una sorta di «normalizzazione». Per Sartre lo scrittore deve essere libero da qualsiasi legame con un potere che fagocita. È per questo che, nella lettera con cui motiva il suo gesto, afferma che «lo scrittore deve rifiutare di lasciarsi trasformare in istituzione, anche se questo avviene nelle forme più onorevoli».
Non si tratta soltanto di un gesto coerente, del resto Sartre aveva già chiesto, alcune settimane prima, all’Accademia svedese di non essere inserito nella lista dei candidati al Nobel. Il rifiuto del premio non è un gesto per chiamarsi fuori, per rinunciare alla dimensione pubblica dello scrittore ma, al contrario, è proprio la rivendicazione di un ruolo pubblico altro, che nulla ha a che fare con una cultura istituzionalizzata e che, proprio per questo, rivendica un’autonomia. Sartre - come ha scritto Bernard-Henri Lévy, un intellettuale che ha un po’ scimmiottato il suo «stile» schierandosi però a favore di battaglie che avrebbero fatto inorridire il filosofo esistenzialista - voleva «far saltare in aria la società», un’espressione efficace per rappresentare la radicalità di un approccio politico che è, prima di tutto, una posizione culturale. L’intransigenza, che Gobetti aveva indicato come elemento fondativo della condizione di intellettuale, viene richiamata infatti in uno degli articoli scritti in morte di Sartre e che lo paragona, proprio per questo atteggiamento, a Rousseau: «un’intransigenza innata» che non gli ha mai permesso di accettare il minimo «compromesso con il potere stabilito».
Zygmunt Bauman ha parlato della «decadenza» della figura dell’intellettuale. E ne ha descritto il passaggio «da legislatore a interprete», ossia, si potrebbe dire, da costruttore di idee (e di modi di pensare) a funzionario che traduce concetti vecchi in linguaggi nuovi*. Ecco, Sartre è stato uno degli ultimi intellettuali «legislatori», e lo è potuto essere proprio perché ha rifiutato le coordinate culturali, politiche e linguistiche imposte dalle istituzioni.
Questo discorso non può non portare alla mente un altro intellettuale «legislatore» che, in una condizione di solitudine, di «esilio» perenne, nell’ultimo quarto del Novecento ha avuto un’influenza paragonabile a quella di Sartre. Si tratta di Edward Said, il grande studioso di letteratura comparata che ha messo la propria voce al servizio di numerose cause. Sempre nel posto sbagliato è il titolo della sua autobiografia ma, come ha scritto Tony Judt, non era Said a sentirsi in imbarazzo per questa sua condizione di «senza patria». Erano piuttosto gli altri, i suoi interlocutori ma soprattutto i bersagli della sue polemiche, a doversi sentire a disagio davanti alla sua continua ricerca della verità. Scomodo per gli avversari ma ancor più scomodo per i compagni di battaglie - si pensi alle dure critiche mosse alle politiche di Israele ma allo stesso tempo alle sue aspre prese di posizione nei confronti dei dirigenti palestinesi - Said ha recuperato il meglio della tradizione dell’intellettuale engagé «alla Sartre».
Il rigore, innanzitutto, la ricerca del vero, la battaglia contro la menzogna sono soltanto tre dei valori che accomunano Sartre a Said. E che danno un senso, dopo cinquant’anni, al ricordo dello scandaloso gesto di uno scrittore che disse no al premio dei premi.


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(*) Detto così, l'interprete è un ripetitore rispetto al legislatore che è un innovatore. Nella visione di Bauman, bisogna dire, il passaggio dall'uno all'altro tipo di intellettuale implica  un mutamento di epoca. Si passa dalla modernità al postmoderno. L'interprete di fatto si muove in un tempo nel quale non c'è più posto per il legislatore. La Verità ha lasciato il posto a verità plurime in competizione tra loro. "La postmodernità, un tempo di incertezze, ... si caratterizza per la percezione del fallimento delle promesse di ragione e scienza e per una sempre maggiore autosufficienza del potere politico. La prospettiva ottimistica e universalistica propria della modernità viene ... abbandonata, e gli intellettuali sono gradualmente espropriati della loro “funzione collettiva di generare e promuovere i valori destinati a essere imposti e osservati dallo Stato ai suoi sudditi” (p. 145), perdendo la loro funzione legislatrice e trovandosi declassati al ruolo secondario di ‘interpreti’. Il passaggio dalla modernità alla postmodernità, dall’età delle certezze a quella delle incertezze e della provvisorietà, è significativamente descritto nelle opere più recenti di Bauman come passaggio dallo ‘stato solido’ allo ‘stato liquido’ della società. Se infatti la modernità aspira all’universalità e all’irrefutabilità dei valori e delle conoscenze scientifiche, la postmodernità segna il tramonto di simili pretese, mostrando come non si possa pervenire ad alcunché di definitivo e stabile. In luogo dell’unica Verità perseguita dall’uomo moderno, l’uomo postmoderno si trova di fronte a “versioni pluralistiche della verità”, ciascuna della quali ha una propria ragione e un proprio diritto a essere" (Lisa Vagnozzi, su Bauman, La decadenza degli intellettuali, Bollati Boringhieri, Torino 2007   http://www.treccani.it/scuola/itinerari/un_libro/rec_233.html). Così sono andate le cose e non è pensabile che un Sartre redivivo riuscirebbe di colpo a mutare il quadro. Nella competizione tra gli interpreti, c'è uno spazio per idee di cambiamento e di riforma, lo stesso Bauman in definitiva è un interprete più che un legislatore.  

domenica 24 febbraio 2013

Che brutta riscoperta: gli Apoti



 Qui tra chi lavora a ilfattoquotidiano.it si vota, in diverse percentuali, un po’ di tutto: Movimento 5 Stelle, Monti, Pd, Rivoluzione Civile, Sel, Radicali e, nonostante il notevole exploit del principe dei ballisti Oscar Giannino (principe, perché il re resta sempre lui, san Silvio Primo da Arcore), persino i liberisti acciaccati di Fermare il declino. Qualcuno poi si astiene o teorizza un vecchio classico: scheda bianca con fettina di salame inclusa. Ma, comunque voti la redazione fa idealmente parte della Società degli Apoti, la congregazione di prezzoliniana memoria di coloro i quali non se la bevono. Sappiamo tutti che, dopo lunedì, quasi nessuna tra le mirabolanti promesse elettorali in materia di riduzione di tasse o aumento dell’occupazione verrà mantenuta.

Peter Gomez, Elezioni 2013. Come votano gli apoti, Il Fatto quotidiano, 23 febbraio 2013
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 Quando Giuseppe Prezzolini propone, di fronte al fascismo come di fronte al bolscevismo, la “Società degli Apoti”, di “coloro che non le bevono”, che si tengono fuori della mischia, Gobetti reagisce con energia, puntualmente. Prima ribadisce il senso della cultura come azione, come “elemento della vita politica”, poi affronta la più delicata questione di merito: la natura del fascismo e la necessità di una “opposizione intransigente”.
19 Giugno 2001
da Democrazia Repubblicana (http://www.democraziarepubblicana.org)

Caro Prezzolini,
    Un quadro dell'attività presente che mirasse a definire la nostra "Società degli Apoti" e ne chiarisse i limiti e l'azione sarebbe certo molto utile e io spero che tu stesso ci voglia tornare su e tracciarne un poco, mentre si fa, la storia.
    Nessuno può riescire meglio di te che sei stato da quasi vent'anni l'infaticabile direttore e amministratone dell'idealismo militante in Italia. Nella valutazione poi del significato politico che ebbe la nostra cultura negli ultimi anni siamo sostanzialmente d'accordo: nessun dubbio che il partito popolare, p. es. abbia ripreso gran parte del problemismo unitario e tutto ciò che di sano si nascondeva nel movimento modernista, che Einaudi e la Riforma sociale abbiano alimentato le tradizioni liberali meglio di una organizzazione di partito, che La Voce abbia fatto almeno tanto bene quanto il movimento socialista.
    Noi siamo più elaboratori di idee che condottieri di uomini, più alimentatori della lotta politica che realizzatori: e tuttavia già la nostra cultura, come tale, è azione, è un elemento della vita politica.
    Senonché anche in questo compito di chiarificazione ideale, io non so se il nostro criticismo operoso ci consentirà un'unità obbiettiva e un'indifferenza, per così dire scientifica di lavoro. La Rivoluzione Liberale p. es. non sarebbe oltre che un organo tecnico di cultura e di libera discussione storica, un punto fermo di ricerca o di giudizio? Ecco il punto in cui lo so che non tutti siamo concordi. Pure se ripenso agli esempi più recenti, da Marx a Sorel, mi pare che tutti gli sforzi più originali di pensiero si siano accompagnati con un'intransigente elaborazione di miti d'azione e con una tragica profezia rivoluzionaria. [...]
La discussione, organicamente condotta, è venuta prevalendo sullo sviluppo del programma. Ne avremo frutti più vigorosi ma non sarà dannoso ricordare il punto di partenza.

p. g.

E si veda anche David Bidussa, Il disprezzo per la democrazia  http://www.centrogobetti.it/PDF/Rassegna%20stampa%20Gobetti/2008/disprezzo.pdf

giovedì 20 dicembre 2012

Nino scopre la città operaia


 
Era stanco. Certo i traghetti e i treni non erano quelli di oggi e il viaggio dalla Sardegna a Torino era risultato molto più faticoso del previsto, anche per lui che non era più un bambino. Anzi "Nino", come veniva chiamato in famiglia, era nell’età della piena giovinezza. Nato nel 1891, ormai ventenne, aveva appena completato gli studi liceali. Ma era un giovane debole e la sua gracilità fisica, forse causata da una caduta subita da bambino, gli avrebbe creato problemi per tutta la vita.
Già alla partenza si era sentito in uno stato di “sonnambulismo”, spaesato e preoccupato per le proprie condizioni finanziarie: per questo aveva viaggiato in terza classe, spendendo comunque 45 delle 100 lire avute da casa al momento della partenza. Per la famiglia la cifra aveva significato un grosso sacrificio, date le gravi condizioni economiche. D’altronde, per questo aveva dovuto lasciare la Sardegna.
Procurarsi il finanziamento necessario per gli studi liceali era già stato un problema: era riuscito a svolgerli a Cagliari, ma in condizioni quasi disperate. Alla fine del liceo la questione si era ripresentata in termini più drammatici, dati i maggiori costi da sostenere per frequentare una facoltà universitaria. Aveva però saputo che il Regio Collegio Carlo Alberto di Torino offriva una borsa di studio ai migliori studenti poveri dell’ex Regno di Sardegna: superando un esame severo e impegnativo, che prevedeva prove scritte o orali su tutte le mate­rie dei tre anni del liceo, si otteneva la possibilità di iscriversi all’Università di Torino grazie a un contributo di 70 lire al mese per dieci mesi all'an­no, purché si frequentassero regolarmente le lezioni e si superassero gli esami con una buona media e nei tempi prescritti.
Agli inizi di settembre del 1911 aveva saputo di essere stato uno dei due ammessi della sede di Cagliari e che gli esami si sarebbero svolti tra il 18 e il 28 ottobre; per questo aveva affrontato il viaggio per andare “di là dalle grandi acque” e raggiungere Torino.
Il suo primo contatto con la città era stato però poco felice. Alla stazione era stato accolto da Francesco, un compaesano che aveva dovuto abbandonare la Sardegna per raggiungere la città industriale e lavorare alla Pirelli. Insieme si erano avviati verso la casa che Francesco gli aveva procurato come primo alloggio, ma la cifra richiesta per l’affitto era troppo alta. D’altronde, in occa­sio­ne dei festeggiamenti per il cinquante­nario dell’Uni­tà d’Ita­lia aperti con l’Esposi­zione Univer­sale al parco del Valentino, i prezzi erano decisamente aumentati. Un aiuto inaspettato era giunto dal segretario del Collegio Carlo Alberto, che era riuscito a rintracciare una stanzetta a metà prezzo, “dove mi fecero credito; io ero così avvilito che volevo farmi rimpatriare dalla questura […]. E passai l'inverno senza soprabito, con un abitino da mezza stagione buono per Cagliari. Verso il marzo 1912 ero ridotto tanto male che non parlai più per qualche mese: nel parlare sbagliavo le parole”, ricorderà anni dopo in una delle sue Lettere dal carcere.
Aveva comunque superato brillantemente la severa selezione del concorso: su 71 can­di­dati ammessi, soltanto 27 erano stati promossi e lui si era classificato al nono posto nella graduatoria generale. Viveva però ancora una sorta di stordimento fisico e psicologico, comune a ogni giovane studente catapultato in una grande città, a ogni “triplice o quadruplice provinciale, come certo era un giovane sardo” del principio del Novecento che per la prima volta affrontava la grande metropoli industriale. Aveva persino paura di girare da solo per le vie del centro: “Provo una specie di ribrezzo a fare delle cam­­­minate, dopo che ho corso il rischio di andare sotto a non so quante automo­bi­li e tram”, scriveva al padre. E soprattutto pativa il freddo e la fame: “Gravemente ammalato per il freddo e la denutrizione, fantasticavo di un im­menso ragno che la notte stesse in agguato e scendesse per succhiarmi il cervello mentre dormivo”. La casa dove viveva gli sembrava un “ghiacciaio”, passeggiava in camera per riscaldarsi i piedi, oppure stava tanto “imbacuccato” da non riuscire a tenere in mano la penna e a studiare per preparare gli esami universitari. Non superarli significava però non ottenere il sussidio.
Sempre più raramente si sentiva in grado di affrontare gli esami e gradualmente abbandonò gli studi universitari, mentre prendeva maggiore coscienza della realtà sociale di una metropoli industriale. Spesso lungo le vie che dal centro vanno verso il Po aveva visto gli operai manifestare contro le dure condizioni di lavoro e aveva cominciato ad appassionarsi “per la lotta, per la classe operaia”.
Viva e piena di iniziative, Torino non era però soltanto sede di attività industriali, era anche la città della moda, del cinema e di una vivace attività teatrale. Nino frequentava con assiduità i teatri cittadini e le prime proiezioni cinematografiche e recensiva gli spettacoli per i giornali socialisti. Si era infatti dedicato con passione crescente al giornalismo politico e all’attività di conferenziere nei circoli socialisti, persuaso della necessità di prepara­re la classe operaia, perché “ogni rivoluzione è stata prece­duta da un intenso lavorio di critica, di penetrazione culturale” e dunque “per i proletari è un dovere non essere ignoranti”, giacché “il problema di educa­zione dei proletari è problema di libertà”. A chi gli rimproverava il ricorso a un linguaggio troppo complesso nei suoi articoli o nelle conferenze dedicate ai giovani operai, rispondeva che nell’opera di divulgazione tra gli operai e tra i giovani bisognava fare ricorso a “immagini e linguaggio nuovi”, ma senza semplificazioni eccessive: “Un concetto che sia difficile di per sé non può essere reso facile nelle espressioni senza che si muti in una sguaiataggine”.
Per questo percorreva in lungo e in largo la città e aveva imparato a conoscerla e amarla. Nel corso dei difficili anni della I guerra mondiale, dell’occupazione delle fabbriche e dell’affermazione del regime fascista, era diventato sempre più un protagonista della vita politica e culturale torinese. Insieme a lui c’era anche Piero Gobetti, giovane liberale che Nino, socialista e poi comunista, aveva scelto come suo amico e collaboratore. Torino era sempre più la “sua” città, la “loro” città.
Per la storia, sarà sempre la “Torino di Gramsci e Gobetti”.

Francesco Scalambrino