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mercoledì 19 novembre 2025

L'egemonia selvaggia

Giuseppe De Rita, intervista a Il Dubbio, 10 luglio 2018

In questo scenario se il populismo ha il suo mantra nel popolo sovrano le élites hanno ancora una funzione?

Le élites vivono un momento difficilissimo, perché si viene subito etichettati come casta. So di andare controcorrente, ma ritengo che le élites siano necessarie. Non esiste una società, specialmente complessa, che non abbia bisogno delle élites. Nella nascita dell’Italia sono state determinanti: ragionavano sulla società di allora. Gioberti diceva “l’Italia è un Paese di sabbia”. Un intellettuale risorgimentale, Angelo Camillo De Meis, la descriveva come fatta da due popoli: il primo che sfanga la vita e il secondo che pensa al sentimento del primo. Il primo è la sabbia, il secondo pensò al sentimento e ne divenne il sovrano. Oggi abbiamo lo stesso problema, non la chiamiamo “società di sabbia”, ma citiamo Bauman che la descrive “fluida” o il sottoscritto che la definisce “molecolare”. È una società difficile da comporre, ma se non ci fosse stata l’élite rinascimentale l’Italia sarebbe rimasta davvero un Paese di sabbia, non coagulato, senza sintesi e senza identità. Oggi nessuno ha l’idea che un Paese “molecolare” abbia bisogno di una élite, si pensa che possa essere “fluida” e viene lasciate a se stessa. Nei giorni scorsi sono usciti due libri di Bauman: uno intitolato “L’amore liquido”, l’altro “La paura liquida”. Non a caso l’uomo della liquidità parla non di istituzioni, organizzazioni, ma di sentimenti. E Bauman non è élite. Oggi in Italia le élites dovrebbero riproporsi. Quando si legge Manzoni che parla di “società benevolente” e poi si sente parlare Salvini si capisce che ci stiamo perdendo. Manzoni parlava di un popolo oppresso e incattivito e lo sforzo era quello di far crescere i Renzo Tramaglino, il primo popolo che “sfanga il quotidiano”. La bravura della Dc a cavallo tra gli anni 40 e 50 è stata proprio quella di dire al primo popolo fai da solo, rifate gli stabilimenti industriali da soli e così è stato. Il primo popolo per la prima volta si è sentito potente e lo ha fatto. La Prima repubblica è la repubblica del primo popolo che ha realizzato il miracolo italiano.

Oggi, politicamente e socialmente, chi cerca di capire come può essere coagulato il primo popolo?

Dovrebbe essere l’élite che, però, ha paura di esporsi per evitare attacchi pesanti e personali sui social di qualsiasi tipo. Bisogna capire che la nostra società deve puntare non sull’etica delle buone intenzioni, che storicamente ha prodotto il nazismo, il fascismo e il comunismo, ma sull’etica della responsabilità. Purtroppo oggi viviamo con una élite che o moraleggia o propone solo buone intenzioni. Non pensa al primo popolo che sfanga la vita, ma a se stessa. Se non c’è un po’ di coraggio di fare élite, di pensare per ridare a questo primo popolo un meccanismo di coesione, non certo per esserne il sovrano, si rischia di abbandonare il popolo di sabbia alle sue paure e ai suoi amori. Alla sua liquidità, che scorre e non si sa dove va.



Francesco Antonelli
Zygmunt Bauman, attraverso le ferite della modernità
il manifesto, 18 novembre 2025

Ne La condizione postmoderna (1979) il filosofo Jean-François Lyotard annunciava, tra i primi, l’apertura di una nuova epoca segnata dal tramonto delle grandi narrazioni prodotte dalla modernità. Vale a dire quei discorsi totalizzanti e unificanti – come l’emancipazione del genere umano, la rivoluzione o il progresso scientifico – che nella società post-industriale, frammentata, preda dell’individualismo e dominata dalla tecnologia, non sarebbero più stati in grado di fornire un senso alla realtà.

Quelle narrazioni, osservava Lyotard, tenevano insieme destino individuale e collettivo orientandoli verso un futuro radioso. La loro crisi ci consegna invece un mondo che, da una parte, ha cercato di sostituirle con nuove (e spesso tragiche) epiche locali, fondate su identità culturali, etniche o religiose; e dall’altra ci affida il peso di ritrovare dentro noi stessi il senso della nostra esistenza, sperimentando continuamente l’insufficienza di ogni cornice interpretativa. Anche il soggetto diventa più malinconico, disincantato, spaesato. Soprattutto il soggetto-intellettuale che, da aspirante «legislatore» sociale, si trasforma in un più modesto ma forse più efficace interprete: sia della realtà che osserva, sia del nesso tra quella realtà e la propria traiettoria biografica.

SIAMO DUNQUE CONDANNATI all’intimismo e all’impolitica leggerezza dell’essere? Non necessariamente, se riusciamo a trasformare le sofferenze e gli spaesamenti individuali – nati dall’incrocio tra vicende personali e storia collettiva – in un linguaggio universale ed empatico, capace di far specchiare ciascuno nell’altro e di ricostruire così un terreno comune per un nuovo agire politico e intellettuale.

Il grande merito di La mia vita. Un’autobiografia in frammenti (Il Margine, pp. 296, euro 20) sta proprio qui. La curatrice, Izabela Wagner, non si limita a raccogliere gli scritti autobiografici di Zygmunt Bauman: li ordina, li ricostruisce e li monta con grande attenzione filologica ed emotiva, restituendoci non solo un documento biografico, ma una chiave di lettura della sua intera opera. Il lavoro di Wagner è prezioso: fa emergere un Bauman privato e vulnerabile senza tradirne il rigore intellettuale.

La vita del sociologo appare come un vero patchwork di lettere, appunti, memorie e confessioni: un’esistenza segnata da migrazioni forzate, scelte politiche laceranti, delusioni e ripartenze. Ritroviamo l’infanzia ebraica in Polonia, l’antisemitismo viscerale che lo colpirà più volte, la fuga del 1939, l’arruolamento nell’esercito sovietico e poi nel Kbw (il Corpo di Sicurezza Interna della Polonia comunista). Un passato a lungo indicibile e spesso strumentalizzato contro di lui.

Senza tr

Seguono il graduale distacco dal comunismo – ma non dall’idea di socialismo come giustizia sociale – e il trauma dell’espulsione dall’università di Varsavia durante la campagna antisemita del 1968. Inizia un nuovo esilio: prima Israele, poi, grazie ai buoni uffici di Anthony Giddens, l’approdo a Leeds, dove Bauman troverà finalmente un luogo da cui pensare un mondo in trasformazione.
I frammenti autobiografici illuminano in controluce il suo pensiero: la metafora della liquidità, l’idea dell’interregno, la sensibilità per l’estraneità e la fragilità dei legami sociali nascono da un’esperienza personale segnata dall’insicurezza e dalla discontinuità.

IL LIBRO MOSTRA il Bauman privato, vulnerabile, spesso ferito, ma sempre animato da un ostinato ottimismo etico: il desiderio di capire la complessità del presente e di partecipare, attraverso la scrittura, alla vita degli altri. Quattro capitoli sono particolarmente significativi, a questo proposito. Il capitolo due («Il destino di un profugo e di un soldato») ricostruisce gli anni in cui Bauman, adolescente ebreo polacco, fugge con la famiglia dopo l’invasione nazista del 1939. L’esilio nelle zone occupate dall’Urss significa precarietà, fame, lavoro duro e un’identità continuamente messa in discussione. In Unione Sovietica vive la paura del sospetto politico e le difficoltà di adattamento a un nuovo sistema che, però, egli ammirava. Da giovane si arruola nell’esercito polacco sotto comando sovietico, dove sperimenta insieme idealismo e disillusione. L’insieme di queste esperienze – guerra, esilio, violenza istituzionale – plasmerà la sua futura sensibilità verso fragilità, estraneità e insicurezza sociale.

Nel capitolo quattro («Maturazione») Zygmunt Bauman racconta invece il passaggio dall’adolescenza alla prima età adulta, un periodo in cui si intrecciano formazione personale, impegni politici, scelte morali e cambiamenti storici radicali. È un capitolo di snodo, perché segna il momento in cui la sua biografia individuale si fonde definitivamente con la storia europea del Novecento. Centrale è qui la sfera emotiva: il capitolo si sofferma sulla vita famigliare, il rapporto con i genitori e la nascita della relazione con Janina, che diventerà la sua compagna di vita. Questa dimensione affettiva non è un semplice sfondo, ma uno dei motori della sua maturazione: la costruzione di una famiglia, la necessità di mediare tra responsabilità lavorative e aspirazioni intellettuali, la ricerca di stabilità dopo anni di incertezze.

NEL CAPITOLO SEI («Prima del crepuscolo») Bauman riflette sul rapporto fra memoria, responsabilità e identità, intrecciando il proprio vissuto con riferimenti filosofici e letterari, in particolare a Jean Améry, testimone dell’orrore di Auschwitz. L’autore indaga il ruolo dell’intellettuale in tempi di oscurità politica e morale, facendo i conti con le derive autoritarie che hanno attraversato la Polonia e l’Europa. Riemergono episodi biografici legati al 1968, all’antisemitismo e alle campagne d’odio che lo colpirono, ripresentate come monito contro ogni forma di nazionalismo semplificante. Nel «crepuscolo», suggerisce, non c’è resa ma un ultimo esercizio di coraggio intellettuale. Infine, il capitolo conclusivo di questa raccolta, il sette («Guardando al passato, per l’ultima volta»), uno scritto del 2016, assume la forma di un testamento intellettuale.

LA DISTANZA DELL’ETÀ avanzata permette a Bauman di valutare senza rancore la durezza del passato e le sue contraddizioni. Così, l’ultimo sguardo è rivolto alle generazioni future: non come eredità dottrinale, ma come invito a coltivare un’etica della responsabilità, della curiosità e dell’apertura. È il congedo di un autore che ha fatto della propria inquietudine, delle proprie appartenenze e identità multiple, personali e pubbliche, una forma di attenzione al mondo: la stessa che abbiamo oggi, in una fase di profondi ed incerti sconvolgimenti, il dovere di coltivare e rilanciare con forza.


La modernità in forma di fuga

Francesco Antonelli
Zygmunt Bauman, attraverso le ferite della modernità
il manifesto, 18 novembre 2025

Ne La condizione postmoderna (1979) il filosofo Jean-François Lyotard annunciava, tra i primi, l’apertura di una nuova epoca segnata dal tramonto delle grandi narrazioni prodotte dalla modernità. Vale a dire quei discorsi totalizzanti e unificanti – come l’emancipazione del genere umano, la rivoluzione o il progresso scientifico – che nella società post-industriale, frammentata, preda dell’individualismo e dominata dalla tecnologia, non sarebbero più stati in grado di fornire un senso alla realtà.

Quelle narrazioni, osservava Lyotard, tenevano insieme destino individuale e collettivo orientandoli verso un futuro radioso. La loro crisi ci consegna invece un mondo che, da una parte, ha cercato di sostituirle con nuove (e spesso tragiche) epiche locali, fondate su identità culturali, etniche o religiose; e dall’altra ci affida il peso di ritrovare dentro noi stessi il senso della nostra esistenza, sperimentando continuamente l’insufficienza di ogni cornice interpretativa. Anche il soggetto diventa più malinconico, disincantato, spaesato. Soprattutto il soggetto-intellettuale che, da aspirante «legislatore» sociale, si trasforma in un più modesto ma forse più efficace interprete: sia della realtà che osserva, sia del nesso tra quella realtà e la propria traiettoria biografica.

Siamo dunque condannati all’intimismo e all’impolitica leggerezza dell’essere? Non necessariamente, se riusciamo a trasformare le sofferenze e gli spaesamenti individuali – nati dall’incrocio tra vicende personali e storia collettiva – in un linguaggio universale ed empatico, capace di far specchiare ciascuno nell’altro e di ricostruire così un terreno comune per un nuovo agire politico e intellettuale.

Il grande merito di La mia vita. Un’autobiografia in frammenti (Il Margine, pp. 296, euro 20) sta proprio qui. La curatrice, Izabela Wagner, non si limita a raccogliere gli scritti autobiografici di Zygmunt Bauman: li ordina, li ricostruisce e li monta con grande attenzione filologica ed emotiva, restituendoci non solo un documento biografico, ma una chiave di lettura della sua intera opera. Il lavoro di Wagner è prezioso: fa emergere un Bauman privato e vulnerabile senza tradirne il rigore intellettuale.

La vita del sociologo appare come un vero patchwork di lettere, appunti, memorie e confessioni: un’esistenza segnata da migrazioni forzate, scelte politiche laceranti, delusioni e ripartenze. Ritroviamo l’infanzia ebraica in Polonia, l’antisemitismo viscerale che lo colpirà più volte, la fuga del 1939, l’arruolamento nell’esercito sovietico e poi nel Kbw (il Corpo di Sicurezza Interna della Polonia comunista). Un passato a lungo indicibile e spesso strumentalizzato contro di lui.

Senza tr

Seguono il graduale distacco dal comunismo – ma non dall’idea di socialismo come giustizia sociale – e il trauma dell’espulsione dall’università di Varsavia durante la campagna antisemita del 1968. Inizia un nuovo esilio: prima Israele, poi, grazie ai buoni uffici di Anthony Giddens, l’approdo a Leeds, dove Bauman troverà finalmente un luogo da cui pensare un mondo in trasformazione.
I frammenti autobiografici illuminano in controluce il suo pensiero: la metafora della liquidità, l’idea dell’interregno, la sensibilità per l’estraneità e la fragilità dei legami sociali nascono da un’esperienza personale segnata dall’insicurezza e dalla discontinuità.

IL LIBRO MOSTRA il Bauman privato, vulnerabile, spesso ferito, ma sempre animato da un ostinato ottimismo etico: il desiderio di capire la complessità del presente e di partecipare, attraverso la scrittura, alla vita degli altri. Quattro capitoli sono particolarmente significativi, a questo proposito. Il capitolo due («Il destino di un profugo e di un soldato») ricostruisce gli anni in cui Bauman, adolescente ebreo polacco, fugge con la famiglia dopo l’invasione nazista del 1939. L’esilio nelle zone occupate dall’Urss significa precarietà, fame, lavoro duro e un’identità continuamente messa in discussione. In Unione Sovietica vive la paura del sospetto politico e le difficoltà di adattamento a un nuovo sistema che, però, egli ammirava. Da giovane si arruola nell’esercito polacco sotto comando sovietico, dove sperimenta insieme idealismo e disillusione. L’insieme di queste esperienze – guerra, esilio, violenza istituzionale – plasmerà la sua futura sensibilità verso fragilità, estraneità e insicurezza sociale.

Nel capitolo quattro («Maturazione») Zygmunt Bauman racconta invece il passaggio dall’adolescenza alla prima età adulta, un periodo in cui si intrecciano formazione personale, impegni politici, scelte morali e cambiamenti storici radicali. È un capitolo di snodo, perché segna il momento in cui la sua biografia individuale si fonde definitivamente con la storia europea del Novecento. Centrale è qui la sfera emotiva: il capitolo si sofferma sulla vita famigliare, il rapporto con i genitori e la nascita della relazione con Janina, che diventerà la sua compagna di vita. Questa dimensione affettiva non è un semplice sfondo, ma uno dei motori della sua maturazione: la costruzione di una famiglia, la necessità di mediare tra responsabilità lavorative e aspirazioni intellettuali, la ricerca di stabilità dopo anni di incertezze.

NEL CAPITOLO SEI («Prima del crepuscolo») Bauman riflette sul rapporto fra memoria, responsabilità e identità, intrecciando il proprio vissuto con riferimenti filosofici e letterari, in particolare a Jean Améry, testimone dell’orrore di Auschwitz. L’autore indaga il ruolo dell’intellettuale in tempi di oscurità politica e morale, facendo i conti con le derive autoritarie che hanno attraversato la Polonia e l’Europa. Riemergono episodi biografici legati al 1968, all’antisemitismo e alle campagne d’odio che lo colpirono, ripresentate come monito contro ogni forma di nazionalismo semplificante. Nel «crepuscolo», suggerisce, non c’è resa ma un ultimo esercizio di coraggio intellettuale. Infine, il capitolo conclusivo di questa raccolta, il sette («Guardando al passato, per l’ultima volta»), uno scritto del 2016, assume la forma di un testamento intellettuale.

LA DISTANZA DELL’ETÀ avanzata permette a Bauman di valutare senza rancore la durezza del passato e le sue contraddizioni. Così, l’ultimo sguardo è rivolto alle generazioni future: non come eredità dottrinale, ma come invito a coltivare un’etica della responsabilità, della curiosità e dell’apertura. È il congedo di un autore che ha fatto della propria inquietudine, delle proprie appartenenze e identità multiple, personali e pubbliche, una forma di attenzione al mondo: la stessa che abbiamo oggi, in una fase di profondi ed incerti sconvolgimenti, il dovere di coltivare e rilanciare con forza.

Wlodek Goldkorn
Cent'anni e tre esili di un uomo fuori dalla tribù

Huffington Post, 19 novembre 2025

Alle domande a cui non voleva rispondere reagiva con la frase “sono un sociologo”, un modo non per troncare il discorso ma per spiegare che lui raccontava, interpretava e analizzava i fenomeni sociali, le loro cause e svolgimento ma non gli interessava fare il profeta, indicare le ricette su “che fare”, né tantomeno azzardare previsioni sul futuro. Diceva anche di essere una specie di uccello, una “rara avis” e al contempo un ornitologo, ossia, che nelle ricerche e narrazioni partiva dalla sua esperienza personale, a riprova dell’assurdità di ogni pretesa per cui la validità e la qualità del racconto dipendano dalla presunta imparzialità e dal non coinvolgimento personale di chi parla. E infatti la sua principale opera è stata la riflessione sulla modernità, articolata in quella che lui chiamava la “trilogia” - La decadenza degli intellettuali. Da legislatori a interpreti; Modernità e olocausto e Modernità e ambivalenza – scritti fra gli ultimi anni Ottanta e i primi Novanta del Novecento. Confessava che quelli erano i suoi tre libri più personali. Aggiungiamo che in quei testi dimostrava di essere un erede dei giganti del pensiero critico del secolo scorso; prima fra tutte Hannah Arendt.

Cent’anni fa, il 19 novembre 1925 a Poznan, in Polonia, nasceva Zygmunt Bauman. Nella sua vita è stato due, o forse tre volte un esule. Ma prima di tutto questo, da ragazzo ha conosciuto il fenomeno dell’antisemitismo, dell’esclusione in quanto “altro” sulla base di un pregiudizio antico quanto idiota (nel senso di irriflessivo) e che torna ciclicamente. Il primo esilio fu la fuga, assieme al padre, in Unione sovietica nel 1939, dopo l’invasione nazista della Polonia. Raccontava spesso un paradosso: fu in Urss che venne riconosciuto come polacco, un’appartenenza che gli veniva negata invece dagli antisemiti dell’estrema destra del suo Paese. Il secondo esilio era quello del 1968. Questa volta in seguito a una campagna antisemita scatenata non da estrema destra, ma dal potere comunista e mascherata da una “lotta al sionismo” ma con l’uso della stessa retorica dei fascisti d’anteguerra. Per la cronaca: sulle pagine dei giornali di regime, Bauman era raccontato come un capo “sionista”, nemico della patria. Il terzo esilio, questa volta volontario, ebbe inizio nel 1971, quando infastidito dal clima dell’euforia nazionalista in Israele in seguito alla guerra del 1967 e dalla realtà dell’occupazione, dopo tre anni di insegnamento all’Università di Tel Aviv se n’era andato a Leeds, in Gran Bretagna.

Da queste esperienze trasse una conclusione semplice: occorreva non solo essere contro ogni nazionalismo (cosa per lui ovvia) ma non aderire ad alcun pensiero “tribale”, ai codici semantici rigidi e alle terminologie che segnano appartenenze ma non spiegano niente. Critico del capitalismo non si dichiarava anticapitalista, avversario del sionismo non si definiva antisionista, critico e vittima del comunismo mai si è arruolato (parole sue) nelle file degli anticomunisti.

Il pensiero di Bauman è stato eclettico, le sue fonti variegate, spesso a sostegno delle sue ipotesi citava romanzi o opere teatrali, in particolare Molière, amava richiamare i filosofi, Heidegger e Lévinas, Derrida e ovviamente Arendt. In privato si divertiva a discorrere di calcio e di come le squadre cambiavano carattere a seconda dell’avversario. Il suo metodo era una specie di “non metodo” e infatti ha lasciato molti orfani, ma non una scuola di pensiero né allievi veri: un po’ come appunto Arendt. O se vogliamo, il suo “non metodo” era un metodo: ascolto, attenzione ai dettagli che svelano il rimosso, capacità di stupirsi per le cose considerate ovvie e insofferenza per la banalità.  Non costruiva la sua identità su contrapposizione a un soggetto avversario o nemico, ma sulla sua libera scelta. Parlava della necessità di essere indipendenti dal giudizio altrui, di avere un linguaggio autonomo, a patto di essere consapevoli che il foro interno, il tribunale della coscienza che ognuno di noi ha nel suo intimo, sarebbe stato severo. Curioso, accettava volentieri di farsi intervistare non per vanità ma perché le conversazioni con i giornalisti erano fonti del sapere. Tuttavia non tollerava le domande ossequiose né scontate, conversava con tutti a patto di essere stimolato e anche contestato.

Si è detto che i suoi testi più personali e più importanti erano quelli sulla modernità. Si tratta di libri che contengono le tesi più difficili da digerire per chi si rifiuta di accettare che nella modernità e specie nel pensiero illuminista è insita una contraddizione di conseguenze atroci. Bauman amava ricondurre questa contraddizione alla disputa intorno al terremoto di Lisbona nel 1755 su come padroneggiare la natura, come riordinarla, controllarla, sottoporla al regno e alle regole della Ragione. L’ambivalenza era questa: i propositi di stampo razionalista e illuminista hanno portato l’Occidente alla prassi di esclusione e eliminazione di ogni elemento considerato nocivo, nella natura e fra gli umani. L’origine del razzismo, dell’antisemitismo, dei genocidi, della Shoah stava in quella ambivalenza in quella contraddizione; per rendere il mondo perfetto, per includere tutti si escludono e eliminano parti del genere umano. 

Negli ultimi decenni della sua esistenza terrena, Bauman ha molto riflettuto sulla frammentarietà del mondo, su coincidenza (e non determinismo che cerca l’origine “vera” dei processi) come fattore degli accadimenti, sulle incognite di un universo al tramonto e l’incertezza del nuovo. Sempre da “sociologo” (e semplificando) prediligeva il “disordine” di Simmel alla “razionalità” di Durkheim. Per qualche anno ha praticato la fotografia, un modo questo per raccontare con un linguaggio visivo le riflessioni sul tema di solitudine e disgregazione della società. Poi è tornato alla scrittura con una serie di libri su vari aspetti della modernità “liquida” o se vogliamo della società “liquida”. Non usava il termine “post-modernità”, ha sempre insistito invece sulla parola modernità, che cambiava carattere e volto. Parlava del divorzio fra potere e politica per cui i politici fanno promesse che sanno di non poter mantenere, della dissoluzione del legame fra capitale e territorio per cui non esistono più città fabbrica, spiegava come la crisi della sinistra andasse pensata in termini sociali e non di ideologia: era la scomparsa dei modi di vita della classe operaia con i suoi quartieri, luoghi di aggregazione, comunanza del destino la causa di questa crisi. E ancora, aveva capito come la rete e i social media fossero dei dispositivi per creare solitudine, aggressività e come un clic o un post non fossero impegno né politico né sociale. Spiegava come la rete incoraggiasse la chiusura nella bolla di chi la pensa allo stesso modo e favorisca la cancellazione dell’altro. E rifletteva sul modo in cui, in certi periodi, come questo che stiamo vivendo, quando viene posta l’alternativa fra libertà e sicurezza, le persone optano per la sicurezza (o il suo simulacro). 

Non si può sapere cosa avrebbe detto e pensato una persona che non c’è più. Ma so che gli avrei chiesto cosa pensasse di questa America, non l’America di Trump, ma di New York che coopta al massimo livello un immigrato prodotto di un’élite cosmopolita e laicizzata, figlio di un intellettuale di origini indiane cacciato dall’Uganda allo stesso modo in cui lui Bauman fu cacciato dalla Polonia, e sposato con un’artista figlia della borghesia siriana. Gli avrei chiesto se Zohran Mamdani è un’eccezione o invece un segno della vitalità della società Usa e della sua capacità di rinnovarsi. Una domanda a un sociologo, saggio teorico delle contraddizioni e ambivalenze e non un ideologo.



lunedì 21 luglio 2025

Prigionieri del passato

Donald Trump (79) e Benjamin Netanyahu (75)

Mauro MagattiIl mondo nelle mani dei potenti (ultrasettantenni) prigionieri del passato, Avvenire, 20 luglio 2025

Oggi il potere globale è saldamente nelle mani di ultrasettantenni (maschi) cresciuti all’epoca della Guerra Fredda e del mondo diviso in blocchi: Donald Trump classe 1947, Narendra Modi 1950, Vladimir Putin, 1952, Xi Jinping 1953. E potremmo aggiungere il brasiliano Lula del 1945 e il turco Erdogan, il più “giovane” del gruppo, del 1954. Evaporata l’idea della globalizzazione e della crescita economica lineare – attorno a cui per un trentennio si erano conformate il pensiero e le pratiche delle élites planetarie – ora il pendolo oscilla pericolosamente verso la polarità opposta, con un allineamento all’idea di un mondo diviso e destinato fatalmente al conflitto economico se non alla guerra armata. Sembra così avverarsi la previsione di Zygmunt Bauman che, in una delle sue ultime opere, aveva parlato di “retrotopia”, della tendenza cioè a rifugiarsi in visioni idilliache del passato per sfuggire alle incertezze del presente.

Così, Xi sogna la “grande rinascita della nazione cinese” guardando alle glorie imperiali. Putin vuole “rimettere insieme” i pezzi dell’Unione Sovietica e della Russia zarista, rivendicando territori e identità con la forza. Trump, col suo “make America great again”, scuote il mondo intero con decisioni di cui l’unica razionalità è l’interesse nazionalistico. E Modi persegue una politica identitaria immaginando l’India come potenza regionale. Tutti progetti politici che pescano nel mito del passato, non nel futuro.

Che si tratti di scelte commerciali, politiche ambientali, migrazioni o conflitti armati, la retorica è sempre la stessa: noi contro loro. L’America di Trump contro la Cina, la Russia contro l’Occidente, la Cina contro il “contenimento” statunitense. Non c’è più spazio per la costruzione di beni comuni globali. La politica mondiale è oggi caratterizzata da una potente vena nostalgica. Non ci sono idee nuove, solo varianti dello stesso tema: recuperare, restaurare, ripristinare. Non c’è una visione di come potrebbe essere il mondo domani, solo il desiderio di ritornare a quello di ieri. Le grandi trasformazioni tecnologiche, i cambiamenti climatici, la mutazione delle forme di lavoro e di vita sembrano sfuggire all’agenda dei governi. È come se questi leader – e le élite che li sostengono – non riuscissero a immaginare un mondo che non sia già esistito.

Colpisce altresì, come a questi protagonisti del nostro tempo sfugga la consapevolezza della fine. Essere nell’ultima parte della loro vita non li spinge a moderare la volontà di potenza. A usare la saggezza accumulata nel corso di una vita intera. Al contrario, per non lasciare spazio a ciò che verrà dopo di loro, essi trascinano interi popoli – e generazioni più giovani – nel vortice dell’odio e della guerra. Il loro sguardo fisso al passato alimenta conflitti che nessuno vorrebbe più combattere: guerre territoriali nell’era della crisi climatica, muri nell’epoca della mobilità, armi nucleari nell’era delle emergenze sanitarie globali.

Il problema, allora, non è anagrafico. È generazionale. Fatica a realizzarsi quel ricambio che è necessario per aprire pagine nuove della storia. Invece di accogliere l’idea che ogni generazione ha diritto di reinventare il mondo a modo suo, i leader attuali vogliono imporre la loro idea di mondo fino all’ultimo respiro. Di conseguenza, il cambiamento è lento e doloroso. Con un conflitto intergenerazionale che cova sotto la cenere: molti giovani vedono il loro futuro sequestrato da chi guarda solo indietro.
Non basta la tecnologia a rendere il mondo moderno, se la politica resta prigioniera del passato. Servono idee nuove, all’altezza delle sfide del tempo. Che possono venire solo da chi non è cresciuto dentro le paure della Guerra Fredda o il sogno infranto della globalizzazione.

La retrotopia è una trappola che rischia di costare carissima. Perché la nostalgia è comprensibile, ma non è in grado di disegnare un programma politico in positivo. Per uscire dalle spire di un potere che non sa morire e permettere finalmente alla svolta generazionale di fare il suo corso, occorre prestare ascolto e dare spazio alle sensibilità che affiorano, al di là delle tante contraddizioni, nelle teste e nei cuori delle nuove generazioni. Come avverrà tra qualche giorno a Roma, col Giubileo dei giovani. Non per rottamare, ma per rigenerare. Non per dimenticare il passato, ma per dare vita a una nuova stagione di creatività. Di fronte alla complessità del mondo che abbiamo costruito, non serve camminare con la testa rivolta al passato. Serve camminare in avanti con gli occhi fissi verso l’orizzonte e i piedi ben piantati sulla terra.

giovedì 21 maggio 2015

Bauman, le paure dei giovani e l'identità biodegradabile



Zygmunt Bauman
I giovani “liquidi” Una, nessuna centomila identità
Perché i ragazzi dell’era social ribaltano le paure dei padri
Per chi appartiene alle nuove generazioni ogni scelta è una rinuncia alle scelte future 
la Repubblica, 21 maggio 2015


TRA i buoni motivi per interpretare l’avvento dell’era moderna come una trasformazione promossa soprattutto dagli interessi della classe media (o per riprendere la terminologia di Marx, come una “rivoluzione borghese” vittoriosa) appaiono preponderanti il timore ossessivo, tipico del ceto medio, della fragilità dello status sociale, e gli sforzi tesi a difenderlo e a stabilizzarlo. Nel delineare il profilo di una società esente da infelicità, i progetti utopistici che abbondavano all’inizio dell’era moderna riflettevano soprattutto i sogni e i desideri della classe media; ritraevano una società purificata dalle incertezze, e soprattutto dalle ambiguità e dalle insicurezze legate alla posizione sociale, nonché dai diritti e dai doveri che quella posizione portava con sé.

Per quanto quei progetti potessero essere diversi l’uno dall’altro, erano concordi all’unanimità nello scegliere la durata, la solidità, l’assenza di cambiamento come premesse essenziali di una società “buona” e della felicità umana. I progetti utopistici immaginavano soprattutto la fine dell’incertezza e dell’insicurezza: in altre parole promettevano un assetto sociale assolutamente prevedibile. La società “buona” e persino la società “perfettamente buona” delle utopie era una società che aveva risolto una volta per sempre tutte le paure più tipiche del ceto medio. Si potrebbe dire che i ceti medi erano l’avanguardia che, prima del resto della società, esplorava e faceva esperienza delle principali contraddizioni dell’esistenza destinate, ce lo si volesse o no, a diventare caratteristiche universali della vita moderna: la tensione perenne fra due valori, la sicurezza e la libertà, valori ugualmente desiderati e indispensabili per una vita appagante, ma difficili da conciliare, da possedere e godere simultaneamente.
I più giovani fra noi sono entrati in una società in cui la grande maggioranza delle persone si trova a vivere nella condizione riservata un tempo alle sole “classi medie”: a differenza delle classi alte (che oggi si chiamano “élite globali”) e di quelle basse (ora definibili “meno abbienti”), si trovano a dover scegliere non fra un’insufficiente varietà bensì fra una sovrabbondanza di modelli. Con il terribile rischio di sempre: scegliere un modello e dover rinunciare a molti altri altrettanto interessanti. È il rischio di inciampare, scivolare, cadere. Oggi l’ansia, e di conseguenza l’impazienza e la fretta dei giovani, derivano da un lato dall’apparente abbondanza di scelte possibili, dall’altro dal timore di fare una cattiva scelta, o di “non fare la scelta migliore possibile”. In altre parole sono figlie del terrore che una splendida opportunità sfugga quando c’è ancora tempo (fuggente) per coglierla. A differenza di ciò che accadeva ai loro genitori e ai loro nonni, educati durante la fase “solida” della modernità, oggi non ci sono codici di comportamento durevoli o autorevoli abbinabili alle scelte raccomandate, e tali da guidare il giovane lungo un percorso sicuro dopo che ha fatto la sua scelta (o accettato con obbedienza la scelta consigliata da altri). Il pensiero che un passo intrapreso possa (solo possa) essere stato uno sbaglio, e possa (solo possa) essere troppo tardi per contenere le perdite che ha causato, e soprattutto troppo tardi per tornare indietro da quella scelta infelice, continuerà a tormentarli per sempre: da qui dunque quel loro risentimento per tutto ciò che è “a lungo termine”, che sia il progetto della propria vita, o l’impegno nei confronti di altri esseri umani.

Ciò che conta di più per i giovani, quindi, non è “definire un’identità”, ma mantenere la propria capacità di ridefinirla quando è (o si pensa che sia arrivato) il momento di darle una nuova definizione. Se i nostri antenati si preoccupavano della loro identificazione, oggi prevale l’ansia di reidentificazione. L’identità deve essere a perdere perché un’identità che non piace, non piace abbastanza, o semplicemente rivela la sua età rispetto a identità “nuove e migliori” disponibili sul mercato, deve essere facile da abbandonare. Forse la qualità ideale dell’identità più desiderata sarebbe la biodegradabilità.
Poiché le opzioni disponibili non sono fondate su valori durevoli, incontestati e riconosciuti autorevolmente, la valutazione delle scelte non può che seguire le regole dei beni di consumo: l’identità scelta deve essere “messa sul mercato” per “trovare il suo valore”. L’identità progettata ed esibita che non trova e non crea una sua clientela è punita con l’esclusione (il voto contrario, il pregiudizio, la persona è ignorata, snobbata...), che è l’equivalente sociale del bidone dei rifiuti. I più “talentuosi” sono quelli con più contatti, sia sui social network, nonché sui loro blog personali che sono già più di settanta milioni e diventano sempre più numerosi).
Laurie Ouellette, docente di scienza delle comunicazioni e dei reality tv all’università del Minnesota, afferma che «molti adolescenti sentono la forte esigenza di crearsi un’identità allargata come le celebrities che vedono rappresentate nei media nazionali », riconfermando un’opinione ampiamente condivisa dagli esperti e dall’opinione pubblica in generale. “Identità allargata” significa soprattutto una più ampia esposizione: più gente da guardare e da cui essere guardati (utenti di internet/banda larga), un maggior numero di appassionati di internet stimolati/eccitati/ divertiti da ciò che vedono, e sollecitati al punto da voler condividere l’evento con i loro contatti. Tutti sanno bene che la probabilità di diventare famosi attraverso un blog personale è di poco superiore alla probabilità che una palla di neve resista al caldo dell’inferno, ma tutti sanno anche che la probabilità di vincere alla lotteria senza comperare un biglietto è zero.
Possiamo forse criticare i giovani perché vivono di corsa, inseguendo un’illusione? Non credo. Sono, proprio come noi, degli esseri razionali e così, non diversamente dai loro predecessori fanno del proprio meglio per reagire alle sfide sociali nel modo più ragionevole, efficace e responsabile, e per trarre una strategia di vita ragionevole dalla cornice sociale in cui vivono. Non hanno scelto loro (e tanto meno creato) questa “modernità liquida” in cui nessuna rappresentazione di se stessi, anche se di successo nell’immediato, è garantita a lungo termine; in cui ciò che oggi è irrinunciabile, è destinato già domani o dopodomani ad essere logoro. In altre parole, una condizione in cui mantenere aggiornata l’immagine di se stessi è un compito da ventiquattr’ore al giorno per sette giorni alla settimana. 


Questo testo è un estratto della lectio che Zygmunt Bauman (foto) terrà domani alle 18 al Festival èStoria di Gorizia, in corso da oggi a domenica



 

mercoledì 22 ottobre 2014

Sartre, il rifiuto del Nobel

 
 
Marco Albeltaro
Sartre, il Nobel non è cosa da intellettuali
Il 22 ottobre di 50 anni fa lo scandaloso gesto del filosofo francese engagé che rifiutava il premio più ambito: voleva mantenersi libero da qualsiasi legame con il potere

La Stampa, 22 ottobre 2014

Il Premio Nobel per la letteratura è il sogno di ogni scrittore. Rappresenta la certezza di passare alla storia, il lasciapassare per l’Olimpo delle lettere. Eppure c’è chi l’ha rifiutato, il 22 ottobre 1964. Si tratta di Jean-Paul Sartre.
Lo scrittore e filosofo francese padre dell’esistenzialismo nel ‘64 è all’apice della notorietà. Ha pubblicato alcuni dei suoi libri più importanti - La nausea, Il muro, L’età della ragione - ma soprattutto ha assunto un ruolo di primo piano nel dibattito pubblico: ha sostenuto la rivoluzione cubana (romperà poi con Castro nel 1971), ha simpatizzato per Mao, ha dato il suo appoggio al Partito comunista francese (da cui si distaccherà nel drammatico ’56), ha criticato il colonialismo in Algeria, insomma è un intellettuale che si butta nella mischia, che affonda le mani nel conflitto, che non teme di farsi dei nemici e che gode del dissenso. Sartre è l’intellettuale cosmopolita per eccellenza: viaggia moltissimo, sposa cause apparentemente lontane e diventa l’emblema di quella tipologia tipicamente francese che è l’intellettuale engagé.
Sartre dice no all’Accademia di Svezia che lo vuole premiare, rifiuta l’onorificenza e la consistente somma di denaro, così come aveva rifiutato, anni prima, la Legione d’Onore, l’Académie e il Collège de France. Non si tratta però soltanto del rifiuto di un premio. Sartre non vuole essere «istituzionalizzato», non vuole subire, lui intellettuale critico verso il potere, una sorta di «normalizzazione». Per Sartre lo scrittore deve essere libero da qualsiasi legame con un potere che fagocita. È per questo che, nella lettera con cui motiva il suo gesto, afferma che «lo scrittore deve rifiutare di lasciarsi trasformare in istituzione, anche se questo avviene nelle forme più onorevoli».
Non si tratta soltanto di un gesto coerente, del resto Sartre aveva già chiesto, alcune settimane prima, all’Accademia svedese di non essere inserito nella lista dei candidati al Nobel. Il rifiuto del premio non è un gesto per chiamarsi fuori, per rinunciare alla dimensione pubblica dello scrittore ma, al contrario, è proprio la rivendicazione di un ruolo pubblico altro, che nulla ha a che fare con una cultura istituzionalizzata e che, proprio per questo, rivendica un’autonomia. Sartre - come ha scritto Bernard-Henri Lévy, un intellettuale che ha un po’ scimmiottato il suo «stile» schierandosi però a favore di battaglie che avrebbero fatto inorridire il filosofo esistenzialista - voleva «far saltare in aria la società», un’espressione efficace per rappresentare la radicalità di un approccio politico che è, prima di tutto, una posizione culturale. L’intransigenza, che Gobetti aveva indicato come elemento fondativo della condizione di intellettuale, viene richiamata infatti in uno degli articoli scritti in morte di Sartre e che lo paragona, proprio per questo atteggiamento, a Rousseau: «un’intransigenza innata» che non gli ha mai permesso di accettare il minimo «compromesso con il potere stabilito».
Zygmunt Bauman ha parlato della «decadenza» della figura dell’intellettuale. E ne ha descritto il passaggio «da legislatore a interprete», ossia, si potrebbe dire, da costruttore di idee (e di modi di pensare) a funzionario che traduce concetti vecchi in linguaggi nuovi*. Ecco, Sartre è stato uno degli ultimi intellettuali «legislatori», e lo è potuto essere proprio perché ha rifiutato le coordinate culturali, politiche e linguistiche imposte dalle istituzioni.
Questo discorso non può non portare alla mente un altro intellettuale «legislatore» che, in una condizione di solitudine, di «esilio» perenne, nell’ultimo quarto del Novecento ha avuto un’influenza paragonabile a quella di Sartre. Si tratta di Edward Said, il grande studioso di letteratura comparata che ha messo la propria voce al servizio di numerose cause. Sempre nel posto sbagliato è il titolo della sua autobiografia ma, come ha scritto Tony Judt, non era Said a sentirsi in imbarazzo per questa sua condizione di «senza patria». Erano piuttosto gli altri, i suoi interlocutori ma soprattutto i bersagli della sue polemiche, a doversi sentire a disagio davanti alla sua continua ricerca della verità. Scomodo per gli avversari ma ancor più scomodo per i compagni di battaglie - si pensi alle dure critiche mosse alle politiche di Israele ma allo stesso tempo alle sue aspre prese di posizione nei confronti dei dirigenti palestinesi - Said ha recuperato il meglio della tradizione dell’intellettuale engagé «alla Sartre».
Il rigore, innanzitutto, la ricerca del vero, la battaglia contro la menzogna sono soltanto tre dei valori che accomunano Sartre a Said. E che danno un senso, dopo cinquant’anni, al ricordo dello scandaloso gesto di uno scrittore che disse no al premio dei premi.


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(*) Detto così, l'interprete è un ripetitore rispetto al legislatore che è un innovatore. Nella visione di Bauman, bisogna dire, il passaggio dall'uno all'altro tipo di intellettuale implica  un mutamento di epoca. Si passa dalla modernità al postmoderno. L'interprete di fatto si muove in un tempo nel quale non c'è più posto per il legislatore. La Verità ha lasciato il posto a verità plurime in competizione tra loro. "La postmodernità, un tempo di incertezze, ... si caratterizza per la percezione del fallimento delle promesse di ragione e scienza e per una sempre maggiore autosufficienza del potere politico. La prospettiva ottimistica e universalistica propria della modernità viene ... abbandonata, e gli intellettuali sono gradualmente espropriati della loro “funzione collettiva di generare e promuovere i valori destinati a essere imposti e osservati dallo Stato ai suoi sudditi” (p. 145), perdendo la loro funzione legislatrice e trovandosi declassati al ruolo secondario di ‘interpreti’. Il passaggio dalla modernità alla postmodernità, dall’età delle certezze a quella delle incertezze e della provvisorietà, è significativamente descritto nelle opere più recenti di Bauman come passaggio dallo ‘stato solido’ allo ‘stato liquido’ della società. Se infatti la modernità aspira all’universalità e all’irrefutabilità dei valori e delle conoscenze scientifiche, la postmodernità segna il tramonto di simili pretese, mostrando come non si possa pervenire ad alcunché di definitivo e stabile. In luogo dell’unica Verità perseguita dall’uomo moderno, l’uomo postmoderno si trova di fronte a “versioni pluralistiche della verità”, ciascuna della quali ha una propria ragione e un proprio diritto a essere" (Lisa Vagnozzi, su Bauman, La decadenza degli intellettuali, Bollati Boringhieri, Torino 2007   http://www.treccani.it/scuola/itinerari/un_libro/rec_233.html). Così sono andate le cose e non è pensabile che un Sartre redivivo riuscirebbe di colpo a mutare il quadro. Nella competizione tra gli interpreti, c'è uno spazio per idee di cambiamento e di riforma, lo stesso Bauman in definitiva è un interprete più che un legislatore.  

sabato 20 settembre 2014

Bauman e Recalcati, o dell'ubiquità

Guido Vitiello
Oscuro come il cuore
Il Foglio, 20 settembre 2014




      Edmondo Berselli si divertiva a immaginare che nelle riunioni a via Solferino, quando i casi del giorno richiedevano un commento dotto e pensoso, la redazione del Corriere brancolasse nel buio finché una vocina esitante non tirava fuori, per il sollievo generale, il nome decisivo: “Magris?”. A Repubblica non hanno più in panchina l’asso absburgico, ma chissà che anche lì non si svolgano di quei conclavi. C’è un affare tenebroso, una madre infanticida, uno zio cannibale, una suocera licantropa, qualcosa insomma che imponga di scandagliare l’animo umano a profondità dostoevskiane inaccessibili a Michela Marzano. Si discute, ci si arrovella, si pondera, ci si dispera. Poi, tana libera tutti: “Recalcati?”. Ma non è necessario che le cronache offrano crudeltà favolistiche. Può accadere per esempio che un venerato maestro di Repubblica scriva un romanzo a base di isteriche viennesi, e che questo sia accolto nella (fu) nobile collana dei Supercoralli Einaudi. Da Largo Fochetti, dopo la fumata bianca, parte una telefonata: “Professore, ci psicoanalizzi Augias”.
      A egregie cose il forte animo accendono le collane de’ forti, e così la psicostar lacaniano-foscoliana s’inventa un incipit grandioso: “Quid est veritas? È la domanda che Pilato rivolse a Gesù e che risuona sulle labbra di un personaggio di Il lato oscuro del cuore, prima prova di letteratura ‘alta’ di Corrado Augias che Einaudi ha deciso di ospitare nella sua collana più prestigiosa, dove appaiono i nomi dei grandi: Rigoni Stern, Roth, Auster, McCarthy, Calvino, DeLillo”. Ma scartiamo subito la chiave del ridicolo. Il ridicolo è alle spalle, lo vediamo dal lunotto posteriore mentre sventola il fazzoletto di lontano: siamo entrati in un territorio nuovo, lampantemente parodistico, che richiede congetture più sottili. La prima è una mia personale teoria cospiratoria intorno alla quale sto raccogliendo un piccolo dossier: in breve – tenetevi forte – Repubblica non esiste più, a Largo Fochetti c’è ormai un centro polisportivo o una sala bingo, e gli articoli delle grandi firme, Recalcati Spinelli Cordero Saviano Merlo, li scrive tutti Michele Serra nello stile delle parodie di Cuore (ho capito che era qualcosa più di una teoria dopo i reportage brasiliani di Concita De Gregorio).
      Io so, ma non ho le prove. Ho invece qualche indizio in più per una seconda congettura: Massimo Recalcati è un agente segreto, un infiltrato, la cui missione è far saltare in aria le roccaforti del potere culturale italiano, che vivono di adulazione e d’incesto, portando quella stessa adulazione a un grado eroico, parossistico, iperrealistico, infine pantoclastico. A dire il vero, da buon paranoico ho sempre sospettato qualcosa di simile anche del suo maestro Lacan: credo cioè che parlasse a vanvera in piena consapevolezza, per svelare il ridicolo della società intellettuale parigina che si affannava a decifrarlo, salvo ogni sera tapparsi in casa, guardarsi allo specchio e scoppiare a ridere come un pazzo. Così forse se la ride Recalcati mentre recensisce una dopo l'altra tutte le firme di Rep. Loda "il nuovo, imperdibile libro di Michele Serra con una raffica di superlativi tale da farlo sobbalzare sull'amaca. Innalza un monumento perenne più del bronzo alla già bronzea autobiografia del Fondatore. Scrive del nuovo libro del filosofo Esposito come altri scriverebbero del "Discorso sul metodo". Vede Augias in cielo che conversa con Mosè ed Elia dopo la trasfigurazione supercorallina.

      Non c'è dubbio, Recalcati ha una missione segreta. Non so spiegarmi altrimenti la sua agenda diplomatica, più fitta di quella di Talleyrand: solo nelle ultime settimane era al festival della mente, al festival della comunicazione, a un paio di festival della letteratura, un ritmo che neppure Bauman riuscirebbe a tenere senza doping. E anzi, ultima paranoia, mi piace immaginare che i due, l'uomo dell'amore liquefatto e l'uomo del padre evaporato - il Dottor Liquido e il Dottor Gassoso - ridano sotto i baffi ("Anche lei qui?") incrociandosi davanti ai solidissimi buffet di tutti i festival del Regno.