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venerdì 28 agosto 2026

I due Mozart

Alessandro Zaccuri
Schmitt e il figlio che volle essere Mozart. E sfidò suo padre

Avvenire, 28 agosto 2026

Tra il 1984 e il 1985 uscirono in Italia due film sulla vita di Wolfgang Amadeus Mozart. Attorno alla morte del grande compositore ruotava Amadeus, che il regista Miloš Forman aveva tratto dall’omonimo dramma di Peter Shaffer: un successo internazionale premiato da una pioggia di Oscar, compreso quello a F. Murray Abraham per l’interpretazione di un machiavellico e risentito Salieri. Più limitata era stata la circolazione di Noi tre di Pupi Avati, incentrato su un episodio niente affatto marginale della giovinezza del musicista che, per l’occasione, veniva finalmente chiamato “Amadè” come in effetti accadeva nella realtà. In Amadeus, com’è noto la rivalità tra Mozart e Salieri è amplificata oltre misura, così da elevare l’artista veronese a emblema di una mediocrità meschina e vendicativa (per ristabilire la realtà dei fatti, e per restituire ad Antonio Salieri i suoi meriti, si può recuperare la bella biografia firmata da Ernesto Monsalve per Ares e significativamente sottotitolata L’uomo che non uccise Mozart). Da parte sua, Avati traeva spunto da una vicenda ben documentata, arricchendola di elementi tipici della sua poetica. Nel 1770 il giovanissimo Amadeus, ospite del conte Pallavicini a Bologna, si presenta all’esame di ammissione nella locale Accademia Filarmonica, una delle istituzioni più prestigiose nell’Europa del tempo. Il compito svolto per l’occasione non è un granché, tant’è vero che padre Giovanni Battista Martini, luminare del contrappunto barocco, interviene di suo pugno per sistemare la partitura da sottoporre al giudizio. Nell’invenzione di Noi tre, Amadè sbaglia intenzionalmente, perché non vuole lasciare la città nella quale per la prima volta ha conosciuto l’amore e l’amicizia. Correggendo gli svarioni dello spartito, padre Martini non viene incontro ai desideri dell’irrequieto adolescente, ma a quelli del padre, l’ambizioso eppure affettuoso Leopold Mozart, vicemaestro di cappella presso il principe-arcivescovo di Salisburgo.
I due Mozart, come vengono definiti nell’edizione italiana del nuovo romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt (e/o, traduzione di Alberto Bracci Testasecca, pagine 160, euro 18, in libreria da oggi), sono un esempio di scuola nell’intricata casistica delle famiglie d’arte. Ci sono figli che restano prigionieri di un’emulazione impossibile e altri che surclassano i genitori, fino a offuscarne la memoria. Quest’ultima eventualità è molto più diffusa di quanto si possa immaginare. Per restare nel nostro Paese, Giovanni Santi era un ottimo pittore, ma non all’altezza del figlio Raffaello; Bernardo Tasso era un letterato che sapeva il fatto suo, ma il poeta di casa era Torquato, l’autore della Gerusalemme Liberata; la biblioteca dei Leopardi a Recanati fu allestita dall’erudito Monaldo, ma è famosa perché tra quegli scaffali si formò il primogenito Giacomo. Non succede solo in Italia: i libri di Rudyard Kipling furono illustrati dal padre John, che era anche scrittore; più di recente, in Il mio orecchio sul suo cuore Hanif Kureishi ha dato conto delle velleità letterarie del padre. L’elenco sarebbe molto più lungo, ciascuno lo può integrare come ritiene opportuno.
Narratore tanto prolifico quanto amato dal pubblico (basti ricordare la popolarità di libri Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, Odette Toulemonde, Il Vangelo secondo Pilato, e altri ancora, tutti in catalogo da e/o), già nel 2005 Schmitt aveva fatto ricorso alla musica del sommo salisburghese per un singolare romanzo di formazione, La mia storia con Mozart, nel quale opere, sonate e sinfonie sono evocate in un contesto contemporaneo, come risposte neppure troppo in codice alle domande fondamentali di un ragazzo che si prepara a entrare nel mondo degli adulti. Questa volta, con I due Mozart, ci si sposta nel territorio del romanzo storico, ma del romanzo storico à la Schmitt: stilizzato, stringato, drammaturgicamente orchestrato.

Il racconto si sviluppa su piani temporali paralleli. Da una parte c’è l’anziano e impoverito Leopold, che a Salisburgo attende invano una lettera del figlio e intanto si consola ripercorrendo la corrispondenza del passato. Una frase lo ossessiona più di ogni altra, quel «subito dopo Dio c’è papà» con cui il piccolo Amadeus proclamava un’ammirazione ingenua e assoluta. L’altra dimensione narrativa riguarda la biografia del figlio, spiata quasi in tralice nella prospettiva del padre. Leopold intuisce subito lo straordinario talento del bambino che, fin da neonato, adegua il proprio pianto all’ultima nota risuonata nell’appartamento dei Mozart. Per garantire ad Amadeus la formazione e la fama che gli spettano, Leopold impegna la famiglia in un faticoso viaggio attraverso l’Europa. A conti fatti, i Mozart sono in effetti quattro. A fianco di Leopold c’è la moglie Anna Maria, insieme con Amadeus si esibisce al clavicembalo la sorella Nannerl, di cinque anni maggiore. In definitiva, però, il trionfo va tutto all’enfant prodige, che da lì a qualche anno il padre decide di scortare in Italia per dargli modo di perfezionarsi ulteriormente.
Pur conoscendo le qualità del figlio, Leopold vorrebbe per lui una sistemazione stabile, magari proprio a Salisburgo. Amadeus, invece, è insofferente delle gerarchie, scalpita, smania per sperimentare nuove soluzioni. In gioco, oltre al prevedibile conflitto generazionale, c’è un diverso modo di concepire il ruolo dell’artista: non più cortigiano, o comunque sorretto da una rendita, ma figura indipendente, capace di misurarsi con le regole del mercato. Qualcosa di analogo, del resto, accade anche tra Monaldo e Giacomo Leopardi, quando quest’ultimo si intestardisce a vivere del proprio lavoro intellettuale, passando da un progetto fallimentare all’altro. Amadeus lascia Salisburgo per Vienna, dunque. Ora che ha perso l’aura del genio precoce, è uno dei tanti compositori promettenti che si aggirano tra la corte imperiale e i teatri della città. Si sposa senza neanche informare il padre, che non smetterà mai di guardare con sospetto alla nuora Constanze e, più ancora, all’ingombrante consuocera (secondo Schmitt, i tic verbali della signora Weber sarebbero all’origine della celebre aria della Regina della Notte nel Flauto Magico). La morte di Leopold avviene senza che ci sia stata riconciliazione, a meno che la morte di Amadeus – della quale la composizione del Requiem parrebbe costituire un presagio – non sancisca un perdono a lungo rimandato. Ma qui la ricostruzione storica si ferma e il romanzo si impadronisce della scena. «Ho fatto un sogno – rivelava in Noi tre il misterioso pretino che attendeva i due Mozart davanti all’Accademia Filarmonica –. Io ho visto un padre e un figlio che camminavano dentro un bosco e mi sembravano entrambi lieti. Poi all’improvviso ho sognato delle aquile». La trama è sempre la stessa. Cambia solo il modo di raccontarla.

sabato 7 febbraio 2026

Tocca a te

Tocca a te raccoglie la corrispondenza fra John Berger e suo figlio Yves tra il 2015 e il 2016, negli ultimi due anni di vita dello scrittore: il dialogo affettuoso tra un padre e un figlio che è anche un confronto onesto tra due intellettuali sui temi dell’arte, della memoria e della morte. 

Il carteggio inizia quando, dalla sua casa di Parigi, l’ottantanovenne John invia al trentanovenne Yves, in Alta Savoia, le foto di alcuni quadri che lo hanno colpito come un invito aperto. Quella lettera è l’occasione per iniziare uno scambio serrato simile alle tante partite di ping-pong che i due hanno giocato nel fienile della loro casa: alternando fotografie e acquerelli, scarabocchi e osservazioni sulla pittura, e puntellando le loro riflessioni con le riproduzioni dei quadri di van der Weyden, Goya, van Gogh, Caravaggio, Poussin, Twombly provenienti dai loro archivi, John e Yves si confessano l’uno con l’altro e mettono a confronto in modo diretto e sincero le loro idee e le loro visioni del mondo, le loro paure e le loro esperienze; i loro ricordi e le loro emozioni. Un testo intimo e potente, che ci racconta dell’importanza di trovare uno spazio per incontrarsi, ancora una volta, prima di dirsi addio. (presentazione editoriale)

Serenella Iovino
Libri da leggere, John Berger e la tenerezza di un padre

la Repubblica Robinson, 28 gennaio 2026

«Sai qual è la cosa che, invecchiando, è cresciuta di più in lui?». No, quale? «La tenerezza». Chi ci parla è Maria Nadotti, e il soggetto lo conosce bene. Non solo perché da tre decenni gli presta la sua voce nella nostra lingua, ma perché con lui ha lavorato, viaggiato, pensato. La loro era un’amicizia e un’alleanza. «Cospiravamo», dice. È un verbo perfetto per John Berger, tessitore di alleanze e resistenze, il cui talento più grande è stato quello di raccontare immagini assecondandone il respiro. Cospirare, in fondo, è questo: respirare insieme, mettere l’anima in comune. È così che s’impara a percepire i legami. E lui respirava, cospirava, con tutto. Se lo leggi lo sai; un paesaggio, un ritratto, una fotografia, un fiore, un oggetto qualunque: si allargano nelle sue mani in una serie imprevedibile di connessioni, come se venissero fuori da un terreno di corpi e di storie e si portassero dietro le radici. JB, che le conosce o le intuisce, te le mostra perché si innestino nella tua immaginazione, entrando nel tuo respiro e continuando a vivere con te. È uno dei pochi modi che abbiamo, credeva, per boicottare il tempo.

Con lui abbiamo visto cose memorabili. Un volto che sbuca da un dipinto e ti parla dei mattini freddi di Delft e delle speranze dei poveri. Un gruppo di operai turchi fotografati all’alba di un colpo di Stato, nei cui visi proletari s’intravede il giorno in cui cammineranno liberi per le strade del loro villaggio. O certi quadri fiamminghi. Donne amate e amanti, osservate dai pittori mentre li osservano. Desiderio e memoria di quel desiderio insieme su una tela. Commenta JB: «Tali immagini non si danno solo nell’arte. Possono darsi nell’anima di chiunque. La parola anima è tabù. Ma è l’anima che squarcia il tempo. E noi continuiamo ad amare, sfidando la mortalità».

Tenerezza, dice Nadotti. E c’era da aspettarselo; è una parola-chiave per JB. Anche negli appunti presi per questo articolo ricorre spesso. Insieme a una sensazione di fondo: recensire un libro di JB non è facile, perché inevitabilmente si finisce col parlare degli altri suoi libri (tanti); di chi era, di come pensava; dei maestri e dei compagni, vivi e morti, con cui cospirava. Per molti è un’icona lui stesso. C’è chi lo apre come un oracolo, una specie di I-Ching. Arte rupestre? Ritratti del Fayyum? Animali nelle gabbie del capitalismo? Visioni di case che crollano? Sentiamo che cosa ne dice JB. Che puntualmente ne parla, illuminandoci. Ne parla, non come farebbe un dotto, ma con quell’inconfondibile (eccola) tenerezza che è il contrario dell’erudizione enciclopedica, della critica e dell’esegesi. Lui, semplicemente, si mette di fianco alle cose e le ascolta. Poi risponde e, raccontando, passa la parola ad altri. Come se dicesse ogni volta a chi legge o scrive con lui: ora tocca a te, over to you.

E Tocca a te è proprio il titolo dell’ultimo suo libro proposto in Italia dal Saggiatore. Un libro probabilmente involontario, che raccoglie le e-mail — con immagini e disegni — che lui e suo figlio Yves, artista e scrittore, si scambiano poco prima della sua scomparsa, nel 2017. Non inganni il titolo: non ci sono testimoni generazionali da passare. 

venerdì 14 giugno 2013

Massimo Recalcati, Telemaco

Odissea, libro II
il discorso di Telemaco agli itacesi

 ansioso di dire
 si fece nel mezzo. L’araldo Pisenore, uomo
di saggi consigli, in mano gli porse lo scettro,
E prima, al vecchio rivolto, Telemaco disse:
“O vecchio, non lungi è quell’uomo: son io,
radunato ho il popolo io, colpito da grande dolore.*
Non di gente, che a noi s’appressi armata,
Nè d’altro, da cui penda il ben comune,
Io vegno a favellarvi. A far parole
Vegno di me, d’un male, anzi di duo,
Che aspramente m’investono ad un’ora.
Il mio padre io perdei? Che dico il mio?
Popol d’Itaca, il nostro: a tutti padre
Più assai, che Re, si dimostrava Ulisse.**
L’altro è peggiore, che presto tutta la casa
mia scuoterà, distruggendo tutti i miei beni.
Si affollano i Proci intorno a mia madre
ritrosa, e son figli di nobili;  ma entrare
non osano in casa d’Icario suo padre,
che dovrebbe la figlia cedere in moglie
a quello che gli riesca più gradito;*
l’intero dì nel mio palagio in vece
banchettan lautamente, e il fior del gregge
struggendo, e dell’armento, e le ricolme
della miglior vendemmia urne vôtando,
vivon di me: nè v’ha un secondo Ulisse,
Che sgombrar d’infra noi vaglia tal peste.
Io da tanto non son, nè uguale all’opra
in me si trova esperïenza, e forza.
Oh così le avess’io, com’io le bramo!**
ma più non sopporto
che la mia casa continui a perire.
Dovreste voi stessi indignarvi e temere
di perder la stima degli altri vicini
e guardarvi dall’ira dei numi, che i vostri
giorni non mutino in tristi. Io vi supplico
per Zeus Olimpio e per Temi, che scioglie
e raduna gli uomini insieme: frenate
dei Proci l’impeto folle, o amici;
non lasciatemi solo a struggermi in pianto,
se pure mio padre, il nobile Ulisse
non mai recò danno agli Achivi
tanto che abbiate di lui a lamentarvi e vogliate
incitare costoro al mio danno. Assai meglio
sarebbe per me se voi stessi i miei beni
divoraste: ne avrei forse un giorno il compenso;
verrei ad uno tutti a pregarvi fintanto
che le sostanze mie non tornassero.
Ora d’affanno insanabile colmate il mio cuore.”*
Detto così, gittò lo scettro a terra,
ruppe in lagrime d’ira, e viva corse
105
di core in cor nel popolo pietade.
     Ma taciturni, immoti, e non osando
Telemaco ferir d’una risposta,
tutti stavano i Proci.**
... 
* Enzio Cetrangolo
** Ippolito Pindemonte

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I complessi di Edipo e di Narciso hanno costituito chiavi di lettura decisive per comprendere il disagio della Civiltà e sono largamente entrati nella cultura comune. Ma oggi non bastano più per interpretare la sofferenza dei giovani. Se la figura di Edipo ha messo in luce il conflitto tra le generazioni e l'impatto beneficamente traumatico della Legge sulla vita umana, quella di Narciso ha mostrato come il nostro tempo sia dominato dall'homo felix, dedicato al culto frivolo ma anche mortifero di se stesso. Di questa egemonia di Narciso raccogliamo oggi una eredità catastrofica: il mito della crescita e dell'espansione fine a se stessa ha mostrato la corda, lo spettacolo iperedonista si è rivelato un circo vuoto e melanconico.
In questo contesto, una nuova figura sembra rappresentare il disagio. È quella di Telemaco. Massimo Recalcati lavora da diversi anni sul tema del padre e della sua assenza. Nella visione di Recalcati in primo piano non c'è più il conflitto a morte tra le generazioni, né l'edonista e sterile affermazione di sé, ma una domanda inedita di padre, di adulti in grado di offrire una testimonianza credibile di come si possa vivere con slancio e vitalità su questa Terra.

Massimo Recalcati, Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Feltrinelli, Milano 2013