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martedì 29 settembre 2026

Dylan Dog

Damiano D'Agostino
Dylan Dog compie quarant'anni e ci aiuta ad affrontare le nostre paure

Domani, 28 settembre 2026

La scintilla fu Dellamorte Dellamore. È un romanzo scritto da Tiziano Sclavi a inizio anni Settanta ma arrivato nelle librerie con Camunia a inizio Novanta. È la storia di un becchino che sarà poi interpretato in un film da Rupert Everett per la regia di Michele Soavi, nel 1994; mentre la femme fatale, una vedova di cui Francesco Dellamorte (il protagonista) si innamora, è interpretata da una Anna Falchi agli inizi della sua carriera cinematografica.

La loro è una storia romantica decisamente surreale, dove l’horror si mescola all’humor e dove neppure la morte riesce a separare gli innamorati. Poiché una volta defunti, questi tornano sempre in vita sotto forma di zombi. Al cimitero di Buffalora, comune italiano sperduto e inventato per l’occasione, funziona così. E lo scavafosse locale insieme al suo assistente Gnaghi (che parla solo per «Gna») sono così trascinati in un susseguirsi di tragici eventi, comicità dark e passione: una pellicola diventata cult, soprattutto tra gli appassionati di Dylan Dog, che la inquadrano come il primo (e unico) adattamento live-action dell’indagatore dell’incubo, scartando volontariamente quello del 2010 diretto da Kevin Munroe con protagonista Brandon Routh.

Ma perché? D’altronde, Francesco è un becchino, Dylan è un investigatore; uno vive in un paese dell’Oltrepò Pavese e l’altro a Londra. Unico comune denominatore è Sclavi. In realtà ha tutto senso. Dellamorte Dellamore doveva diventare un fumetto nei primi anni Ottanta, ma il suo momento non arrivò mai. Così le atmosfere e il personaggio, tratteggiato dal disegnatore bonelliano Claudio Villa, sono stati riciclati per un nuovo personaggio chiamato Dylan Dog. Il nome, aveva spiegato l’autore, era quello che metteva sempre a tutte le sue creature in cerca di un altro vero nome, quello definitivo. Una sorta di John Doe all’italiana. Per Dylan è però rimasto tale, e le sue fattezze (slanciate con zigomi pronunciatissimi e volto scavato) richiamavano proprio il volto del futuro Francesco, cioè Rupert Everett, disegnato da Villa dopo la visione al cinema di Another Country – La scelta, film di Marek Kanievska con lo stesso Everett e Colin Firth.

Il primo numero


Siamo a Londra, al numero 7 di Craven Road. Una cliente suona al campanello e al posto del solito “drin drin” sente delle urla. Brutto scherzo. «Mio marito è morto», racconta, «due volte». Così il 26 settembre del 1986 arriva nelle edicole L’alba dei morti viventi (citazione al titolo inglese di Zombi di George Romero), cioè la prima avventura dell’indagatore, alla ricerca di uno scienziato che vuole creare un’orda di non morti da tenere sotto il suo comando. Calcolatrice alla mano: quest’anno Dylan Dog spegne 40 candeline.

La sceneggiatura dell’albo d’esordio è firmata da Sclavi mentre le matite sono di Angelo Stano, e la copertina – iconica – è firmata da Villa. Una storia folgorante che ha dato il via a una serie mensile longeva e ora arrivata a quota 481 numeri, senza contare le centinaia di ristampe, gli speciali, albi bis e così via. Dopo le avventure del pistolero Tex Willer, questa è la seconda serie più venduta di Sergio Bonelli Editore, la casa delle idee con sede a Milano in via Buonarroti, al numero 38. E da ormai quarant’anni a questa parte, ogni albo dell’oldboy (come lo chiamano alcuni) è autoconclusivo e i suoi personaggi – sotto sotto – sono sempre più o meno gli stessi. Evolvono con una certa lentezza e ogni episodio è parte di una trama più ampia e, allo stesso tempo, rappresenta un mondo a parte. Come un limbo.

Il personaggio


Identikit veloce: Dylan è vegetariano, ha paura di tutto, indossa sempre jeans, camicia rossa e giacca nera con ai piedi delle Clarks. Si innamora continuamente delle sue clienti, grida spesso (e pure volentieri) «Giuda ballerino», suona il Trillo del Diavolo di Giuseppe Tartini al clarinetto per raccogliere i pensieri e guida un maggiolone bianco targato “DYD 666”. Il suo assistente, poi, è tutto un programma: è un sosia di Groucho, quello dei fratelli Marx che hanno segnato la comicità statunitense negli anni Trenta con grandi film come Una notte all’opera, Una Notte a Casablanca e la Guerra Lampo. Baffoni, sigaro, occhiali tondi, pantaloni alla zuava e battuta pronta (talvolta pessima).

E poi c’è l’ispettore Bloch, di Scotland Yard, che sogna il giorno in cui andrà finalmente in pensione (e per un breve periodo ci andrà); insomma, quello di Dylan Dog, racchiuso nella classica impaginazione bonelliana, è uno schema che funziona. Anche se, è giusto dire, all’inizio ha impiegato un po’ di tempo prima di conquistare il cuore del pubblico, arrivando solo dieci anni dopo a vendere mezzo milione di copie.

I “dylaniati”


La curatela è stata nelle mani di Sclavi fino al 1992, quando ha scelto di passare il testimone. Fatto curioso: tutti i successivi curatori hanno il nome e cognome che comincia con la stessa lettera (come la “doppia d” dell’indagatore): Mauro Marcheselli, Giovanni Gualdoni, Roberto Recchioni e (dal 2023) Barbara Baraldi. La scrittrice, esponente italiana del genere noir e horror, al telefono con Domani si definisce una «dylaniana» sin dall’infanzia. Anzi, lei ha usato il termine «dylaniata», come se i lettori e le lettrici di Dylan Dog condividessero ferite profonde che nell’opera di Sclavi trovano finalmente sollievo. «I fan di Dylan sono persone molto empatiche, che hanno conosciuto la sofferenza, e che nelle sue storie ritrovano e affrontano alcune loro paure», dice Baraldi.

«L’indagatore è però un personaggio esigente, chiede molto a chi legge come a chi scrive. Dico sempre: Dylan Dog esige un brandello della tua anima, un pezzo del tuo cuore o una delle tue frattaglie. Nelle storie deve esserci qualcosa degli sceneggiatori», spiega. «In fondo a questo serve l’orrore: è un modo per guardare negli occhi le proprie paure; in questo caso attraverso Dylan che guarda nel buio con noi. È insieme ai suoi clienti nella sofferenza senza esserne immune. E spesso non offre finali consolatori, bensì interlocutori: pone domande senza dare soluzioni». E conclude: «Credo sia l’attitudine migliore in un mondo urlato e veloce come il nostro».

sabato 27 giugno 2026

Tolkien conservatore ecologista

Edoardo Rialti
Tolkien non era di destra, né razzista o capitalista ma conservatore ecologista
La Stampa Tuttolibri, 27 giugno 2026

Tolkien ha vinto. E ha perso. A guardarsi intorno il pensiero di chi ammira la sua opera oscilla tra queste due opzioni. Il fantasy, di cui egli costituisce ancora il crocevia e lo spartiacque (A.T- D.T), si è imposto come uno degli orizzonti più pervasivi per le nuove generazioni: persino la mera struttura dei social media - come ha notato Vanni Santoni - si ispira ai giochi di ruolo, alle schede personaggio. Una citazione di Gandalf compare addirittura nella più recente enciclica papale. Al tempo stesso, dentro una simile onnipresenza, spiccano abusi, storture ideologiche. E la riduzione a brand commerciale del suo immaginario sforna prodotti sempre più numerosi, e scialbi. La situazione è spesso dolorosa, frustrante, per chi lo ama e studia. Negli editoriali e interventi televisivi si sentono ripetere i vecchi mantra sul “fantasy reazionario”. Ad ogni nuovo intervento della destra che sventola Tolkien, si avverte la pressione d’ una sorta di interiorizzato sogghigno di vecchi detrattori: «Avete visto. Anni di raffronti con Joyce o Yourcenar e poi le mostre patrocinate dal governo o i comizi di partito. Allora era veramente fascista». La vera domanda preliminare sarebbe perché proprio quest’opera abbia colpito così tanto il 900, perché questa mitologia privata sia diventata un punto di riferimento così esteso e intenso, suscitando entusiasmi e immedesimazioni che altre grandi voci letterarie non sembrano in grado di innescare. La destra continua spasmodicamente a “arruolare Tolkien”, appellandosi all’eroismo “conservatore” degli Hobbit per svolgere - invece - il lavoro sporco degli Orchi: plutocrati avvelenano il pianeta e sognano di divorare la luna, politici agitano i vessilli dell’odio razziale e del disprezzo per gli oppressi, compagnie di sorveglianza sono battezzate Palantir, e si teorizza lo sconfinamento di tutti i limiti (morte compresa, che per il professore di Oxford era l’unica garanzia di senso per ogni anelito umano). A ciò cerca di fare da goffo contraltare un saltuario inseguimento “a sinistra”, da partiti che alle risorse di senso del mito e della immaginazione hanno così lungamente preferito lo stesso culto del mero progresso materiale del capitalismo che dicevano di avversare o “regolare”, comunque asserviti ai giocattoli luccicanti del progresso tecnologico che alimentano l’erosione degli spazi sacri dell’esistenza.

In tutto questo, l’Anello del Potere trionfa. Il talismano stregato non è allegoria di niente in particolare, la Bomba H o l’AI, ma incarna una tentazione costante del nostro rapporto col mondo, quella della fuga e controllo, nelle parole di Rowan Williams: vedere senza essere visti, dominare e in fondo essere dominati dalle forze a cui abbiamo delegato la nostra realizzazione. Quella contrapposizione tra vittoria e sconfitta è comunque sbagliata, in fondo. Le stelle continuano a brillare ben oltre la loro esistenza. Non possiamo misurare con questi metri il lascito di una voce che ci ha consegnato “la” più grande storia condivisa del ventesimo secolo.

Tra le correnti profonde che la attraversano, non separabile dalla dinamica stessa delle vicende, spicca il leitmotiv d’un “complesso di Atlantide”, la premonizione di un perenne cataclisma, più o meno esteso, nel quale la nostra vita individuale e collettiva può precipitare, e che va contrastato con vigilanza costante: la catastrofe ambientale e quella morale in Tolkien sono tutt’uno, come ci insegnano anche la Caduta di Adamo, le tragedie di hybris della mitologia greca.

Sulla natura profondamente ecologica di tale “ossessione” tolkieniana si impernia Tolkien contro le macchine del giornalista Sébastien Fontanelle (ed Blackie, con la prefazione di Wu Ming 4), un saggio che del pamphlet combattivo ha il pregio della limpidezza e della chiarezza su tanti punti tuttora così facilmente ignorati dell’affaire Tolkien, e i limiti (i riferimenti critici esterni son o- forse necessariamente - molto circoscritti). Conservatore non è sinonimo di reazionario, men che meno di razzista o capitalista. La questione è cosa si vuole conservare, come e perché: è possibile sempre partire e ripartire da un principio “altro”, lo sviluppo organico della vita individuale e collettiva - di cui il processo creativo è parte integrante - senza soggiacere a quello meramente additivo di sempre più innesti che atrofizzano - nel sostituirle - altre facoltà già potenzialmente presenti, come semi.

Gli uomini trovano la loro anima quando amano, notava Simone Weil: anche per Tolkien, unico vero eroismo è quella dedizione dell’amore a una storia cosmica che ci precede e ci comprende e supera di gran lunga. «Prima l’amore, poi la tecnica», sentenziava Gaudì: l’architetto della Sagrada parlava di competenza, ma è possibile dare a quelle parole un significato più ampio, quella preminenza accordata al non essere padroni del mondo, ma giardinieri, che consente di non piegarsi alle facili seduzioni di un rapporto falsato col cosmo e con noi stessi.

martedì 16 giugno 2026

La fortuna di Tolkien in Italia

Quirino Principe
Note sulla vicenda editoriale di Tolkien in Italia

endore.it
La rivista della Terra di Mezzo

L’avvento di Tolkien in Italia è una storia da narrarsi in breve, tutt’altro che complicata per ciò che riguarda i fatti puri e semplici. È molto intricata, e richiederebbe un discorso lungo e analitico, se la poniamo in relazione con le controversie ideologiche degli anni Settanta e Ottanta, e con gli indecorosi tentativi di strumentalizzazione che sono stati messi in atto di recente da varie parti. Per fortuna mia e dei lettori, ho il compito di parlare soltanto del primo aspetto, anche se non giuro di non sfiorare mai il secondo. Il caso, che mi è stato benevolo, ha voluto che la vicenda editoriale di John Ronald Reuel Tolkien in Italia sia in gran parte legata al mio lavoro. Era, credo, il 1964 quando mi fu noto per la prima volta il nome dello scrittore anglo-sudafricano, e non per The Lord of the Rings bensì grazie a una citazione che fuggevolmente, in un libro sulle poetiche della fiaba, chiamava in causa Tree and Leaf. Dell’opera maggiore udii parlare Elémire Zolla nel 1968. Ne fui molto incuriosito, e decisi che avrei letto The Lord of the Rings non appena fosse possibile. Nessun presentimento, allora, di ciò che avrebbe riempito la mia esistenza per anni. Nel 1969 ero impegnato part time alla Garzanti, come redattore di dizionari e di enciclopedie nella sezione “Grandi Opere” diretta da Giorgio Cusatelli, più tardi divenuto eccellente maestro di germanisti all’Università di Pavia. Onoravo quell’impegno dal 1962, l’anno in cui da Gorizia mi ero trasferito a Milano. Dal 1964 ero professore di ruolo in un liceo classico milanese, il “Manzoni”. Lavoravo negli uffici di via della Spiga nel pomeriggio, mentre la mattina insegnavo. Sorvolo sui rapporti che l’editore Livio Garzanti riusciva a intrattenere non soltanto con me ma con qualsiasi redattore laureato e dotato di idee passabilmente chiare: rapporti nevrotici e instabili, aleatori e sempre periclitanti, umorali e varianti da una predilezione ostentata a un odio freddo e umiliante, con alti e bassi sovente ripetuti a ciclo nell’arco di una sola giornata. L’autunno 1969 era stato una fase aurea: ero stato “promosso” per volontà dello stesso Garzanti, e divenuto coordinatore della sezione storica dell’Enciclopedia Europea allora in gestazione. Per la prima volta in vita mia avevo avuto un ufficio mio, una scrivania mia e persino una segretaria (che mi odiava, ma allora non lo sapevo). Nel tardo pomeriggio di venerdì 12 dicembre uscii dalla sede di via della Spiga alle 19.30 (ostentavo un piglio da stakanovista), percorsi via Manzoni e vidi una folla agitata dinanzi alla Libreria Feltrinelli. Il muro esterno era tappezzato da giornali della sera che annunciavano la strage di piazza Fontana. La mattina dopo, al Liceo, si discusse dell’avvenimento con toni arroventati e con acri veleni ideologici. Nel pomeriggio andai alla Garzanti, e verso le 17.30 arrivò negli uffici Livio Garzanti, che imponeva spesso la propria presenza parlando con i dipendenti di argomenti a ruota libera, amando ascoltarsi e dando libero sfogo ai propri umori. Entrò, assunse un’aria cordiale, domandò che cosa ne pensassimo, finse d’interessarsi alle nostre opinioni, e infine, rivolto a me, proclamò con voce tagliente: «Dottor Principe, secondo me sono stati i suoi amici, i terroristi altoatesini». Sono notoriamente impulsivo e violento. Senza riflettere neppure per una frazione di secondo, sollevai in alto la scrivania su cui avevo collocato qualche settimana prima — all’apice delle mie fortune garzantiane — un barattolo con penne e matite e la fotografia di mio figlio appena nato, e la lasciai cadere con fragore. Il piano della scrivania si spaccò in due, la fotografia andò in mille pezzi, penne e matite si sparsero crepitando sul pavimento. Afferrai la mia cartella e a grandi passi, con l’ira che mi devastava, scesi le scale e in pochi istanti fui sulla strada. Non misi mai più piede in quell’edificio, e lasciai là lo stipendio dell’ultimo mese. Perché ho narrato tutto questo ? Sembrerà strano, ma devo a quell’atto violento e a quella scrivania infranta il mio destino tolkieniano. L’ambiente editoriale milanese è discreto e riservato. Cinque minuti dopo, in tutte le case editrici della città si parlava del mio gesto, gonfiandolo e variandolo a dismisura. Il giorno dopo mi telefonò Alfredo Cattabiani, che avevo conosciuto fortuitamente due mesi prima. Commentò brevemente l’inqualificabile frase di Livio Garzanti, e mi propose di entrare, come consulente e redattore, nella casa editrice che proprio in quei giorni stava nascendo e che era stata ideata da Edilio Rusconi. Fu Cattabiani, uomo di altissima qualità intellettuale, colui che fondò di fatto la “Rusconi Editore”, più tardi denominata “Rusconi Libri”; colui che la organizzò e articolò, facendone una protagonista della cultura italiana per almeno quindici anni, prima che una decadenza tutt’altro che inevitabile, dovuta esclusivamente all’avversione che essa suscitava in Alberto Rusconi figlio di Edilio, la conducesse alla morte. Ad essere precisi, si trattava almeno formalmente di una “rifondazione”: era esistita negli anni Sessanta la Rusconi & Paolazzi, che aveva pubblicato un numero esiguo di buoni libri, ma senza una linea riconoscibile, e poi si era arenata. Ad essere meno ufficialmente precisi e più veritieri, l’editrice messa in piedi e governata con mano ferma da Cattabiani era tutt’altra cosa: una cosa nuova, e in quel momento storico inattesa e a giudizio di alcuni scandalosa, poiché politicamente e culturalmente scorrettissima, tale da scontentare la “sinistra” ma anche (e forse più) la “destra”. Pongo sempre tra virgolette questi termini sciocchi e banali che rispondono a metafore puramente segnaletiche e sono assolutamente privi di qualsiasi significato. Intelligentemente, Cattabiani scelse in principio un numero ristrettissimo di collaboratori. Si trattava per lo più di consulenti: fra essi, i più attivi erano Elémire Zolla, Augusto Del Noce, Rodolfo Quadrelli, io stesso. Ma soltanto io, nei primi due anni di vita della Rusconi, lavorai sia pure part time in sede. Nell’edificio di via Vitruvio 43 eravamo in quattro: Cattabiani, la segretaria tuttofare Maura Bastiglia (i visitatori, vedendola, rimanevano a bocca aperta per qualche minuto, tanto era bella), l’indimenticabile Lorenzo Fenoglio, leggendario e onnisciente editor e correttore di bozze e tante altre cose insieme, e io.. Poca brigata, vita beata. Era la fase progettuiale. In poche settimane si costituì il primo nucleo del catalogo Rusconi. Cattabiani volle realizzare alcuni suoi antichi amori, fra cui Heschel, Sedlmayr, Reck-Malleczewen, le Soirées di Joseph de Maistre. Quadrelli propose alcuni libri di Demant, di Muggeridge e di Voegelin per la collana tascabile “Problemi attuali”. Io intervenni proponendo libri miei, che avrei pubblicato a partire dai primi mesi del 1970. Zolla suggerì autorevolmente alcune opere fondamentali: Heliopolis di Ernst Jünger e Il significato della musica di Marius Schneider (entrambi curati da me), e, rendendosi conto della mole di lavoro che ciò avrebbe implicato, The Lord of the Rings di Tolkien. Ma da parte di Cattabiani non ci fu alcuna resistenza, grazie a una circostanza fortunata: egli aveva già, sugli scaffali del suo studio, l’edizione originale in lingua inglese pubblicata dalla Allen & Unwin di Londra, e per giunta possedeva il dattiloscritto completo ( e di immani dimensioni) della traduzione italiana del Signore degli Anelli (d’ora in poi userò il titolo nella nostra lingua) realizzata da Vicky Alliata di Villafranca, che era quindicenne quando l’aveva ultimata. Tanto di cappello, malgrado le acerbità, le ingenuità e gli errori di scelta commessi dalla bella signorina dallo straordinario talento. Non basta: Cattabiani aveva nel suo ufficio anche una copia dell’ormai mitica edizione del I volume, La compagnia dell’Anello, unica parte edita della traduzione della Alliata, uscita presso Ubaldini nel 1967 e rimasta senza seguito dopo avere venduto in tutto qualche decina di copie. Come mai Cattabiani era in possesso dei tre oggetti, edizione inglese, dattiloscritto della traduzione, I volume ubaldiniano ? Semplice: quando nell’ambiente editoriale si era sparsa la voce che sarebbe nata la Rusconi editore, che Cattabiani (la cui vocazione intellettuale a favore della Tradizione, della fiaba, del mito era nota) ne sarebbe stato il direttore e il fondatore di fatto, e che Zolla era previsto come uno dei principali consulenti, Ubaldini aveva “regalato” al caro Alfredo, allora poco più che trentenne, tutto il materiale che, a mo’ di nobile relitto, testimoniava il fallimento dell’impresa tolkieniana sub specie Ubaldinorum. «Per me è stato un disastro: se ti interessa, tutto questo è tuo e fanne quel che vuoi». Cattabiani aveva fiutato la grandezza possibile dell’esito, e vale la pena osservare che, sin dalla prima apparizione rusconiana del capolavoro di Tolkien, Il Signore degli Anelli fu per Rusconi una miniera d’oro, il best seller per eccellenza e senza fluttuazioni di fortuna presso il pubblico, anzi, semmai, in progressiva crescita. Cattabiani chiese il parere di Zolla e il mio. Zolla, più che confermare il proprio suggerimento, ordinò imperiosamente che il libro fosse pubblicato in edizione italiana, pena l’anatema, e propose che fossi io il curatore totale. Ne fui entusiasta. Quando mi fissarono i tempi di consegna, inorridii e mi disperai: pochi mesi. Poi mi rinfrancai e mi misi all’opera, rinvigorito anche dalla pubblicazione presso Rusconi, nel febbraio 1970, del mio primo libro, Vita e morte della scuola (andò benissimo, fu subito esaurito, ebbe una seconda edizione e un'ulteriore ristampa, e se ne parlò molto, con entusiasmo da parte dei tradizionalisti, con apprezzamento a denti stretti da parte dei marxisti e dei demoproletari, con vituperio e volgari insulti da parte dei cattolici, ciò che mi rese felice). Acquisito un minimo di prestigio d’autore, ebbi l’incarico d’incontrare Vicky Alliata, venuta espressamente da Roma, per un colloquio. Ammiravo la Alliata da tempo, come traduttrice: anch’io sono traduttore, e di innumerevoli scritti fra cui molti libri, e considero quel mestiere uno fra i più nobili e decisivi nella storia della specie umana. Sentivo grande rispetto per quella ragazza, che all’inizio del 1970 aveva diciotto anni: era veramente brava, e vorrei avere il suo talento e la sua velocità nel tradurre, per non parlare della sua mirabile conoscenza della lingua inglese e di questo o quello slang. Ma ero preoccupato, poiché in nome della verità avrei dovuto dire alla giovanissima principessa che molte sue soluzioni traslatorie erano inaccettabili. Il punto più dolente era l’eccesso di italianizzazione, che tendeva a trasformare la prosa italiana del Signore degli Anelli in una sorta di mega-albo di Walt Disney. Mi limito a tre esempi tipici, topici e tipologici (l’assonanza con “Topolino” è puramente casuale). I Baggins, nella traduzione Ubaldini e nel resto del dattiloscritto, erano divenuti “i Sacconi”: brutto e semanticamente sbagliato, poiché l’onomastica fuori dal tempo e dello spazio poteva e doveva essere adottata nelle parti del libro ambientate fra gli Elfi, o a Brea, mentre nelle pagine ambientate nella Contea occorreva qualcosa d’inglese che alludesse alla similarità tra la Contea medesima e, che so, il Galles, la campagna britannica, i paesaggi di Thomas Hardy o di Montague Rhodes James. Benissimo “i Serracinta”, famiglia di contorno, benissimo lo “scattanello”, ballo simpatico ma un po’ troppo sfrenato, ma i Baggins devevano rimanere Baggins, per non scivolare in un’aura troppo realistica e familiare. I Serracinta si limitano a mangiare e a bere, come nella bassa padana; i Baggins, vivaddio, sono quelli che contendono il tesoro a Gollum, che lottano contro Shelob e contro i cavalieri neri. Non prendiamoci troppe confidenze con loro. Secondo esempio: Thorin Oakenshield era stato trasformato dalla Alliata in “Torinio Ochescudo”. Soluzione orripilante, e soprattutto fuorviante, che butta via imperdonabilmente la semantica implicita nel bel nome inventato da Tolkien. Restaurai immediatamente i significati, decidendomi per “Thorin Scudodiquercia”, la qual cosa ha un vago sentore araldico che ben si addice ai Nani tolkieniani, per lo più impettiti e vanitosi oltre che autenticamente coraggiosi e generosi. (Io stesso sono un nano, e mi riconosco in simili vizi e virtù). Terzo esempio, e questa è davvero grossa. Merry era diventato, manu alliatensi, “Felice”: insomma, traduzione letterale. Poteva anche andare, ma come si poteva poi giustificare il fatto che “Merry” (lo si dice nel testo) fosse il diminutivo di “Meriadoc” ? Un errore madornale. Restaurai la forma originale. E via dicendo. Avrei reso ragione delle mie scelte correttive o restauratrici nella prefazione del curatore che figura all’inizio dell’edizione italiana. Vicky Alliata disdisse più volte l’appuntamento, e finalmente venne a Milano al principio dell’estate. L’abbigliamento dell’aristocratica diciottenne era quasi da spiaggia: la gonna era una sottile striscia di pelle annodata alla vita, e si armonizzava con il resto, e, malgrado tutto, con eleganza, incredibile dictu. Entrò, sedette, accavallò le gambe sprofondata in una poltrona, sì che non sapevo dove guardare. Per tutto il colloquio fissai più o meno il soffitto. Mi accorsi subito che la traduttrice non opponeva alcuna resistenza alle mie angosciate osservazioni. Non si offese per nulla e accettò tutto. Era svagata, languida, mondana, ciarliera, simpaticissima, cordialona. Liquidò la mia problematica traslatoria in pochi secondi, e preferì chiedermi consiglio su come trovare casa a Milano. Non sapevo come aiutarla. Mi propose di accompagnarla da qualche antiquario per scegliere i mobili: cominciai a sudare freddo, trattandosi di operazione che mi ripugna anche quando riguarda me. Si accomiatò, e mi telefonò qualche giorno dopo per annunciarmi festante che da un “rigattiere” aveva trovato bellissimi mobili antichi “per niente” (lei diceva: «per nìente», con l’accento tonico sulla ì). Cinguettando, mi disse: «Vediamoci presto, chiacchieriamo, magari scambiamoci idee su Tolkien. Le telefonerò». Non la vidi mai più in vita mia, né so dove ora ella viva. So che in quei tempi tenne una rubrica mondana sullo «Specchio» e più tardi andò in Medio Oriente per scrivere un libro sugli harem. È una delle persone più amabili che io abbia mai conosciuto. Eppure, sentii sollievo quando vidi che non avrei lavorato con lei a fianco a fianco. Libero da imbarazzanti concorrenti e da un’ingombrante partner, mi misi all’opera sistematicamente. Il testo di Tolkien mi sommerse, mi assorbì, mi inabissò Rividi interamente la traduzione, producendo migliaia di schede topiche e casistiche. Mio figlio, allora di due anni, crebbe e cominciò a parlare in modo logico-sintattico sulla base di una materia tolkieniana. Per lui inventavo fiabe con i personaggi del Signore degli Anelli, soprattutto quelli malvagi e negativi che sono i più affascinanti. Poiché mi riesce facile disegnare, dipingere e scolpire, fabbricai per il mio bambino decine di statuine di creta o di Das, accuratamente dipinte e smaltate, che raffiguravano Frodo, Bilbo, Gandalf, Smaug, Ancalagon, Sauron, Gollum, Galadriel, Aragorn, eccetera. Mi strozzai durante l’estate, rinunciando anche a un solo giorno di vacanza, alle notti, alle domeniche: un inferno, un carcere. Riscrissi da cima a fondo le intricate appendici, per adattarle al lettore italiano. Disegnai la cartina che si trova tuttora nell’edizione Bompiani, erede di Rusconi. Passavo a Fenoglio cento pagine per volta: Fenoglio le inviava in tipografia, sicché già correggevo le prime e seconde bozze e magari le cianografiche dei sedicesimi da pagina 1 a pagina 800 mentre ancora lavoravo sul dattiloscritto della Alliata o rielaboravo le appendici. Consegnai l’ultima infornata ai primi di settembre. Si finì di stampare l’edizione italiana del Signore degli Anelli, da me curata, il 18 ottobre 1970, presso la Cromotipia E. Sormani in via Solari (angolo con via Montevideo) a Milano. The Return of the King, terza e conclusiva sezione del romanzo tolkieniano, era stata pubblicata da Allen & Unwin nel 1955. Quindici anni separano l’apparizione dell’opera originale dalla nascita dell’edizione italiana da me curata. Nacque una controversia interna alla Rusconi. Lo zelante e un po’ interventista Fenoglio aveva trasformato gli “Elfi” in “Gnomi”, restaurando la soluzione della Alliata, da me modificata in “Elfi” sin dalla prima fase del mio lavoro, e male interpretando un’osservazione di Cattabiani. A me non era stato detto nulla. Quando lo seppi andai su tutte le furie e volli intervenire, ma era troppo tardi poiché si era già alle cianografiche. Quel che è peggio, Fenoglio, che venerava il dogma della “uniformazione”, modificò anche l’introduzione di Elémire Zolla, in cui giustamente si parlava di “Elfi”. Questa volta fu Zolla ad andare in collera, e ritenendomi responsabile se la prese con me. Non mi fu possibile spiegarmi, dato il carattere dell’illustre saggista, e così Zolla e io non ci parlammo più vita natural durante. Peccato! L’inconveniente trovò presto rimedio: la prima tiratura rusconiana del Signore degli Anelli andò a ruba, e bastò poco tempo per stamparne un’altra con l’opportuna correzione di “Gnomi” in “Elfi”. Sfioro, come avevo minacciato, questioni non propriamente editoriali. L’apparizione del Signore degli Anelli suscitò equivoci odiosi e un ridicolo imbarazzo. La “destra” decise che quel libro e quell’autore le appartenevano: una convinzione che continua nei decenni. In primo luogo, Tolkien non appartiene ad alcuni se non a sé stesso. In secondo luogo, se si vuol parlare di consanguineità intellettuale e poetica, può essere veramente apparentato per sangue con Tokien soltanto chi combatta senza compromessi e senza timori in nome dell’Occidente, contro ogni ecumenismo, contro ogni vile terzomondismo, contro ogni religione che imponga un comportamento cosiddetto “etico”. Tutta l’opera di Tolkien è felicemente pagana, lontanissima dalla cultura cristiana e da qualsiasi altra cultura confessionale, celebratrice della qualità innata contro le miserabili valutazioni della morale. Il panorama della cultura italiana, eccettuati rari individui numerabili sulle falangi di un dito, non offre alcunché di compatibile con Tolkien. Oggi l’equivoco mostra la corda. La sciocca presunzione e arroganza della “destra” nel far proprio Tolkien è contraddetta dalla tendenza sempre più accentuata, nella “destra”, a privilegiare tutto ciò che è non-occidentale e anti-occidentale, tutto ciò che è afroasiatico o islamico o “tradizionale” (ripugnante aggettivo !). Da un’altra sponda, la cultura cosiddetta “di sinistra” prese le distanze mostrando però un vivo desiderio di ridurle non appena fosse possibile. Esemplare resta nella memoria l’articolo di Umberto Eco, La parabola del buon reazionario, uscito sull’ «Espresso» nel dicembre 1970: vi si descriveva l’editrice Rusconi come un killer mascherato da buon samaritano, esponente di una “destra” colta e non violenta, presentabile in pubblico e persino seducente, e Tolkien era visto come l’esperimento strategicamente più astuto di questo maquillage rusconiano. Più perplesso, non cinico come Eco, di conseguenza più attento e pronto all’apprezzamento, fu Tito Perlini su una colta e seriosa rivista dell’ultrasinistra, all’inizio del 1971: Rusconi era un ircocervo, e nella sua sembianza proteiforme si nascondeva un’ammirevole abilità di proposte culturali. Proporre un testo inattaccabile (così Perlini) qual è il romanzo di Tolkien era stata una mossa magistrale. Perlini lo scriveva con disappunto, rendendo all’avversario (?) l’onore delle armi. Infame e ridicolo ad un tempo è stato il tentativo di annettersi Tolkien da parte della cultura cattolica. Negli anni Ottanta, l’arcivescovo di Bologna indisse un convegno dedicato al corpus tolkieniano e in particolare al Signore degli Anelli. Le interpretazioni espresse negli interventi erano a senso unico: io, naturalmente, non fui invitato. Si ignorò la mia esistenza. Non essendo stato presente, posso soltanto immaginare quel convegno: ci sarà stato di che divertirsi. Simili tentativi da parte di settori del mondo cattolico sono divenuti numerosi da allora. Oggi, il desiderio di dimostrare che Il Signore degli Anelli è un grande testo cristiano è addirittura spudorato: non c’è, nel grande libro di Tolkien, né esiste in qualsiasi altro libro tolkieniano, il minimo riferimento alla religione, al cristianesimo o a qualsiasi altro culto. Una volta espressi questa mia considerazione a un alto prelato, il quale mi fece notare che nel discorso di Faramir a Frodo si dice. «La verità è figlia del tempo», il che fa venire in mente «veritas filia temporis», tre parole che, come pretendeva il porporato cattolico, «vengono dai Vangeli» [!!!]. Da quale Vangelo, da quale capitolo e versetto, domandai all’Eminenza. Vidi perplesso il coltissimo pastore d’anime. In realtà, quelle parole non sono scritte in un testo cristiano né religioso purchessìa, bensì in un passo di un antico scrittore latino che più pagano non potrebbe essere (Aulo Gellio, Noctes Atticae, XII, 11, 2 ). Del resto, per avere la misura di quanto sia arrogante e velenoso questo atteggiamento, si pensi a come la pubblicistica cattolica diffamò a suo tempo l’onesta e laica biografia di Tolkien scritta da Daniel Grotta (1976) e pubblicata in Italia da Rusconi (1983); la sprezzante liquidazione recensoria era il movente da cui partire per vantare i pregi della biografia di Humphrey Carpenter uscita presso Ares (l’editoriale dell’Opus Dei) e ora ripubblicata da Fanucci. Altre case editrici, colpite dal successo culturale e commerciale del Signore degli Anelli, s’incamminarono sulla via dell’emulazione e dello scavo. Come Wagner quando ideò Der Ring des Nibelungen (anche qui un anello: una mera coincidenza o un archetipo narratologico ?) e procedette a ritroso mediante una catena di antefatti e antefatti degli antefatti, così Tolkien, negli anni Sessanta, aveva scritto una serie di testi che idealmente andrebbero letti “prima” del Signore degli Anelli, come per esempio Le avventure di Tom Bombadil (1962). Esistono però anticipazioni reali, il cui ordine cronologico di scrittura corrisponde alla logica della successione narrativa. The Silmarillion, libro fondante e “arcaico” che espone sistematicamente i miti impliciti in tutti gli altri testi del ciclo Hobbit compreso The Lord of the Rings, fu iniziato da Tolkien già nel 1917, quando egli era venticinquenne (era nato a Bloemfontein in Sudafrica domenica 3 gennaio 1892). Egli vi lavorò per tutta la vita, e quando morì il 2 settembre 1973 (ancora una domenica, giorno fatale per lui !) in un ospedale di Bournemouth, in terra britannica, non era riuscito a dargli un assetto definitivo. L’opera fu completata e data alle stampe da Christopher Tolkien, figlio dello scrittore, nel 1977. Ma, prima di The Lord of the Rings, Tolkien aveva prodotto un testo assolutamente compiuto e perfetto, pietra miliare nella creazione della Terra di Mezzo, della Contea, di Numenor e delle varie stirpi, e immediato antefatto all’opera maggiore: il raffinatissimo The Hobbit (1936-1937), primo frutto della fantasia “elfica” di Tolkien ad essere edito. L’editrice milanese Adelphi ne pubblicò nel 1973 la traduzione italiana, realizzata da Elena Jeronimidis Conte. Proprio Lo Hobbit, libro importantissimo nella sfera tolkieniana, sfuggì dunque a Rusconi, malgrado i miei fermi consigli che ne suggerivano l’edizione italiana. Come mai ? Fu, forse, uno strano capriccio di Zolla, che influì su Cattabiani; una stecca un poì malinconica fra gli accordi armoniosi della rusconiana età dell’oro. Ce ne consolò la preziosa accuratezza dell’edizione Adelphi. Eppure, eppure… Bella, elegante, vivace, la traduzione adelphiana è maculata da strani errori di gusto, isolati ma vistosi. Ne segnalo uno, terribile. La Jeronimidis rese il nome del drago Smaug con “Smog”, regolarizzando così l’onomastica secondo il suono della pronuncia inglese. Ma per un lettore italiano, tale soluzione è fuorviante e infelicissima: qualsiasi italiano, ignorando che smog (“smoke” + “fog”, fumo più nebbia) vuole la o aperta mentre la au di “Smaug” vuole la o chiusa, leggendo “Smog” pensa allo smog, e la magia fiabesca va a farsi friggere. “Smaug” è efficacissimo proprio se viene letto alla maniera italiana, poiché fa pensare all’imitazione del verso del drago che spaventa i bambini: «Smaaaaaaaaauuuuughhhhhh…!». Durante l’era Cattabiani, che si concluse nel 1980 ma si era già rannuvolata irrimediabilmente verso il 1977 a causa di incomprensioni con Edilio Rusconi, uscirono in ambito rusconiano le traduzioni italiane di Tree and Leaf (Albero e foglia, 1976), e nel 1978 Il Silmarillion e Tom Bombadil. A Cattabiani seguì una diarchia: un direttore generale, Ugo Braga, e un direttore editoriale in sottordine, Raffaele Crovi. In quel breve interregno gli interessi tolkieniani della Rusconi si affievolirono: uscirono soltanto le Lettere di babbo Natale (1980) e i Racconti incompiuti.(1981) secondo l’originale curato da Christopher Tolkien. Tutto il resto edito in italiano uscì presso Rusconi durante l’era successiva, in cui Ferruccio Viviani fu l’ottimo direttore editoriale (Braga come direttore generale rimase per un periodo limitato) e, dal 1989, Cristina Poma fu direttore letterario e capo redazione. A quegli anni risalgono le edizioni italiane dei Racconti ritrovati a cura di Christopher Tolkien ( la cui arroganza e invadenza creò non pochi problemi alla casa editrice e al lavoro sul corpus tolkieniano), delle Immagini (1990), di una scelta di lettere (La realtà in trasparenza, 1991). Questi ultimi due volumi furono curati da me. Nel 1991 uscì anche presso Rusconi Lo Hobbit annotato, secondo l’originale inglese: una bella iniziativa, tale che le moltissime note ai margini e in calce costituiscono una vera enciclopedia della Terra di Mezzo in compendio. Fu quasi un rimedio postumo all’infortunio del 1973, quando Adelphi aveva “soffiato” Lo Hobbit alla casa di via Vitruvio. Fu l’ultima bella impresa tolkieniana della Rusconi, che allora conosceva una seconda giovinezza, un’età argentea dopo quella aurea del 1969-1974, grazie alla diarchia Viviani-Poma. Quella diarchia, storicamente, sta all’era Cattabiani come l’impero di Traiano e Adriano sta all’età augustea, “si parva licet [parvis] componere magnis”. Nel 1993, Viviani abbandonò la casa editrice per crescenti attriti con il nuovo proprietario ed erede, Alberto Rusconi: il futuro distruttore dell’azienda, poi passata al gruppo RCS RizzoliBompiani. Quel che seguì fu una sorta di decadenza imperiale del III secolo dopo Alessandro Severo: réguli incompetenti, piccoli mestieranti. La Rusconi rovinò sempre più: ciò che il suo proprietario, in fondo, bramava. Alla fine spuntò all’orizzonte l’Aureliano (o il Diocleziano) della situazione: il bravo colto e coraggioso Alberto Conforti, che prese in mano le redini con forza e con idee illuminate. Ma era troppo tardi: l’azienda era in crisi inarrestabile, e Alberto Rusconi aveva deciso irrevocabilmente di liquidarla, ciò che avvenne nel 1997-1998. Nel periodo 1992-1998 ci furono soltanto ristampe del Signore degli Anelli, nelle quali una mia introduzione aveva preso il posto di quella originaria scritta da Zolla. Al di là della vicenda editoriale, non particolarmente clamorosa né avventurosa, l’opera di Tolkien ha lasciato un forte segno in me, e ne ho parlato volentieri. La mia persona, tuttavia, è stata cancellata dalla memoria storica. Del disprezzo con cui i cattolici mi hanno sempre considerato, ho già detto. Da altro fronte, il disprezzo si è trasformato in giudizio di nullità ontologica. Qualche anno fa, parlando di Tolkien sulle pagine culturali del «Corriere della Sera», Cesare Medail narrava a beneficio dei lettori, in poche righe e con innumerevoli errori, la storia che io ho narrato in queste pagine. A proposito del Signore degli Anelli, Medail scrisse che «uscì a cura di Cattabiani». Mi affrettai a scrivergli una lettera presso il «Corriere», pregandolo di rettificare. Non rettificò, né mai si degnò di rispondermi. Anzi, in un intervento successivo su quel quotidiano egli ribadì l’assurda notizia. Serbo un caro e grato ricordo di tanta gentilezza e di così squisita civiltà; spero di ricambiare, all’occasione. Quest’anno, quando uscì la seconda e bella versione cinematografica del romanzo tolkieniano, la RAI (Radio 3) pose un quesito lampo a uno scrittore, Alberto Bevilacqua, e a un critico letterario, Emanuele Trevi: Il Signore degli Anelli è o non è un capolavoro ? Bevilacqua rispose che un vero capolavoro deve parlare della vita quotidiana e dei problemi “reali”. Ecco finalmente serviti a dovere e pronti per l’immondezzaio Le mille e una notte, i Kinder- und Hausmärchen dei Grimm, l’Iliade, l’Odissea, il Ramayana, Pinocchio, Orlando Furioso, la Commedia di Dante, i Racconti di Poe. Trevi fu più drastico, osservando che Il Signore degli Anelli, quasi un fumettone, induce a paragoni impietosi se confrontato con l’opera di scrittori contemporanei a Tolkien, per esempio con i romanzi di Céline. Giusto: è sempre un utile esercizio intellettuale domandarsi se siano più buone le albicocche o la mortadella. Possiamo dormire tra due guanciali.

https://www.ilpost.it/2022/09/20/tolkien-estrema-destra/
https://machiave.blogspot.com/2026/02/l-abuso-di-tolkien.html

giovedì 5 febbraio 2026

L' abuso di Tolkien

 

Paolo Pecere
Che significa "riappropriarsi" di uno scrittore come Tolkien?

Domani, 4 febbraio 2026

Ogni volta che in Italia si riapre il dibattito sull’appropriazione politica di J.R.R: Tolkien, chi ha letto e amato i libri dello scrittore inglese si ritrova spaesato. Così mi è successo quando Elly Schlein ha affermato, durante un comizio a Milano, «dobbiamo riprenderci Tolkien». Per capire quale sia la posta in gioco, chi non conosce la vicenda deve ripercorrere la storia di questa anomalia italiana. Chi la conosce già troverà che qualcosa nel tempo è cambiato.

Il gran rifiuto

Tutto comincia negli anni Settanta, quando la destra neofascista italiana individua in Tolkien un autore di riferimento per il proprio immaginario. La trilogia del Signore degli anelli è stata da poco pubblicata in Italia, dopo un antefatto decisivo. La casa editrice Mondadori, inizialmente interessata, ha deciso di abbandonare l’impresa dopo i giudizi severi dei suoi consulenti, come Elio Vittorini e Vittorio Sereni, che accusano il romanzo di “rimasticare” tradizioni mitologiche e mancare d’attualità.

L’incomprensione e la resistenza verso il fantastico risulteranno a lungo dominanti tra gli intellettuali di sinistra. Il libro esce prima per Astrolabio, che pubblica il solo primo volume, poi per Rusconi. Manca la Prefazione originale, in cui Tolkien respingeva qualsiasi interpretazione allegorica del suo romanzo, sostituita da un testo di Elémire Zolla che invece sostiene un’interpretazione allegorica e alchemica completamente estranea all’orizzonte tolkieniano. È solo il primo di una lunga serie di abusi ermeneutici.

Sul piano politico, nel 1977 si tiene il primo dei Campi Hobbit, in risposta alle feste organizzate dall’estrema sinistra come quella del Parco Lambro. Lo organizzano dirigenti del Fronte della Gioventù. Già da qualche anno figure tolkieniane appaiono sovrapposte a contenuti neofascisti, come nel nome del gruppo La Compagnia dell’Anello – che in precedenza aveva composto canzoni come Storia di una SS – o nella rivista dell’Msi, “Eowyn”, che porta il nome di un’eroina del romanzo, dedicata alle donne della nuova destra, combattenti contro la società attuale.

Il rapporto tra i personaggi tolkieniani e questi fenomeni culturali è puramente superficiale, e in ciò ricorda le più raffinati distorsioni degli intellettuali: elementi come la spada e il re, che Tolkien, studioso di lingue anglosassoni e germaniche, traeva dagli amati testi medievali per costruire il suo mondo immaginario, sono assimilati a simboli marziali ispirati dal culto del Duce. I versi che lo scrittore metteva in bocca ai suoi personaggi, come «le radici profonde non gelano», diventano slogan per evocare una tradizione latente che non si spegne: come la fiamma nel simbolo del MSI che sostituiva l’ormai inservibile fascio littorio.

Lo stesso Tolkien era una sorta di figura sostitutiva di autori impresentabili o di nicchia, perfino all’interno della destra, come Julius Evola. Così Gianfranco De Turris, studioso e seguace del fascismo esoterico e aristocratico di Evola, esposto in opere come Rivolta contro il Mondo Moderno, divenne editore di letteratura fantasy, sostenendo che in Tolkien il regno del male, Mordor, fosse “simbolo evidente della Modernità”. Lo stesso De Turris raccontò poi quanto aiutasse questo travestimento della heroic fantasy in quella fase di isolamento: «Il ritrovarsi di parecchi giovani di Destra nella letteratura fantastica ha consentito loro di non perdersi, scoraggiarsi, deprimersi, riverberandosi in un mondo ideale, in un mito, che non trovavano più nella politica politicante».

Hobbit e mistificazione

Che il Tolkien della destra non avesse nulla a che vedere con quello reale, letto e studiato in tutto il mondo, non ha impedito ai suoi ammiratori di continuare la sistematica e farsesca appropriazione che arriva fino a oggi: così Arianna Meloni, alla direzione di FdI del febbraio 2025, ha dichiarato che «Giorgia è il nostro Frodo e noi siamo la Compagnia dell'anello».

C’è però una differenza profonda tra il Tolkien dei Campi Hobbit e quello della destra di oggi: gli hobbit, piccole creature pacifiche e indifferenti al potere, che divengono loro malgrado eroi e salvatori del mondo, servivano prima a fantasticare il superamento della latenza culturale e della marginalità politica. Oggi che la destra il potere lo amministra da molto tempo, quel richiamo agli hobbit è doppiamente sballato. E questa destra, inebriata dal potere, cerca di estendere la mistificazione ad autori come Pasolini, e perfino Gramsci. La mossa di Schlein sembra una reazione a questa offensiva. Ma in che senso si può ancora parlare di “riappropriazione” senza ripetere il gioco degli abusi?

Sul piano letterario, si trattò certo di grottesca mistificazione. Tolkien era uno scrittore cristiano e conservatore, che nell’invenzione della Terra di Mezzo proiettò il suo amore per le lingue germaniche e la nostalgia estetica per un mondo preindustriale, dove i valori etici supremi non erano espressi dalle figure del potere e della tecnologia (come nel fascismo), ma nell’idillio pacifico dei canti e nella vita millenaria degli alberi.

I suoi personaggi più complessi sono quelli che risultano corrotti dalla tentazione del potere, come Gollum, o immuni ad essa, come gli uomini-albero. Peraltro, nelle sue lettere ricorrono il trauma della Grande Guerra, dove aveva perso i suoi più cari amici, e il disprezzo per i nazisti. Insomma, Tolkien appare lontanissimo dalla cultura della destra neofascista.

Che quest’ultima possa averlo stravolto senza grossi ostacoli è dipeso dall’incomprensione della sinistra italiana rispetto al fantastico, che troppo tardi è stata riconsiderata e infine superata, come mostrano la conoscenza e l’apprezzamento per Tolkien e la fantasy di scrittrici e scrittori contemporanei come Wu Ming 4, Loredana Lipperini, Michela Murgia, Chiara Valerio, Vanni Santoni.

Il problema della riappropriazione

Sul lato politico, la questione è più complessa ed è stata meno meditata. Non si possono negare l’abilità e l’efficacia con cui la “macchina mitologica” postfascista – come l’avrebbe chiamata Furio Jesi – ha assimilato Tolkien. Soprattutto se si considera che, in Inghilterra, Il signore degli anelli era la “Bibbia degli hippie” (come si ammetteva sulla fascetta della prima ristampa Rusconi). I modelli per la costruzione di un mito politico, del resto non mancavano.

L’importanza politica dei miti per l’educazione e la creazione del consenso è un tema antico, già centrale in Platone, che fu ripreso e molto dibattuto nell’Ottocento. Mussolini ammirava la Psicologia delle folle di Gustave Le Bon e le Riflessioni sulla violenza di Georges Sorel, dove s’insisteva sul valore dei miti per mobilitare e plasmare le masse. L’invenzione mitologica è stata una caratteristica fondamentale del fascismo e del nazismo.

Ma l’uso dei miti da parte del fascismo destò anche l’ammirazione di diversi intellettuali comunisti e socialisti, da Ernesto de Martino a Georges Bataille, secondo cui a sinistra occorreva muoversi sul «terreno del fascismo stesso. Il terreno della mitologia». In questa prospettiva, i miti servivano alla pedagogia del popolo, per prepararne l’emancipazione.

Ma c’era un profondo problema in questo progetto di “appropriazione”. Prima che il valore delle tradizioni autentiche, nella propaganda fascista e nazista agiva l’abolizione del rapporto critico con la storia, per cui il passato è semplificato e reinventato secondo gli interessi di una élite. Questo procedimento è incompatibile con una politica democratica. Ne è l’ennesima conferma, negli Stati Uniti di oggi, il modo in cui frasi e meme derivati dall’immaginario anonimo di internet sono stati appropriati dalla nuova destra americana e hanno fatto breccia in pochi anni nell’autoritarismo antidemocratico.

Quindi, che cosa può significare oggi “riappropriarsi” di uno scrittore fantastico? Non certo impadronirsi di una creazione artistica per fabbricare altri miti. Si tratta piuttosto di liberarne l’opera dai vincoli imposti per ovvi interessi. Ripudiare il mito politico. Riconoscere al fantastico la sua propria apertura di senso.

lunedì 26 febbraio 2024

L'horloger, una epopea postmoderna in forma di thriller

 


 

Jérémie Claes, L'Horloger, Héloïse d'Ormesson, Paris 2014

Il libro si presenta come un thriller e a me i thriller in genere non piacciono. Lo apro lo stesso, comincio a leggerlo e mi ritrovo in un quadro che mi è molto familiare. Non per via della trama (che rientra nel quadro formale del thriller), ma per via del testo (il contenuto) che fa pensare a un'epopea fantastica, il genere al quale appartiene l'Orlando furioso dell'Ariosto. Tipica è anche la scelta del linguaggio. Il francese classico non è abbandonato del tutto, ma la scena è dominata da un gergo giovanile e volgare. Il quadro  ideologico mi riporta a un ambiente del quale ho fatto parte in passato, l'insegnamento laico organizzato  sul suo territorio dal Comune di Bruxelles. Nel libro i valori di fondo restano quelli della modernità, mentre l'apparenza superficiale ha una composizione postmoderna. E postmoderno è l'universo nel quale si collocano gli eventi narrati. Il protagonista Jacob Dreyfus è a sua volta la quintessenza di un cittadino belga evoluto e laico. Scientia vincere tenebras, dice il motto dell'Università libera di Bruxelles. Tutto lo scontro messo in scena oppone il bene al male. L'autore ha una bella immaginazione e si scatena a suo piacimento. Thriller e fantasy mescolati, un po' come nel Signore degli anelli. mentre l' attenzione per il linguaggio fa pensare a Sanantonio, Frédéric Dard. In modo inatteso, il soprannaturale ha un ruolo decisivo nei due campi. Jacob Dreyfus è ateo, lui e il suo entourage sono degli epicurei. Il vino è per loro un asse portante della vita. Funziona come la pozione magica in Asterix, permette di superare le difficoltà. I pasti sono passaggi forti, fondamentali dell'esistenza. Cucina francese e italiana. Gli italiani peraltro sono visti spesso con un occhio favorevole. Le italiane sono addirittura poste in primo piano, italiana è Lucie, la seconda moglie di Jacob Dreyfus, italiana è la donna legata a Solane, il poliziotto che protegge Jacob. Il dialogo occupa molto spazio nel racconto. Jérémie Claes è un uomo di teatro. Si veda anche per questo il ricorso all'agnizione : Dolores-Soledad, Jacob-Cyril. Il nonno di Dreyfus (Alfred) si chiamava Jacob, qui i genitori vengono da Vichy. L'ebreo ha le sue radici nel cuore della Francia.

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Pour moi le texte est intéressant  encore plus que le récit. Le livre contient une image très saisissante d'un univers postmoderne. Jacob Dreyfus est à son tour la quintessence d'un citoyen belge évolué et laic. Scientia vincere tenebras. Le livre met en scène un affrontement entre le bien et le mal. L'auteur a une belle imagination et s'en donne à coeur joie. Thriller et fantasy mélangés, un peu comme dans le Seigneur des anneaux, tandis que l' attention pour le langage fait penser à Sanantonio Frédéric Dard. L'épopée n' est pas loin, une épopée fantastique qui a un ancêtre illustre, le Roland furieux (1516). D'une manière inattendue, le surnaturel a un rôle décisif dans les deux camps. Jacob Dreyfus est athée, lui et son  entourage sont des épicuriens. Le vin est un élément qui pemet de tourner la page, les repas donnent une signification supérieure à l'existence. Cuisine francaise et italienne. Les italiens d'ailleurs sont vus d'un oeil favorable. Le dialogue prend beaucoup de place dans le récit. Jérémie Claes est un homme de théatre. Le recours à l'agnition. Dolores-Soledad, Jacob-Cyril. Le grand père de Dreyfus (Alfred) s'appelait Jacob, ici les parents viennent de Vichy. Le juif se situe par ses origines au coeur de la France.