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martedì 1 settembre 2026

Pasolini e Pound

Massimo Raffaeli
Quando Pasolini incontra Pound

il manifesto, 1 settembre 2026

Non avrebbero potuto essere più agli antipodi i profili e i percorsi di Ezra Pound e Pier Paolo Pasolini nel momento dell’incontro, il 26 ottobre del ’67, per un’intervista commissionata dalla Rai da inserirsi in un ritratto televisivo del poeta americano. Pound ha trentasette anni più del suo intervistatore, da qualche anno è tornato in Italia, dividendosi tra Venezia e Rapallo, dopo oltre un decennio di internamento in un manicomio criminale di Washington dove, scampando alla esecuzione, ha espiato il suo collaborazionismo culminante, in tempo di guerra, negli appelli e negli anatemi scagliati sui connazionali direttamente da Radio Roma.

PER PARTE SUA PASOLINI, espulso dal Pci nel dopoguerra per «indegnità morale», è rimasto un intellettuale marxisant la cui fisionomia di poeta e regista cinematografico nel senso comune è circonfusa da un’aura perpetua di scandalo. Propiziato dal firmatario della trasmissione (lo scrittore Vanni Ronsisvalle, nella cui bibliografia si annovera un notevole romanzo, Tour Montparnasse, Editori Riuniti 1977), il dialogo si apre con una vera e propria palinodia davanti al maestro americano perché Pasolini ne è stato a lungo nemico (lo dicono l’epistolario e il suo biografo – nonché precoce traduttore dello stesso Pound – Enzo Siciliano) fino al viaggio a New York, nel ’66, quando stringe amicizia coi poeti della beat generation, e specialmente Allen Ginsberg, per i quali i Cantos, opera di un Cosmo esploso nella maestà del Caos, sono il massimo riferimento secolare.

E però Pound, lusingando involontariamente Pasolini, non ama affatto le nuove avanguardie, perciò Ginsberg, che pure si trova in quel momento a Venezia, è estromesso dal set di un’intervista che la musicista Olga Rudge (musa e compagna di Pound, madre di sua figlia) ha avallato temendo comunque che la fama di Pasolini e la natura controversa del suo personaggio potessero alimentare la polemica politica.

E INVECE PASOLINI è entusiasta, deferente come può esserlo un neofita che abbia consapevolezza di trovarsi al cospetto di uno dei maggiori poeti del secolo, forse il più grande e il più emblematico: Pound lo ascolta ma è recluso nel tempus tacendi e si limita, nel suo italiano esotico, a poche battute lancinanti. Messa in onda nel giugno del ’68, l’intervista, ora integralmente accessibile in Raiplay, è stata di recente trascritta (compare in Ezra Pound, È inutile che io parli. Interviste e incontri italiani 1925-1972, De Piante 2021) da Luca Gallesi che oggi firma una breve monografia dal titolo Pound e/o Pasolini (introduzione di Giuseppe Garrera, Edizioni Ares, «Poundiana», pp. 136, euro 14). Il libro è utile a ricostruire genesi e sviluppo del rapporto fra i due poeti utilizzando, dalla parte di Pound, una letteratura critica di prima mano (Gallesi è anglista) nonostante nella bibliografia generale sia assente il nome di Massimo Bacigalupo, suo massimo specialista (e qui si veda da ultimo Ezra Pound, un mondo di poesia, Ares 2022).

Meno nitido è l’approccio a Pasolini sia per una svista filologica (costui non collaborò al «quotidiano» Il Tempo – che anzi fu sempre in prima fila al suo linciaggio – ma semmai, e a più riprese, al settimanale Tempo altrimenti noto come Tempo illustrato) sia per alcune definizioni discutibili quali «omosessuale dichiarato e sedicente comunista» o anche «dopo la guerra diventato antifascista»: Pasolini non era De Pisis o Comisso o il suo amico Sandro Penna, perché dissimulò la propria omosessualità come allora usava; venne espulso dal Pci ma restò persuaso – teste la dichiarazione di voto del ‘75 – del fatto che in un paese orribilmente sporco proprio il Pci fosse un’isola dove le coscienze si sono disperatamente difese; infine Pasolini «maturò» l’antifascismo negli anni della guerra pari a molti intellettuali della generazione fascistissima, necessariamente formatisi nei Guf: perciò non si tratta di una mutazione come vorrebbe il verbo «diventare» o peggio di una resipiscenza (come oggi la destra italiana ha il coraggio, sfacciatamente, di insinuare).

QUANTO ALLA REALE intersezione fra i due poeti, Gallesi la coglie giustamente nel ricordo e/o nel rimpianto di una mondo arcaico che la civiltà industriale sta intanto annientando: è la Cina rurale di Confucio per l’uno, l’Italia romanza delle pievi e dei borghi per l’altro. Viene tuttavia sfuocata la natura più profondamente simpatetica del loro rapporto, che è invece d’ordine formale e strutturale come già dimostrato da Francesca Cadel in fondamentali contributi (peraltro omessi in bibliografia) per cui è esistita una «funzione Pound» nell’ultimo Pasolini, la stessa che fermenta sottotraccia nelle sue opere testamentarie, fra le macerie del Dopostoria, dal palinsesto di Petrolio alle terribili sequenze di Salò (dove risuonano da un’Ade senza scampo i versi medesimi di Pound), da Bestia da stile ai versi di uno dei suoi libri più alti e meno rammentati, Trasumanar e organizzar (’71).

sabato 6 giugno 2026

Lyhanna scuote la Francia


Daniele Zappalà
La morte di Lyhanna, 11 anni, e la "giustizia colabrodo": la Francia sotto choc

Avvenire, 6 giugno 2026

Dopo l’ondata d’emozione suscitata dal sequestro e dalla morte di Lyhanna, 11 anni, una tempesta di rabbia travolge in Francia la «giustizia-colabrodo» che lascia in libertà i pedocriminali, sotto lo sguardo impassibile della politica, anch’essa sul banco degli accusati. Nella coscienza del Paese, resterà inciso il volto spensierato della ragazza del Midi, presa in macchina la settimana scorsa all’uscita di scuola dal padre di una compagna di classe, prima del ritrovamento del cadavere quasi una settimana dopo, nel silo per cereali di una cooperativa agricola dove l’uomo aveva lavorato in passato. Da parte di quest’ultimo, nel corso degli interrogatori, nessuna confessione. Solo la ritrattazione di una prima versione dei fatti, di fronte a immagini che mostrano Lyhanna a bordo della sua auto.
Ma un intero macigno di prove pesa sul capo di un individuo contro il quale diverse famiglie avevano già sporto denuncia in passato, per violenze o molestie su minori, lungo un arco di tempo che coprirebbe un intero decennio. Ogni volta, nondimeno, le procedure erano sfociate su non luoghi, nonostante le testimonianze rilasciate anche dalle vittime. L’ultima denuncia, risalente all’anno scorso, non era stata ancora neppure trattata. L’uomo, padre di due bambine, era così rimasto in libertà.
«Non possiamo non vedere le crepe appena rivelate», ha ammesso ieri mattina il presidente Emmanuel Macron, promettendo delle «inchieste molto rapide per poter chiarire le responsabilità». Il guardasigilli Gérald Darmanin aveva già riconosciuto la gravità della catena di omissioni da parte del sistema: «Siamo tutti atterriti da questa disfunzione che, credo, è rivelatrice della nostra cattiva organizzazione, senza dubbio al Ministero della Giustizia come altrove».  
Dai ranghi dell’opposizione, il leader ultranazionalista Jordan Bardella ha accusato il governo di aver «pesantemente fallito», affermando che «il popolo francese esige che si paghi il conto». Ma gli attacchi sono piovuti anche dalla sinistra radicale, ad esempio per bocca della capogruppo dei deputati mélenchoniani, Mathilde Panot, pronta ad additare «il risultato soprattutto del rifiuto politico di dare la priorità alla lotta contro le violenze ai bambini e alle donne». 
A mettere in causa il sistema è la serie ormai lunga di casi, negli ultimi anni, in cui la giustizia ha dimostrato di dare poco peso alle testimonianze di bambini, o alle denunce dei genitori. Uno scenario che ha spinto diverse associazioni ad affermare che «la Francia è incapace di proteggere i suoi bambini». Una marcia civile di protesta è prevista domenica a Fleurance, il comune occitano rurale del dramma, nella regione di Tolosa.

mercoledì 29 aprile 2026

L' attacco a Mattarella


Piero Sansonetti
Dietro il caso Minetti l’attacco a Mattarella: chi vuole liberare il Quirinale prima delle elezioni?
l'Unità, 29 aprile 2026

 È un attacco micidiale al presidente della Repubblica. Diretto, inedito. È del tutto evidente che l’obiettivo non è Nordio, anche perché il ministro in questa vicenda ha avuto un ruolo del tutto secondario, di passacarte. È chiaro che non poteva essere lui ad indagare su Nicole Minetti, il compito spetta alla magistratura (e finora la magistratura non è dipendente del ministro…). Né poteva essere lui a decidere, il potere era ed è solo di Mattarella. Ora si fa un po’ di melina, il gioco politico si attorciglia e si confonde, ma l’unica conclusione che si vede all’orizzonte è il tiro ad alzo zero contro il Quirinale. Chi ha interesse a questo attacco sono gli stessi che hanno sollevato il caso Minetti e raccolto le informazioni su di lei e sul suo compagno Cipriani? Qui le cose diventano più difficili. Bisognerebbe capire se nella vicenda c’entrano o no i servizi segreti. E poi bisognerebbe capire, nel caso, quali pezzi di servizi segreti. E poi a nome e per conto di chi. L’occasione però è stata molto ghiotta. All’indomani del referendum, in un momento di grande debolezza del governo, e con un tema molto importante sul piatto: il potere di grazia del Quirinale.

Da quando è stata abolita l’amnistia, un quarto di secolo fa, il potere di grazia è rimasto l’unico potere giudiziario che sfugge alla magistratura. La quale non lo ha mai visto di buon occhio. Se il Quirinale alla fine si piegherà al diktat, e ritirerà la grazia per Nicole Minetti, si creerà una situazione nella quale nessun presidente più avrà il coraggio di esercitare quel potere. E si potrebbe persino arrivare alla scelta di abolire per legge, come è stato per tutti gli altri poteri di clemenza. La magistratura, o almeno la sua parte più potente, non ama la clemenza. Ma come mai proprio in questo momento è scattato l’attacco feroce contro il Presidente? Difficile capirlo con certezza. Non ci sono gli elementi. Ma si può ragionare. Per esempio si può ragionare sul fatto che da circa un mese si è capito che molto difficilmente il centrodestra, dopo le elezioni del 2027, avrà una maggioranza (o comunque una maggioranza larga) in Parlamento. È possibile che sia in minoranza o che invece si trovi comunque con una maggioranza molto risicata. E una maggioranza risicata, questo la storia ce lo insegna, non è sufficiente per eleggere il Presidente della Repubblica.

Non è un dettaglio, nello svolgersi della lotta politica. Il centrodestra da tempo ragionava sulla probabilità di poter eleggere un suo presidente della Repubblica a conclusione del settennato di Mattarella. Molti giornali lo avevano scritto. Per la prima volta la Repubblica italiana potrebbe avere un presidente di destra. Era la verità, sempre che non si vogliano considerare di destra presidenti democristiani come, ad esempio, Antonio Segni e Giovanni Leone. Ora però questa verità si incrina. E allora? Beh, potrebbero esserci forze consistenti che gradirebbero l’esodo dal Quirinale di Sergio Mattarella prima della scadenza naturale e prima della prossima tornata elettorale. Ed è immaginabile che Mattarella, di fronte a una campagna contro di lui, potrebbe decidere di non farsi logorare e di uscire a testa alta. E in questo modo si consegnerebbe a questo Parlamento, con una spropositata maggioranza di destra, il potere di scegliere il nuovo presidente della Repubblica. Ci sono prove di fatto che sia in atto questa manovra? No, chiaro. Solo che la logica spinge a pensare che sia così.

P.s. 1. C’è comunque un ostacolo a questo ipotetico disegno. Se si eleggesse il prossimo capo dello Stato nel corso del 2026 Giorgia Meloni sarebbe incandidabile perché compirà 50 anni solo nel 2027.

P.s. 2. Ho notato che in tutta questa polemica nessuno si occupa del bambino di Nicole Minetti. Il fatto che la grazia sia stata concessa per consentire a questo bambino malato di essere assistito non interessa. Il bambino è un accidente da non considerare. E se per caso la grazia fosse revocata, e il bambino si dovesse trovare senza una persona, diciamo pure una mamma, che lo assiste e lo aiuta, questo sarebbe solo un trascurabile effetto collaterale delle Giustizia Giusta e Implacabile che piace ai più. C’è da stupirsi? No, no: il cinismo in politica non stupisce né indigna nessuno.

Marco Travaglio
Berluswashing

Il Fatto quotidiano, 29 aprile 2026

Come i fantasmi dei morti insepolti che tirano per i piedi i vivi, il berlusconismo senza B. continua a inquinare quel che resta della democrazia italiana che non s’è mai decisa a dargli la degna sepoltura nelle fogne della storia. Ora vorrebbero farci credere che il salvataggio della Minetti – un obbrobrio di per sé, anche prima che il Fatto scoprisse i legami con Epstein, i bunga-bunga in Uruguay e l’operazione di kid watching sul povero orfanello con entrambi genitori – è tutta colpa di Nordio, anzi della Bartolozzi (la capra espiatoria perfetta). E che il Quirinale, da tutti lodato per il nobile gesto umanitario, ora che la grazia gli si ritorce contro in disgrazia non c’entri più niente. Ma Mattarella presenziò ai funerali di Stato di B. pregiudicato e finanziatore della mafia (tre giorni di lutto nazionale); promosse Cavaliere del lavoro la figlia Marina per l’eroico merito di aver ereditato un impero fondato su vari crimini; non ha avuto scrupoli a graziare l’igienista dentale berlusconiana condannata per lenocinio e peculato senza che avesse scontato un giorno di pena; non s’è chiesto come si potesse affidare un bambino a una tizia che faceva orge con minorenni chez B.; e ha pure nascosto il suo atto anziché annunciarlo con la canonica nota ufficiale. Forse si vergognava un po’? E di che?

Sono mesi che il lato oscuro del potere lavora al berluswashing per spacciare il peggio del centrodestra – cioè FI – per la sua parte “buona”, nella speranza di traslocarlo nell’altro campo in salsa salisiana per l’ennesima ammucchiata tipo Draghi e sottrarre le prossime elezioni a leader incontrollabili come Conte e Schlein. Purtroppo la magistratura, che non si è riusciti ad addomesticare col referendum, continua implacabilmente a rammentarci cosa era il berlusconismo: il 27 maggio riparte il processo Ruby-ter, seguito da quello a Dell’Utri per le ricompense milionarie di B. al suo silenzio su mafia e stragi (altro che le favolette dell’antimafia su Mafia & appalti). Poi, certo, c’è Nordio che perora la causa della semi-nuora dell’amico di spritz Arrigo Cipriani e chiede accertamenti ai magistrati, chissà come mai, solo sull’italia, mentre tutto il peggio è avvenuto in Uruguay (e basta Google per trovare i soldi di Epstein, l’import-escort di squillo straniere nel ranch di Cipriani jr.&minetti e gli atti della loro causa ai genitori del bimbo). Ma questa è la tragedia di un uomo ridicolo, che mai avrebbe dovuto diventare ministro della Giustizia e dovrebbe essere ai giardinetti da un pezzo. Ora dovrà spiegare perché, coi potenti mezzi del suo ministero, non sapeva nulla di ciò che ha scoperto il nostro cronista Thomas Mackinson con qualche telefonata. Però, a sua difesa, potrà sempre puntare sulla modica quantità di prostituzione.

venerdì 3 aprile 2026

La leggerezza del ministro


Federico Capurso  Maria Corbi
"Presto racconterò tutto" Le allusioni di Claudia Conte agitano la maggioranza
La Stampa, 4 aprile 2026

Nel frattempo, escono nuove rivelazioni e dettagli di questa lanciatissima ragazza originaria di Cassino. Leggendo le motivazioni dell’assoluzione del suo ex fidanzato, il calciatore Angelo Paradiso, dal reato di stalking nei confronti di Conte, si entra in un mondo opaco fatto di minacce anonime, falsi profili social e ostilità tra ex. Si legge nella motivazione del Tribunale di Roma, ad esempio, di una lettera anonima ricevuta dalla conduttrice tv Vira Carbone, nel 2021, in cui la si avvertiva del legame della Conte con il marito, l’ex parlamentare Pd Renzo Lusetti che aveva con Conte una società di eventi, la Shallow Srl. A dimostrazione della facilità con cui la giornalista di Cassino intratteneva relazioni ad alto livello. La lettera, dalla chiara volontà diffamatoria, definiva Conte «un’attricetta di paese… non è riuscita a sfondare e ora per farlo si fa aiutare da uomini vecchi…». Invidie e vecchi merletti, un quadro che qualsiasi siano i contorni reali fa rabbrividire Giorgia Meloni ed entusiasma i suoi nemici, a iniziare da quelli interni.

Lorenzo Giarelli
"Il ministro è stato inopportuno, inevitabili i sospetti di favoritismi"

Il Fatto Quotidiano, 3 aprile 2026

Professor Marco Tarchi, Piantedosi ha commesso una leggerezza, rendendosi ricattabile?
È noto che mescolare vicende professionali con questioni sentimentali comporta rischi, e i casi che hanno fatto scandalo non si contano. Se questo è vero in qualsiasi contesto lavorativo, per un politico lo è molto di più. Figuriamoci per un ministro. Di sicuro si può parlare di leggerezza e inopportunità, ma ci sono proverbi un po’ crudi che spiegano perché situazioni di questo tipo si verificano non raramente. Non chiamerei in causa i ricatti, ma i sospetti su favoritismi – fondati o no – in casi come questo si diffondono inevitabilmente.
C’entra l’impreparazione della classe dirigente? 
Io preferisco parlare di immaturità di alcuni esponenti, che sono stati paracadutati troppo in fretta in ruoli a cui non avevano avuto il tempo di prepararsi. Ma qui non siamo di fronte a un ex ragazzo della “generazione Atreju”, ma a un funzionario sperimentato. E la cosa lascia ancor più perplessi.
Piantedosi deve lasciare?
Se ritiene di non aver commesso alcun favoritismo, no. Sta alla sua coscienza.
Crede a un disegno politico dietro questa vicenda?
La coincidenza porta inevitabilmente al sospetto. Però, quando si coltivano disegni politici di delegittimazione di questa portata, ci si guarda bene dal metterci la faccia e ci si copre dietro figure apparentemente neutre. Per avanzare credibilmente l’ipotesi di faide interne occorrerebbero elementi più solidi.
Meloni farebbe bene ad andare al voto?
Fra Meloni e le elezioni c’è di mezzo Mattarella, e non è un ostacolo da poco, almeno a parere di chi, come me, non ha mai creduto alla “neutralità” presidenziale, tantomeno in questo caso. E in ogni caso, per motivare agli occhi dell’elettorato un simile dietrofront, occorrerebbe un casus belli politico, non basato su fatti personali. E se la decisione non è stata presa subito dopo il referendum, non avrebbe senso assumerla ora.
Come valuta il rimpasto?
Accentuerebbe l’impressione di instabilità e si presterebbe ad altre campagne polemiche dell’opposizione.
Meloni diceva che il voto non avrebbe avuto conseguenze. Era un bluff ?
No. Di sicuro, Meloni aveva più da guadagnare da una vittoria del Sì che da perdere da una vittoria del No. Aveva chiarito che non si sarebbe dimessa e credo sappia che per l’elettorato di destra l’unica vera occasione di mobilitazione è costituita delle Politiche. E anche che il 23 marzo le hanno inviato segnali ostili, da destra, anche elettori che volevano punirla per le sue scelte di politica estera e/o economica, ma che di fronte al rischio di un governo Schlein tornerebbero a casa.
Al netto del caso Delmastro, diverso, Bartolozzi e Santanchè avrebbero lasciato se avesse vinto il Sì?Forse le cose sarebbero andate diversamente in termini temporali, ma è noto che Meloni non ha affatto apprezzato né l’uscita estemporanea e controproducente della prima né i guai giudiziari della seconda. Quindi le pressioni per le dimissioni ci sarebbero state comunque, un po’ più in là.
I sondaggi danno FDI in calo: la destra rischia?
È presto per dirlo. In 18 mesi può succedere di tutto, e già molto succede adesso, con la guerra e le sue ricadute. Il trasferimento dell’esito referendario su quello del futuro politico è abusivo, anche perché in quella prospettiva conterà molto ciò che succederà a sinistra nel frattempo. A mio parere, tuttavia, Meloni dovrà procedere a qualche correzione di rotta in alcune sue scelte, a partire da quell’appiattimento totale su Trump e su un atlantismo acritico che non le ha giovato e potrebbe fare del partito di Vannacci qualcosa di più di una meteorica scheggia.



martedì 10 febbraio 2026

Boccia d'assalto

Enrica Riera
Stalking all'ex ministro Sangiuliano, Maria Rosaria Boccia va a processo

Domani, 10 febbraio 2026

Stalking, lesioni, diffamazione, interferenze illecite nella vita privata e false attestazioni nel curriculum. Con queste accuse l’imprenditrice di Pompei, Maria Rosaria Boccia, andrà a processo. Lo ha deciso questa mattina il giudice dell’udienza preliminare di Roma. 

Si chiude così un primo capitolo sul caso, che scoppiato la scorsa estate, ha portato l’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano a dimettersi dal dicastero che oggi ha come capo Alessandro Giuli. Nel procedimento su Boccia, oltre a Sangiuliano risultano parti offese anche sua moglie, Federica Corsini, e l’ex capo di gabinetto Francesco Gilioli.

Le accuse


I pubblici ministeri – le indagini sono coordinate dall’aggiunto Giuseppe Cascini – contestano all’imprenditrice, che aveva intrapreso una relazione con l’ex ministro e che alla fine non aveva visto concretizzarsi la nomina a sua consigliera, una serie di condotte.

Tra queste quella di aver cagionato in Sangiuliano «un perdurante e grave stato di ansia e paura che si estrinsecava in un forte stress, un notevole dimagrimento, pensieri suicidi, in modo tale da costringerlo ad alterare le proprie abitudini di vita – scrivono i pm – compromettendone la figura pubblica, inducendolo a rassegnare le dimissioni dalla carica istituzionale, ad evitare i luoghi abitualmente frequentati, limitare le uscite private e pubbliche o le partecipazioni a convegni o viaggi istituzionali e privati».

I magistrati capitolini delineano dunque un quadro che sembrerebbe basarsi su pressioni psicologiche e controllo. «Boccia – si legge ancora nelle carte – pubblicava foto di loro due al concerto dei Coldplay senza il consenso di Sangiuliano e imponeva a Sangiuliano di non portare addosso la fede nuziale e alla fine gliela sottraeva».

Poi la vicenda della chiave di Pompei «del valore di circa 14.823,00 euro, che doveva essere consegnata dal Sindaco quale premio al Ministro». Quella chiave che fine ha fatto? A luglio del 2024 Boccia «chiedeva la consegna della chiave». Asserendo che il ministro, concludono i pubblici ministeri, «gliela aveva promessa e le promesse vanno mantenute».

A marzo 2025 l’imprenditrice era stata interrogata dai magistrati capitolini, a luglio era arrivata invece la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini. Nelle scorsa settimana, inoltre, un altro guaio giudiziario: la notifica a Boccia del 415 bis, in questo caso i pm di piazzale Clodio le contestano di aver diffuso e rivelato informazioni relative alla vita privata dell'ex ministro della Cultura e la moglie tramite l’audio di una loro conversazione. In questo filone è indagato anche un giornalista di una testata campana, anche lui ha ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini. 

La difesa

A stretto giro è arrivato il commento degli avvocati che difendono Maria Rosaria Boccia: «Siamo convinti che non ci sia alcuna condotta illecita, alcun atto persecutorio»', hanno detto Francesco Di Deco e Saverio Sapia.

«Noi dimostreremo che dai principi del giugno del 2024 era l'allora ministro a proporle in primis la nomina e successivamente già dalla settimana dopo si dichiarava follemente innamorato e quindi a meno che non sono cambiati i canoni dello stalking, a me non risulta che una persona che è sottoposta a stalking e dichiara di avere paura manda ogni giorno in maniera quasi asfissiante, azzarderei adolescenziale - ha detto uno dei difensori - messaggi con cuoricini. Quindi c'è una discrasia in tal senso. Stesso discorso per quanto riguarda le lesioni».

Per quanto riguarda poi l'accusa di interferenze illecite «la condotta è stata totalmente diversa - sostiene la difesa di Boccia - è stata ammessa ad ascoltare una telefonata e quindi come presente, cioè il consenso non era rilevante: in quel caso era il querelante a permettere di ascoltare la telefonata in viva voce. Poteva benissimo in qualunque momento staccare e interrompere la comunicazione tenutamente privata. L'incriminazione è davvero fumosa e speriamo di poterlo dimostrare già in questa fase processuale senza dover andare in dibattimento».

domenica 23 novembre 2025

Virginia Roberts Giuffre, memorie di una sopravvissuta

 


«vi prego andate avanti a leggere»
Virginia Giuffre. Il memoir postumo della «sopravvissuta» ai crimini dei pedofili Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell e del loro circolo vip. Una discesa agli inferi e una lunga battaglia

«Vi prego, non smettete di leggere questo libro» scrive Virginia Roberts Giuffre, una delle “sopravvissute” - si dovrebbe dire, salvo che lei non è sopravvissuta - agli abusi della coppia di pedofili composta da Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell e dei politici, principi, miliardari, scienziati loro amici cui era ceduta come giocattolo sessuale. “Sopravvissuta” anche agli stupri precedenti a quando, sedicenne, fu reclutata da Maxwell quale “massaggiatrice”. L’atroce racconto delle violenze subite fin dai sette anni, all’inizio per mano del padre, è difficile da sopportare e lei lo sapeva bene. Così, dopo le prime 80 pagine del suo lucido memoir pubblicato postumo, che di pagine ne fa 450 - Nobody’s girls. La mia storia di sopravvivenza in nome della giustizia - supplica chi legge di non rinunciare. «So che la mia storia è dura da sopportare - scrive -. Le violenze. L’abbandono. Le decisioni sbagliate. L’autolesionismo. Immaginate che un simile trauma vi rigiri di continuo dentro la testa, come accade nella mia, invece di essere raccontato nelle pagine di un libro che in un qualsiasi momento potete mettere da parte, per riprendere fiato. Però, vi prego, non smettete di leggere. So esattamente come aiutarvi a superare le parti più dure. È lo stesso metodo che uso per me stessa: concentrarmi sul presente». E così Virginia Roberts Giuffre si mette a descrivere i suoi tre bambini, la vita familiare, il marito che avrebbe voluto fosse un marito e non un confessore, convinta che possa risollevare il morale di chi legge come accadeva a lei. Ed è questa ingenuità caparbia, forse, una delle parti più commoventi del terribile resoconto della sua vita. Un memoir scritto «per destigmatizzare le esperienze delle vittime»; perché il modo in cui Epstein vedeva le donne e le ragazze, giocattoli usa e getta, «è piuttosto diffuso tra certi uomini di potere che credono di essere al di sopra della legge»; perché è ancora frequente l’atteggiamento che ha permesso a Epstein di fare ciò che ha fatto: quello di coloro che, vedendo le ragazzine nude sulle sue isole e intorno alle sue piscine, le ragazzine portate in giro e alle cene non si sa bene perché, facevano come niente fosse. Tanti i nomi delle persone che la minorenne Giuffre ha incontrato con Epstein: Donald Trump, Bill Clinton, Al Gore, Flavio Briatore.

Nella prefazione, firmata nell’agosto 2025 da Amy Wallace, l’autrice cui aveva chiesto di aiutarla a scrivere le sue memorie, si legge che il 9 gennaio 2025 Virginia Roberts Giuffre l’aveva chiamata, agitatissima, riferendo che il marito l’aveva aggredita, inviandole foto del suo viso gonfio e livido. Poi lo aveva denunciato, ma la polizia australiana non gli aveva contestato alcun reato. Al contrario, l’esposto fatto da lui subito dopo aveva avuto come risultato un’ingiunzione restrittiva che vietava alla donna ogni contatto con i figli. Eppure non si trattava della prima volta in cui Virginia Roberts Giuffre sporgeva denuncia: a Wallace aveva raccontato l’arresto del marito nel 2015 in Colorado per averla aggredita. Wallace ha ritracciato il vice-sceriffo, ricordava bene che contro l’uomo era stato emesso un provvedimento che gli impediva di tornare a casa, ma questo non erano consultabile. Virginia Roberts Giuffre aveva deciso di non citare quell’episodio nel libro per il bene dei figli. E così Wallace, pur sapendo che chi subisce abusi nell’infanzia ha 15 volte più probabilità di subirli anche da adulto, e pur avendo avuto testimonianza di altri maltrattamenti del marito da parte dei fratelli di Virginia Roberts Giuffre, aveva rispettato il suo desiderio.

Il 25 aprile 2005 Virginia Roberts Giuffre viene trovata morta. Nel memoir Virginia Roberts Giuffre descrive le minacce e gli appostamenti di cui era vittima dopo le denunce contro Epstein e i suoi complici, la paura che aveva che potessero fare del male a lei o alla sua famiglia - ragione per cui non rivelava i nomi dei più potenti che avevano abusato di lei da ragazzina (anche «un famoso ex primo ministro»). Wallace nella prefazione dice che si è uccisa. Eppure, il dubbio su fatto che sia stato davvero suicidio, resta in chi legge. Certo, sopravvissuta agli abusi del padre, del suo amico, all’indifferenza della madre, all’incessante tortura sessuale nel circolo di Epstein, potrebbe non essere riuscita a sopravvivere alla violenza del marito e al divieto di vedere i figli. In un’intervista fatta 20 giorni prima di morire, lei stessa dice con amarezza di essere riuscita a lottare contro Maxwell e Epstein ma di essere a lungo rimasta prigioniera della violenza domestica.

Il 1 aprile 2025 la donna aveva inviato a Wallace e al suo agente un messaggio in cui scriveva che quanto contenuto in Nobody’s girl (libro «dedicato alle mie sorelle sopravvissute e a tutte le persone che hanno subito abusi sessuali») è «di importanza cruciale, perché il suo scopo è gettare luce sui fallimenti sistemici che permettono il traffico di individui vulnerabili oltre confine. È imperativo che questa realtà venga capita e che i problemi relativi alla questione vengano affrontati, ai fini sia della giustizia, sia della sensibilizzazione. Se io dovessi morire, voglio essere certa che uscirà lo stesso. Credo abbia il potenziale di influire su molte vite e di promuovere il dibattito necessario».

Che possa influire ce lo auguriamo anche noi, e dobbiamo constatare che Virginia Roberts Giuffre - chi scrive vorrebbe non dovere nominarla con il cognome del padre che l’ha stuprata e quello del marito che l’ha maltrattata, ma non vuole neppure chiamarla solo Virginia, infantilizzandola e facendola divenire una qualunque - ha fatto tutto il possibile perché questo avvenga. Il suo atroce racconto è accurato e sincero, nonostante l’enorme dolore che deve esserle costato rievocare gli stupri del padre, dell’amico cui l’aveva prestata, dei ragazzi e degli uomini che l’avevano violentata quando vagava per le strade senza meta dopo essere fuggita dal riformatorio dove era stata mandata per il suo comportamento ribelle e per l’uso di droghe, e dove aveva confessato senza conseguenze di essere vittima di stupri, dei due anni di incessanti abusi da parte di Epstein, Maxwell e degli amici potenti cui veniva “prestata”. Ancora più penoso deve essere stato confessare come la manipolazione subita dalla coppia di pedofili e la sua disperazione l’avessero portata a provare qualcosa per Epstein, di come sapessero farla sentire complice degli abusi che subiva, e soprattutto di come a un certo punto si fosse prestata a reclutare anche lei adolescenti per loro, individuando, come le avevano appreso, quelle più fragili, facendo leva sulle loro ferite e sulla loro disperazione: il suo più grande rimorso.

E se la prima metà di Nobody’s girl racconta la discesa agli inferi dell’abuso, la parte più importante è forse la seconda. Qui, dopo essere finalmente riuscita a dire addio ai suoi carcerieri - alla richiesta di questi di partorire il loro figlio - descrive la sua vita di sopravvissuta, la misconosciuta immane difficoltà di vivere col trauma, e la decisione, alla nascita di una figlia, di rivivere tutto iniziando la battaglia legale e mediatica per far emergere la verità sui suoi aggressori. Una battaglia che nonostante tre lustri di impegno è ancora ben lungi dall’essere vinta: «dove sono i filmati che l’Fbi ha confiscato nelle case di Epstein? E perché non hanno condotto ad azioni legali contro altri criminali»? si chiede nell’ultima pagina , augurandosi che accada. E che nel futuro una ragazzina che chiede aiuto lo possa trovare facilmente.


Virginia Roberts Giuffre

Nobody’s girl

Trad. di Studio editoriale Littera

Bompiani, pagg.448, € 22

martedì 4 novembre 2025

Sacrilegio

La stanza in cui è stata sorpresa la coppia

Erika Nicchiosini
Sesso in chiesa a Carmagnola, coppia scoperta dal parroco. Liturgia riparatrice dopo la profanazione

La Stampa Torino, 4 novembre 2025

Sorpresi a fare sesso nella chiesa parrocchiale di Salsasio, a Carmagnola (Torino). È successo pochi giorni fa, il 27 ottobre, quando il parroco don Iosif Patrascan ha scoperto una giovane coppia mentre stava consumando un rapporto sessuale accanto alla stanza dove sono custodite le statue della Madonna e del Sacro Cuore.

Ripresi dalle telecamere

I due, ripresi dalle telecamere di sicurezza, avevano iniziato a scambiarsi effusioni sul sagrato della chiesa Nuova di via Novara prima di decidere di appartarsi all’interno, forse alla ricerca di maggiore privacy. Il tutto in pieno giorno, nonostante il rischio di essere visti da bambini o anziani che spesso frequentano la chiesa per un momento di preghiera.

L'esterno della chiesa Nuova di via Novara

 

L’arrivo del parroco

L'intimità dei due giovani è però stata interrotta dall'arrivo del parroco che avendoli notati osservando le telecamere di sicurezza è intervenuto per fermarli. La giovane coppia sarebbe però riuscita a rivestirsi e fuggire appena in tempo, poco prima di essere raggiunta.

Liturgia riparatoria

«Un grave atto di profanazione che ferisce profondamente la comunità», ha commentato don Iosif Pastracan, che ha sporto denuncia consegnando le immagini registrate per consentire l'identificazione della coppia. Il sacerdote ha anche annunciato per il 7 novembre una liturgia riparatoria, con adorazione eucaristica e confessioni, per restituire dignità al luogo sacro.


Il precedente

L’episodio ricorda un altro fatto avvenuto a maggio dell’anno scorso a Viareggio. In quell’occasione una coppia di trentenni era stata sorpresa dai fedeli a fare sesso nella chiesa di Sant’Andrea. In quel caso, però, la polizia era intervenuta e la coppia era stata portata in questura dove era stata identificata e denunciata per atti osceni in luogo pubblico e vilipendio della religione.


Atti vandalici

L’episodio è solo l’ultimo — e il più grave — di una serie di atti vandalici che hanno colpito la parrocchia negli ultimi mesi. Durante l’estate ignoti avevano danneggiato il porticato davanti agli uffici parrocchiali, rubato le telecamere di videosorveglianza e rovinato alcuni fari. Da tempo, inoltre, sul sagrato e sulla scalinata della chiesa si ritrovano gruppi di giovani che sporcano e danneggiano gli spazi.
«La zona sta diventando sempre meno sicura — racconta il parroco — e spesso accadono fatti sgradevoli, come persone che fanno i propri bisogni sul sagrato. Più volte le mura esterne sono state imbrattate e talvolta vengono importunate le persone che partecipano alle celebrazioni, in particolare gli anziani. Chiediamo che vengano aumentati i controlli nella zona e per i luoghi sacri».

domenica 24 agosto 2025

Il senso dell'orrore


Andrea Malaguti
Tenere vivo il senso dell'orrore

La Stampa, 24 agosto 2025

In redazione guardiamo i filmati e le fotografie che arrivano a centinaia da Gaza. Le lasciamo scorrere sul video dei computer in silenzio. «Sono quadri di Caravaggio», dice una collega. Le macerie, la sabbia, la luce violenta, un formicaio di esseri umani spinti verso il nulla. Gli occhi senza espressione, i vestiti a brandelli e i corpi scheletrici di chi vive in fuga, senza cibo, senza acqua, senza elettricità. Senza.

Ecco, i palestinesi sono un popolo senza. Derubati di tutto. Dall’anima alla dignità.

A La Stampa temiamo il giorno in cui quelle immagini smetteranno di farci effetto. Di scandalizzarci. «Oportet ut scandal eveniant», «È necessario che gli scandali avvengano», recita il vangelo di Matteo. Dobbiamo tenere vivo il senso dell’indignazione, mentre vaghiamo come sonnambuli in cerca di rimedi. «Non si può ricordare qualche cosa a cui non si è pensato e di cui non si è parlato con sé stessi», dice Hannah Arendt, indicando un piccolo dovere da assolvere quotidianamente. Gaza e Kiev, dove saltano in aria le vite e i palazzi. Dove i missili di Putin distruggono uomini e cose senza sosta, per poi permettere al Dittatore russo di presentarsi in posti come Anchorage a spiegare quanto sia «addolorato per quello che succede a un popolo fratello». Come se non fosse lui a premere il grilletto.

E fa sorridere, se si è capaci di sorridere anche delle tragedie, pensare alla tronfia goffaggine con cui Donald Trump, dopo aver invocato per sé il Nobel per la pace, dice alla radio: «Netanyahu è un eroe di guerra, perché lavoriamo insieme. E credo di essere un eroe anch’io».

Eroi di guerra indifferenti agli strascichi granguignoleschi delle loro scelte.

Certo, si possono fare analisi più raffinate di questa, che è piuttosto una riflessione-sfogo. Un modo per tenere gli occhi su chi paga i costi della follia e non su chi la produce. Ma è difficile trattenersi dopo avere scoperto da un’inchiesta del Guardian che l’83% delle vittime della Striscia sono civili. Dopo che il portavoce dell’Onu ha implorato il governo israeliano di entrare a Gaza dove c’è una carestia «indotta», parola gelida che significa voluta, scelta, imposta, calcolata. E dopo che la miliardesima agenzia ci dice: «Raid israeliano a Gaza, 61 morti, 4 bambini». A decidere per tutti è la furia sterminatrice del primo ministro di Israele e delle sue Menadi assetate di sangue, Smotrich, Katz, Ben-Gvir. «Distruggeremo Gaza City». Come può non esserci vergogna in chi pronuncia la parola distruggere?

«Lo scorso anno Netanyahu citò un passo dell’Antico testamento. Mentre il popolo scappa dall’Egitto, donne e bambini che sono in fondo alla carovana sono assaliti e uccisi dagli amalechiti. Allora la voce di Dio chiede di distruggere tutti i discendenti di Amalech: donne, bambini, anziani, pecore, asini, villaggi. Se questo è il tuo punto di riferimento è inutile che ci stupiamo di ciò che accade».

Per schiarirmi le idee ho chiamato al telefono Gustavo Zagrebelsky (a cui devo buona parte delle riflessioni di questo articolo), intellettuale, giurista, già presidente della Corte costituzionale, una delle poche coscienze critiche di questo Paese. «Penso a me stesso e so che a Gaza non resisterei un giorno. Mi ammazzerei. La lotta per il cibo, i trasferimenti continui, le umiliazioni di ogni genere. La violenza peggiore è la sottrazione del futuro. Purtroppo, sappiamo che la storia umana è dominata dall’uso della forza. Quando questa produce orrori troppo grandi c’è una sorta di risveglio. È successo anche dopo la Seconda guerra mondiale. Poi, piano piano, ci si riaddormenta. La crisi delle grandi istituzioni internazionali è generata dal riemergere di forze non controllabili dal diritto». E dunque? «Dobbiamo mantenere vivo il senso dell’orrore, domandandoci contemporaneamente quali sono le condizioni che rendono il Diritto efficace». Avere valori condivisi? «Ad esempio. E poi io faccio l’elogio delle anime belle. Che rispetto alle anime brutte hanno un grande vantaggio morale: non servono a niente ma non aumentano il dolore del mondo». Il Diritto internazionale sepolto con i gazawi e gli ucraini. Umiliato dal mancato rispetto degli ordini d’arresto per Putin e Netanyahu, dalla restituzione di Almasri alla Libia. Ma rivendicato quando si è trattato, giustamente, di riconsegnare alla Germania l’agente segreto ucraino accusato del sabotaggio dei gasdotti russi Nord Stream.

«L’Europa e l’Italia belano ma non fanno. D’altra parte, l’esigenza è quella di non disturbare l’alleato americano. Io però scommetto ancora su questa opinione pubblica scandalizzata. Non può essere lasciata senza risposte e di certo non si metterà a tacere di fronte a proposte demenziali come quella di agire entro 24 ore per difendere gli ucraini dopo una pace eventuale. In guerra gli automatismi sono solo prova di infantilismo». Lei ci crede alla pace, professore? «Sarebbe un discorso molto lungo. Mi limito a dire questo: il soffocamento di una guerra non è necessariamente pace. Più spesso è sopraffazione».

Citando Bobbio, siamo tornati ad una fase ferina della storia. È nel 1600 che gli uomini, con Ugo Grozio e il suo De iure belli ac pacis, scoprono la necessità del Diritto internazionale come strumento di regolamentazione dei rapporti tra Stati. E poi, dopo la carneficina delle grandi guerre novecentesche, persino il bisogno della difesa dei diritti umani, di limiti che non si possono superare.

In questa nuova era barbarica l’unica regola che conta è quella della violenza, spacciata per soluzione rapida delle controversie. Siamo tornati a prima del 1600.

Ma non era la diplomazia “trumputinana”, dopo l’oscura presidenza Biden, che ci doveva tirare fuori dalla fossa dei serpenti in cui ci aveva trascinato il delirio buonista-progressista del mondo woke? Si continua a morire. Più di prima. Peggio di prima. Ma a Mar-a-Lago e alla Casa Bianca si ingrossa la fila dei bacia-terga. Eppure lo stato delle relazioni transatlantiche è al minimo storico. L’Europa si lascia strangolare. Accetta di comprare in tre anni 750 miliardi di risorse energetiche che non è in grado di sfruttare e dice sì a 600 miliardi d’investimenti strategici che serviranno alle industrie belliche e al debito pubblico statunitensi. Siamo sotto ricatto. Ma diciamo che sono accordi. Che è la Realpolitik. Che non si può fare diversamente. Probabilmente non si può. Allora, per ricominciare da zero, bisognerebbe avere il coraggio di dirlo assieme a Mario Draghi: «Per anni l’Unione europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e potere nelle relazioni commerciali internazionali. Il 2025 sarà ricordato come l’anno in cui questa illusione è evaporata».

Lo ha scritto su queste colonne Gabriele Segre: l’egemonia è la capacità di dettare il ritmo del tempo e l’Occidente, per decenni, ha imposto il proprio all’intero pianeta. Oggi non è più così, ma la politica ha il dovere di cercare strade (sanzioni, accordi tra Paesi omologhi, debito e difesa comune, fisco condiviso), prima che svanisca l’indignazione dell’opinione pubblica, unico custode del residuo valoriale che ancora ci unisce. Prima che le foto di Gaza e i morti di Kiev smettano di farci effetto. Prima che i nostri occhi e le nostre menti diventino cieche. La politica o è progettualità o è danno. «Libertà, democrazia e pace vanno continuamente rigenerate», ha spiegato il presidente Mattarella al Meeting di Rimini. Ha ragione. Il senso pratico deve accompagnarsi a quello morale. Non esiste l’uno senza l’altro. Al momento, latitano entrambi mentre gli esseri umani diventano solo fuoco e ferro.