giovedì 10 ottobre 2024

La consapevolezza della vita interiore


Flavia Silli, Il tempo in Bergson e Agostino

[Note conclusive].  Nicola Abbagnano conclude l’analisi del problema del tempo in Agostino con queste parole: “Ancora una volta, il ripiegarsi della coscienza su se stessa appare come la risposta risolutiva ad una questione fondamentale”. Senza dubbio l’invito di Socrate a conoscere se stessi, in Agostino diventa sorgente e sbocco del suo pensiero: per lui scavare nell’interiorità dell’uomo significa attingere a qualcosa di più profondo dell’uomo stesso, all’Infinito, vuol dire intraprendere un cammino inesauribile verso la conoscenza. Il centro della sua speculazione coincide veramente col centro della sua personalità: persino i più astratti concetti teologici, con lui si arricchiscono di un calore e significato umano che prima non avevano, divengono elementi di vita interiore per l’uomo giacché tali sono per lui, per Agostino. Egli riesce a saldarli ai suoi dubbi, al suo bisogno di amore e di felicità. Dopo 1600 anni, ancora si rimane sorpresi dalla genialità di Agostino nel tracciare un’analisi psicologica, dalla sua eccezionale capacità di schiudere la dimensione trascendente, non attraverso un arido sistema, ma grazie all’introspezione (basti pensare all’analogia tra la natura di Dio e la natura umana nel “De Trinitate”).

Bergson, da parte sua, esprime tutta la profondità del suo pensiero, nella rilevanza che attribuisce alla consapevolezza della vita interiore: “Così ci sarebbero due io differenti, uno dei quali sarebbe come la proiezione esterna dell’altro, la sua rappresentazione spaziale e, per così dire, sociale. Perveniamo a quello autentico, attraverso una riflessione approfondita, che ci fa cogliere i nostri stati interni come esseri viventi, continuamente in via di formazione, come stati refrattari alla misura, che si compenetrano gli uni con gli altri, e la cui successione nella durata non ha nulla in comune con una giustapposizione nello spazio omogeneo. Ma i momenti in cui ci cogliamo in questo modo sono rari, e perciò noi raramente siamo liberi. La maggior parte del tempo viviamo esteriormente a noi stessi e percepiamo soltanto il fantasma scolorito del nostro io… viviamo per il mondo esterno piuttosto che per noi; parliamo piuttosto che pensare… Agire liberamente significa riprendere possesso di sé, ricollocarsi di nuovo nella pura durata”. Questa splendida apologia della libertà che conclude il Saggio sui dati immediati della coscienza, richiama potentemente l’uomo a non smarrire il senso della sua dignità dietro rigide schematizzazioni, a non ingabbiare la sua interiorità creativa e irriducibile con l’uso scriteriato di categorie intellettuali, ma soprattutto suggerisce, in sintonia con Agostino, di interiorizzare la ricerca filosofica, una ricerca che impegna non solo l’intelletto dell’uomo, ma l’intera vita della coscienza.

https://www.paoloserra.org/2015/10/il-tempo-in-bergson-e-agostino/

mercoledì 9 ottobre 2024

Simenon, la trappola dei ricordi




Giulio Silvano, Il Foglio, 9 ottobre 2024
Georges Simenon, Malempin, Adelphi, Milano 2024

Edouard Malempin è un dottore ed è pronto, con la sua nuova auto fiammante, a partire per le ferie estive nel sud della Francia. Sbrigate le ultime faccende in ospedale, salutata una giovane paziente che non pensa di rivedere al suo ritorno – a cui regala una bambola – passa da casa per preparare i bagagli e prendere moglie e figlio. Ma all’arrivo nell’appartamento parigino scopre che il figlio minore, il piccolo e fragile Bilot, di otto anni, è malato. C’è una scena strappalacrime in cui Malempin cerca di non pensare al manuale delle malattie infettive aperto sul mobile nella cameretta del ragazzino, cerca di non far coincidere quello che sta succedendo al figlio con la descrizione della malattia mortale scritta sul libro.  Vegliando con dolore per giorni nella cameretta, uscendo solo per rimpinzarsi di cibo come un animale, mangiando cosce di pollo davanti al frigo aperto, Malempin fa un viaggio mentale. Ritorna alla sua infanzia, a dei giorni particolari, precisi, di cui cerca di ricostruire le dinamiche usando quei poveri dettagli che per un motivo o per l’altro gli sono rimasti impressi. Sono le giornate di lui ragazzino nella fattoria di famiglia, e le visite a zii strani ma ricchi. Rivive le atmosfere e le sensazioni, cercando di sbrogliare i fili che hanno portato ad alcune decisioni sofferte, ad alcune dinamiche che lo hanno fatto arrivare lì. Simenon, sempre così bravo a raccontare lo squallore degli adulti, qui ritorna bambino, e lo sguardo del bambino verso gli adulti è ancora più tagliente. “Si possono vivere da bambino momenti di intorpidimento?”, si chiede. Ricordi che si “fa di tutto per dimenticarli”. I soldi, come sempre, al centro di molte diatribe.
Malempin non è il classico romanzo duro – cioè i non Maigret – del prolificissimo belga. Malempin è una delle opere più proustiane di Georges Simenon. Se, come forse diceva André Gide, Simenon è Balzac senza la lunghezza, qui Simenon è pure un po’ Proust, anche qui senza la lunghezza. Non coricato di buonora, come Marcel, ma “impressioni sgradevoli di ricordi diffusi e penosi, che mi ritornano in mente a intervalli regolari, nei momenti di semincoscienza, quando mi corico con lo stomaco troppo pieno”, oppure quando si eccede col bere. Indigestione come portale per la sua Combray. C’è anche una madeleine, nella forma del più popolare del pane imburrato con in mezzo il cioccolato (non tutti siamo cresciuti nell’ottavo arrondissement). C’è anche il lessico famigliare, il “vocabolario Malempin” che lui ricorda, ci sono gli odori della cucina, del fieno, che mai risentirà nella vita e che restano ancora lì, dopo decenni, nelle narici, o il seno di una zia accudente o il rumore del cavallo nella stalla mentre ci si sveglia al mattino. “Se solo potessi rivivere con gli occhi e le orecchie di oggi una di quelle domeniche!…”.

martedì 8 ottobre 2024

Il paradosso di Stendhal. Fabrizio Del Dongo a Waterloo




Come trovarsi dentro una grande battaglia, tanto da poter dire: “io c’ero”, senza per questo afferrare il senso di ciò che accade. E’ il cosiddetto paradosso di Stendhal. Waterloo si svolse in un ampio spazio e il terreno per di più aveva una forma ondulata con ostacoli spesso capaci di occultare in tutto o in parte l’orizzonte. Esserci non offriva in modo certo una visione privilegiata al testimone. In questo caso il bravo Fabrice confessa candidamente di non capirci nulla. 

StendhalLa Certosa di Parma, capitolo III

A un tratto, partenza al galoppo. Pochi momenti dopo, Fabrizio vide, una ventina di passi innanzi a sé, un campo lavorato nel quale la terra era via via smossa in modo inconsueto. I solchi erano pieni d’acqua e dalle umide porche neri frammenti di terra sbalzavano sino a tre o quattro piedi di altezza. Notò, passando, quella singolarità; poi, mentre ancora rifletteva sulla gloria del maresciallo, udì, lì presso, un grido acuto: due usseri cadevano colpiti da una cannonata; e quand’egli si volse a guardarli, la scorta li aveva già lasciati indietro una ventina di passi. Orribile a vedere gli fu un cavallo sanguinante che si rotolava dibattendosi sul terreno, e tentando di seguir gli altri cacciava i piedi nel proprio ventre, mentre il sangue colava a fiotti nella mota.

«Ah, sono dunque al fuoco! finalmente! l’ho visto il fuoco! — si diceva soddisfatto. — Ora sono un soldato davvero.» La scorta andava di carriera e il nostro eroe capì che erano le palle quelle che facevano schizzare la terra da tutte le parti. Aveva un bel guardare là donde venivano: vedeva soltanto il fumo biancastro della batteria a distanza enorme, e tra il rombo eguale e continuo delle cannonate gli pareva di sentire delle scariche assai più vicine. Non si capiva nulla.

A un tratto, i generali e la scorta scesero in un sentiero pieno d’acqua, a cinque piedi sotto il livello del campo. Il maresciallo si fermò, riprese a guardar col cannocchiale e Fabrizio, che questa volta lo potè contemplare a suo agio, lo vide biondo, con una gran testa rossa. «In Italia di quelle figure non ne abbiamo» disse fra sé; e malinconicamente soggiunse: «Io così pallido, con i capelli castagni, non potrò mai essere a quel modo». E voleva dire: «Non sarò mai un eroe». Guardò gli usseri della scorta: meno uno, tutti avevano de’ baffi gialli: ma,come Fabrizio guardava gli usseri, questi guardavano lui, che vedendosi fissato arrossì, e per nasconder l’imbarazzo si voltò verso il nemico. Scorse lunghe righe di uomini vestiti di rosso che gli parvero — e ne stupì — così piccoli, da giudicar quelle file, che pur erano reggimenti o divisioni, non più alte d’una siepe. Una fila di cavalieri rossi trottava per avvicinarsi al sentiero infossato in cui s’erano cacciati il maresciallo e la scorta, camminando al passo e sguazzando nel fango. Andavano innanzi senza veder nulla, a cagione del fumo salvo di quando in quando qualcheduno che galoppava, e la cui figura si staccava sul fondo bianco del fumo.

All’improvviso, dalla parte del nemico, Fabrizio vide quattro uomini che venivano di carriera. «Ah, ci attaccano!» disse fra sé; ma poi vide due di questi uomini parlare al maresciallo. Uno dei generali del suo seguito partí di galoppo verso il nemico, con due usseri di scorta e coi quattro uomini giunti allora. Di là da un fossatello che tutti guadarono, Fabrizio si trovò vicino a un quartiermastro, che aveva un’aria bonacciona.

«Bisogna che gli parli, — pensò — forse finiranno di squadrarmi.» Meditò a lungo.

— Signore, è la prima volta che assisto a una battaglia; — disse al quartiermastro — ma questa è una vera battaglia?

— Eh! sí: piuttosto… Ma voi chi siete?

— Sono fratello della moglie d’un capitano.

— E come si chiama questo capitano?

Brutto impiccio: il nostro eroe non aveva previsto la domanda. Per fortuna, il maresciallo e la scorta ripartirono al galoppo. «Che nome francese gli dirò?» almanaccava: finalmente, ricordandosi il nome del padrone dell’albergo dove aveva alloggiato a Parigi, e riavvicinato il proprio cavallo a quello del quartiermastro, gridò con quanta ne aveva nell’ugola:

— Il capitano Meunier.

L’altro, equivocando per il rombar del cannone:

— Ah, il capitano Teulier? Be’, è morto.

«Bravo! — si disse Fabrizio — ora bisogna simular l’afflizione.» E prese un’aria addolorata.



Mark Richard Bois 

http://ir.library.louisville.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=1122&context=etd

Historians usually divide the battle into five phases: the attack on Hougomont, D’Erlon’s infantry attack, the French cavalry attacks, the fall of La Haye Sainte, and the attack of the French Guard. Of course, the average soldier certainly had no sense of such a sequential progression to the day. Many participants in the battle echoed the opinion of one British officer who stated that smoke and confusion obviated “all possibility of their giving any correct account of the battles in which they may be engaged.” Battles are essentially an exercise in organized confusion, so to give any semblance of descriptive order to such a confused event requires the imposition of broad-stroke frames of reference.

John KeeganIl volto della battaglia, Mondadori, Milano 1978 [1976]

E’ probabilmente inutile sottolineare che le “cinque fasi” della battaglia non furono viste come tali da nessuno dei combattenti e neppure da Wellington o da Napoleone (…) Pochi metri di dislivello (…) bastavano a istituire la differenza che corre tra una visione a volo d’uccello e una visione per così dire da formica. (…) Persino sulla cresta, punto più alto dello schieramento inglese, l’orizzonte dei soldati era limitato da forti ostacoli fisici. In molti punti, per lo meno all’inizio della battaglia, il grano e l’orzo erano sufficientemente alti da permettere al nemico di avvicinarsi a tiro di fucile senza essere scoperto.



Israele e Palestina, lo scoramento





LA SPERANZA SCOMPARSA

Medio Oriente A un anno dal 7 ottobre 2023 resta il silenzio come comune disarmo. Una guerra che ha polarizzato le opinioni

In questi dodici mesi sono stati conteggiati anche i silenzi. Chi si esprimeva e chi no, chi condannava e cosa, chi dava la propria solidarietà e in quali termini. Com’era forse prevedibile, la guerra scaturita dall’attacco del 7 ottobre 2023 ha polarizzato con una violenza senza precedenti l’opinione pubblica lontano dal Medio Oriente. Nulla di paragonabile alle opinioni striscianti attorno all’invasione dell’Ucraina. Dal primo istante, fra Israele e Palestina non c’è stato alcuno spazio non dico di neutralità — la neutralità è un progetto depravato in alcune circostanze — ma di possibile trasformazione. Come in una centrifuga impazzita, chi ha tentato di costruire opinioni più sfumate o mutevoli nel tempo, chi ha deciso da un certo punto in poi di non esprimersi affatto constatando la propria insufficienza, è stato schiacciato arbitrariamente contro questa o quella parete ideologica. Setacciare le parole non bastava, andavano pesate anche le omissioni.

È successo anche a me di ritrovarmi appiattito su questa o quella linea, in pubblico e in privato, per il solo fatto di scegliere di parlare di una cosa e non di un’altra. E perché, via via che il 7 ottobre si allontanava e le rivendicazioni pubbliche diventavano sempre più massicce e rumorose, sempre più sommarie, mi sono ritratto.

La logica «o con noi o contro di noi» ha prevalso ovunque, sfociando in atti anche simbolici di annientamento. L’ultimo: scegliere, dopo un anno di manifestazioni sacrosante per ottenere un cessate il fuoco a Gaza, di organizzare la più importante in corrispondenza dell’anniversario del 7 ottobre, come se la denuncia di una sofferenza dovesse passare necessariamente per la cancellazione di quella opposta. In un panorama corrotto a tal punto è più che legittimo, credo, chiamarsi fuori dalla discussione.

Ma non è mia abitudine liquidare facilmente le critiche. Ho preso l’accusa di reticenza molto sul serio, me la sono rigirata in testa per mesi, cercando di comprenderne l’origine profonda, se c’era, al di là della fatica. Solo di recente mi è sembrato di coglierla: la reticenza su questa guerra ha a che fare con la speranza. O meglio, con la sua assenza. Perché si può scrivere dall’interno della più cupa disperazione, e forse la migliore letteratura è stata prodotta così, ma non si può scrivere disperando. L’assenza di speranza ammutolisce, toglie senso all’azione stessa dello scrivere. Non vale per i giornalisti ovviamente, non vale per chi documenta giorno per giorno ciò che accade e prende la realtà per quel che è — compresi gli oltre cento giornalisti uccisi a Gaza —, ma vale per chi scrive con la pretesa irragionevole di completare la realtà con quel tanto d’anima che le manca: per tutti loro, me compreso, la speranza è un elemento indispensabile. Scrivere dell’invasione dell’Ucraina, continuare a farlo, è possibile perché dopo due anni la speranza è ancora lì, intatta – la vittoria sul campo, la fine dei bombardamenti, un paese di nuovo libero. Ma dal 7 ottobre non esiste più una speranza del genere per Israele e Palestina. Anche dopo la fine dei bombardamenti, dopo il ritiro delle truppe israeliane da Gaza, quando accadrà, le violenze proseguiranno. Sui figli, e sui figli dei figli. È già successo altrove, si dirà, è il principio di ogni escalation, si può arrestare. Ma chi lo pensa non si è forse avvicinato abbastanza, emotivamente, allo strazio che si consuma da un anno laggiù. Per decenni uomini e donne di buona volontà hanno portato avanti l’idea «debole», e proprio per questo straordinaria, dei due stati per i due popoli. Ebbene, dal 7 ottobre 2023 quelle persone hanno cambiato idea, in Israele e nei Territori. Anzi non hanno cambiato idea. L’idea si è dissolta, come un ologramma. Laddove, pur nel crimine prolungato dell’occupazione, esisteva il progetto di una convivenza raggiungibile, ci sono adesso due fantasie di annientamento reciproco: le mappe di Netanyahu in cui Gaza e la Cisgiordania non esistono, e la Palestina libera «dal fiume al mare». Sarà questo il lascito duraturo dell’operazione Al-Aqsa Flood, del «diluvio» del 7 ottobre, quando infine l’inondazione si ritirerà sul tappeto di morti. Su premesse così è impossibile immaginare, è impossibile pensare, è impossibile scrivere: resta solo da gridare, a chi sa farlo.

Mentre assistevo al riarmo militare e al mio disarmo interiore, succedeva di tutto. Abbiamo ragazze portate via a bordo di motociclette e pick-up, come in una razzia medievale. Abbiamo visto che un paese che sente di combattere una guerra esistenziale non accetta alcun tipo di ammonimento da alleati, amici, potenze più potenti, corti internazionali di giustizia o quant’altro, nessuna riduzione a più miti consigli. Abbiamo visto, dalle riprese di un drone, centinaia di persone accalcarsi come insetti attorno ai camion degli aiuti umanitari e poi venire falcidiate. Abbiamo visto immagini di esodi su automobili debordanti e perfino su asini, ogni sorta di distruzione e mutilazione. Abbiamo visto bande di coloni esibirsi in spedizioni punitive contro persone inermi. Abbiamo visto l’intelligenza artificiale, anzi una intelligenza artificiale specifica di nome Lavender, all’opera nella selezione dei bersagli militari e nel calcolo disumano delle morti collaterali «accettabili». Abbiamo visto un’operazione di omicidi a distanza condotta attraverso la manipolazione di apparecchi elettronici, su una scala così vasta che ancora oggi, quando ci ripenso, vengo assalito dall’incredulità. 

L’Ucraina ci aveva ripiombato nella fanghiglia grigia delle guerre novecentesche, nelle macerie di Dresda, ma ciò che negli ultimi dodici mesi è successo nel territorio minuscolo che comprende Israele, Palestina e Libano ci ha mostrato qualcosa di ancora diverso: un combinato nuovo di guerra rudimentale e guerra ipertecnologica, di fini analisi geopolitiche e primitivismo religioso, che offre visioni poco rassicuranti sul futuro di tutti noi.

Tutti noi, già. C’è da chiedersi come ce la siamo cavata durante quest’anno. Forse abbiamo perso un po’ il controllo. Ma in che modo esattamente? La mia impressione è che ci siamo lasciati andare alle sineddochi. La sineddoche è quella figura retorica per la quale il tutto viene scambiato con una parte, o viceversa. Per esempio: parlare della destra estremista di Israele per parlare di tutto Israele; e poi parlare di Israele per parlare di tutti gli ebrei. O viceversa. Usare «sostenitore dell’occupazione», «sionista», «israeliano» e saltuariamente anche «ebreo» come se fossero sinonimi. La concatenazione delle sineddochi è uno dei meccanismi alla base dell’antisemitismo, come di qualsiasi odio etnico o religioso, e per quanta sorveglianza possiamo esercitare sui pensieri, la nostra mente opera sineddochi di continuo. Quindi, sebbene come osservazione possa disturbare la pretesa purezza di ragionamento di molti, il verdetto è: sì, dal 7 ottobre 2023 l’antisemitismo nel mondo è di nuovo in aumento. Ad agosto l’Auschwitz Memorial dichiarava di aver perso più di settemila follower su X. Non era mai successo.

E ovviamente le sineddochi si producono anche nel verso opposto: Hamas per dire Gaza, fino all’assurdità di dire arabi per dire palestinesi. Perfino gli scopi militari ufficiali di Israele, rimasti immutati oltre l’ostinazione, si basano su una sineddoche sanguinaria: l’eradicazione di Hamas, e ora di Hezbollah, che diventa all’atto pratico la devastazione totale della Striscia, l’assassinio di decine di migliaia di civili, l’aumento della pressione nella West Bank e adesso anche l’invasione del Libano. Sineddochi da tutte le parti, analogie sballate, sfruttate ad arte oppure inconsapevoli, là come qua.

Qualcuno può giudicare colpevole, perfino osceno, il senso di inesorabilità che le mie frasi trasmettono. È comprensibile. Suppongo che in situazioni come questa il rapporto con la speranza o l’inesorabilità dipenda molto dalla relazione personale che ognuno di noi ha con il trauma (non è il contesto per intraprendere questo tipo di esplorazione, sebbene la trovi centrale). A un anno dal 7 ottobre 2023 posso solo ammettere che invidio tutti coloro che mi hanno scaricato addosso le loro certezze. Li invidio sinceramente. Tutti quelli che hanno avuto, a ogni passo, commenti risoluti su questa guerra, frecce che collegavano un evento al successivo, cronologie eloquenti, invece di incartarsi, di ritrovarsi impigliati in ragionamenti contraddittori, senza apparente via d’uscita. Vi ho ascoltato attentamente, per lo più senza capirvi. E senza superare la convinzione — l’unica che ho — che chiunque voglia mantenersi in una posizione moralmente limpida all’interno di questo conflitto sta davvero omettendo qualcosa. Con tutte le altre persone, quelle che mi sembrano essersi addentrate più intimamente, e quindi con più pericolo nelle pieghe scomode di questo momento storico, non ho molto da dirmi invece. Ho l’impressione di aver già condiviso con loro, in silenzio, il nostro comune disarmo.


lunedì 7 ottobre 2024

La guerra assoluta di Netanyahu


Il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi


Per il grande teorico Carl von Clausewitz la  guerra reale era o doveva essere la prosecuzione della politica con altri mezzi. La guerra assoluta era invece il frutto di una tendenza racchiusa nella guerra reale, tendenza che comportava l'uso della forza armata senza il vincolo di uno scopo politico determinato. Alla base di questa elaborazione teorica c'era l'esperienza delle guerre napoleoniche. Secondo Clausewitz, appunto, Napoleone sotto il profilo tecnico condusse le sue campagne in modo geniale, tanto da passare, agli occhi  del teorico medesimo, per un “dio della guerra”. Alla fine, egli fu comunque sconfitto perché nel corso delle sue imprese belliche non ebbe più chiari quali fossero gli scopi da raggiungere. Puntando all' annientamento del nemico, Bonaparte perse di vista l’aspetto politico, e quindi reale, per il quale aveva iniziato a combattere. Così facendo, si ritrovò a fare “la guerra per la guerra”, senza riuscire a tradurre le sue vittorie in risultati politici e dando così modo ai suoi nemici di organizzarsi per sconfiggerlo. 

Louis Imbert, La strategia di sopravvivenza di Netanyahu, Le Monde, 7 ottobre 2024 

https://www.lemonde.fr/international/article/2024/10/07/la-strategie-de-survie-de-netanyahou_6345571_3210.html

Benyamin Netanyahu fa una pausa nel suo discorso all'Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York il 27 settembre. In poco più di un'ora, uno squadrone israeliano lancerà diverse dozzine di bombe su un complesso di sei edifici a Beirut, comprese potenti cariche anti-bunker. Uccidendo il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, questi piloti voltano pagina nella storia del Medio Oriente e aprono una nuova guerra israeliana in Libano.

Ma, per ora, Netanyahu vorrebbe ricordare il suo primo discorso sotto la cupola delle Nazioni Unite, nel 1984, quando era solo ambasciatore. "Penso che fosse la stessa scrivania ", dice, accarezzando il legno chiaro. Il Primo Ministro ha corso il rischio di lasciare il suo Paese, mentre da dieci giorni il suo esercito smantella metodicamente la leadership e le capacità di risposta di Hezbollah, un attacco dopo l'altro.

A un anno dal cataclisma del 7 ottobre, desidera ricordare ai suoi concittadini, dalla sua piattaforma preferita e nel suo inglese perfetto: contro ogni aspettativa, resta in carica e la sua esperienza rimane senza eguali, dopo diciassette anni cumulativi di mandato . "Vinciamo, vinciamo!" » , dice. Questo slogan è diventato il suo leitmotiv, mentre le forze israeliane attraversano il confine libanese, l’aviazione bombarda “l’asse della resistenza”, a Gaza come in Yemen e Siria, e l’Iran attende una risposta israeliana. L’entità della salva di 180 missili balistici che si è lanciato verso lo Stato ebraico il ottobre  .

“Una negazione quasi paranoica”

Netanyahu vede in questa escalation “una svolta storica”. Dal 29 settembre ha proposto un nuovo obiettivo, tanto vago quanto presuntuoso: “Cambiare per anni gli equilibri di potere nella regione. » Il giorno dopo, ha assicurato al popolo iraniano che le ore della Repubblica islamica sono contate. Come possiamo essere sorpresi? Benjamin Netanyahu è stato, dagli anni Ottanta, compagno di viaggio dei neoconservatori americani. Per quattro decenni ha promesso di rimodellare l’ordine regionale. Nessuno sa se crede che il suo sogno sia a portata di mano, ma il nuovo anno ebraico inizia e crede che sia giunto il momento di tirare il sipario sulla debacle del 7 ottobre.

...

I generali, capri espiatori

Ex ufficiale del commando, Benyamin Netanyahu ha un rapporto difficile con l'esercito. Durante il suo primo mandato (1996-1999), diffidava di questi ufficiali di stato maggiore più grandi di lui, che lo dominavano con le loro certezze. Dopo il 7 ottobre ne ha fatto i suoi capri espiatori nei confronti dell’opinione pubblica. Ma cerca anche di non lasciare che la condotta della guerra sia dettata dal suo ministro della Difesa, Yoav Gallant, e da due ex capi di stato maggiore passati alla politica, Benny Gantz e Gadi Eisenkot, questi favoriti nei sondaggi che coloro che li circondano si presentano come “guardrail” .

Col tempo, Netanyahu li logorerà. “Il governo ignora le opinioni dei generali, mette gli ufficiali contro gli altri e vuole renderli responsabili del suo fallimento a Gaza ”, si preoccupa un diplomatico europeo, che vede accumularsi i morti nell’enclave e l’invasione trasformarsi in un’occupazione. . “Se l’esercito avesse potuto condurre la guerra come voleva, avrebbe affidato parte di Gaza al Fatah [partito] del presidente palestinese Mahmoud Abbas dall’inizio del 2024 ”, afferma il generale della riserva Israel Ziv, vicino allo Stato maggiore. Israele avrebbe concluso un accordo di cessate il fuoco con Hamas, per liberare il centinaio di ostaggi rimasti a Gaza. Ma, per ragioni fortemente politiche, abbiamo aperto un secondo capitolo della guerra.

A febbraio Netanyahu ha promesso la “vittoria totale” a Gaza. Ha annunciato un’operazione di terra a Rafah, al confine meridionale dell’enclave, che sarebbe stata lanciata tre lunghi mesi dopo. A giugno, i generali Gantz e Eisenkot finirono per dimettersi, deplorando che la loro influenza fosse stata ridotta a nulla. Questo conflitto senza fine ha un costo per Israele. I riservisti sono esausti, l'economia peggiora e gli israeliani, divisi, delusi e senza direzione, contano gli ostaggi che muoiono uno dopo l'altro a Gaza. Secondo una fonte israeliana che ha familiarità con i negoziati con il movimento islamico, tra i 101 prigionieri di Hamas, oggi sono appena quaranta i sopravvissuti.

“Non vuole fermare la guerra”

“Yahya Sinouar [il leader di Hamas] ha la sua parte di responsabilità. Ma a partire da gennaio Netanyahu ha anche sabotato ogni accordo. Ha imposto inutili ritardi ai negoziatori. Ha limitato il loro mandato e ha aumentato le fughe di notizie dannose sulla stampa, denuncia questa fonte.  Netanyahu si è opposto a qualsiasi idea di cessate il fuoco, alla possibilità di una lunga tregua con Hamas per liberare gli ostaggi, perché significherebbe la fine della guerra, forse le elezioni e la fine del suo mandato. »

Benjamin Netanyahu non ha mai riconosciuto alcuna contraddizione tra il suo obiettivo di “vittoria totale” e la liberazione degli ostaggi. Alcuni dei loro cari, aggrappati alla minima speranza, lo hanno comunque accompagnato all'Assemblea generale delle Nazioni Unite a settembre a New York. Il padre di un prigioniero, Malki Shem Tov, racconta che sua moglie, Shelly, “ha seguito Netanyahu a Washington a luglio [in occasione dell'intervento al Congresso], per avere l’opportunità di parlare faccia a faccia con lui, ma non è riuscita a toccare il suo cuore. Non credo che ci stia ancora ascoltando. Non vuole fermare la guerra”, si lamenta.

L’invasione del Libano da parte della fanteria israeliana il 1° ottobre ha gettato nello sgomento queste famiglie. Mettendo in secondo piano Gaza, Hamas e i suoi ostaggi, si rende ancora più illusoria la liberazione di questi ultimi. Tuttavia, è stato Benjamin Netanyahu a imporre questo ritmo alla guerra. Se i generali avessero potuto, avrebbero colpito il Libano fin dai primi giorni. L'11 ottobre 2023 hanno suggerito un piano di attacco al nord, sostenuto dal ministro Gallant. Netanyahu aveva rifiutato questo intervento, e forse l’opportunità di assassinare Hassan Nasrallah. Sostenuto dal suo rivale Benny Gantz, ha dato priorità a Gaza.

Seppellire la possibilità di uno Stato palestinese

C'è un elemento di calcolo lì, ma anche di ideologia. Netanyahu compiace i suoi partner di governo, questi religiosi messianici per i quali conta solo la conquista dei territori palestinesi e che vivono il 7 ottobre come una provvidenza divina . Lo stesso primo ministro promette di seppellire la possibilità di uno Stato palestinese, grazie a questo cataclisma. Rompe così con quindici anni di ambiguità sull’argomento, a partire dal suo discorso del 2009 all’Università Bar-Ilan di Tel Aviv, in cui accettò, a malincuore, l’idea di uno Stato palestinese di Israele. 

Con Gaza offre alla destra la prima conquista territoriale dopo il ritiro israeliano dal Sinai nel 1982 e il disimpegno dall'enclave palestinese nel 2005. Promette di assediare e occupare per anni la fascia costiera per distruggere lentamente Hamas. Tuttavia, lascia che i suoi alleati sognino la pulizia etnica, o almeno l’annessione della metà settentrionale di Gaza, in gran parte spopolata, mentre i loro sostenitori creano colonie ebraiche embrionali all’interno di basi militari.

Allo stesso tempo, in Cisgiordania, i coloni e l’esercito stanno monopolizzando i campi ai margini delle città, le strade e i vasti pascoli, rendendo un territorio palestinese autonomo più illusorio che mai. Questi sono passi da gigante che stanno facendo i sostenitori del “grande Israele”, dietro Netanyahu. Ma questa politica non è popolare.

“Netanyahu trae vantaggio dall’escalation regionale”

"Finché il centro di gravità della guerra era a Gaza, Netanyahu ha registrato i peggiori risultati nei sondaggi ", osserva l'esperta di sondaggi d'opinione Dahlia Scheindlin. Secondo lei, il punto di svolta, in cui gli israeliani hanno cominciato a riguadagnare una relativa fiducia nel loro primo ministro, "è stato dopo l'assassinio di un alto ufficiale iraniano in Siria ad aprile, nonostante il timore di una risposta importante da parte di Teheran e dei suoi alleati " .

Benjamin Netanyahu si ricollega così allo spaventapasseri iraniano, uno dei temi preferiti fin dal suo secondo mandato nel 2009. “Netanyahu ha beneficiato, insieme al Likud, di ogni fase dell’escalation regionale. L'opinione pubblica lo percepisce come un modo per riprendere l'iniziativa e permette al governo di dare un'immagine di forza. E anche se questa escalation comporta dei rischi, la gente crede finora di poterci convivere ”, precisa questo analista, segnato a sinistra.

La quarta guerra israeliana in Libano, che Netanyahu conduce oggi, dopo quelle del 1978, 1982 e 2006, ha serrato attorno a sé i ranghi politici e militari. Il governo è stabile. L'opposizione è unanime nel suo incoraggiamento ai soldati. Ha già dimenticato quei giorni di settembre in cui il primo ministro aveva ventilato la possibilità di licenziare Yoav Gallant, troppo critico, che da un anno, come ministro della Difesa,  si batteva per l'intervento in Libano.

Schiaccia l'avversario

Quanto potrà durare questa ritrovata unione nazionale? Sia a sinistra che a destra, voci spingono Netanyahu ad approfittare dei successi militari per ottenere un “accordo”. L'ex capo del Mossad Tamir Pardo sogna di vedere Israele imporre il disarmo di Hezbollah e quindi far uscire il Libano dall'orbita iraniana, con l'aiuto della pressione diplomatica americana e internazionale.

"Ma Netanyahu crede solo nella pace attraverso i rapporti di forza", teme un diplomatico occidentale . Questo è il motivo per cui ha rovinato, con Donald Trump, l’accordo internazionale sul nucleare iraniano del 2015. È anche per questo che ha criticato l’accordo concluso con il Libano sulla loro frontiera marittima, nel 2022. Per lui, il negoziato è possibile solo con un avversario schiacciato"

Il paradosso, in questo momento di cambiamento, è che Netanyahu appare più solo che mai alla guida del governo. Da giugno il Primo Ministro prende decisioni strategiche con una cerchia ristretta di consiglieri, che da un decennio continua a restringersi. “Netanyahu concentra nelle sue mani la gestione della guerra. Il governo approva solo le sue decisioni. Il problema è che gli alti ufficiali non hanno più fiducia in lui, perché politicizza tutto ”, lamenta il generale riservista Israel Ziv. Ciò rende ancora più incerta questa nuova fase della guerra, in cui Israele ha nel mirino le infrastrutture militari, energetiche e nucleari iraniane.

domenica 6 ottobre 2024

L'eternità in un istante. Aforismi


David Hockney, I miei occhi sul mondo, Johan & Levi, Milano 2024

In un certo senso, un pittore deve analizzare il proprio lavoro a posteriori. Sono certo che i cubisti non l'avessero pianificato, che non si fossero messi lì a tavolino a dire: "Be', bisogna rompere la prospettiva, questo è il problema". Si procede a tentoni, si va a tentoni lentamente e in modi diversi.

Sono convinto che la longevità sia l'effetto secondario di una vita armoniosa. Se arrivi a una certa età, vuol dire che hai trovato il tuo ritmo.

Ci sono momenti della vita, quando sei in viaggio o ti trovi in un certo posto, in cui di una giornata ti ricordi quasi tutto. 

Vediamo con la memoria. Non c'è mai una visione oggettiva, mai.

Bisogna vivere nel qui e ora. Ѐ il presente a essere eterno.

La risata è l'unico momento in cui il nostro meccanismo di attacco o fuga è spento. Fa bene. 

La vanità degli artisti è questa, volere che le proprie opere siano viste. Ѐ questo che desideri, più di ogni altra cosa.

L'arte non progredisce. Alcuni dei primi dipinti sono ancora oggi i migliori.

L'arte ci aiuta a vedere da almeno trentamila anni.

La prima persona che disegnò un animale venne osservata da un'altra, e quando a quest'altra capitò di rivedere la stessa creatura, la vide un po' più chiaramente.





Luigi Meneghello, Il dispatrio, Milano, Rizzoli 1993

Sulla sponda del Tamigi, seduti [Meneghello e Montale] su una panchina appena più su del ponte di Caversham, [lui] additava le piante sull'altra sponda, il lieve tumulto della luce e dei colori, e diceva che noi vediamo la natura così perché gli impressionisti l'hanno dipinta così. Giusto e ben detto... pareva il tema di un elzeviro. 

Molta della roba inglese che mi ha fatto più impressione era aforistica. Era un modo locale di dribblare il sussiego.

https://machiave.blogspot.com/2021/11/la-montagna-sainte-victoire.html


sabato 5 ottobre 2024

Guidoriccio da Fogliano



La riproduzione qui offerta è davvero poca cosa rispetto all'originale che copre la parte superiore di un'intera parete e misura 340x968 cm. Si trova nel Palazzo pubblico di Siena, al primo piano, nella sala detta “del Mappamondo”, di fronte alla “Parete della Balestra” dove un altro affresco, di una lunghezza simile ma molto più esteso in altezza, rappresenta la Maestà  (cm. 763 x 970). Il cavaliere raffigurato veniva tradizionalmente identificato con Guidoriccio da Fogliano. Il titolo completo del quadro era Guidoriccio da Fogliano all'assedio di Montemassi.
L'episodio celebrato aveva trovato il suo svolgimento tra l'aprile e l'agosto del 1328. E 1328 è la data segnata in basso lungo la cornice. Sempre stando a una tradizione consolidata nei secoli autore dell'affresco sarebbe stato Simone Martini (Siena, 1284 - Avignone, 1344), uno tra i più importanti pittori del suo tempo, degno di figurare accanto a Cimabue, Duccio di Boninsegna, Giotto e Lorenzetti. A partire dal 1977 una serie di scoperte successive ha condotto due studiosi americani, Gordon Moran e Michael Mallory, 
a mettere in dubbio l'attribuzione dell'opera a Simone Martini.  Si è anche sostenuto che, nelle circostanze storiche date, l'idea di raffigurare proprio Guidoriccio da Fogliano al centro dell'affresco non fosse plausibile. Vari  specialisti italiani, pur prendendo atto delle novità, hanno invece trovato che fosse più giusto mantenere le vecchie attribuzioni.
Coloro che hanno voluto togliere di mezzo Simone Martini hanno ugualmente messo in cattiva luce la qualità artistica dell'affresco. L'intera operazione ottiene così il risultato desolante di oscurare il fascino che il dipinto continua a esercitare su un vasto pubblico. Tutto sommato, se anche l'autore fosse un personaggio diverso da Simone Martini e il cavaliere al centro non fosse Guidoriccio, un accostamento felice all'immagine pittorica resterebbe possibile. Il paesaggio in particolare ha la potenza di una visione scheletrica, limitata e ridotta ai suoi aspetti necessari. I luoghi mantengono la loro fisionomia generica, mentre scompaiono gli elementi concreti, gli alberi, i cespugli, i campi coltivati. Basti pensare all'affresco di Ambrogio Lorenzetti situato proprio nella sala accanto a quella detta "del Mappamondo": gli effetti del buongoverno in campagna, la differenza non può che colpire l'osservatore. Povertà di dati minimi in un caso, profusione di rimandi sparsi alla vita nell'altro. Lo sfondo che in Lorenzetti è dato dalla vita civile, nel ritratto del cavaliere rimanda a
 castelli e torri con bandiere al vento, in primo piano due pezzi di steccati segnano un confine, in alto si ergono montagne sormontate da torri e castelli, in basso sulla destra un tetro accampamento occupa la vallata. Il protagonista campeggia maestoso al centro dell'immagine, domina con tranquilla sicurezza tutto lo spazio, la gualdrappa che avvolge il cavallo non dice altro: tanto è ricca la decorazione dell'animale quanto è spoglio il  paesaggio intorno. 

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L'arte senese protagonista a New York

È il grande giorno di Siena a New York: questa sera [8 ottobre] alle 17 - nella nostra città saranno le 23 - si alzerà il sipario sull’anteprima della grande mostra “Siena: The rise of painting, 1300-1350“, che sarà ufficialmente aperta il 13 ottobre per proseguire fino al 26 gennaio del prossimo anno, per poi trasferirsi alla National Gallery di Londra dove aprirà i battenti l’8 marzo del prossimo anno. Una ribalta mondiale per i campioni dell’arte senese, tra cui Duccio di Buoninsegna, Pietro e Ambrogio Lorenzetti, Simone Martini, definiti gli ispiratori di fatto di una rivoluzione artistica senza pari. In mostra oltre cento opere. "Siena è stata un epicento di innovazione e ambizione artistica nel XIV e XV secolo", ha detto il direttore del Met Max Hollein. Presente a New York una delegazione senese guidata dal sindaco Fabio.


Marco Palla

 L'affresco è potente e sto con i 'tradizionalisti': mi piacerebbe che fosse stato Martini ad eseguirlo, del testo in una sala e palazzo del genere avrebbero potuto affidare a un ragazzo di bottega un'opera così imponente? Quando oggi guardiamo i 'grandi' dipinti di Pollock o Rothko non bisogna dimenticare questi capolavori antichi (quasi 4 m x 10), oppure la Cappella degli Scrovegni che Giotto e i suoi scolari affrescarono in circa 3 mesi (600 mq). Il paesaggio è scarno ma ho pensato alla desertificazione provocata dalle guerre e in questo caso dall'assedio: senza una cicoria da bollire, senza qualche bacca o radice fungina come si potevano nutrire, a lungo andare, i cittadini assediati? Eppure questa terra incolta e riarsa, una vera "waste land", è piena di steccati, fosse, trincee, tranelli... e guardata a vista da filiere di picche pronte ad infilzare gli attaccanti