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lunedì 29 settembre 2025

Gaza. Il destino degli orfani


Bianca Senatore
Sotto le bombe israeliane e sfruttati da Hamas, il destino degli orfani tra le macerie di Gaza

Domani, 29 settembre 2025

Kamal e Fawzi vagano come zombi tra le tende e poi si allontanano dal campo profughi per addentrarsi in un labirinto di macerie, in quello che una volta era un quartiere. Sono sempre insieme, nessuno può toccarli e se qualcuno cerca di avvicinarli, reagiscono aggressivamente. «Sono sempre in allerta, quasi non sbattono le palpebre». A raccontarlo è Rana Quffa, insegnante e direttrice di un centro per l’infanzia a Khan Yunis, distrutto dalle bombe ormai quasi due anni fa. È lei, in questi giorni ad occuparsi, dei fratellini Hassouna, rimasti soli al mondo dopo che la loro famiglia è stata uccisa da un raid.

«Li abbiamo trovati ai confini del campo di Nuseirat rannicchiati sotto le macerie di una casa – spiega Rana – ed è stato difficilissimo farli venir fuori dal loro rifugio. Oggi, a una settimana di distanza, sono ancora sotto shock e rifiutano qualsiasi forma di contatto». Ci vorrebbe una terapia post traumatica, servirebbe un luogo sicuro e uno psicologo specializzato, ma in questo momento a Gaza c’è solo orrore.

Infanzia abbandonata

Eppure, sono tantissimi i bambini della Striscia che dovrebbero essere seguiti dagli specialisti e ci vorrebbero anche tantissimi assistenti sociali per occuparsi delle migliaia di orfani che ci sono. Perché Kamal e Fawzi sono solo due dei bambini le cui famiglie sono stata uccise durante la guerra e che ora non hanno più nessuno ad occuparsi di loro.

«Non abbiamo più accesso alle nostre banche dati – spiega Rana Quffa – ma possiamo dire di non essere tanto in errore se affermiamo che sono oltre 18mila i minori di 18 anni rimasti orfani dal 7 ottobre e di questi, molti non sono neanche assistiti da qualcuno». Prima dell’inizio di questa guerra, infatti, c’erano molte istituzioni che si occupavano di infanzia, ma negli ultimi due anni la maggior parte delle organizzazioni si è dissolta. «Quei pochi di noi che ancora riescono a fare qualcosa – dice sempre Rana – non possono allontanarsi dalla propria zona e quindi, il raggio d’azione è molto limitato. Io e il mio gruppetto abbiamo “adottato” Fawzi e Kamal e un’altra decina di bimbi nel campo di Nuseirat, ma altrove?».

Nel cuore del vecchio campo profughi, dove un gruppo di gazawi non ha mai lasciato definitivamente la propria casa, Rana e i suoi amici hanno creato una nuova associazione, una sorta di rete d’emergenza per i bambini orfani. «Non è solo per dargli qualcosa da mangiare, ammesso che ci si riesca – racconta l’insegnante – ma è per calmarli, tranquillizzarli e tenerli d’occhio, perché i pericoli sono tanti, al di là delle bombe che cadono dal cielo».

Le fila di Hamas

Ad alcuni giornalisti, infatti, nelle ultime settimane era stato segnalato che c’era uno strano movimento di bambini piccoli in alcune zone del centro della Striscia, sempre nelle vicinanze di baracchini e postazioni improvvisate per vendere qualcosa. «A Gaza c’è caos ovunque – dice il giornalista Hassan Isdodi – ed è impossibile capire quali siano le relazioni tra le persone. Le famiglie si sono disfatte, perché non ci sono più spazi separati né intimità, eppure si capiva che c’era qualcosa e allora abbiamo iniziato a fare qualche domanda».

E così, è venuto fuori che molti dei bimbi rimasti soli vengono “adottati” da qualcuno solo per fargli fare lavori pesanti, come andare a prendere l’acqua, intrufolarsi nelle folle per racimolare cibo o infilarsi sotto le macerie alla ricerca di qualcosa da usare o rivendere. Tutto ciò dimostra che, come in tutti i contesti di guerra, anche a Gaza il rischio che questi bimbi rimasti soli diventino preda facile di malintenzionati è altissimo.

Piccoli schiavi, come hanno verificato i giornalisti, oggetti di attenzioni inappropriate o, come hanno ipotizzato ancora i giornalisti di Gaza, agnelli sacrificali per Hamas. «Si dice che i jihadisti abbiano puntato proprio sugli orfani per rinfoltire le proprie fila», spiega Isdodi. «Gli danno da mangiare, li portano al sicuro nei tunnel e poi incanalano la rabbia per la morte dei genitori nell’uso delle armi. Gli insegnano a combattere e poi li mandano al macello». Non ci sono fonti ufficiali, per ora, su questo; è una voce che circola a Gaza, ma potrebbe essere credibile.

Ci crede, per esempio, Rana Quffa che vorrebbe prendere un’auto e pattugliare la Striscia da nord a sud per salvare quanti più minori possibile, ma non può. Sia perché si è ammalata e non ha medicine per curarsi, sia perché non ha più la macchina, sia perché ormai vagare per Gaza è diventato impossibile. L’Idf, infatti, controlla oltre il 50 per centro del territorio e di questa percentuale, buona parte è zona militarizzata. «I bambini rischiano di diventare i nuovi combattenti di Hamas – dice Rana – è una strategia che Hamas ha già usato in passato». E lei sta cercando di evitarlo, insieme alla sua rete di amici e sostenitori.

La macchina degli aiuti

Lamia Abou Hammad faceva la maestra, ma aveva fatto dei corsi di formazione in psicologia e si occupava proprio del sostegno emotivo al Kotof El Khair, un’associazione per l’infanzia negata a Gaza. Dopo il 7 ottobre il gruppo ha continuato a lavorare, ma la guerra ha ucciso molti dei suoi operatori e ora non è rimasto più niente, nemmeno la loro sede. «Io sono viva, per ora – scherza Lamia – perciò posso aiutare Rana con la sua rete e aiutare questi bimbi». Lei abitava a Jabalia, ma è stata costretta a spostarsi e ora vive nei dintorni di Deir al Balah.

«La maggior parte dei bambini ha sintomi da stress post traumatico che si manifestano in modi differenti, come succede ad Afif e sua sorella Naima». Afif ha otto anni e ha un timpano perforato, perché la bomba che ha ucciso i suoi genitori è esplosa vicinissimo a lui. Non riesce a stare da solo, vuole che qualcuno gli tenga la mano in ogni momento. «È sempre congelato, anche se ci sono 30 gradi – spiega Lamia – e vuole starmi attaccato tutto il giorno. Sento che il suo ritmo cardiaco si sincronizza col mio e si calma». La sorellina di cinque anni, Naima, invece, non vuole coccole, non parla, non gioca, non interagisce e poi, all’improvviso, inizia a strillare e a tirarsi i capelli. «Si è fatta un buco sul lato della testa a furia di strapparsi le ciocche», dice ancora Lamia.

A lanciare l’allarme sui bambini orfani è, da molti mesi, anche l’Unicef. «Abbiamo denunciato tante volte la situazione dei bimbi rimasti soli a Gaza – racconta il portavoce di Unicef Italia, Andrea Iacomini – e fino a pochi mesi fa siamo riusciti a gestire la situazione. Per esempio, abbiamo cooperato per il ricongiungimento familiare, perché molti dei bambini che vagavano soli, in realtà erano sperduti: si erano persi mentre cercavano cibo o durante i traslochi o nelle fughe di massa». «E Unicef – dice ancora Iacomini – è riuscito a rintracciare i parenti».

Ma gli altri sono davvero rimasti soli. «Gli orfani rischiano di diventare schiavi, di esser coinvolti nel traffico d’organi e molte altre cose orribili. Per questo – dice ancora l’Unicef - noi chiediamo il cessate il fuoco e un intervento immediato per salvare tutti i bambini». Dopo gli ultimi bombardamenti, mentre ancora decine di droni ronzano nel cielo, Kamal e Fawzi tornano a vagare tra le macerie alla ricerca di qualcosa. Qualcosa che, forse, a Gaza non c’è più.

lunedì 19 maggio 2025

Dalloway per sempre

 


La Signora Dalloway, perché lei era lì

Doppiozero, 14 Maggio 2025

A me in realtà sembra sia qui, e decisa a restarci. Ma di chi si sta parlando, e perché?

Si sta parlando di Clarissa Dalloway, La signora Dalloway, perché il 14 maggio 1925, esattamente un secolo fa, questo «grande romanzo lirico, romanzo sulla perdita e sulla dissipazione», per usare le parole di Antonella Anedda nell’introduzione all’edizione Einaudi 2012, usciva in carta e ossa per i tipi della Hogarth Press, con la sorprendente sovracopertina modernista disegnata da Vanessa Bell, giallo e nero su fondo bianco.

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Una finestra orlata da una tenda e al di là, forse, la balaustra di una terrazza, quella su cui Sally Seton soleva andare arditamente in bicicletta; o, forse, la finestra da cui Clarissa a più riprese osserva la vecchia signora della casa di fronte; o, forse, la finestra da cui si butta Septimus Warren Smith, incalzato da medici arroganti quanto ciechi. In ogni caso un sipario che si apre su quella giornata di metà giugno del 1923 che va in scena nelle pagine del libro. E fiori sul davanzale, naturalmente. Come potrebbero non esserci fiori, visto che, lo sappiamo dalla prima riga, i fiori li avrebbe comprati lei? Certo, potrebbero anche essere ortaggi, non so, cavolfiori, ma su questo bisognerebbe sentire Peter Walsh. E ancora non sappiamo dove sia.

Ma andiamo con ordine. O, forse, di finestra in finestra, perché in questo romanzo ogni personaggio e ogni cosa s’illuminano a poco a poco, attraverso quella particolarissima finestra che è la memoria.

Quasi tre anni prima, il 16 agosto 1922, Woolf scriveva nel suo diario: «Per quanto mi riguarda sto dragando laboriosamente il cervello per Mrs Dalloway & i secchi che tiro su sono leggeri. Non mi piace la sensazione di scrivere troppo in fretta. Mi costringe a condensare» e poi, seppur tra parentesi, precisa, «(comincio a intuire che Mrs D. apre la strada a un’altra schiera)» (Virginia Woolf, Diari, Vol. II (1920-1924), a cura di Giovanna Granato, Bompiani 2023, p.228).

Bisogna averla presente, questa «schiera», seguendo Clarissa Dalloway nelle strade di Londra mentre il Big Ben rintocca. «Qualcosa in lei ricordava un uccello, una ghiandaia azzurroverde, leggera, vivace, sebbene avesse più di cinquant’anni». «Se ne sta appollaiata sul cordolo del marciapiede in attesa di attraversare...». Quante volte l’abbiamo visto, un simile fermo immagine? Seguito dal riprendere dell’azione? Il fatto è che Woolf lo scrive, e così inciso sulla pagina resta per sempre, un modo di guardare, di ascoltare, di connettere: «Gli occhi della gente, il loro passo lento o frettoloso o stanco; il frastuono e la baraonda; le carrozze, le automobili, gli omnibus, i furgoni, gli uomini sandwich che si trascinano avanti e indietro ondeggiando; le bande di ottoni; gli organetti; il trionfo e lo scampanellio e lo strano canto acuto di un aeroplano nel cielo, ecco ciò che lei amava: la vita, Londra, quel momento di giugno. Perché era la metà di giugno. La guerra era finita...» e quando infine il poliziotto solleva la mano, Clarissa può raggiungere Bond Street e indugiare «davanti alla vetrina di un negozio dove, prima della guerra, si potevano comprare guanti quasi perfetti» – prima della guerra, insiste Woolf, e intanto spinge le porte di Mulberry, il fiorista – perché le schiere son fatte anche di insegne, di slogan pubblicitari disegnati nel cielo da un aereo e di commesse premurose come la signorina Pym, che scorta dappresso la signora Dalloway per aiutarla a scegliere fra i tanti e bellissimi fiori, ma un’improvvisa esplosione le interrompe – non è un colpo di pistola, come Clarissa ha pensato, dopotutto la guerra è finita da poco, ma un’auto che ora accosta bruscamente al marciapiede proprio davanti al negozio.

Altro fermo immagine. Tutti scrutano incuriositi la grossa auto con le tendine abbassate. Tra loro, uno sconosciuto che aspetta di attraversare, «trent’anni circa, pallido, naso aquilino, scarpe marroni e giacca logora, con un’ansia negli occhi color nocciola che si trasmetteva anche agli estranei». È Septimus Warren Smith, «che fu tra i primi ad andare volontario, che aveva combattuto, era coraggioso», ma non è più lui, parla da solo, sente gli uccelli cantare in greco, vede il suo compagno Evans dietro la cancellata, ma Evans è morto in trincea, lui stesso ne ha raccolto il corpo a brandelli. L’azione riprende e Septimus attraversa la strada insieme alla giovane moglie italiana, Rezia. Vanno a sedersi su una panchina, fra ragazzini che giocano a palla, bambinaie coi ferri da maglia, un corteo di disoccupati, invalidi in carrozzella – perché c’è stata una guerra.

In quelle stesse strade, in quella stessa luce, in quello stesso intervallo miracoloso di pace, cammina di lì a poco Peter Walsh, è tornato la sera prima dall’India, dopo molti anni, ed è già andato a salutare Clarissa, che è invecchiata, come lui del resto, ma è sempre bella, lui del resto sempre elegante. Clarissa, come sempre, si prepara a dare una festa, «alla quale non ti inviterò, mio caro Peter!» gli dice. Ma sentirle dire «mio caro!» è musica alle orecchie di Peter. La loro conversazione, così piena di echi, di rimandi, spuntano anche i cavolfiori, viene interrotta da Elizabeth, la figlia ormai cresciuta di Clarissa, che sta uscendo con l’austera signorina Kilman. E quando Elizabeth con garbo si congeda, Peter viene invitato alla festa. Del resto, perché no?

È con tutt’altro passo che Peter percorre le strade di Londra dopo aver rivisto Clarissa, e con tutt’altri occhi. Passato e presente fusi in una forma nuova, l’India lontana. Più tardi, quella sera alla festa, il primo ministro del regno non lascerà sul velluto della poltrona che un’impronta facilmente cancellabile. Mancano pochi anni alla «Marcia del sale», quando il Mahatma Gandhi, per protesta contro l’ennesimo balzello inglese, guiderà i suoi compatrioti per oltre duecento miglia, fino alle saline che agli indiani appartengono.

In quella giornata di giugno camminano nelle strade di Londra donne del tutto nuove, impossibili da trattenere, in qualche misura eredi del movimento e della cultura suffragista. Elizabeth, dopo aver piantato in asso la signorina Kilman – ma non per questo verrà mandata a Coventry, – è salita al piano alto di un omnibus e seduta lassù si gode la velocità guardando avanti «con la spontaneità di una cavallerizza, della polena di una nave». A poche strade da lì, in Trafalgar Square, una giovane, incantevole donna nera attende ferma su un marciapiede, come Clarissa qualche ora prima. Peter Walsh la vede e la segue per un tratto, inventandola finché, con un sorriso divertito, lei sparisce oltre la porta di una modesta casa in mattoni rossi. E Maisie, una ragazza appena arrivata da Edimburgo per lavorare come domestica, attraversando il parco nota Septimus e Rezia e ne intuisce immediatamente la disperazione – quella che gli illustri medici che hanno in cura Septimus non vogliono vedere. Per chi ha potere, allora come oggi, è notoriamente scomodo interrogarsi sulla guerra e le armi. E pareva inaudito parlare di shell shock, trauma da esplosione. Ma Woolf lo fa. Conosce i poeti soldato, Robert Graves, Wilfred Owen, Sigfried Sassoon: «Non posso tacere la mia maledizione, / ho ferite scarlatte nel cuore, /perché li ho visti morire»... com’è accaduto a Septimus, come tuttora accade. Woolf ha dimestichezza perfino con gli effetti differiti del trauma (cfr. Pat Barker, Rigenerazione, trad. Norman Gobetti, Einaudi Stile Libero, Torino 2023; e Fiona Reid, Broken Men. Shell Shock, Treatment and Recovery in Britain 1914-1930, Continuum International Publishing Group, London 2010). Li affida a queste sue pagine con una lungimiranza che resta stupefacente.

Il 19 giugno 1923 aveva annotato nel diario: «In questo libro ho fin troppe idee. Voglio offrire vita & morte, sanità mentale & pazzia; voglio criticare il sistema sociale & mostrarlo all’opera in tutta la sua intensità» [...]. Mi costerà le pene dell’inferno. Ha un disegno così strano, così imperioso. Il disegno è senz’altro originale, & m’interessa moltissimo» (pp. 303-4).

Che il disegno fosse imperioso lo dice il passo della sua scrittura. Il 1924 vola in compagnia di Clarissa, di Septimus Warren Smith, di Peter Walsh, di Sally Seaton, e di tutta la schiera che fin dall’inizio affolla la sua mente e poi si trasferisce sulle pagine. Galoppa mentre scrive e corregge e ricopia a macchina l’intero libro, perché Leonard possa leggerlo pulito, a fine anno a Rodmell. Scrive «senza interruzioni di malattia», mettendo da parte ogni altra scrittura, «recensioni e articoli dovranno aspettare». Ancora oggi, leggendo questo libro, si percepiscono l’ispirazione, lo sguardo, il progetto, l’urgenza – le lunghe stringhe sospese temporaneamente da un trattino per riprendere fiato e sgranchire la mano; l’andamento gerundivo che da un secolo avvolge lettrici e lettori rendendoli parte della schiera; l’uso ripetuto di alcune preposizioni che formalizzano l’andamento straordinariamente sonoro del suo pensiero. Vediamo avvicendarsi le luci di Londra in giugno, le prime ombre, il prolungarsi della sera, i lampioni che si accendono per contenere il buio; sentiamo i rumori, i clacson, il vocìo, i rintocchi variamente modulati delle campane, un canto, «la voce di un’antica sorgente che sgorghi dalla terra», e proprio davanti a una stazione della metropolitana – una scena su cui rifletto ogni volta che la leggo. Woolf ha scoperto, e lo segna sul diario una sera, prima di cena e dopo aver tagliato la legna – non c’è soluzione di continuità per lei tra vita materiale e scrittura – che dietro ogni suo personaggio ci sono bellissime grotte, e questo è ciò che lei vuole, umanità, umorismo, profondità. «L’idea è che le grotte diventeranno comunicanti & al momento vengono tutte alla luce» (p. 322). Le piace «passare da una stanza illuminata all’altra», e «adesso è la poesia che vuole, non ha più tempo per la prosa, vuole il distillato, l’idillio & le parole tutte addensate, fuse, incandescenti» (p. 380). E sa esattamente come dovrà svolgersi la festa: «deve cominciare in cucina & salire lenta al piano di sopra. Dev’essere un brano complicatissimo animato solido, che intrecci ogni cosa & e si concluda su tre note, ai diversi pianerottoli, & ognuno dirà qualcosa che riassuma Clarissa» (p. 382). Ancora non ha deciso, mentre prende questo appunto, chi le dirà, queste cose su Clarissa. Ma leggendo le ultime trenta pagine del romanzo, non una fine ma un incalzante finale novecentesco, noi le udiamo, una nota dopo l’altra ripercorriamo ciò che a ognuno è avvenuto da quella lontana estate a Bourton, quando Sally aveva baciato Clarissa sulle labbra, e ora la seguiamo da una stanza all’altra, da un ospite all’altro, la osserviamo mentre sosta davanti alla finestra del salottino dove si era seduto il primo ministro, a parlare delle colonie. – «Oh, ma che sorpresa, nella stanza di fronte la vecchia signora la guardava dritta negli occhi!»

L’orologio batte le ore, Septimus si è ucciso, Clarissa guarda, si guarda riflessa negli occhi di un’altra donna, ricorda, connette immagini frantumate dal tempo e dalla guerra, infine raggiunge gli amici in salotto, ed ecco, di nuovo un fermo immagine, «Perché lei era lì». E tutto potrebbe ricominciare.

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martedì 8 ottobre 2024

Israele e Palestina, lo scoramento





LA SPERANZA SCOMPARSA

Medio Oriente A un anno dal 7 ottobre 2023 resta il silenzio come comune disarmo. Una guerra che ha polarizzato le opinioni

In questi dodici mesi sono stati conteggiati anche i silenzi. Chi si esprimeva e chi no, chi condannava e cosa, chi dava la propria solidarietà e in quali termini. Com’era forse prevedibile, la guerra scaturita dall’attacco del 7 ottobre 2023 ha polarizzato con una violenza senza precedenti l’opinione pubblica lontano dal Medio Oriente. Nulla di paragonabile alle opinioni striscianti attorno all’invasione dell’Ucraina. Dal primo istante, fra Israele e Palestina non c’è stato alcuno spazio non dico di neutralità — la neutralità è un progetto depravato in alcune circostanze — ma di possibile trasformazione. Come in una centrifuga impazzita, chi ha tentato di costruire opinioni più sfumate o mutevoli nel tempo, chi ha deciso da un certo punto in poi di non esprimersi affatto constatando la propria insufficienza, è stato schiacciato arbitrariamente contro questa o quella parete ideologica. Setacciare le parole non bastava, andavano pesate anche le omissioni.

È successo anche a me di ritrovarmi appiattito su questa o quella linea, in pubblico e in privato, per il solo fatto di scegliere di parlare di una cosa e non di un’altra. E perché, via via che il 7 ottobre si allontanava e le rivendicazioni pubbliche diventavano sempre più massicce e rumorose, sempre più sommarie, mi sono ritratto.

La logica «o con noi o contro di noi» ha prevalso ovunque, sfociando in atti anche simbolici di annientamento. L’ultimo: scegliere, dopo un anno di manifestazioni sacrosante per ottenere un cessate il fuoco a Gaza, di organizzare la più importante in corrispondenza dell’anniversario del 7 ottobre, come se la denuncia di una sofferenza dovesse passare necessariamente per la cancellazione di quella opposta. In un panorama corrotto a tal punto è più che legittimo, credo, chiamarsi fuori dalla discussione.

Ma non è mia abitudine liquidare facilmente le critiche. Ho preso l’accusa di reticenza molto sul serio, me la sono rigirata in testa per mesi, cercando di comprenderne l’origine profonda, se c’era, al di là della fatica. Solo di recente mi è sembrato di coglierla: la reticenza su questa guerra ha a che fare con la speranza. O meglio, con la sua assenza. Perché si può scrivere dall’interno della più cupa disperazione, e forse la migliore letteratura è stata prodotta così, ma non si può scrivere disperando. L’assenza di speranza ammutolisce, toglie senso all’azione stessa dello scrivere. Non vale per i giornalisti ovviamente, non vale per chi documenta giorno per giorno ciò che accade e prende la realtà per quel che è — compresi gli oltre cento giornalisti uccisi a Gaza —, ma vale per chi scrive con la pretesa irragionevole di completare la realtà con quel tanto d’anima che le manca: per tutti loro, me compreso, la speranza è un elemento indispensabile. Scrivere dell’invasione dell’Ucraina, continuare a farlo, è possibile perché dopo due anni la speranza è ancora lì, intatta – la vittoria sul campo, la fine dei bombardamenti, un paese di nuovo libero. Ma dal 7 ottobre non esiste più una speranza del genere per Israele e Palestina. Anche dopo la fine dei bombardamenti, dopo il ritiro delle truppe israeliane da Gaza, quando accadrà, le violenze proseguiranno. Sui figli, e sui figli dei figli. È già successo altrove, si dirà, è il principio di ogni escalation, si può arrestare. Ma chi lo pensa non si è forse avvicinato abbastanza, emotivamente, allo strazio che si consuma da un anno laggiù. Per decenni uomini e donne di buona volontà hanno portato avanti l’idea «debole», e proprio per questo straordinaria, dei due stati per i due popoli. Ebbene, dal 7 ottobre 2023 quelle persone hanno cambiato idea, in Israele e nei Territori. Anzi non hanno cambiato idea. L’idea si è dissolta, come un ologramma. Laddove, pur nel crimine prolungato dell’occupazione, esisteva il progetto di una convivenza raggiungibile, ci sono adesso due fantasie di annientamento reciproco: le mappe di Netanyahu in cui Gaza e la Cisgiordania non esistono, e la Palestina libera «dal fiume al mare». Sarà questo il lascito duraturo dell’operazione Al-Aqsa Flood, del «diluvio» del 7 ottobre, quando infine l’inondazione si ritirerà sul tappeto di morti. Su premesse così è impossibile immaginare, è impossibile pensare, è impossibile scrivere: resta solo da gridare, a chi sa farlo.

Mentre assistevo al riarmo militare e al mio disarmo interiore, succedeva di tutto. Abbiamo ragazze portate via a bordo di motociclette e pick-up, come in una razzia medievale. Abbiamo visto che un paese che sente di combattere una guerra esistenziale non accetta alcun tipo di ammonimento da alleati, amici, potenze più potenti, corti internazionali di giustizia o quant’altro, nessuna riduzione a più miti consigli. Abbiamo visto, dalle riprese di un drone, centinaia di persone accalcarsi come insetti attorno ai camion degli aiuti umanitari e poi venire falcidiate. Abbiamo visto immagini di esodi su automobili debordanti e perfino su asini, ogni sorta di distruzione e mutilazione. Abbiamo visto bande di coloni esibirsi in spedizioni punitive contro persone inermi. Abbiamo visto l’intelligenza artificiale, anzi una intelligenza artificiale specifica di nome Lavender, all’opera nella selezione dei bersagli militari e nel calcolo disumano delle morti collaterali «accettabili». Abbiamo visto un’operazione di omicidi a distanza condotta attraverso la manipolazione di apparecchi elettronici, su una scala così vasta che ancora oggi, quando ci ripenso, vengo assalito dall’incredulità. 

L’Ucraina ci aveva ripiombato nella fanghiglia grigia delle guerre novecentesche, nelle macerie di Dresda, ma ciò che negli ultimi dodici mesi è successo nel territorio minuscolo che comprende Israele, Palestina e Libano ci ha mostrato qualcosa di ancora diverso: un combinato nuovo di guerra rudimentale e guerra ipertecnologica, di fini analisi geopolitiche e primitivismo religioso, che offre visioni poco rassicuranti sul futuro di tutti noi.

Tutti noi, già. C’è da chiedersi come ce la siamo cavata durante quest’anno. Forse abbiamo perso un po’ il controllo. Ma in che modo esattamente? La mia impressione è che ci siamo lasciati andare alle sineddochi. La sineddoche è quella figura retorica per la quale il tutto viene scambiato con una parte, o viceversa. Per esempio: parlare della destra estremista di Israele per parlare di tutto Israele; e poi parlare di Israele per parlare di tutti gli ebrei. O viceversa. Usare «sostenitore dell’occupazione», «sionista», «israeliano» e saltuariamente anche «ebreo» come se fossero sinonimi. La concatenazione delle sineddochi è uno dei meccanismi alla base dell’antisemitismo, come di qualsiasi odio etnico o religioso, e per quanta sorveglianza possiamo esercitare sui pensieri, la nostra mente opera sineddochi di continuo. Quindi, sebbene come osservazione possa disturbare la pretesa purezza di ragionamento di molti, il verdetto è: sì, dal 7 ottobre 2023 l’antisemitismo nel mondo è di nuovo in aumento. Ad agosto l’Auschwitz Memorial dichiarava di aver perso più di settemila follower su X. Non era mai successo.

E ovviamente le sineddochi si producono anche nel verso opposto: Hamas per dire Gaza, fino all’assurdità di dire arabi per dire palestinesi. Perfino gli scopi militari ufficiali di Israele, rimasti immutati oltre l’ostinazione, si basano su una sineddoche sanguinaria: l’eradicazione di Hamas, e ora di Hezbollah, che diventa all’atto pratico la devastazione totale della Striscia, l’assassinio di decine di migliaia di civili, l’aumento della pressione nella West Bank e adesso anche l’invasione del Libano. Sineddochi da tutte le parti, analogie sballate, sfruttate ad arte oppure inconsapevoli, là come qua.

Qualcuno può giudicare colpevole, perfino osceno, il senso di inesorabilità che le mie frasi trasmettono. È comprensibile. Suppongo che in situazioni come questa il rapporto con la speranza o l’inesorabilità dipenda molto dalla relazione personale che ognuno di noi ha con il trauma (non è il contesto per intraprendere questo tipo di esplorazione, sebbene la trovi centrale). A un anno dal 7 ottobre 2023 posso solo ammettere che invidio tutti coloro che mi hanno scaricato addosso le loro certezze. Li invidio sinceramente. Tutti quelli che hanno avuto, a ogni passo, commenti risoluti su questa guerra, frecce che collegavano un evento al successivo, cronologie eloquenti, invece di incartarsi, di ritrovarsi impigliati in ragionamenti contraddittori, senza apparente via d’uscita. Vi ho ascoltato attentamente, per lo più senza capirvi. E senza superare la convinzione — l’unica che ho — che chiunque voglia mantenersi in una posizione moralmente limpida all’interno di questo conflitto sta davvero omettendo qualcosa. Con tutte le altre persone, quelle che mi sembrano essersi addentrate più intimamente, e quindi con più pericolo nelle pieghe scomode di questo momento storico, non ho molto da dirmi invece. Ho l’impressione di aver già condiviso con loro, in silenzio, il nostro comune disarmo.