È una storia che comincia molto da lontano: il primo settembre 1948. «Sono nato nella periferia della periferia, a Borgo Mercato di Moncalieri. Ha presente quando si prende l’impalcato dell’autostrada da corso Unità d’Italia? Sotto la doppia curva, c’è un nucleo di case. Mio padre Primo era camionista, poi è diventato operaio in una fabbrica che adesso è una discoteca. Ci sono anche andato in una campagna elettorale. Erano le 11 di sera e non c’era ancora nessuno.
Mia mamma, Elena, faceva la segretaria in una piccola azienda in via Vassalli Eandi».
Ha fratelli o sorelle?
«Sono figlio unico. Sono cresciuto con i nonni materni perché i miei lavoravano. Ho fatto le medie al Carlo Alberto perché i miei avevano l’ossessione della cultura, mio padre non era riuscito a fare il liceo e voleva che studiassi. Poi ho fatto ragioneria al Sommeiller».
C’è stato un oratorio nella sua adolescenza?
«Certo, quello della parrocchia di San Vincenzo Ferreri, una piccola chiesa che adesso è sotto l’impalcato. Era la nostra via Gluck: non c’era niente, solo campi. Un campetto di calcio stretto tra una balera, il Po e il mattatoio. Si andava a fare catechismo nel retro della chiesa e poi si giocava a pallone.
Giocavamo anche sulla piazza del mercato. Lì davanti c’era la famosa osteria da Gasprin, Gasperino, che aveva ancora lo stallaggio. C’erano la tl, la sala biliardo, il gioco delle bocce».
Chi erano gli abitanti del quartiere?
«C’erano tre complessi e le bande di cortile. In uno abitavano i pistoiesi che facevano i carbonai. Gli arrivava il carbone dalle loro colline e loro lo distribuivano con carretti a cavallo. Tutti grandi bestemmiatori, giocatori di carte e biliardo. Noi abitavamo in un alloggio attaccato ad altri due. In tre famiglie avevamo un solo bagno esterno. Negli altri vivevano una famiglia di immigrati ferraresi e una dei primi pugliesi, che erano venuti a fare i barcaioli sul Po. Io mangiavo il “sanguis” con il prosciutto cotto che era considerato quello più da ricchi, i ferraresi la mortadella, i pugliesi il pane di Altamura col pomodoro».
Quando si è diplomato?
«Nel ‘66. Ho ricevuto subito un paio di offerte di lavoro in banca, ma non mi entusiasmavano.
Volevo andare avanti e mi sono iscritto a Economia. E ho cominciato a lavoricchiare facendo dei questionari».
Ma la politica quando è arrivata?
«Nel ‘65 c’era il ventennale della Liberazione e a Moncalieri avevano organizzato un cineforum all’aperto sulla Resistenza. Era venuto tra gli altri Norberto Bobbio. Ero un ragazzino, avevo 17 anni. Mio padre aveva scritto anche una lettera di appoggio a Nasser, gli era poi arrivata la risposta, con gli auguri. Era un comunista molto tradizionalista. Il problema principale di noi ragazzi, giocando a pallone, era non prendere le secchiate d’acqua da quelli che avevano fatto la notte in fabbrica e volevano dormire. Però il cortile era un bacino, dove riecheggiavano questi temi».
La politica si respirava nell’aria.
«Abbiamo cominciato a trovarci i sabati o le domeniche sulle panchine intorno al castello per leggere insieme Marx. Lì ho avuto la mia alfabetizzazione. Intanto seguivo i corsi di Economia, ma nel 1969, con la liberalizzazione degli accessi all’università sono passato a Scienze Politiche. Ed era tutto un altro mondo. A Economia eravamo un nucleo di cinque persone scarse di sinistra, era il luogo dove ogni tanto arrivava anche uno dei picchiatori fascisti più famosi, che si chiamava Lerner (non Gad)». (Ride).
E chi ha conosciuto?
«Alberto Vanelli con cui poi abbiamo poi fatto tante cose insieme. E i maestri sono stati Siro Lombardini e Bruno Contini.
Anche Claudio Napoleoni che era un mito, la fonte alla quale andavamo a prendere il sapere marxista. Lombardini era il capo del laboratorio di economia politica. Contini era molto giovane, la prima cosa che aveva detto era: l’econometria è uno strumento utile, ma non pensate che risolva il problema. E mi sono appassionato, ho fatto la tesi con lui. Mi ha molto aiutato».
Ed è allora che si è iscritto al Pci?
«Avevamo le nostre teorie che allora si chiamavano entriste, l’obbiettivo era entrare nel partito per far cambiare la politica, portandolo su posizioni rivoluzionarie. Una sera, siamo andati ad un’assemblea in via Cristoforo Colombo a Moncalieri.
A un certo punto ho chiesto la parola e ho parlato di Cina, movimento studentesco, classe operaia. Quando ho finito si è alzato in piedi il compagno Teresio e mi ha detto, in dialetto: “Bravo, hai parlato bene, ma stasera dobbiamo organizzare la festa dell’Unità e non parlare di politica». (Sorride).
E così non vi siete iscritti?
«No, siamo andati al Psiup, che era appena stato fondato. E ci siamo candidati tutti alle prime elezioni, quelle del ‘70. Nel ‘72 il Psiup s’è sciolto. E a quel punto siamo andati a iscriverci al Pci».
Quindi niente gruppi e gruppetti sessantottini?
«Il movimento studentesco l’ho vissuto prima ai margini, come curioso, poi dal Pci. Non mi hai convinto fino in fondo il movimentismo, la rottura con la generazione dei genitori. Erano più temi della borghesia che non della mia classe. Per me il pathos era altrove, davanti ai cancelli delle fabbriche».
A questo punto avrà conosciuto anche l’amore oltre alla politica?
«Sì, era il ‘73 e ho incontrato Anna che faceva Scienze Politiche e assomigliava vagamente a Françoise Hardy. A una festa in campagna, sulla collina di Settimo, in una casa mezza diroccata che aveva affittato Romano Alquati, un sociologo del gruppo dei Quaderni Rossi dove mi aveva portato Alberto Vanelli».
E quando vi siete sposati?
«Nel ’78, in Comune. Era il 21 gennaio la data di fondazione del Pci. Siamo andati ad abitare a Mirafiori, in via Rubino, dove poi nell’80 è arrivato Tommaso, nel giorno del terremoto. Io lavoravo come ricercatore all’università con Contini. Nell’83 Piero Fassino, è diventato segretario della federazione. È cambiato tutto e mi hanno chiamato a lavorare al partito con Mario Virano, Livia Turco, Antonio Carta. E ho lasciato l’università. Abbiamo fatto cose innovative anche se, a raccontarle adesso, sembriamo quelli della battaglia sul Piave! Ma nell’84 abbiamo organizzato un incontro sul futuro di Torino al teatro Nuovo, c’erano anche Berlinguer e Reichlin e molti di quei temi sono ancora attuali».
Però poi lei ha avuto una rottura con il Pci. Perché?
«Sulla questione della scala mobile e soprattutto sul referendum, io ero d’accordo con la linea dell’economista Tarantelli che è poi stato ucciso dalle Brigate Rosse e non riuscivo a capire le ragioni della battaglia del partito che, dopo la morte di Berlinguer, si era molto ingessato. Volevo andarmene, ma Fassino mi ha proposto di andare a Bruxelles al gruppo parlamentare. Ci sono rimasto un anno e mezzo. E mi è servito moltissimo, mi ha allargato lo sguardo e finalmente avevo un buon stipendio. Ma sono tornato per la famiglia. Non avevo lavoro, per un anno ho preso la disoccupazione, andavo in via Gioberti a firmare e da Bruxelles mi arrivava lo “chomage”. Poi sono entrato in Cgil come funzionario».
Lei viene considerato il grande regista dell’operazione che ha portato Valentino Castellani a fare il sindaco. Com’è andata?
«È stata raccontata come la vittoria della società civile. In realtà è stata un’operazione politica, direi addirittura leninista. È nata da un rapporto molto verticistico tra Enrico Salza, imprenditore illuminato e me».
E nel 2001 è diventato sindaco lei, ma in circostanze drammatiche: il candidato era Domenico Carpanini che è morto improvvisamente in campagna elettorale. Che ricordi ha?
«È successo un mercoledì sera, io ero a Roma, stavo cenando vicino al Senato. Fassino mi ha telefonato e mi ha detto: “Toccherà a te, pensaci”. Ho chiamato Carlo Bongiovanni che era l’amico del cuore di Domenico. Proprio perché c’era quest’emozione non volevo passare come un usurpatore. E gli ho chiesto: “Se tu ci stai, io ci sto, se no, no”. E lui mi ha detto che andava bene». (Si commuove).
L’onda emotiva è stata fortissima.
«Io ero frastornato. E sentivo la responsabilità: perdere, avrebbe significato tradire Domenico, non corrispondere a quello che aveva rappresentato per migliaia di persone e sostenere la sua eredità. E quindi l’abbiamo presa buttandoci nella mischia, nei mercati e ovunque».
Lei passa per un orso solitario che ha dovuto trasformarsi in un primo cittadino molto popolare.
Come c’è riuscito?
(Sorride). «Non lo so, mi è venuto spontaneo. Credo però di essere abbastanza pop, come dimostra la mia origine. Ancora adesso la gente mi ferma per strada. L’altro giorno mi è capitato a Porta Palazzo, con uno di quegli ambulanti che venivano sempre sotto il comune a protestare. Mi ha chiamato “Chiampa” e mi ha salutato con simpatia. Mi ha fatto piacere».
Uscito dal municipio dopo dieci anni trionfali è andato a presiedere la fondazione bancaria Compagnia di San Paolo. Aveva fatto un salto definitivo nel sistema e per questo è stato molto criticato.
«È stato un errore, anche se non ho commesso alcuna scorrettezza. Ma mi aveva preso l’horror vacui. Dopo due anni ho lasciato, non mi sentivo al mio posto».
Cosa fa quando è libero dagli impegni di consigliere regionale?
«Vado spesso a Bruxelles a fare il nonno. Tommaso vive lì. Ho quattro quattro nipoti che vanno dai quattro agli undici anni. A Natale, sono partito il 22 e ho riempito la macchina di prelibatezze: vari pezzi di carne per fare il bollito, l’arrosto, i raviolini del plin. Mi sono chiuso in casa di mio figlio e ho cucinato per due giorni».
Ah, ma allora è anche uno chef?
«Esageruma nen. Faccio l’arrosto, i risotti, primi con le verdure. Mi piace trafficare in cucina, mi rilasso. Cucino principalmente per me ed Anna. Ogni tanto invito qualcuno ma sono un solitario...
Dopo cena, mi rinchiudo nei libri. Sono un gran lettore».
E cosa ha letto recentemente?
«La mia libreria di fiducia è la Luxemburg. Ho letto la biografia della Merkel di Ursula Weidenfeld. È una interessante contronarrazione, la Germania non sta tanto meglio di noi. E l’ultimo di Ferdinando Aramburu “I Rondoni”, ma “Patria” mi è decisamente piaciuto di più., Poi, durante l’isolamento, mi sono riletto tutto Steinbeck. Che meraviglia».
E nel tempo libero cosa fa?
«Volontariato al Cottolengo, do una mano a preparare i pacchi alimentari. C’è una Torino che si dedica al volontariato in modo molto discreto e che fanno del bene alla città. Ne conosco tanti ma non vorrebbero essere citati».
Qual è il luogo di Torino che le piace di più?
«Il Po, da dentro e da fuori, quando ci vado in canoa e quando corro sulla riva».
sabato 22 gennaio 2022
Chiampa
venerdì 21 gennaio 2022
Alfieri e Rousseau
Vittorio Alfieri, Vita di Vittorio Alfieri da Asti, 1804, cap. XII
In questo mio secondo soggiorno in Parigi avrei facilmente potuto vedere ed anche trattare il celebre Gian-Giacomo Rousseau, per mezzo d’un Italiano mio conoscente che avea contratto seco una certa familiarità, e dicea di andar egli molto a genio al sudetto Rousseau. Quest’Italiano mi ci volea assolutamente introdurre, entrandomi mallevadore che ci saremmo scambievolmente piaciuti l’un l’altro Rousseau ed io. Ancorchè io avessi infinita stima del Rousseau più assai per il suo carattere puro ed intero e per la di lui sublime e indipendente condotta, che non pe’ suoi libri, di cui que’ pochi che avea potuti pur leggere mi aveano piuttosto tediato come figli di affettazione e di stento; con tutto ciò, non essendo io per mia natura molto curioso, nè punto sofferente, e con tanto minori ragioni sentendomi in cuore tanto più orgoglio e inflessibilità di lui; non mi volli piegar mai a quella dubbia presentazione ad un uomo superbo e bisbetico, da cui se mai avessi ricevuta una mezza scortesia glie n’avrei restituite dieci, perchè sempre così ho operato per istinto ed impeto di natura, di rendere con usura sì il male che il bene. Onde non se ne fece altro.
mercoledì 12 gennaio 2022
Gli ignavi
Dante, Divina Commedia. Inferno, canto III, versi 34-51
Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l'anime triste di coloro
che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli».
E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.
Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che 'nvidïosi son d'ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
sanza ecc.: senza meritarsi, per le loro azioni, né infamia né lode. Sono gli ignavi, che non seppero operare il bene per viltà; ma Dante sembra disprezzarli soprattutto per quel che di grigio ed opaco fu nel loro modo di vivere, e per cui non riuscirono ad avere un nome fra gli uomini. E questo suo disprezzo, che si esprime con estrema violenza, è correlativo alla simpatia, in lui così viva sempre, per i magnanimi, per coloro cioè che, in bene o in male, seppero imprimere una potente impronta nella storia del loro tempo. Il che lo porta anche ad escogitare, per queste anime sciagurate, una soluzione di singolare efficacia emotiva, ma assai difficile da giustificare su un piano razionale e teologico: esse non sono infatti né dannate né salve, ugualmente disdegnate da Dio e dai diavoli. «In generale l'atteggiamento del poeta nell'Inferno è di risoluto e duro antagonismo: e il canto III, che contiene i suoi più proverbiali disdegni dinanzi agli spiriti perduti, disegna il grande pellegrino in questo atteggiamento rigido, appena temperato da un iniziale movimento di pietà. Il seguito dell'Inferno s'innalza su questo fondamento morale, ma non si sarebbe potuto mantenere inalterato senza impoverire la figura di Dante e la poesia della cantica. Via via che l'Inferno procede, intorno a quel potente nucleo morale della personalità di Dante si vengono collocando le piú svariate reazioni suscitate in essa dall'incontro di anime tanto diverse, e quindi, si viene, insieme con il mondo dell'Inferno, colorendo e movendo la figura del protagonista che lo va esplorando» (Momigliano). – lodo: per lode, è abbastanza comune nell'italiano antico (cfr. PARODI, Bull. Soc. dant., III, 119); ma di Dante c'è questo esempio solo, in rima. (Natalino Sapegno)
Caccianli ecc.: i cieli li cacciano per non esser macchiati dalla loro presenza (per non esser men belli). (Dino Provenzal)
Esser non lassa: non lascia che esista. (Siro A. Chimenz)
https://palomarblog.wordpress.com/2017/05/29/le-vene-e-i-polsi/
https://palomarblog.wordpress.com/2016/04/19/era-gia-lora-che-volge-il-disio/
https://palomarblog.wordpress.com/2015/10/03/qui-si-parra-la-tua-nobilitate/
domenica 9 gennaio 2022
Le donne gamuna
| Celati non colloca i Gamuna in Africa |
Il narratore risiede in un villaggio normanno. Nella solitudine brumosa della campagna, in una casa dalle scale scricchiolanti, piena di piccoli notturni rumori, raccoglie materiali documentali sul misterioso popolo dei Gamuna: le fonti maggiori sono le lettere e i taccuini di un amico viaggiatore, gli articoli di un aviatore argentino e il diario che una suora vietnamita gli legge quando egli si reca a trovarla al di là della Manica. Gianni Celati dà vita a un romanzo di antropologia fantastica ricreando la storia dei Gamuna, della loro lingua, dei loro costumi, del mistero che li circonda.
Gianni Celati, Fata morgana, Feltrinelli, Milano 2005
giovedì 6 gennaio 2022
Paolo e Francesca
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri".
Comincia qui la seconda parte del canto (anche nel numero dei versi il canto è esattamente diviso in due, con questa terzina di sutura), che è il suo vero cuore e ragion d'essere: la storia di Francesca. Ma la prima ha, come vedemmo, la funzione di intonare e preparare, come per avvicinamento, nei suoi temi fondamentali, la grande vicenda umana, tragica e pietosa, che qui ha inizio. Dante non fa a caso, come corona e sfondo a Francesca, i più grandi nomi – Didone, Elena – dell'umana poesia. Anche l'ignota Francesca sarà destinata a far parte, non ultima, di quella fila.
Quali colombe dal disio chiamate con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate; 84
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido. 87
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno, 90
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’ hai pietà del nostro mal perverso. 93
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace. 96
– ci tace: qui tace; l'uso di ci enclitico e proclitico come avverbio di luogo è comune nel poema. Che il vento taccia in quel luogo (ma non altrove) per un certo tempo, per permettere il colloquio, rientra nella norma – se così può dirsi – delle eccezioni fatte per Dante durante il suo viaggio; ed è naturale che Francesca lo noti come fatto non comune. Altri intende ci come dativo di vantaggio (tace per noi), basandosi sul richiamo virgiliano: «et nunc omne tibi stratum silet aequor» (Ecl. IX 57). Meno forte la pur autorevole lezione si tace (più agevole e bella all'orecchio di noi moderni, e sostenuta da Gmelin, Pagliaro e Sapegno), sia perché lectio facilior, sia perché quella bufera, è stato detto in modo categorico, mai non resta.
su la marina dove ’l Po discende
Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende. 102
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona. 105
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense".
Queste parole da lor ci fuor porte. 108
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: "Che pense?". 111
menò costoro al doloroso passo!". 114
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?". 120
E quella a me: "Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore. 123
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice. 126
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto. 129
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse. 132
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso, 135
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante". 138
l'altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com'io morisse. 141
A lungo questo brano è stato interpretato seguendo le orme dei lettori romantici che, da Foscolo a De Sanctis, hanno visto nell’episodio un’esaltazione dell’amore-passione: la pietà di Dante diventava ai loro occhi il segno di una comprensione umana, che continuava a manifestarsi in un quadro pur sempre dominato dall’ordine inflessibile dell’oltretomba. Nel Novecento la critica ha seguito altre strade. Con Pagliaro "l’attenzione per l’analisi linguistica ha portato verso una lettura in chiave metaletteraria dell’episodio. Fondamentale, su questa strada, è stato il saggio di Contini, che ha sviscerato nel discorso di Francesca, attraverso una rete precisa di citazioni, i riferimenti a molteplici fonti, che vanno dal De amore al De amicitia ciceroniano, da Fra Giordano da Pisa a Aimeric de Peguilhan, da Guittone d’Arezzo a Boezio, passando attraverso san Tommaso d’Aquino (che descrive con precisione i meccanismi della concupiscenza). Francesca diventa, in questa prospettiva, non una semplice dilettante, ma un’autentica professionista della letteratura". (Letteratura europea Utet) Non stupisce che una simile linea di pensiero si sia imposta tra gli addetti ai lavori. Il grande pubblico potrebbe essere più sensibile ad altri aspetti ben sottolineati nel commento di A. M. Chiavacci Leonardi. Nessun altro personaggio della vicenda viene nominato a parte Francesca che domina la scena. L'illustratore Gustave Doré ha colto benissimo il punto proiettando in primo piano la candida sagoma di Francesca e assegnando un ruolo di sostegno alla figura di Paolo. I romantici davano molta importanza all'anafora costituita dall'uso ripetuto della parola "amore". Paolo e Francesca avrebbero agito seguendo l'impulso dell'amore. Un'altra parola che pure ritorna spesso nel brano è "desiderio", in varie forme: "disìo" per due volte e poi disiri, disiato. Nel vocabolario cristiano il desiderio prende il posto della passione, presente nella filosofia greca. Al di là della vernice letteraria, resta il fatto che la pulsione amorosa mantiene tutta la sua importanza nel testo.
E' curioso infine che tra tanti riferimenti non sia richiamato il Vangelo: "Siate candidi come colombe e astuti come serpenti" (Matteo, 10, 6). Forse Gustave Doré non ci aveva pensato ma la sua immagine di Francesca ben si adatta a una lettura del genere. (Giovanni Carpinelli)
Si veda inoltre sul ruolo del desiderio nel Vangelo e nella parola di Gesù
http://machiave.blogspot.it/2013/01/una-lettura-psicanalitica-dei-vangeli.html
Francesca da Rimini, Enciclopedia dantesca, 1970
martedì 4 gennaio 2022
Il sacrificio di Draghi
QUIRINALE, ULTIMA CHIAMATA
Massimo Rostagno
Il Mondo di Pannunzio, 3 gennaio 2022
invece. Lo è maledettamente. A rendere evidente questa verità è l’appuntamento che nelle prossime settimane attende le nostre istituzioni e tutta la politica nazionale: l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Questo passaggio è da sempre molto delicato perché le schede nella insalatiera esprimono al massimo grado possibile le tensioni, gli accordi riusciti o falliti, i rancori dell’intero corpo parlamentare. Per molti versi è il passaggio politico per eccellenza in cui si consumano vendette, si regolano conti, si dà prova o meno di responsabilità nazionale. Ciò che ci attende è tutto questo ma ancora di più. La contingenza in cui ci troviamo infatti configura il delicato passaggio come una specie di giudizio di Dio in cui la posta in palio non è soltanto la massima carica dello Stato, ma il futuro dell’intero paese. Alcuni elementi rendono l’appuntamento istituzionale così eccezionale, anche rispetto al passato. In primo luogo, il fatto che siamo in una situazione di politica commissariata. Dal gennaio 2021, la politica nazionale ha fatto default e la nascita del governo Draghi ne è la testimonianza. L’arrivo dell’ex banchiere ha reso evidente l’incapacità, l’incompetenza, l’inadeguatezza se non addirittura la cialtroneria di gran parte delle rappresentanze politiche uscite dalle elezioni del 2018. Nelle prossime settimane tuttavia l’onere della scelta sta proprio nelle loro mani. Poi naturalmente vi è l’emergenza pandemica: una grande catastrofe sanitaria che porta in sé enormi implicazioni politiche. La sua curvatura in meglio o in peggio – misurata in nuove infezioni, ospedalizzazioni, stress sanitario e deceduti – eserciterà una pressione decisiva sulla scelta per il Colle, aprendo o chiudendo possibilità e alternative. La reiterata indisponibilità dell’attuale Presidente della Repubblica ad un secondo mandato preclude inoltre ai grandi elettori un anomalo ma già praticato escamotage: congelare lo statu quo per sopravvivere fino alla fine della legislatura. Era giù accaduto con il presidente Napolitano, di fronte al quale una politica già allora incapace di trovare soluzioni si era inginocchiata, implorandolo di accettare un prolungamento del mandato. In quel caso il presidente, tra mille malumori, aveva acconsentito, introducendo un’eccezione nella prassi costituzionale fino ad allora seguita. Ma soprattutto, la novità che rende davvero inedito il prossimo appuntamento costituzionale è proprio la figura di Mario Draghi che ha molte qualità ma non quella di duplicarsi. Eleggerlo alla Presidenza della Repubblica significa rimuoverlo dalla Presidenza del Consiglio e trovare un suo sostituto. Non eleggerlo alla Presidenza della Repubblica o, peggio ancora, esporlo ad una candidatura che venga poi impallinata dai franchi tiratori nell’urna, comporterebbe una sua delegittimazione politica anche come premier. A dover sbrogliare una matassa così complicata è proprio quella classe politica che già una pessima prova di sé ha fornito nel corso della legislatura, la peggiore di tutta la storia repubblicana. Iniziata male fin dal principio, nel corso degli anni ci ha portato il primo governo populista d’Europa, il Conte 1, l’estate del Papeete, il Conte 2, andato poi a schiantarsi per conclamata incapacità di fronte alle urgenze imposte dalla pandemia. Il gruppo parlamentare più importante, entrato in parlamento con l’intenzione di aprirlo come una scatoletta di tonno, ha subito a sua volta una mutazione genetica trasformandosi nel proprio opposto:una forza neo dorotea disposta ad allearsi con tutti pur di rimanere al potere, nella totale indifferenza a contenuti e schieramenti. Nel frattempo, si è frantumato, subendo scissioni, abbandoni, generando gruppi alternativi ed aumentando l’ingovernabilità del Parlamento stesso. Questo è il contesto chiamato a misurarsi con la scelta dell’inquilino del Colle. Chi scrive è convinto che la soluzione più vantaggiosa per il Paese sia la permanenza di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio - vera cabina di regia della gestione del PNRR - e che la sua rimozione o il suo trasloco indeboliscano la credibilità italiana in Europa e nel mondo. Le prospettive indicate da qualcuno (Giorgetti) che vedono nella sua salita al Quirinale la realizzazione di un semipresidenzialismo di fatto appaiono avventuriste, costituzionalmente poco fondate, per non dire quasi eversive. Quanto alle altre ipotesi alternative circolanti per il Quirinale – da Berlusconi all’autorevole esponente del centro destra alla donna – è bene lasciarle per il momento ai retroscena dei quotidiani, ma certo indicano, se ce ne fosse bisogno, la complessità della situazione. Ciò che invece è interessante mettere a fuoco sta proprio nel meccanismo decisionale per giungere all’elezione, perché illumina un’epoca, rivela una antropologia. Da sempre, l’elezione del Presidente della Repubblica richiede arte della mediazione, capacità di tessere accordi ed autorevolezza per farli rispettare. Richiede cioè l’esercizio di un’alta sapienza politica. Ed è proprio questa a latitare clamorosamente nell’ attuale classe parlamentare che si è formata plasmandosi sugli umori più rabbiosi, sulla ricerca del consenso di breve periodo senza alcuna visione strategica. Figlia della ‘bestia’ di Morisi e degli algoritmi di Casaleggio, nutrita dalla società dello spettacolo, risulta capace tutt’al più di radunare i propri tifosi con rozze riaffermazioni identitarie: esattamente il contrario di ciò che richiede la delicata partita del Colle. È proprio nella fisionomia antropologica e nella cultura dei nostri rappresentanti che si misura lo scarto tra ciò che sarebbe necessario e ciò che è invece disponibile, tra l’altezza del compito e l’incapacità di assolverlo. Solo un dio ci può salvare, verrebbe da dire richiamando Heidegger, e abbandonandoci alla disperazione. In realtà, più laicamente, c’è da aspettarsi altro, o quanto meno da avanzare una richiesta Si richiede con forza una prova di responsabilità da fornire al paese. Giocarsi l’attuale premier con una condotta inopportuna, con pasticci politici e improvvisazioni dilettantistiche sarebbe letale per tutti noi. Draghi (in qualità di premier o di Presidente della repubblica) è l’anello che congiunge l’Italia all’Europa e ai fondi europei del PNRR. Far saltare questo meccanismo virtuoso produrrebbe conseguenze nefaste per un paio di generazioni. E’in grado la politica di garantire almeno questo e di riscattare il pessimo spettacolo offerto in questi quattro anni di legislatura? Riesce a dimostrare che i mesi di ‘sospensione per cattiva condotta’ inflitti dal governo Draghi sono serviti almeno ad acquisire la consapevolezza della propria miseria? L’opinione pubblica è ben conscia che la prima preoccupazione della grandissima parte dei grandi elettori chiamati a scegliere l’inquilino del Quirinale consiste nell’evitare lo scioglimento anticipato delle Camere e nel mantenere lo stipendio per un altro anno. E tuttavia, data l’entità della posta in gioco, sarebbe bene che accanto a questa preoccupazione (umanissima, per carità!), i parlamentari si facessero carico anche di un’altra più alta esigenza: quella di collocare una prestigiosa personalità al colle più alto, mantenendo l’Italia nell’assetto virtuoso di questi ultimi dodici mesi. In fondo, potrebbe essere un riscatto dai disastri politici di questi quattro anni. Un modo di congedarsi, avendo qualcosa di importante da raccontare ai propri nipoti, evitando che una legislatura iniziata malissimo finisca anche peggio.