Visualizzazione post con etichetta trascendenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta trascendenza. Mostra tutti i post

venerdì 9 maggio 2025

Il Dio di Agostino


Una giornalista di obbedienza meloniana auspicava, giorni fa, in una trasmissione televisiva, che il nuovo papa ridesse l'importanza dovuta a Dio rispetto al rapporto con il mondo. Leone XIV, nel suo discorso inaugurale, ha parlato di Gesù e di Maria, la trascendenza che si fa umana, non del Padre. Volendo chiudere la sua allocuzione con una preghiera non ha scelto il Pater noster, ma l'Ave Maria. L'accenno al Padre è arrivato per ultimo, come riferimento obbligato, nella benedizione finale. Quanto a Dio uno e trino, ci si può chiedere che cosa si debba intendere con questa parola. Che cosa intenda il nuovo papa, sarebbe materia di studio. Una scorciatoia ci è offerta dal teologo Vito Mancuso che è andato a scovare una pagina di Agostino. Come si sa, Leone XIV è un agostiniano. Ed ecco che viene fuori non un "Dio padre che sei cieli", ma il sentimento interiore della trascendenza. Questo Agostino si ritrova sulla stessa linea di un Meister Eckart o, in altro ambito, di Carl Gustav Jung, a sua volta figlio di un pastore protestante. È proprio vero che le vie del Signore sono infinite. 

Vito Mancuso, Leone XIV, un agostiniano dopo un gesuita. La continuità nella discontinuità, La Stampa, 9 maggio 2025

...  in onore del nuovo Papa, desidero concludere con una pagina delle “Confessioni” di sant’Agostino nella quale il grande teologo e filosofo cristiano rivolgendosi al suo Dio pone questa domanda: «Cosa amo, quando ti amo?». Domanda profondissima, che chiunque afferma di amare Dio dovrebbe porre a sé stesso: cosa si ama veramente quando si dice di amare “Dio”? Agostino fa una serie di ragionamenti che qui è impossibile riportare e poi sorprendentemente conclude: «Amando il mio Dio amo la luce dell’uomo interiore che è in me». La più grande trascendenza la si ottiene nella più grande immanenza, nella nostra interiorità. 

-------------------------------------------------------------

Vocatus atque non vocatus, Deus aderit

Cosa intende Jung per Dio nella frase scolpita sulla porta della sua casa? Il demone che ci abita e a cui non possiamo sfuggire? O la domanda ultima? Forse in quel “vocatus atque non vocatus” c’è il richiamo a una trascendenza che non è riducibile alla nostra percezione di essa. Un qualcosa che c’è, che si trova in noi se viene cercato, e che  continua a sussistere anche in mancanza di sollecitazioni esterne. (Giovanni Carpinelli)

--------------------------------

Gianfranco Ravasi, Jung risponde a Giobbe, Il Sole 24ore, 24 aprile 2011 

Anni fa, trovandomi a Zurigo, mi feci condurre lungo le sponde del lago omonimo fino alla cittadina di Küssnacht che s’affaccia sia su quello specchio d’acqua sia sulle Alpi dei Quattro Cantoni. Là io ero venuto soprattutto per dare uno sguardo alla casa ove Carl Gustav Jung aveva a lungo vissuto ed era morto il 6 giugno 1961 (era nato a Kesswil nel 1875). Se ben ricordo, mi impressionò una scritta latina apposta sulla facciata che recitava: Vocatus atque non vocatus, Deus aderit. Dio, quindi, era considerato sempre presente sia che l’uomo l’avesse invocato o meno, chiamato in soccorso, interpellato o ignorato. Echeggia in queste parole una battuta profetica isaiana citata dall’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani, da lui considerata come emblematica della sua dottrina sul primato della grazia divina che precede ed eccede l’azione umana: «Isaia arriva fino a dire: Io, il Signore, sono stato trovato anche da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato anche a quelli che non mi invocavano» (10,20).

Marco Vannini, Prego Dio che mi liberi da Dio: La religione come verità e come menzogna, Bompiani, Milano 2010

Eckart, nel suo sermone Predica Verbum, spiega che la parola “Dio” si proferisce correttamente solo quando la si genera , ovvero quando – a partire dal silenzio ovvero dal più profondo distacco – il verbum, il logos viene generato nell’anima, dunque quando si è quella Parola.”
Eckart rifiuta l’idea di Dio in quanto “ente” e la considera un’idea idolatra, perché porta ad oggettivare Dio e a pensarlo come separato da sé. Concepisce invece Dio come logos che viene continuamente generato all’interno della nostra anima, qualcosa che ritroviamo e facciamo vivere nel profondo di noi stessi, che abita in noi.

COMMENTO

In questa chiave, forse, il “Vocatus atque non vocatus, Deus aderit” diventa più comprensibile. Dio abita in noi e quindi è presente, poco importa se noi siamo o no consapevoli della sua presenza. Alla consapevolezza della presenza divina si giunge rientrando in noi stessi, nella nostra interiorità, esplorando il fondo della nostra anima. E così cambia anche il modo di concepire la religione, non come credenza in un ente esteriore, ma come “conoscenza dello spirito nello spirito”, esperienza interiore che ci porta a generare il logos nell’interiorità dell’anima nostra. E che trasfigura il nostro sguardo sul mondo e su noi stessi. Questo è credere, per il cristiano Eckart.

https://machiave.blogspot.com/2025/01/giobbe-il-lamentoso.html


mercoledì 4 dicembre 2024

La morte del principe Andrej

 Lev Tolstoj

Guerra e pace
Libro quarto, parte prima, capitolo 16

Il principe Andréj non soltanto sapeva di dover morire, ma si sentiva

mancare, ed era come già morto a metà. Aveva la sensazione di

allontanarsi da ogni cosa terrena e quella di una strana e gioiosa

levità di tutto il suo essere. Senza impazienza e senza ansia,

attendeva il compimento di ciò che incombeva su di lui. Quella

cosa terribile, eterna, ignota e lontana di cui aveva sentito la

presenza per tutta la vita, gli era ormai vicinissima e, per quella

strana sensazione di levità dell’essere, quasi comprensibile e tangibile…

Aveva avvertito la prima volta questo sentimento quando la granata gli

turbinava davanti come una trottola ed egli guardava le stoppie, i

cespugli, il cielo, pur sapendo che dinanzi a lui c’era la morte.

Quando, dopo essere stato ferito, aveva ripreso coscienza e nella sua

anima, in un istante, quasi egli si fosse liberato dal peso della

vita, era sbocciato quel fiore dell’amore eterno, libero, indipendente

da questa vita, egli non temeva più la morte e non vi pensava.

Quanto più, in quelle ore di dolorosa solitudine e di semidelirio, che

aveva trascorso dopo la ferita, rifletteva su quel nuovo principio di

eterno amore che gli si era rivelato, tanto più, senza avvedersene,

ripudiava la vita terrena. Amare tutto e tutti, sacrificarsi sempre

per l’amore, significava non amare nessuno, significava non vivere di

vita terrena. E perciò, quanto più era permeato da questo principio

d’amore, tanto più rinnegava la vita e tanto più distruggeva quella

terribile barriera che, quando non c’è amore, sta tra la vita e la

morte. Allorché, in quel primo tempo, si ricordava di dover morire,

diceva a sé stesso: “Che importa? Tanto meglio!”.

Ma dopo quella notte a Mitisci quando, quasi in preda al delirio,

aveva visto comparire colei che egli desiderava e quando, premendo la

mano di lei alle proprie labbra, aveva pianto silenziose lacrime di

gioia, l’amore per una donna era insensibilmente penetrato nel suo

cuore e lo aveva di nuovo legato alla vita. E turbamenti e pensieri

gioiosi ripresero ad affacciarsi alla sua mente. Ricordando il momento

in cui, al posto di medicazione, aveva veduto Kuragin, non poteva più

tornare ai sentimenti di allora. Ora lo tormentava il dubbio: sarà

ancora vivo? E non osava chiederlo.

La malattia, dal lato fisico, seguiva il suo corso naturale, ma ciò

che Natascia aveva definito “gli è accaduto questo” era avvenuto due

giorni prima dell’arrivo della principessina Màrija. Era stata

l’ultima lotta morale tra la vita e la morte, e la morte era riuscita

vittoriosa. Era stata l’inattesa consapevolezza di amare ancora la

vita, che si raffigurava per lui nell’amore per Natascia, e l’ultima,

dominata crisi di orrore davanti all’ignoto.

Era sera. Come ogni giorno, dopo pranzo, egli aveva un po’ di febbre e

una straordinaria lucidità di pensiero. Sònja era seduta presso la

tavola. Egli sonnecchiava. A un tratto fu assalito da una sensazione

di gioia.

“Ah, è venuta lei!”, pensò.

Infatti ora, al posto di Sònja, era seduta Natascia, entrata senza

fare alcun rumore.

Da quando Natascia aveva incominciato a curarlo, il principe Andréj

provava la sensazione fisica della vicinanza della fanciulla. Ella

sedeva accanto a lui, sulla poltrona, e gli nascondeva con la sua

persona la luce della candela. Lavorava a maglia. (Aveva imparato a

fare la calza da quando, una volta, il principe Andréj le aveva detto

che nessuno sapeva curare gli ammalati così bene come le vecchie

governanti che fanno la calza, e che in quello sferruzzare c’è un

qualcosa di riposante). Le dita sottili della fanciulla si muovevano

rapide sui ferri che di tanto in tanto si urtavano, e il principe

Andréj vedeva nettamente il profilo pensieroso del suo volto. Ella

fece un movimento, il gomitolo di lana le cadde dalle ginocchia. La

fanciulla trasalì, guardò il principe, messa la mano davanti alla

candela, con un movimento cauto rapido e preciso si chinò, raccolse il

gomitolo e riprese la posizione di prima.

Egli, immobile, la guardava e capiva che, dopo aver fatto quel

movimento, ella aveva bisogno di respirare profondamente, ma non si

decideva a farlo e riprendeva fiato a poco a poco.

Al monastero di Tròjtza, il principe e Natascia avevano parlato del

passato ed egli le aveva detto che, se Iddio gli avesse concesso di

vivere, non avrebbe cessato di ringraziarlo perché, grazie a quella

ferita, era di nuovo riunito a lei; ma, da allora, non avevano mai più

parlato del futuro.

“Era o non era possibile che ci fosse un futuro?”, pensava egli ora,

guardando la fanciulla e ascoltando il lieve ticchettio dei lunghi

aghi. “Possibile che il destino mi abbia riunito a lei in un modo così

strano soltanto per lasciarmi morire? E’ possibile che io abbia avuto

la rivelazione della verità della vita soltanto perché vivessi nella

menzogna? Io l’amo più di tutto al mondo. Ma cosa posso fare, se

l’amo?”, pensò e, all’improvviso, si mise involontariamente a gemere,

per l’abitudine datagli dalle lunghe sofferenze.

A quel gemito, Natascia posò il gomitolo, si chinò verso l’ammalato e,

vedendo gli occhi lucenti di lui, gli si avvicinò di più.

– Non dormite?

– No, da un pezzo vi sto guardando. Ho sentito quando siete entrata.

Nessuno, come voi, mi dà quella pace così dolce… e quella luce…

Vorrei piangere dalla gioia…

Natascia si chinò ancora di più verso di lui. Il suo viso raggiava di

estatica gioia.

– Natascia, io vi amo troppo. Più di tutto al mondo!

– Anch’io! – esclamò la fanciulla, e si voltò per un attimo. – Ma

perché troppo? – domandò poi.

– Perché troppo? Ebbene, cosa pensate, cosa sentite in fondo

all’animo? Vivrò? Che ne dite?

– Ne sono certa! Ne sono certa! – gridò quasi Natascia,

afferrandogli tutt’e due le mani con slancio appassionato.

Egli tacque.

– Come sarebbe bello! – E, presa una mano di lei, la baciò.

Natascia era felice e commossa; ma subito pensò che l’ammalato aveva

bisogno di tranquillità.

– Intanto non avete dormito – disse, soffocando la propria gioia. –

Cercate di dormire… ve ne prego.

Egli, dopo averla stretta, lasciò la mano di Natascia, ed ella tornò

verso la candela e sedette dov’era prima. Due volte lo guardò e due

volte vide gli occhi lucenti di lui che incontravano i suoi. Si impose

il compito di fare un dato pezzo di maglia e di non guardarlo più sino

a che non avesse finito.

Difatti, poco dopo, egli chiuse gli occhi e si addormentò. Non dormì a

lungo e ad un tratto si svegliò agitato, coperto da un sudore freddo.

Si era addormentato continuando a pensare a ciò che tanto occupava

allora la sua mente: alla vita e alla morte. E, soprattutto, alla

morte a cui si sentiva più vicino.

“L’amore? Che cosa è l’amore?”, pensava. “L’amore si oppone alla

morte. L’amore è vita. Tutto, tutto ciò che capisco, lo capisco

soltanto perché amo. Tutto è, tutto esiste, soltanto perché amo. Tutto

è legato all’amore. L’amore è Dio e morire, per me, piccola particella

d’amore, significa tornare alla fonte comune ed eterna”. Questi

pensieri gli parevano consolanti. Ma non erano altro che pensieri.

Qualcosa vi mancava, avevano qualcosa di unilateralmente personale, di

intellettuale, erano privi di evidenza. E persisteva la stessa, vaga

inquietudine. Si riaddormentò.

In sogno, si vide coricato nella camera in cui si trovava realmente,

non era più ferito, stava bene. Parecchie persone insignificanti,

indifferenti, apparivano a un tratto davanti a lui. Egli parlava con

loro, discuteva di cose inutili. Esse si preparavano a recarsi in

qualche posto. Il principe Andréj ricordava vagamente che tutto questo

non aveva alcuna importanza, che egli aveva ben altre cose più gravi e

preoccupanti cui pensare, ma continuava ugualmente a parlare,

sorprendendo i suoi ascoltatori con parole futili e spiritose. A poco

a poco, insensibilmente, tutte quelle persone cominciavano a sparire e

tutto cedeva il posto a un solo problema: come si poteva chiudere la

porta? Egli si alzava e andava verso la porta, con l’intenzione di

spingere il paletto per chiuderla. Dal riuscirvi o meno dipendeva

“tutto”. Egli andava, si affrettava, ma le gambe non si movevano, ed

egli sapeva che non sarebbe giunto in tempo a chiudere, tuttavia

tendeva morbosamente tutte le proprie forze. Una paura tormentosa lo

assaliva. Era la paura della morte: essa stava dietro la porta. Ma

mentre egli barcollando, senza più forze, stava per giungere alla

porta, ecco che “quella cosa” orribile, premendo dall’altra parte,

cercava di spingere per entrare e bisognava trattenerla. Egli si

afferrava alla porta, raccoglieva le ultime forze, non già per

chiudere, – ormai era impossibile – ma almeno per trattenerla. Ma

le sue forze erano insufficienti, maldestre e, premuta da

quell’orrore, la porta si apre e si richiude.

Ancora una volta quella cosa premeva dall’altra parte. Gli ultimi,

sovrumani sforzi erano vani: due battenti si spalancavano senza

rumore. Quella cosa era entrata, era la morte! E il principe Andréj

moriva.

Ma, proprio nell’istante in cui moriva, il principe Andréj si era

ricordato che stava dormendo e, fatto un ultimo sforzo, si era

svegliato.

“Già, quella era la morte… Sono morto e mi sono svegliato. Sì, la

morte è risveglio”. La sua anima era stata, a un tratto, avvolta dalla

luce, e il velo che sino a quel momento gli aveva nascosto l’ignoto,

si era sollevato davanti allo sguardo del suo spirito. Si sentì come

liberato da una forza dapprima imprigionata dentro di lui e provò

quello strano senso di levità che non lo abbandonò più.

Quando, destandosi madido di gelido sudore, si era agitato sul divano,

Natascia gli si era avvicinata e gli aveva domandato che cosa avesse.

Il principe Andréj non le aveva risposto e, senza capirla, aveva

continuato a fissarla con uno sguardo strano.

Ecco ciò che gli era accaduto due giorni prima dell’arrivo della

principessina Màrija. Proprio da quel giorno, come diceva il dottore,

la febbre che lo prostrava aveva preso una brutta forma, ma Natascia

non si curava di ciò che diceva il dottore; ella vedeva quei terribili

sintomi morali, che non le lasciavano alcun dubbio.

Pure da quel giorno era cominciato per il principe Andréj insieme con

il risveglio dal sonno, il risveglio dalla vita. E, in relazione alla

durata della vita, esso non gli appariva più lento del risveglio dal

sonno in relazione alla durata di un sogno.

Nulla vi era di terrificante e di brusco in quel risveglio

relativamente lento.

I suoi ultimi giorni, le sue ultime ore trascorsero come al solito,

molto semplicemente. E la principessina Màrija e Natascia, che non si

allontanavano da lui, lo sentivano. Esse non piangevano, non

trasalivano e, negli ultimi giorni, avevano la sensazione di non

assistere più lui (egli non c’era già più, se ne era andato), ma il

suo ricordo più intimo: il suo corpo. I loro sentimenti erano così

forti che il lato esteriore e terribile della morte non le

impressionava più, ed esse non trovavano necessario eccitare il loro

dolore. Non piangevano né davanti a lui né quando erano sole, ma

nemmeno parlavano di lui tra di loro. Sentivano di non poter esprimere

a parole ciò che avevano compreso.

Tutte e due vedevano come egli sempre più profondamente, in modo lento

e tranquillo, si allontanasse da loro, sprofondando chissà dove, e entrambe

sapevano che così doveva essere e che era bene che fosse così.

Il principe Andréj si confessò e si comunicò; tutti vennero a dargli

l’ultimo addio. Quando gli condussero suo figlio, posò le labbra su di

lui e volse il capo, non perché quel saluto gli fosse penoso (la

principessina Màrija e Natascia lo capivano), ma soltanto perché

supponeva che da lui non si esigesse altro. Ma quando dissero di dare

al figlio la sua benedizione, egli fece ciò che gli si chiedeva e si

guardò attorno come per chiedere se dovesse fare ancora altro.

Quando, con gli ultimi sussulti, l’anima si staccò dal corpo, la

principessina Màrija e Natascia erano presenti.

– È finita?! – disse la principessina Màrija, dopo che il corpo di

lui, raffreddandosi già da alcuni minuti, giaceva immobile davanti a

loro. Natascia si avvicinò, guardò quegli occhi spenti e si affrettò a

chiuderli. Li chiuse e non li baciò, ma avvicinò religiosamente le

labbra su quello che era l’ultimo e il più vicino ricordo di lui.

“Dov’è andato? Dov’è ora?”.

Quando il corpo, lavato e vestito, giacque nella bara sopra la tavola,

tutti si avvicinarono per dargli l’estremo addio, e tutti piangevano.

Nikòluska piangeva per lo stupore doloroso che gli straziava il cuore;

Sònja e la contessa piangevano di pietà per Natascia e perché egli non

era più; il vecchio conte piangeva perché sentiva che presto sarebbe

toccato a lui fare lo stesso tremendo passo.

Natascia e la principessina Màrija ora piangevano anch’esse, ma non

per i loro dolori personali; piangevano per la commozione reverente che

aveva invaso le loro anime dinanzi alla coscienza del semplice e

solenne mistero della morte che si era compiuto innanzi a loro.




venerdì 31 dicembre 2021

Oh Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo?

 

Una dichiarazione d’amore tra le più famose nella storia della letteratura. Le possiamo attribuire anche il valore di un richiamo per noi all’importanza permanente dell’eros. Rappresenta poi un modo per guardare con altri occhi al mondo attuale.
Pensiamo alla solitudine,  fenomeno molto diffuso nella società degli individui. Come si esce dalla solitudine? Attraverso la fusione/immersione in un gruppo: è una possibilità. Oppure attraverso il rapporto con l’altro. Nella sua forma più esaltante questo rapporto implica lo slancio erotico, il desiderio e anche al tempo stesso il dono: il bisogno di uscire da noi stessi andando incontro all’altro, simile e complementare. Un altro che ci valorizza. Da qui l’impulso al dono, la generosità. E l’approdo alla trascendenza, ossia a qualcosa che va oltre noi stessi e oltre il tempo.
Tutto questo e molto altro c’è nelle parole di Giulietta a Romeo. Grandezza di Shakespeare: Bandello aveva già raccontato quella storia, ma il rapporto tra gli amanti nella sua versione era molto più banale. 


Matteo Bandello 

Andava spesso di notte Romeo ed in quella vietta si fermava, sí perché quel camino non era frequentato ed altresí perché stando per iscontro a la finestra sentiva pur talora la sua innamorata parlare. Avvenne che essendo egli una notte in quel luogo, o che Giulietta il sentisse o qual se ne fosse la cagione, ella aprí la finestra. Romeo si ritirò dentro il casale, ma non sí tosto ch’ella nol conoscesse, perciò che la luna col suo splendore chiara la vietta rendeva. Ella che sola in camera si trovava, soavemente l’appellò e disse: – Romeo, che fate voi qui a quest’ore cosí solo? Se voi ci foste còlto, misero voi, che sarebbe de la vita vostra? Non sapete voi la crudel nemistá che regna tra i vostri e i nostri e quanti giá morti ne sono? Certamente voi sareste crudelmente ucciso, del che a voi danno e a me poco onore ne seguirebbe. – Signora mia, – rispose Romeo, – l’amor ch’io vi porto è cagione ch’io a quest’ora qui venga; e non dubito punto che se dai vostri fossi trovato, ch’essi non cercassero d’ammazzarmi. Ma io mi sforzarei per quanto le mie deboli forze vagliano, di far il debito mio, e quando pure da soverchie forze mi vedessi avanzare, m’ingegnerei non morir solo. E devendo io ad ogni modo morire in questa amorosa impresa, qual piú fortunata morte mi può avvenire che a voi vicino restar morto? Che io mai debbia esser cagione di macchiar in minimissima parte l’onor vostro, questo non credo che avverrá giá mai, perché io per conservarlo chiaro e famoso com’è mi ci affaticherei col sangue proprio. Ma se in voi tanto potesse l’amor di me come in me di voi può il vostro, e tanto vi calesse de la vita mia quanto a me de la vostra cale, voi levareste via tutte queste occasioni e fareste di modo che io viverei il piú contento uomo che oggidí sia. – E che vorreste voi che io facessi? – disse Giulietta. – Vorrei, – rispose Romeo, – che voi amassi me com’io amo voi e che mi lasciaste venir ne la camera vostra, a ciò che piú agiatamente e con minor pericolo io potessi manifestarvi la grandezza de l’amor mio e le pene acerbissime che di continovo per voi soffro. – A questo Giulietta alquanto d’ira accesa e turbata gli disse: – Romeo, voi sapete l’amor vostro ed io so il mio, e so che v’amo quanto si possa persona amare, e forse piú di quello che a l’onor mio si conviene. Ma ben vi dico che se voi pensate di me godere oltra il convenevole nodo del matrimonio, voi vivete in grandissimo errore e meco punto non sarete d’accordio. E perché conosco che praticando voi troppo sovente per questa vicinanza potreste di leggero incappare negli spiriti maligni ed io non sarei piú lieta giá mai, conchiudo che se voi desiderate esser cosí mio come io eternamente bramo esser vostra, che debbiate per moglie vostra legitima sposarmi. Se mi sposarete, io sempre sarò presta a venir in ogni parte ove piú a grado vi fia. Avendo altra fantasia in capo, attendete a far i fatti vostri e me lasciate nel grado mio vivere in pace. – Romeo che altro non bramava, udendo queste parole, lietamente le rispose che questo era tutto il suo disio e che ogni volta che le piacesse la sposeria in quel modo che ella ordinasse.

William  Shakespeare
Romeo e Giulietta, atto II, scena II
traduzione di Cino Chiarini (Sansoni, Firenze 1906)

GIULIETTA: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all’amor mio, ed io non sarò più una Capuleti.

ROMEO (fra sé): Starò ancora ad ascoltare, o rispondo a questo che ha detto?

GIULIETTA: Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu stesso, anche senza essere un Montecchi. Che significa “Montecchi”? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un’altra parte qualunque del corpo di un uomo. Oh, mettiti un altro nome! Che cosa c’è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un’altra parola avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe quella preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinunzia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa.

ROMEO: Io ti piglio in parola: chiamami soltanto amore, ed io sarò ribattezzato; da ora innanzi non sarò più Romeo.

GIULIETTA: Chi sei tu che, così protetto dalla notte, inciampi in questo modo nel mio segreto?

ROMEO: Con un nome io non so come dirti chi sono. Il mio nome, cara santa, è odioso a me stesso, poiché è nemico a te: se io lo avessi qui scritto, lo straccerei.

GIULIETTA: L’orecchio mio non ha ancora bevuto cento parole di quella voce, ed io già ne riconosco il suono. Non sei tu Romeo, e un Montecchi?

ROMEO: Né l’uno né l’altro, bella fanciulla se l’uno e l’altro a te dispiace.

GIULIETTA: Come sei potuto venir qui, dimmi, e perché? I muri del giardino sono alti, e difficili a scalare, e per te, considerando chi sei, questo è un luogo di morte, se alcuno dei miei parenti ti trova qui.

ROMEO: Con le leggere ali d’amore ho superati questi muri, poiché non ci sono limiti di pietra che possano vietare il passo ad amore: e ciò che amore può fare, amore osa tentarlo; perciò i tuoi parenti per me non sono un ostacolo.

GIULIETTA: Se ti vedono, ti uccideranno.

ROMEO: Ahimè! c’è più pericolo negli occhi tuoi, che in venti delle loro spade: basta che tu mi guardi dolcemente, e sarò a tutta prova contro la loro inimicizia.

GIULIETTA: Io non vorrei per tutto il mondo che ti vedessero qui.

ROMEO: Ho il manto della notte per nascondermi agli occhi loro; ma a meno che tu non mi ami, lascia che mi trovino qui: meglio la mia vita terminata per l’odio loro, che la mia morte ritardata senza che io abbia l’amor tuo.

GIULIETTA: Chi ha guidato i tuoi passi a scoprire questo luogo?

ROMEO: Amore, il quale mi ha spinto a cercarlo: egli mi ha prestato il suo consiglio, ed io gli ho prestato gli occhi. Io non sono un pilota: ma se tu fossi lontana da me, quanto la deserta spiaggia che è bagnata dal più lontano mare, per una merce preziosa come te mi avventurerei sopra una nave.

GIULIETTA: Tu sai che la maschera della notte mi cela il volto, altrimenti un rossore verginale colorirebbe la mia guancia, per ciò che mi hai sentito dire stanotte. Io vorrei ben volentieri serbare le convenienze; volentieri vorrei poter rinnegare quello che ho detto: ma ormai addio cerimonie! Mi ami tu? So già che dirai “sì”, ed io ti prenderò in parola; ma se tu giuri, tu puoi ingannarmi: agli spergiuri degli amanti dicono che Giove sorrida. O gentile Romeo, se mi ami dichiaralo lealmente; se poi credi che io mi sia lasciata vincere troppo presto, aggrotterò le ciglia e farò la cattiva, e dirò di no, così tu potrai supplicarmi; ma altrimenti non saprò dirti di no per tutto il mondo. E’ vero, bel Montecchi, io son troppo innamorata e perciò la mia condotta potrebbe sembrarti leggera. Ma credimi, gentil cavaliere, alla prova io sarò più sincera di quelle che sanno meglio di me l’arte della modestia. Tuttavia sarei stata più riservata, lo devo riconoscere, se tu, prima che io me n’accorgessi, non avessi sorpreso l’ardente confessione del mio amore: perdonami dunque e non imputare la mia facile resa a leggerezza di questo amore, che l’oscurità della notte ti ha svelato così.

ROMEO: Fanciulla, per quella benedetta luna laggiù che inargenta le cime di tutti questi alberi, io giuro…

GIULIETTA: Oh, non giurare per la luna, la incostante luna che ogni mese cambia nella sua sfera, per timore che anche l’amor tuo riesca incostante a quel modo.

ROMEO: Per che cosa devo giurare?

GIULIETTA: Non giurare affatto; o se vuoi giurare, giura sulla tua cara persona, che è il dio idolatrato dal mio cuore, ed io ti crederò.

ROMEO: Se il caro amore del cuor mio…

GIULIETTA: Via, non giurare. Benché io riponga in te la mia gioia, nessuna gioia provo di questo contratto d’amore concluso stanotte: è troppo precipitato, troppo imprevisto, troppo improvviso, troppo somigliante al lampo che è finito prima che uno abbia il tempo di dire “lampeggia”. Amor mio, buona notte! Questo boccio d’amore, aprendosi sotto il soffio dell’estate, quando quest’altra volta ci rivedremo, forse sarà uno splendido fiore. Buona notte, buona notte! Una dolce pace e una dolce felicità scendano nel cuor tuo, come quelle che sono nel mio petto.

ROMEO: Oh! mi lascerai così poco soddisfatto?

GIULIETTA: Quale soddisfazione puoi avere questa notte?

ROMEO: Il cambio del tuo fedele voto di amore col mio.

GIULIETTA: Io ti diedi il mio, prima che tu lo chiedessi; e tuttavia vorrei non avertelo ancora dato.

ROMEO: Vorresti forse riprenderlo? Per qual ragione, amor mio?

GIULIETTA: Solo per essere generosa, e dartelo di nuovo. Eppure io non desidero se non ciò che possiedo; la mia generosità è sconfinata come il mare, e l’amor mio quanto il mare stesso è profondo: più ne concedo a te, più ne possiedo, poiché la mia generosità e l’amor mio sono entrambi infiniti.

 

venerdì 9 aprile 2021

La morte del principe Andrej

Il principe Andréj non soltanto sapeva di dover morire, ma si sentiva mancare, ed era come già morto a metà. Aveva la sensazione di allontanarsi da ogni cosa terrena e quella di una strana e gioiosa levità di tutto il suo essere. Senza impazienza e senza ansia, attendeva il compimento di ciò che incombeva su di lui. Quella cosa terribile, eterna, ignota e lontana di cui aveva sentito la presenza per tutta la vita, gli era ormai vicinissima e, per quella strana sensazione di levità dell’essere, quasi comprensibile e tangibile… Aveva avvertito la prima volta questo sentimento quando la granata gli turbinava davanti come una trottola ed egli guardava le stoppie, i cespugli, il cielo, pur sapendo che dinanzi a lui c’era la morte. Quando, dopo essere stato ferito, aveva ripreso coscienza e nella sua anima, in un istante, quasi egli si fosse liberato dal peso della vita, era sbocciato quel fiore dell’amore eterno, libero, indipendente da questa vita, egli non temeva più la morte e non vi pensava. Quanto più, in quelle ore di dolorosa solitudine e di semidelirio, che aveva trascorso dopo la ferita, rifletteva su quel nuovo principio di eterno amore che gli si era rivelato, tanto più, senza avvedersene, ripudiava la vita terrena. Amare tutto e tutti, sacrificarsi sempre per l’amore, significava non amare nessuno, significava non vivere di vita terrena. E perciò, quanto più era permeato da questo principio d’amore, tanto più rinnegava la vita e tanto più distruggeva quella terribile barriera che, quando non c’è amore, sta tra la vita e la morte. Allorché, in quel primo tempo, si ricordava di dover morire, diceva a sé stesso: “Che importa? Tanto meglio!”. Ma dopo quella notte a Mitisci quando, quasi in preda al delirio, aveva visto comparire colei che egli desiderava e quando, premendo la mano di lei alle proprie labbra, aveva pianto silenziose lacrime di gioia, l’amore per una donna era insensibilmente penetrato nel suo cuore e lo aveva di nuovo legato alla vita. E turbamenti e pensieri gioiosi ripresero ad affacciarsi alla sua mente. Ricordando il momento in cui, al posto di medicazione, aveva veduto Kuragin, non poteva più tornare ai sentimenti di allora. Ora lo tormentava il dubbio: sarà ancora vivo? E non osava chiederlo. La malattia, dal lato fisico, seguiva il suo corso naturale, ma ciò che Natascia aveva definito “gli è accaduto questo” era avvenuto due giorni prima dell’arrivo della principessina Màrija. Era stata l’ultima lotta morale tra la vita e la morte, e la morte era riuscita vittoriosa. Era stata l’inattesa consapevolezza di amare ancora la vita, che si raffigurava per lui nell’amore per Natascia, e l’ultima, dominata crisi di orrore davanti all’ignoto. Era sera. Come ogni giorno, dopo pranzo, egli aveva un po’ di febbre e una straordinaria lucidità di pensiero. Sònja era seduta presso la tavola. Egli sonnecchiava. A un tratto fu assalito da una sensazione di gioia. “Ah, è venuta lei!”, pensò. Infatti ora, al posto di Sònja, era seduta Natascia, entrata senza fare alcun rumore. Da quando Natascia aveva incominciato a curarlo, il principe Andréj provava la sensazione fisica della vicinanza della fanciulla. Ella sedeva accanto a lui, sulla poltrona, e gli nascondeva con la sua persona la luce della candela. Lavorava a maglia. (Aveva imparato a fare la calza da quando, una volta, il principe Andréj le aveva detto che nessuno sapeva curare gli ammalati così bene come le vecchie governanti che fanno la calza, e che in quello sferruzzare c’è un qualcosa di riposante). Le dita sottili della fanciulla si muovevano rapide sui ferri che di tanto in tanto si urtavano, e il principe Andréj vedeva nettamente il profilo pensieroso del suo volto. Ella fece un movimento, il gomitolo di lana le cadde dalle ginocchia. La fanciulla trasalì, guardò il principe, messa la mano davanti alla candela, con un movimento cauto rapido e preciso si chinò, raccolse il gomitolo e riprese la posizione di prima. Egli, immobile, la guardava e capiva che, dopo aver fatto quel movimento, ella aveva bisogno di respirare profondamente, ma non si decideva a farlo e riprendeva fiato a poco a poco. Al monastero di Tròjtza, il principe e Natascia avevano parlato del passato ed egli le aveva detto che, se Iddio gli avesse concesso di vivere, non avrebbe cessato di ringraziarlo perché, grazie a quella ferita, era di nuovo riunito a lei; ma, da allora, non avevano mai più parlato del futuro. “Era o non era possibile che ci fosse un futuro?”, pensava egli ora, guardando la fanciulla e ascoltando il lieve ticchettio dei lunghi aghi. “Possibile che il destino mi abbia riunito a lei in un modo così strano soltanto per lasciarmi morire? E’ possibile che io abbia avuto la rivelazione della verità della vita soltanto perché vivessi nella menzogna? Io l’amo più di tutto al mondo. Ma cosa posso fare, se l’amo?”, pensò e, all’improvviso, si mise involontariamente a gemere, per l’abitudine datagli dalle lunghe sofferenze. A quel gemito, Natascia posò il gomitolo, si chinò verso l’ammalato e, vedendo gli occhi lucenti di lui, gli si avvicinò di più. – Non dormite? – No, da un pezzo vi sto guardando. Ho sentito quando siete entrata. Nessuno, come voi, mi dà quella pace così dolce… e quella luce… Vorrei piangere dalla gioia… Natascia si chinò ancora di più verso di lui. Il suo viso raggiava di estatica gioia. – Natascia, io vi amo troppo. Più di tutto al mondo! – Anch’io! – esclamò la fanciulla, e si voltò per un attimo. – Ma perché troppo? – domandò poi. – Perché troppo? Ebbene, cosa pensate, cosa sentite in fondo all’animo? Vivrò? Che ne dite? – Ne sono certa! Ne sono certa! – gridò quasi Natascia, afferrandogli tutt’e due le mani con slancio appassionato. Egli tacque. – Come sarebbe bello! – E, presa una mano di lei, la baciò. Natascia era felice e commossa; ma subito pensò che l’ammalato aveva bisogno di tranquillità. – Intanto non avete dormito – disse, soffocando la propria gioia. – Cercate di dormire… ve ne prego. Egli, dopo averla stretta, lasciò la mano di Natascia, ed ella tornò verso la candela e sedette dov’era prima. Due volte lo guardò e due volte vide gli occhi lucenti di lui che incontravano i suoi. Si impose il compito di fare un dato pezzo di maglia e di non guardarlo più sino a che non avesse finito. Difatti, poco dopo, egli chiuse gli occhi e si addormentò. Non dormì a lungo e ad un tratto si svegliò agitato, coperto da un sudore freddo. Si era addormentato continuando a pensare a ciò che tanto occupava allora la sua mente: alla vita e alla morte. E, soprattutto, alla morte a cui si sentiva più vicino. “L’amore? Che cosa è l’amore?”, pensava. “L’amore si oppone alla morte. L’amore è vita. Tutto, tutto ciò che capisco, lo capisco soltanto perché amo. Tutto è, tutto esiste, soltanto perché amo. Tutto è legato all’amore. L’amore è Dio e morire, per me, piccola particella d’amore, significa tornare alla fonte comune ed eterna”. Questi pensieri gli parevano consolanti. Ma non erano altro che pensieri. Qualcosa vi mancava, avevano qualcosa di unilateralmente personale, di intellettuale, erano privi di evidenza. E persisteva la stessa, vaga inquietudine. Si riaddormentò. In sogno, si vide coricato nella camera in cui si trovava realmente, non era più ferito, stava bene. Parecchie persone insignificanti, indifferenti, apparivano a un tratto davanti a lui. Egli parlava con loro, discuteva di cose inutili. Esse si preparavano a recarsi in qualche posto. Il principe Andréj ricordava vagamente che tutto questo non aveva alcuna importanza, che egli aveva ben altre cose più gravi e preoccupanti cui pensare, ma continuava ugualmente a parlare, sorprendendo i suoi ascoltatori con parole futili e spiritose. A poco a poco, insensibilmente, tutte quelle persone cominciavano a sparire e tutto cedeva il posto a un solo problema: come si poteva chiudere la porta? Egli si alzava e andava verso la porta, con l’intenzione di spingere il paletto per chiuderla. Dal riuscirvi o meno dipendeva “tutto”. Egli andava, si affrettava, ma le gambe non si movevano, ed egli sapeva che non sarebbe giunto in tempo a chiudere, tuttavia tendeva morbosamente tutte le proprie forze. Una paura tormentosa lo assaliva. Era la paura della morte: essa stava dietro la porta. Ma mentre egli barcollando, senza più forze, stava per giungere alla porta, ecco che “quella cosa” orribile, premendo dall’altra parte, cercava di spingere per entrare e bisognava trattenerla. Egli si afferrava alla porta, raccoglieva le ultime forze, non già per chiudere, – ormai era impossibile – ma almeno per trattenerla. Ma le sue forze erano insufficienti, maldestre e, premuta da quell’orrore, la porta si apre e si richiude. Ancora una volta quella cosa premeva dall’altra parte. Gli ultimi, sovrumani sforzi erano vani: due battenti si spalancavano senza rumore. Quella cosa era entrata, era la morte! E il principe Andréj moriva. Ma, proprio nell’istante in cui moriva, il principe Andréj si era ricordato che stava dormendo e, fatto un ultimo sforzo, si era svegliato. “Già, quella era la morte… Sono morto e mi sono svegliato. Sì, la morte è risveglio”. La sua anima era stata, a un tratto, avvolta dalla luce, e il velo che sino a quel momento gli aveva nascosto l’ignoto, si era sollevato davanti allo sguardo del suo spirito. Si sentì come liberato da una forza dapprima imprigionata dentro di lui e provò quello strano senso di levità che non lo abbandonò più. Quando, destandosi madido di gelido sudore, si era agitato sul divano, Natascia gli si era avvicinata e gli aveva domandato che cosa avesse. Il principe Andréj non le aveva risposto e, senza capirla, aveva continuato a fissarla con uno sguardo strano. Ecco ciò che gli era accaduto due giorni prima dell’arrivo della principessina Màrija. Proprio da quel giorno, come diceva il dottore, la febbre che lo prostrava aveva preso una brutta forma, ma Natascia non si curava di ciò che diceva il dottore; ella vedeva quei terribili sintomi morali, che non le lasciavano alcun dubbio. Pure da quel giorno era cominciato per il principe Andréj insieme con il risveglio dal sonno, il risveglio dalla vita. E, in relazione alla durata della vita, esso non gli appariva più lento del risveglio dal sonno in relazione alla durata di un sogno. Nulla vi era di terrificante e di brusco in quel risveglio relativamente lento. I suoi ultimi giorni, le sue ultime ore trascorsero come al solito, molto semplicemente. E la principessina Màrija e Natascia, che non si allontanavano da lui, lo sentivano. Esse non piangevano, non trasalivano e, negli ultimi giorni, avevano la sensazione di non assistere più lui (egli non c’era già più, se ne era andato), ma il suo ricordo più intimo: il suo corpo. I loro sentimenti erano così forti che il lato esteriore e terribile della morte non le impressionava più, ed esse non trovavano necessario eccitare il loro dolore. Non piangevano né davanti a lui né quando erano sole, ma nemmeno parlavano di lui tra di loro. Sentivano di non poter esprimere a parole ciò che avevano compreso. Tutte e due vedevano come egli sempre più profondamente, in modo lento e tranquillo, si allontanasse da loro, sprofondando chissà dove, e entrambe sapevano che così doveva essere e che era bene che fosse così. Il principe Andréj si confessò e si comunicò; tutti vennero a dargli l’ultimo addio. Quando gli condussero suo figlio, posò le labbra su di lui e volse il capo, non perché quel saluto gli fosse penoso (la principessina Màrija e Natascia lo capivano), ma soltanto perché supponeva che da lui non si esigesse altro. Ma quando dissero di dare al figlio la sua benedizione, egli fece ciò che gli si chiedeva e si guardò attorno come per chiedere se dovesse fare ancora altro. Quando, con gli ultimi sussulti, l’anima si staccò dal corpo, la principessina Màrija e Natascia erano presenti. – È finita?! – disse la principessina Màrija, dopo che il corpo di lui, raffreddandosi già da alcuni minuti, giaceva immobile davanti a loro. Natascia si avvicinò, guardò quegli occhi spenti e si affrettò a chiuderli. Li chiuse e non li baciò, ma avvicinò religiosamente le labbra su quello che era l’ultimo e il più vicino ricordo di lui. “Dov’è andato? Dov’è ora?”. Quando il corpo, lavato e vestito, giacque nella bara sopra la tavola, tutti si avvicinarono per dargli l’estremo addio, e tutti piangevano. Nikòluska piangeva per lo stupore doloroso che gli straziava il cuore; Sònja e la contessa piangevano di pietà per Natascia e perché egli non era più; il vecchio conte piangeva perché sentiva che presto sarebbe toccato a lui fare lo stesso tremendo passo. Natascia e la principessina Màrija ora piangevano anch’esse, ma non per i loro dolori personali; piangevano per la commozione reverente che aveva invaso le loro anime dinanzi alla coscienza del semplice e solenne mistero della morte che si era compiuto innanzi a loro.

mercoledì 19 novembre 2014

Mitologia di guerra. La montagna

La guerra e la montagna può sembrare un'associazione poco significativa. C'è stata una guerra di montagna, specialmente sul fronte italiano nel 1915-18. Kipling ha sfruttato il tema a suo tempo. Qualcosa cambiava, certo, tra la pianura e la montagna, o le colline del Carso, ma la guerra sempre quella era, con il suo strascico di morte e di dolore. Rispetto al conflitto, tuttavia, la montagna ha assunto anche un valore simbolico. E su questo c'è parecchio da dire. La montagna si colloca in alto, ovviamente. Ha una sua maestosa imponenza, è più vicina al cielo, può richiamare la trascendenza e in tal modo collocarsi naturalmente al di sopra della mischia: era questo il titolo di un articolo scritto da Romain Rolland nel  1914  e poi compreso in una raccolta denominata allo stesso modo. C'era in quelle pagine una volontà di includere l'altro, il nemico, dentro lo stesso spazio comune di civiltà. Fu l'idea che valse a Rolland il premio Nobel per la letteratura del 1915, assegnato nel 1916. 
Guardare il mondo dall'alto di una posizione elevata, vedere le dispute umane con un certo distacco: l'idea si ritrova anche nel romanzo di Thomas Mann, La montagna magica (1924). La storia si svolge negli anni della prima guerra mondiale. Il libro è stato scritto in realtà prima e anche dopo, l'autore cominciò a pensarci nel 1912 e tornò sul suo progetto in un'epoca successiva. A guerra finita, come ha notato lo storico Mosse, la montagna stava assumendo un altro significato, diventava un luogo puro, luminoso, prossimo al divino o capace di trasmettere un senso di eternità. Ci furono dei pellegrinaggi sulle montagne con lo scopo di lenire il dolore legato alla guerra, di voltare pagina e proiettarsi in un futuro diverso. Un po' la stessa funzione ebbero i film di Luis Trenker, allora.
Tutto questo ci riporta alla scena con la quale si apriva uno tra i più famosi libri pubblicati sulla guerra ancora nel pieno del suo decorso. Il fuoco di Henri Barbusse uscì nel 1916, ottenne il premio Goncourt e ebbe un gran numero di lettori (250mila copie vendute nell'arco di due anni). Vediamo dunque la scena.
Siamo davvero all'inizio, al primo capitolo, La visione. E si comincia dalla precisazione del luogo, situato molto in alto:


La Dent du Midi, l'Aiguille Verte, il Monte Bianco si stagliano davanti ai pallidi volti che spuntano fuori dalle coperte allineate nella galleria del Sanatorio. 
Al primo piano del palazzo-ospedale, questa loggia dalla balconata di legno rustico, protetta da una veranda, è isolata nello spazio, e sovrasta il mondo. 
... Il silenzio è la legge. Del resto, tutti coloro che, ricchi e indipendenti, sono venuti qui da tutti i punti della terra, colpiti dal medesimo male, hanno perduto l'abitudine di parlare. Ripiegati su se stessi, pensano alla loro vita e alla loro morte.

L'altitudine, il distacco, il silenzio. Non l'indicibile, ma ciò che non merita neppure di essere detto. Da qui il peso che acquistano le parole. Arrivano i giornali con le notizie. Il mondo fa sentire la sua presenza nello spazio etereo dell'ospedale tra le montagne. Un malato austriaco se la prende con l'Austria, un inglese auspica la vittoria della Francia, un tedesco giudica necessaria la sconfitta del suo paese. Poi è come se lo spettacolo della guerra si dispiegasse sotto gli occhi dei lontani osservatori. Si susseguono in ordine sparso i commenti:

Due eserciti alle prese è il suicidio di un solo, grande esercito.
Non avrebbero dovuto.
E' la Rivoluzione francese che ricomincia. Forse è la guerra suprema.
Attenti ai troni - mormora a parte una voce. 

Infine per due volte ritorna l'invocazione decisiva, Fermare le guerre, Fermare la guerra. E alla seconda volta c'è una messa in scena di impronta biblica: 



Quei grandi infermi che una piaga interiore corrode, abbracciano con lo sguardo lo sconcerto degli elementi: osservano sulla montagna l'esplosione dei colpi di tuono che sollevano nuvole orizzontali, come un mare, e ognuno di questi lancia nel crepuscolo, allo stesso tempo, una colonna di fuoco e una colonna di nembo 


Alla fine c'è una profezia: sono gli schiavi che detengono nelle loro mani l'avvenire del mondo. 
Tutti possono vedere la retorica sparsa a piene mani e del pari la facilità corriva dell'argomentazione. Sfrondati gli aspetti esteriori di abbellimento, resta una verità di fondo: la guerra come suicidio dell'Europa se non dell'umanità. Sta qui la grandezza di Barbusse, nell'intravedere una verità contrastata, dura, atroce, dietro le apparenze dello scontro all'ultimo sangue. 




Régis Debray 
De la cohésion à l'arrogance, les forces et les faiblesses du monde de l'Ouest
Le Monde, 19 luglio 2014


Credo che l'Occidente sia nato il giorno in cui Petrarca è salito sul Mont Ventoux. Perché l'Occidente è l'idea che si debba passare dalla contemplazione al dominio del mondo, e quindi non solo osservare il Monte Olimpo come hanno fatto i Greci, ma scalarlo.

Je crois que l'Occident est né le jour où Pétrarque est monté sur le mont Ventoux. Car l'Occident, c'est l'idée qu'il faut passer de la contemplation à la domination du monde, et donc pas seulement observer le mont Olympe comme le faisaient les Grecs, mais le gravir.