Visualizzazione post con etichetta Guerra e pace. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Guerra e pace. Mostra tutti i post

venerdì 25 marzo 2022

Tolstoj, Mosca 1812


 

 Lev Nicolaevic Tolstoj, Guerra e pace, 1869
www.writingshome.com

Così com'è difficile spiegare quale motivo e quale scopo abbiano di affrettarsi tanto le formiche di un formicaio devastato, le une allontanandosi dal formicaio e trascinando pagliuzze, uova e cadaveri, le altre facendo ritorno al formicaio; e perché si scontrino, si inseguano, si azzuffino, così è difficile spiegare le cause che indussero i russi, dopo la partenza dei francesi, ad affollarsi in quel luogo che prima era chiamata Mosca. Ma allo
stesso modo che guardando le formiche sparpagliate intorno al formicaio devastato, nonostante la completa distruzione del formicaio, dalla tenacia, dall'energia, dal numero sconfinato d'insetti che brulicano lì intorno, si vede che tutto è distrutto fuorché qualcosa d'indistruttibile, di immateriale che costituisce tutta la forza del formicaio, - anche Mosca nel mese di ottobre, sebbene non ci fossero più né autorità, né chiese, né cose sacre, né ricchezze, né case, era la stessa Mosca del mese di agosto. Tutto era distrutto fuorché qualcosa di immateriale, ma di potente e di indistruttibile. 

https://machiave.blogspot.com/2014/05/la-metafora-dellalveare-in-tolstoj.html

 

https://machiave.blogspot.com/2014/05/la-metafora-dellalveare-in-tolstoj.html

venerdì 9 aprile 2021

La morte del principe Andrej

Il principe Andréj non soltanto sapeva di dover morire, ma si sentiva mancare, ed era come già morto a metà. Aveva la sensazione di allontanarsi da ogni cosa terrena e quella di una strana e gioiosa levità di tutto il suo essere. Senza impazienza e senza ansia, attendeva il compimento di ciò che incombeva su di lui. Quella cosa terribile, eterna, ignota e lontana di cui aveva sentito la presenza per tutta la vita, gli era ormai vicinissima e, per quella strana sensazione di levità dell’essere, quasi comprensibile e tangibile… Aveva avvertito la prima volta questo sentimento quando la granata gli turbinava davanti come una trottola ed egli guardava le stoppie, i cespugli, il cielo, pur sapendo che dinanzi a lui c’era la morte. Quando, dopo essere stato ferito, aveva ripreso coscienza e nella sua anima, in un istante, quasi egli si fosse liberato dal peso della vita, era sbocciato quel fiore dell’amore eterno, libero, indipendente da questa vita, egli non temeva più la morte e non vi pensava. Quanto più, in quelle ore di dolorosa solitudine e di semidelirio, che aveva trascorso dopo la ferita, rifletteva su quel nuovo principio di eterno amore che gli si era rivelato, tanto più, senza avvedersene, ripudiava la vita terrena. Amare tutto e tutti, sacrificarsi sempre per l’amore, significava non amare nessuno, significava non vivere di vita terrena. E perciò, quanto più era permeato da questo principio d’amore, tanto più rinnegava la vita e tanto più distruggeva quella terribile barriera che, quando non c’è amore, sta tra la vita e la morte. Allorché, in quel primo tempo, si ricordava di dover morire, diceva a sé stesso: “Che importa? Tanto meglio!”. Ma dopo quella notte a Mitisci quando, quasi in preda al delirio, aveva visto comparire colei che egli desiderava e quando, premendo la mano di lei alle proprie labbra, aveva pianto silenziose lacrime di gioia, l’amore per una donna era insensibilmente penetrato nel suo cuore e lo aveva di nuovo legato alla vita. E turbamenti e pensieri gioiosi ripresero ad affacciarsi alla sua mente. Ricordando il momento in cui, al posto di medicazione, aveva veduto Kuragin, non poteva più tornare ai sentimenti di allora. Ora lo tormentava il dubbio: sarà ancora vivo? E non osava chiederlo. La malattia, dal lato fisico, seguiva il suo corso naturale, ma ciò che Natascia aveva definito “gli è accaduto questo” era avvenuto due giorni prima dell’arrivo della principessina Màrija. Era stata l’ultima lotta morale tra la vita e la morte, e la morte era riuscita vittoriosa. Era stata l’inattesa consapevolezza di amare ancora la vita, che si raffigurava per lui nell’amore per Natascia, e l’ultima, dominata crisi di orrore davanti all’ignoto. Era sera. Come ogni giorno, dopo pranzo, egli aveva un po’ di febbre e una straordinaria lucidità di pensiero. Sònja era seduta presso la tavola. Egli sonnecchiava. A un tratto fu assalito da una sensazione di gioia. “Ah, è venuta lei!”, pensò. Infatti ora, al posto di Sònja, era seduta Natascia, entrata senza fare alcun rumore. Da quando Natascia aveva incominciato a curarlo, il principe Andréj provava la sensazione fisica della vicinanza della fanciulla. Ella sedeva accanto a lui, sulla poltrona, e gli nascondeva con la sua persona la luce della candela. Lavorava a maglia. (Aveva imparato a fare la calza da quando, una volta, il principe Andréj le aveva detto che nessuno sapeva curare gli ammalati così bene come le vecchie governanti che fanno la calza, e che in quello sferruzzare c’è un qualcosa di riposante). Le dita sottili della fanciulla si muovevano rapide sui ferri che di tanto in tanto si urtavano, e il principe Andréj vedeva nettamente il profilo pensieroso del suo volto. Ella fece un movimento, il gomitolo di lana le cadde dalle ginocchia. La fanciulla trasalì, guardò il principe, messa la mano davanti alla candela, con un movimento cauto rapido e preciso si chinò, raccolse il gomitolo e riprese la posizione di prima. Egli, immobile, la guardava e capiva che, dopo aver fatto quel movimento, ella aveva bisogno di respirare profondamente, ma non si decideva a farlo e riprendeva fiato a poco a poco. Al monastero di Tròjtza, il principe e Natascia avevano parlato del passato ed egli le aveva detto che, se Iddio gli avesse concesso di vivere, non avrebbe cessato di ringraziarlo perché, grazie a quella ferita, era di nuovo riunito a lei; ma, da allora, non avevano mai più parlato del futuro. “Era o non era possibile che ci fosse un futuro?”, pensava egli ora, guardando la fanciulla e ascoltando il lieve ticchettio dei lunghi aghi. “Possibile che il destino mi abbia riunito a lei in un modo così strano soltanto per lasciarmi morire? E’ possibile che io abbia avuto la rivelazione della verità della vita soltanto perché vivessi nella menzogna? Io l’amo più di tutto al mondo. Ma cosa posso fare, se l’amo?”, pensò e, all’improvviso, si mise involontariamente a gemere, per l’abitudine datagli dalle lunghe sofferenze. A quel gemito, Natascia posò il gomitolo, si chinò verso l’ammalato e, vedendo gli occhi lucenti di lui, gli si avvicinò di più. – Non dormite? – No, da un pezzo vi sto guardando. Ho sentito quando siete entrata. Nessuno, come voi, mi dà quella pace così dolce… e quella luce… Vorrei piangere dalla gioia… Natascia si chinò ancora di più verso di lui. Il suo viso raggiava di estatica gioia. – Natascia, io vi amo troppo. Più di tutto al mondo! – Anch’io! – esclamò la fanciulla, e si voltò per un attimo. – Ma perché troppo? – domandò poi. – Perché troppo? Ebbene, cosa pensate, cosa sentite in fondo all’animo? Vivrò? Che ne dite? – Ne sono certa! Ne sono certa! – gridò quasi Natascia, afferrandogli tutt’e due le mani con slancio appassionato. Egli tacque. – Come sarebbe bello! – E, presa una mano di lei, la baciò. Natascia era felice e commossa; ma subito pensò che l’ammalato aveva bisogno di tranquillità. – Intanto non avete dormito – disse, soffocando la propria gioia. – Cercate di dormire… ve ne prego. Egli, dopo averla stretta, lasciò la mano di Natascia, ed ella tornò verso la candela e sedette dov’era prima. Due volte lo guardò e due volte vide gli occhi lucenti di lui che incontravano i suoi. Si impose il compito di fare un dato pezzo di maglia e di non guardarlo più sino a che non avesse finito. Difatti, poco dopo, egli chiuse gli occhi e si addormentò. Non dormì a lungo e ad un tratto si svegliò agitato, coperto da un sudore freddo. Si era addormentato continuando a pensare a ciò che tanto occupava allora la sua mente: alla vita e alla morte. E, soprattutto, alla morte a cui si sentiva più vicino. “L’amore? Che cosa è l’amore?”, pensava. “L’amore si oppone alla morte. L’amore è vita. Tutto, tutto ciò che capisco, lo capisco soltanto perché amo. Tutto è, tutto esiste, soltanto perché amo. Tutto è legato all’amore. L’amore è Dio e morire, per me, piccola particella d’amore, significa tornare alla fonte comune ed eterna”. Questi pensieri gli parevano consolanti. Ma non erano altro che pensieri. Qualcosa vi mancava, avevano qualcosa di unilateralmente personale, di intellettuale, erano privi di evidenza. E persisteva la stessa, vaga inquietudine. Si riaddormentò. In sogno, si vide coricato nella camera in cui si trovava realmente, non era più ferito, stava bene. Parecchie persone insignificanti, indifferenti, apparivano a un tratto davanti a lui. Egli parlava con loro, discuteva di cose inutili. Esse si preparavano a recarsi in qualche posto. Il principe Andréj ricordava vagamente che tutto questo non aveva alcuna importanza, che egli aveva ben altre cose più gravi e preoccupanti cui pensare, ma continuava ugualmente a parlare, sorprendendo i suoi ascoltatori con parole futili e spiritose. A poco a poco, insensibilmente, tutte quelle persone cominciavano a sparire e tutto cedeva il posto a un solo problema: come si poteva chiudere la porta? Egli si alzava e andava verso la porta, con l’intenzione di spingere il paletto per chiuderla. Dal riuscirvi o meno dipendeva “tutto”. Egli andava, si affrettava, ma le gambe non si movevano, ed egli sapeva che non sarebbe giunto in tempo a chiudere, tuttavia tendeva morbosamente tutte le proprie forze. Una paura tormentosa lo assaliva. Era la paura della morte: essa stava dietro la porta. Ma mentre egli barcollando, senza più forze, stava per giungere alla porta, ecco che “quella cosa” orribile, premendo dall’altra parte, cercava di spingere per entrare e bisognava trattenerla. Egli si afferrava alla porta, raccoglieva le ultime forze, non già per chiudere, – ormai era impossibile – ma almeno per trattenerla. Ma le sue forze erano insufficienti, maldestre e, premuta da quell’orrore, la porta si apre e si richiude. Ancora una volta quella cosa premeva dall’altra parte. Gli ultimi, sovrumani sforzi erano vani: due battenti si spalancavano senza rumore. Quella cosa era entrata, era la morte! E il principe Andréj moriva. Ma, proprio nell’istante in cui moriva, il principe Andréj si era ricordato che stava dormendo e, fatto un ultimo sforzo, si era svegliato. “Già, quella era la morte… Sono morto e mi sono svegliato. Sì, la morte è risveglio”. La sua anima era stata, a un tratto, avvolta dalla luce, e il velo che sino a quel momento gli aveva nascosto l’ignoto, si era sollevato davanti allo sguardo del suo spirito. Si sentì come liberato da una forza dapprima imprigionata dentro di lui e provò quello strano senso di levità che non lo abbandonò più. Quando, destandosi madido di gelido sudore, si era agitato sul divano, Natascia gli si era avvicinata e gli aveva domandato che cosa avesse. Il principe Andréj non le aveva risposto e, senza capirla, aveva continuato a fissarla con uno sguardo strano. Ecco ciò che gli era accaduto due giorni prima dell’arrivo della principessina Màrija. Proprio da quel giorno, come diceva il dottore, la febbre che lo prostrava aveva preso una brutta forma, ma Natascia non si curava di ciò che diceva il dottore; ella vedeva quei terribili sintomi morali, che non le lasciavano alcun dubbio. Pure da quel giorno era cominciato per il principe Andréj insieme con il risveglio dal sonno, il risveglio dalla vita. E, in relazione alla durata della vita, esso non gli appariva più lento del risveglio dal sonno in relazione alla durata di un sogno. Nulla vi era di terrificante e di brusco in quel risveglio relativamente lento. I suoi ultimi giorni, le sue ultime ore trascorsero come al solito, molto semplicemente. E la principessina Màrija e Natascia, che non si allontanavano da lui, lo sentivano. Esse non piangevano, non trasalivano e, negli ultimi giorni, avevano la sensazione di non assistere più lui (egli non c’era già più, se ne era andato), ma il suo ricordo più intimo: il suo corpo. I loro sentimenti erano così forti che il lato esteriore e terribile della morte non le impressionava più, ed esse non trovavano necessario eccitare il loro dolore. Non piangevano né davanti a lui né quando erano sole, ma nemmeno parlavano di lui tra di loro. Sentivano di non poter esprimere a parole ciò che avevano compreso. Tutte e due vedevano come egli sempre più profondamente, in modo lento e tranquillo, si allontanasse da loro, sprofondando chissà dove, e entrambe sapevano che così doveva essere e che era bene che fosse così. Il principe Andréj si confessò e si comunicò; tutti vennero a dargli l’ultimo addio. Quando gli condussero suo figlio, posò le labbra su di lui e volse il capo, non perché quel saluto gli fosse penoso (la principessina Màrija e Natascia lo capivano), ma soltanto perché supponeva che da lui non si esigesse altro. Ma quando dissero di dare al figlio la sua benedizione, egli fece ciò che gli si chiedeva e si guardò attorno come per chiedere se dovesse fare ancora altro. Quando, con gli ultimi sussulti, l’anima si staccò dal corpo, la principessina Màrija e Natascia erano presenti. – È finita?! – disse la principessina Màrija, dopo che il corpo di lui, raffreddandosi già da alcuni minuti, giaceva immobile davanti a loro. Natascia si avvicinò, guardò quegli occhi spenti e si affrettò a chiuderli. Li chiuse e non li baciò, ma avvicinò religiosamente le labbra su quello che era l’ultimo e il più vicino ricordo di lui. “Dov’è andato? Dov’è ora?”. Quando il corpo, lavato e vestito, giacque nella bara sopra la tavola, tutti si avvicinarono per dargli l’estremo addio, e tutti piangevano. Nikòluska piangeva per lo stupore doloroso che gli straziava il cuore; Sònja e la contessa piangevano di pietà per Natascia e perché egli non era più; il vecchio conte piangeva perché sentiva che presto sarebbe toccato a lui fare lo stesso tremendo passo. Natascia e la principessina Màrija ora piangevano anch’esse, ma non per i loro dolori personali; piangevano per la commozione reverente che aveva invaso le loro anime dinanzi alla coscienza del semplice e solenne mistero della morte che si era compiuto innanzi a loro.

martedì 4 settembre 2018

La danza di Natascia



Al termine di una giornata di caccia nei boschi, la contessina Natasha Rostova ed il fratello Nikolaj sono invitati dallo zio nella sua dacia nei boschi. Qui egli vive con la governante Anisja (una solida e bella serva che si intuisce conviva con lui come una moglie).
Dopo pranzo si sentono accordi di balalaika provenire dalla stanza dei cacciatori. Non è, si suppone, il genere di musica che una contessa dovrebbe amare, visto che si tratta di una semplice ballata popolare, ma lo zio notando la commozione della nipote si fa portare la sua chitarra, soffia via la polvere e con un cenno di intesa con Anisja comincia a suonare la famosa canzone d’amore “Una fanciulla camminava per strada”, con il preciso ritmo in crescendo di una danza russa. Benchè Natasha non l’abbia mai ascoltata prima, seguendo l’invito dello zio comincia a danzare.
La danza di Natasha costituisce per Figes il simbolo dell’incontro tra due mondi che coesistono in Russia, la cultura europea delle classi elevate e la cultura russa dei contadini.

Le parole di Tolstoj:
– Su, nipotina! — gridò, invitando Natasha con un gesto della mano che aveva troncato l’accordo.
Natasha gettò via lo scialle che l’avvolgeva, corse davanti allo zio e, mettendo i pugni sui fianchi, fece un movimento con le spalle e si fermò.

Dove, come, quando, quella contessina educata da un’emigrata francese aveva assorbito, con l’aria russa da lei respirata, lo spirito che l’animava? Dove aveva preso quei modi che il pas de châle da lungo tempo avrebbe dovuto cancellare? Eppure erano quello stesso spirito e quegli stessi modi russi, inimitabili e inapprendibili, che lo zio si aspettava da lei. Appena ella si fermò, con un fiero, allegro e furbo sorriso di trionfo, il primo sentimento che aveva preso Nikolaj e tutti i presenti, la paura cioè che non se la potesse cavare, svanì ed essi già l’ammiravano. Essa faceva proprio quello che occorreva e lo faceva con una tale perfezione, che Anisja Fiòdorovna, che subito le porse il fazzoletto necessario per il ballo, fra le risa versò una lacrima, guardando quella contessina esile e graziosa, a lei così estranea, educata in mezzo alle sete ed ai velluti, che sapeva comprendere tutto ciò che c’era in Anisja, e nel padre di Anisja, e nella zia, e nella madre, e in ogni anima russa. (Lev Nikolàevič Tolstoj, Guerra e Pace)
 http://leggerealumedicandela.blogspot.com/2015/11/orlando-figes-la-danza-di-natasha-ed.html
 https://palomarblog.wordpress.com/2016/05/15/natascia/

sabato 31 ottobre 2015

Grossman, Uno scrittore in guerra

Raffaele La Capria

Grossman, il gelo e le fiamme
 









Un caso di brutalità «I nazisti hanno immerso un uomo in un buco nel ghiaccio, poi sono fuggiti sotto il fuoco d’artiglieria». La caduta di Berlino «Questa giornata nuvolosa, fredda e piovosa, segna la morte della Germania»
Gli appunti dello scrittore russo ci fanno vivere in presa diretta le atrocità della guerra

Corriere della Sera, 31 ottobre 2015

Di Vasilij Grossman ho letto soltanto Vita e destino, il grande romanzo epico sulla guerra contro i tedeschi invasori e sulla battaglia di Stalingrado, ma mi è bastato per capire che Grossman, con quel libro, ha scritto una specie di Guerra e pace del nostro tempo, all’altezza, per la vastità della concezione, dei maggiori romanzi della letteratura russa. Ora Adelphi ha pubblicato Uno scrittore in guerra, un libro bellissimo che contiene gli appunti di prima mano che Grossman scriveva per i suoi articoli di corrispondente dal fronte, e la prima impressione è che questi appunti buttati giù in fretta e a volte in situazioni difficili, sotto il fuoco nemico, sono già di una notevole qualità letteraria.
Questo libro di appunti fa capire meglio chi era Grossman come uomo e come scrittore, e soprattutto come ebreo in un tempo in cui nell’Unione Sovietica essere ebrei significava essere perseguitati in vari modi; e le vicende della vita di Grossman qui narrate ce lo dimostrano. Se fosse stato per il potentissimo Mikhail Suslov presidente della sezione culturale del Comitato centrale del Partito comunista, Vita e destino avrebbe potuto esser letto solo nei prossimi duecento anni, in altri termini ne fu proibita la pubblicazione perché giudicato pericoloso. Come in casi analoghi, il romanzo avventurosamente, per l’aiuto di fidati amici, trovò il modo di uscire dall’Unione Sovietica ed essere pubblicato all’estero ottenendo il successo e l’attenzione che meritava.
Successo ed attenzione che ebbero, durante gli anni della guerra gli articoli che Grossman spediva ai giornali dal fronte. Si sentiva che in quegli articoli c’era la verità di un’esperienza vissuta esponendosi di persona. Ma nonostante la sua fama, l’ostilità del potere contro di lui si faceva sentire pesantemente, e quando la guerra finì, tutti i suoi libri precedenti furono tolti dalla circolazione, lui fu ridotto all’indigenza e fu aiutato dai pochi coraggiosi amici che gli erano rimasti. Affetto da un cancro allo stomaco, morì nell’estate del 1964.
Solo dopo aver letto Uno scrittore in guerra ho avuto un’idea più chiara delle grandi sofferenze patite dai popoli europei durante il conflitto, patite non solo dai russi che combattevano al fronte in condizioni spaventose di freddo, fame, pidocchi, pericolo continuo e morte, ma da tutti i popoli coinvolti nella guerra più feroce mai combattuta. Sofferenze inimmaginabili nel loro orrore se non ci fossero stati testimoni come Grossman, che hanno saputo raccontarle a rischio della vita.
Di fronte a una figura di scrittore come la sua, si prova non solo ammirazione letteraria, ma un senso di compassione coinvolgente, quando si pensa alle tragiche vicissitudini che hanno accompagnato la sua vita in un’epoca di profonda umiliazione morale, sotto la spaventosa dittatura staliniana. Si ha sempre la sensazione quando lo si legge che quello che lui scrive, prima ancora di essere letteratura, è vita vissuta, una testimonianza, una delle poche altrettanto dirette che abbiamo della guerra e delle sue infinite mostruosità. Sappiamo che lui, Grossman era lì, mentre dappertutto cadevano le bombe e i carri armati «come animali preistorici» avanzavano, che lui era lì e aveva sentito le grida dei tedeschi chiusi nei carri mentre il fuoco li arrostiva. «Dentro il carro armato i tedeschi gridavano, ah se gridavano! In vita mia non avevo mai sentito nessuno gridare così». E sembra di sentirle anche noi quelle grida agghiaccianti «che facevano rizzare i capelli in testa». E Grossman era sempre lì, a Berlino, quando i soldati dell’Armata rossa entrati in città stupravano le donne tedesche ed entravano nelle case per depredarle di tutto, e distruggere con furia ogni cosa.
Nessun aspetto atroce della guerra gli sfuggiva e lui lo raccontava attraverso le interviste che faceva ai soldati e ai comandanti. Le loro parole ci fanno capire lo spirito patriottico che animava ogni combattente, la ferocia, l’indifferenza di fronte alla morte propria e altrui, di fronte alle continue fucilazioni sul campo per le più lievi infrazioni disciplinari. Questo è il racconto di un soldato: «Il commissario ha letto la condanna. Lui aveva perso il controllo, piangeva, chiedeva di essere rimandato nella sua posizione... Poi il commissario ha chiesto: “Chi lo fucila?” Mi sono fatto avanti e lui si è gettato a terra. Ho preso il fucile di un compagno e gli ho sparato. “Non ha avuto pietà?”. Che c’entra qui la pietà?».
Appunto, con la stessa spietatezza lo scrittore porta la sua testimonianza: in una guerra come quella combattuta a Stalingrado tra russi e tedeschi la pietà non aveva più alcun senso. Sento che le mie parole non bastano a descrivere la particolarità, la semplicità, e la terribile immediatezza della scrittura di Grossman, e soltanto una serie di citazioni può darne un’idea.
Il freddo, per esempio: «Sono stanco di tastarmi continuamente il naso, le orecchie per controllare se sono ancora al loro posto». E poi: «I nazisti avevano immerso ripetutamente un uomo in un buco praticato nel ghiaccio, sono poi fuggiti sotto il nostro fuoco d’artiglieria lasciando riverso per terra il loro uomo semicongelato e paralizzato dal terrore». I cani: «Alcuni cani sono bravissimi a distinguere gli aeroplani. Quando ci sorvolano i nostri, non fiatano. Se invece sentono gli aerei tedeschi, cominciano subito ad abbaiare, ad ululare, oppure si nascondono». Berlino: «2 maggio, giorno della capitolazione di Berlino. Questa giornata nuvolosa, fredda e piovosa, segna la morte della Germania. Tra le rovine, in mezzo alle fiamme e al fumo centinaia di cadaveri sparsi per le strade. Cadaveri schiacciati dai carri armati, spremuti come tubetti... Cose terribili stanno accadendo alle donne tedesche. Un tedesco dall’aria istruita, la cui moglie ha ricevuta la visita dei nuovi arrivati, sta spiegando con gesti eloquenti e qualche parola di russo che la moglie oggi è stata già violentata da dieci soldati. La signora è presente». Potrei continuare con le citazioni, ma credo di aver dato un’idea di come è scritto questo libro.

sabato 31 maggio 2014

La metafora dell'alveare in Tolstoj

 "Le api sono state per noi quel che sono le nuvole: ciascuno vi ha visto quel che vi voleva vedere".
Michel de Cubières, 1792, cit. da Giovanni Damele, La città delle api, Il Foglio quotidiano, 31 maggio 2014, poi pubblicato nel blog L'alveare contento: http://alvearecontento.blogspot.it/2014/06/i-vizi-e-le-virtu-dellalveare.html



Guerra e pace
Libro terzo, parte terza, capitolo XX 

 Mosca, intanto, era deserta. C'era ancora della gente, più o meno la cinquantesima parte della popolazione che ci abitava prima, ma la città era deserta. Era deserta come un'arnia che, rimasta senza regina, sta per morire.
   In un'arnia senza regina non c'è più vita, ma, a uno sguardo superficiale, essa sembra viva né più né meno di tutte le altre.
   Con la stessa festosità, nel caldo sole del pomeriggio, le api ronzano intorno a un'arnia senza regina, come intorno alle altre arnie vive; non meno delle altre essa odora da lontano di miele, e ne escono e vi entrano a volo le api. Ma basta osservarla con attenzione per capire che in quell'arnia ormai non c'è più vita. È diverso il modo di volare delle api; un odore, un rumore diverso colpiscono l'attenzione dell'apicultore. E quando egli batte sulla parete dell'arnia malata, invece dell'istantanea, unanime risposta di decine di migliaia di api che ronzano col posteriore minacciosamente eretto e dimenano le alucce producendo quel suono aereo, vitale, gli rispondono ronzii isolati, che sordamente riecheggiano da un
punto all'altro dell'arnia vuota. Dal foro di entrata non spira più, come prima, il profumo inebriante di miele e di veleno, non ne emana più il tepore dell'affollamento, ma all'odore del miele si mescola un sentore di vuoto e di marcio. Davanti all'apertura non ci sono più le guardiane pronte a morire per difenderla, coi posteriori eretti, le guardiane che suonano l'allarme. Non c'è più quel brusio regolare e sommesso, simile al rumore dell'ebollizione, del lavoro palpitante, ma si sente il rumore disordinato e confuso del disordine. Dentro l'arnia e fuori dell'arnia escono ed entrano, volando in modo timido e furtivo, le nere, allungate api predatrici, unte di miele; non pungono, ma evitano il pericolo. Prima le api volavano dentro soltanto cariche di bottino, e ne uscivano vuote, mentre adesso volano fuori con il bottino. L'apicultore apre la saracinesca di sotto e scruta nella parte inferiore dell'arnia. Invece dei neri grappoli di pingui api ammansite dal lavoro, appese l'una alle zampette dell'altra, intente a filare la cera nell'incessante brusio del lavoro, sul fondo e sulle pareti dell'arnia gironzolano smarrite, in varie direzioni api sonnolente e rinsecchite. Invece del lindo piancito spalmato di pròpoli e spazzato dalle ali delle api, sul fondo stanno sparse briciole di cera, escrementi di api, api semimorte che muovono appena le zampette, e altre definitivamente morte che nessuno s'è curato di portar via.
   L'apicultore, allora, apre la saracinesca superiore ed esamina la sommità dell'arnia. Invece delle file compatte di api che aderiscono a tutti gli intervalli dei favi e scaldano i figli, vede l'ingegnoso, complicato lavoro dei favi, ma il modo in cui si svolge non è più quello di prima. Tutto è trascurato e sporco. Le nere api depredatrici guizzano rapide e furtive in mezzo al lavoro; le api dell'arnia, rinsecchite, corte, flaccide, come invecchiate, si trascinano lentamente senza dar fastidio a nessuno, senza desiderare nulla, smarrita ormai la coscienza della vita. I fuchi, calabroni e farfalle, volando, vanno a picchiare contro le pareti dell'arnia. Qua e là fra pezzi di cera con larve morte e miele, ogni tanto si sente un rabbioso brontolio; qua e là due api, per vecchia abitudine e per istinto, tentano di pulire il fondo dell'arnia e trascinano diligentemente, con estremo sforzo, un'ape morta o un calabrone, ma non sanno neanche loro perché lo fanno. In un altro angolo altre due vecchie api si battono pigramente, o si puliscono, o si nutrono a vicenda, senza neanche sapere se lo facciano amichevolmente od ostilmente. In un terzo punto una folla di api, spingendosi a vicenda, assale qualche vittima e la colpisce e la soffoca. E l'ape indebolita o uccisa casca dall'alto nel mucchio di cadaveri leggera, lenta, come una piuma. L'apicultore rimuove i due favi centrali per guardare il nido. Invece dei neri circoli compatti di migliaia di api accucciate schiena a schiena, vigilanti sui supremi misteri della riproduzione, vede centinaia di carcasse di api avvilite, semimorte e sonnolente. Quasi tutte sono già morte senza neanche accorgersene, accucciate sul sacro tesoro che custodivano e che ormai non esiste più. Da esse emana odore di putrefazione e di morte. Solamente alcune si muovono, si alzano, fiaccamente volano e si posano sulla mano del nemico, senza la forza di pungerlo: le altre, morte, scivolano giù leggere come scaglie di pesce. L'apicultore chiude la saracinesca, fa segno con il gesso sull'arnia e, scelto il momento, la sfascia e la brucia.
   Così era vuota Mosca mentre Napoleone, stanco, inquieto e accigliato, camminava avanti e indietro lungo il Kamerkolležskij Val [bastione del Collegio di Camera], in attesa di quell'esteriore, ma indispensabile osservanza del cerimoniale, ossia il
presentarsi di una deputazione di moscoviti.
   Nei vari angoli di Mosca, ormai, la gente continuava a muoversi e a camminare senza chiedersi il perché, senza alcun motivo, conservando le vecchie abitudini, ma senza rendersi conto di quello che faceva.
   Quando, con la dovuta cautela, fu annunciato a Napoleone che Mosca era vuota, egli guardò con ira colui che gli dava la notizia e, voltandogli le spalle, continuò a camminare su e giù in silenzio.
   «La carrozza,» ordinò.
   Si sedette in carrozza accanto all'aiutante di servizio e si recò al sobborgo.
   «Moscou déserte. Quel événement invrainsemblable,» diceva fra sé.
   Non entrò in città, ma si fermò in una locanda del sobborgo di Dorogomilovo.
   
Le coup de théâtre avait raté.   

https://machiave.blogspot.com/2022/03/tolstoj-mosca-1812.html

mercoledì 28 maggio 2014

Tolstoj, Platon Karataev



Di Tolstoj, Pierre incarna le idee, le speranze, le delusioni e, infine, anche la calma spirituale, la libertà interiore finalmente raggiunte; da questo punto di vista, i momenti rivelatori di apertura a un diverso e più immediato rapporto con la vita sono due nel romanzo e corrispondono alla lezione offerta da due personaggi che incarnano il rispetto per l'essere (Natascia) e la buona vita (Platon Karataev).  Nel caso della contessa Rostova lo scambio con Pierre accompagna tutta la narrazione. Per l'altro personaggio tutto si risolve in un incontro che dura un mese. Platon Karataev rappresenta la figura dell’uomo semplice, il soldato-contadino legato alla “terra” e a un’idea pura di Dio. Grazie all’amicizia con Karataev, il tormentato Pierre riuscirà a sciogliere il "complicato e terribile nodo della vita" e ad avvicinarsi all’assoluto.


http://www.sras.org/tolstoy_and_dostoevsky



Guerra e pace
Libro IV, parte prima

capitolo 12

... E Platon cambiò posizione sulla sua paglia.
Dopo esser rimasto per un po’ in silenzio, si alzò di nuovo in piedi. [...] Quand’ebbe così finito [la preghiera], si inchinò fino a terra, poi si alzò, diede un sospiro e si sistemò di nuovo sulla paglia. “Ecco fatto. Come una pietra, Dio, fammi dormire; come un bel pane fresco fammi alzare” disse, e si sdraiò tirandosi addosso il pastrano. [...] Fuori, in lontananza, si udivano pianti e grida e attraverso le fessure della baracca si intravvedevano fiamme; ma all’interno tutto era silenzio e buio. Per un pezzo Pierre non riuscì a prender sonno; sdraiato nel suo angolo, con gli occhi spalancati nel buio, ascoltava il russare ritmico di Platon che giaceva accanto a lui; e gli sembrava che il mondo, che poco prima gli era parso in rovina, risorgesse nel suo animo con nuova bellezza, su nuove, incrollabili fondamenta.

capitolo 13

    Nella baracca dove Pierre era stato portato, e dove avrebbe trascorso quattro settimane, c'erano ventitré soldati, tre ufficiali e due funzionari civili, tutti prigionieri. 
Ciascuno di costoro, in seguito sarebbe riafforato nella memoria di Pierre come attraverso una nebbia: mentre Platon Karataev gli si impresse per sempre nella mente e nell'anima come il ricordo più tenace e più caro, come la personificazione di tutto ciò che c'è di russo, buono e rotondo. Quando all'alba del giorno seguente, Pierre potè vedere il suo vicino, quella prima impressione di qualcosa di rotondo gli si confermò appieno: la figura di Platon, con il suo pastrano francese stretto in vita da una corda, il berretto a visiera e i lapti [le scarpe di scorza d'albero], era interamente rotonda; la sua testa era del tutto rotonda. La schiena, il petto, le spalle, persino le braccia, che teneva sempre in un certo modo come se fosse sul punto di abbracciare qualcuno, erano rotonde, il gradevole sorriso, i grandi, teneri occhi erano bruni e rotondi.
   Platon Karataev doveva avere più di cinquant'anni, almeno stando ai suoi racconti sulle campagne cui aveva partecipato da quando aveva iniziato il servizio militare. Lui stesso non sapeva né avrebbe mai potuto stabilire con precisione quanti anni avesse. Ma i denti forti e bianchi, che gli si scoprivano tutti in due perfetti semicerchi quando rideva (cosa che gli succedeva di frequente), erano belli e sani dal primo all'ultimo; nella sua barba e nei capelli non c'era un solo filo bianco, e tutto il suo corpo dimostrava agilità e, più ancora, resistenza e robustezza.
   Il suo volto, a dispetto delle piccole, rotonde rughe, aveva una espressione di innocenza e di giovinezza; la voce aveva un timbro gradevole, melodioso. Ma quel che distingueva il suo modo di parlare era l'immediatezza e la praticità. Evidentemente, egli non pensava mai a ciò che aveva appena detto o a ciò che stava per dire: da questo derivava la particolare, irresistibile forza di persuasione implicita nella rapidità e sicurezza delle sue intonazioni. 

    Nei primi tempi della prigionia, la sua forza fisica e la sua destrezza erano tali da far pensare che neppure sapesse che cosa sono la stanchezza o la malattia. Ogni mattina e ogni sera, diceva la sua preghiera: «Come una pietra, Dio, fammi dormire; come un bel pane fresco fammi alzare»; ogni mattina, alzandosi, scuoteva le spalle sempre allo stesso modo e diceva: «Sdraiandomi ho fatto ciambella, alzandomi mi do una scosserella.» In effetti, gli bastava mettersi giù per addormentarsi come un sasso, e gli bastava scuotersi per mettersi subito, senza un istante d'indugio, a occuparsi di qualcosa, come fanno i bambini che afferrano i giocattoli prima ancora d'alzarsi. Sapeva fare di tutto, non proprio alla perfezione, ma nemmeno male. Cucinava, cuciva, sapeva usare la pialla e la lesina. Era sempre indaffarato, e solo di notte si concedeva un po' di conversazione (cosa che gli piaceva molto) e di canzoni. Non cantava come i cantanti, che sanno di essere ascoltati, ma come gli uccelli. Si vedeva che per lui emettere quei suoni era tanto necessario quanto stiracchiarsi o far quattro passi; erano suoni delicati, sempre teneri e quasi femminei, pieni di malinconia, e il suo volto, in quei momenti, aveva un'espressione molto seria.
   Caduto prigioniero, s'era lasciato crescere la barba, scrollandosi evidentemente di dosso quanto d'estraneo e soldatesco gli si era appiccicato e tornando, istintivamente, al suo modo d'essere di prima, contadino e popolare.
   «Soldato congedato, camicia fuori dei pantaloni,» diceva.
   Del periodo passato sotto le armi, non parlava volentieri, benché non si lamentasse e anzi ricordasse sovente che durante tutto il servizio non era mai stato punito. Quando si metteva a raccontare, quasi sempre raccontava dei suoi vecchi e, naturalmente, dei cari ricordi della sua vita «di cristiano», come diceva, cioè di contadino. I proverbi che costellavano il suo discorso non erano i proverbi, per la maggior parte indecenti e sfrontati, che dicono i soldati, ma quelle sentenze popolari che sembrano così insignificanti prese così, da sole, e che acquistano invece, all'improvviso, un senso di profonda saggezza quando vengono pronunciate a proposito.
   Sovente gli capitava di dire esattamente l'opposto di quanto aveva detto un attimo prima: ma sia l'una che l'altra cosa erano giuste. Gli piaceva parlare e parlava bene, abbellendo il suo parlare di vezzeggiativi e di proverbi che a Pierre sembravano inventati lì per lì; ma il fascino principale dei suoi racconti stava nel fatto che, nel suo modo di esporli, anche gli avvenimenti più semplici, a volte perfino gli stessi a cui Pierre aveva assistito senza farci caso, prendevano un aspetto di solenne bellezza. Gli piaceva ascoltare le favole, sempre le stesse, che un altro soldato raccontava ogni sera. Ma ancora di più gli piaceva ascoltare storie di vita reale. Nell'ascoltarle sorrideva di gioia, suggeriva le parole e faceva domande che tendevano a render più chiara la bellezza di ciò che gli stavano raccontando. Affetti, amicizie, amore nel senso in cui Pierre intendeva queste cose, Karataev non ne provava; ma voleva bene a tutti, e viveva in un rapporto amorevole con tutto ciò che la vita gli faceva incontrare, specialmente con l'uomo, ma non un uomo determinato, bensì tutti gli uomini che gli capitavano davanti agli occhi. Amava il suo cagnolino, amava i compagni, i francesi, amava Pierre, che era il suo vicino; ma Pierre sentiva che Karataev, nonostante tutta l'affettuosa tenerezza che aveva per lui (e con la quale rendeva istintivamente omaggio alla vita spirituale di Pierre), non si sarebbe addolorato nemmeno per un istante se li avessero separati. E Pierre cominciava a provare lo stesso
sentimento nei confronti di Karataev.
   Agli occhi di tutti gli altri prigionieri, Platon Karataev era il più normale dei soldati; lo chiamavano Falchetto o Plato
ša [Platoscia], lo prendevano bonariamente in giro, lo mandavano a fare commissioni. Ma per Pierre egli rimase sempre quel che gli era apparso la prima notte: ineffabile, rotonda, eterna personificazione della semplicità e della verità.
   Platon Karataev non sapeva nulla a memoria, fuorché le sue preghiere. Quando raccontava qualcosa, sembrava che cominciasse a parlare senza sapere come avrebbe finito.
   Le volte che Pierre, colpito dal senso del suo discorso, lo pregava di ripetere ciò che aveva detto, Platon non riusciva a ricordare quel che aveva appena finito di dire, così come non era assolutamente capace di ripetere a Pierre le parole della sua canzone preferita. C'era, in essa, «mia cara piccola betulla», e poi «mi sento languire», ma, così a parole, era impossibile cavarne qualcosa. Non capiva, non poteva nemmeno concepire il significato di parole prese isolatamente dal discorso. In ogni sua parola, così come in ogni sua azione, si esprimeva quell'attività a lui stesso ignota che era la sua esistenza. Ma anche la sua vita, per lui, non aveva senso di per se stessa, isolatamente, ma solo come particella di un tutto di cui egli aveva costantemente coscienza. Le sue parole e le sue azioni fluivano dalla sua persona con la stessa regolarità, necessità e immediatezza con cui un fiore esala il suo profumo. Era impossibile, per lui, capire il valore o il significato di un'azione o di una parola considerate come qualcosa a sé stante.