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domenica 8 febbraio 2015

Sartre e Nizan, un'amicizia

Carla Pasquinelli
Piccoli compagni: Jean-Paul Sartre e Paul Nizan
il manifesto, 4 settembre 1990 


Nel 1960 esce da Maspero un libro introvabile, sconosciuto ai più, Aden Arabie di Paul Nizan, fatto ripubblicare da Sartre, suo vecchio amico, per farci conoscere - come scriverà nella prefazione che l'accompagna - «la voce esile e gelida di Nizan, la voce senza domani della morte e dell'eternità». Quella voce che trent'anni prima aveva fatto scandalo, conquistandosi l'ostilità e l'incomprensione dei suoi stessi amici, per avere urlato in faccia a tutti la sua disperazione e la sua rabbia. «Avevo vent'anni. Non permetterò mai a nessuno di dire che è la più bella età della vita».
E' qui, a questo inizio folgorante con cui si apre Aden Arabie, che Sartre sente il bisogno di tornare per ritrovare una amicizia che Nizan aveva in qualche modo interrotto, prima andandosene ad Aden e poi scrivendo quel libro che irrideva a tutto quello che erano stati e in cui avevano creduto, Parigi, la filosofia, l'École Normale. Tutto quello di cui si era alimentata la loro amicizia, quando tra di loro si chiamavano i «piccoli compagni», ed erano inseparabili.
Di quel periodo parla distesamente Simone de Beauvoir, che li conobbe allora. Allievi dell'École Normale «non si mescolavano con nessuno, assistevano soltanto ad alcune lezioni eccezionali, e si sedevano lontano dagli altri». Distanti e inaccessibili, forse anche un po' antipatici, «avevano una cattiva fama», ma il loro fascino doveva essere irresistibile se la giovane Simone farà di tutto per conoscerli e se per riuscirci dovrà fare amicizia con un loro compagno, Herbaud, che però, prima di presentarglieli, per un bel po' di tempo, quando è in compagnia di Sartre e di Nizan, fa finta di non conoscerla.
Di Nizan Simone de Beauvoir non parla molto nei suoi Mémoires, in genere così ricchi di divagazioni e di particolari inessenziali, e quelle poche volte lo fa con un po' di imbarazzo. Del resto lo riconosce lei stessa, Nizan la intimidiva, «dietro i grossi occhiali di tartaruga il suo sguardo mi dava molta soggezione», scrive e più in là aggiunge: «provavo una certa difficoltà a parlargli, a causa della sua aria vagamente canzonatoria». Ne viene fuori un personaggio umorale, stravagante, serio e irriverente, che amava scandalizzare, mentre «rosicchiandosi le unghie emetteva profezie e minacce sibilline». Più drammatica ed eroica è invece l'immagine che ce ne ha lasciato Sartre. Un adolescente taciturno, capace di stare giorni e giorni senza parlargli, ossessionato dalla paura della morte, soggetto a crisi periodiche e a salti di umore, «così era Nizan, calmo e perfido, affascinante; così io lo amavo».
A legarlo a lui era anche una forte somiglianza fisica, dovuta a uno stesso difetto. «Era strabico come me, ma in senso inverso, cioè gradevolmente». Vi scherzavano sopra e spesso si divertivano a passare l'uno per l'altro.
Questi scherzi accrescevano un'intesa fatta di complicità irriverente e di una giovanile arroganza che li portava a giudicare severamente tutto e tutti. Avevano un loro linguaggio, «un gergo intellettuale come se lo costruiscono tutti gli studenti», fatto di allusioni letterarie, di giochi di parole, di citazioni colte. Passavano giornate intere a camminare per Parigi «Parigi fu il nostro legame, ci amavamo attraverso le folle di questa città grigia, sotto i cieli leggeri delle sue primavere» - per poi esausti tornare a parlare, per ore, per notti intere, a ricercare nell'altro la «propria immagine infedele» e ritrovarvi riflesse le proprie ambizioni e la misura del proprio destino. Con una sola differenza, mentre Sartre «aveva la certezza di essere un eletto; Nizan si domandava spesso se lui non fosse invece un dannato».
A questa identificazione totale Nizan metterà bruscamente fine partendo per Aden, e restandoci un anno. Una volta tornato si sposa, mette su famiglia e si iscrive al Partito comunista, poi, dopo cinque anni, pubblica Aden Arabie. Per Sartre sarà una vera mazzata. A sconvolgerlo non è solo il libro ma tutto quello che lo aveva preceduto e accompagnato, ovvero il matrimonio e la militanza nel Partito comunista. Quello che gli riesce difficile anzi impossibile accettare è che Nizan sia diverso da lui, che possa fare e desiderare delle cose verso cui lui non prova la minima attrazione o che addirittura lo scandalizzano, come l'idea stessa di sposarsi, quando per lui il celibato resterà sempre «una regola di vita, un principio morale».
E' la natura stessa della loro amicizia, con la sua fusionalità tirannica, a non permettergli di riconoscere in Nizan una persona distinta e separata da lui, perché questo potrebbe significarne la fine. L'economia del loro rapporto è tale che ogni tentativo di differenziazione da parte di uno dei due rischia di essere sentito dall'altro come un tradimento o comunque come una minaccia di abbandono. La sua reazione sarà difensiva, per non perderlo minimizza la portata delle scelte compiute dall'amico - l'adesione al Partito comunista sarà solo una stravaganza da dandy così «come portare il monocolo».
Non diversamente, per non avvertire la distanza che quel viaggio e quel libro avevano messo tra di loro, Sartre non li prese sul serio, giudicando Aden Arabie alla stregua di «un pamphlet disinvolto, un turbine di parole leggere». Molto saggiamente Simone de Beauvoir noterà come «con l'ostinazione stordita della giovinezza, invece di rivedere alla luce di quel pamphlet l'idea che si era fatta di Nizan, Sartre preferì pensare che il suo piccolo compagno aveva ceduto alla letteratura». Ma Sartre non poteva permettersi di fare altrimenti. Non poteva rivedere l'idea che si era fatta di Nizan perché questa era speculare a quella che si era fatta di se stesso. Ritornare su quell'idea avrebbe significato non solo mettere a rischio quel rapporto di complicità e di identificazione reciproca che lo aveva legato a lui e che costituiva il cemento della loro amicizia, ma avrebbe voluto dire mettersi in discussione e dovere forse rinunciare a una fetta cospicua della propria identità.
Ma cosa c'era in Aden Arabie di così minaccioso? Perché prenderlo alla lettera avrebbe dovuto portare Sartre a rompere con Nizan?
Del libro di Nizan si possono dare valutazioni diverse, può piacere moltissimo ma può anche costituire motivo di forte irritazione. Gli adolescenti degli anni sessanta, per i quali in fondo Sartre lo aveva fatto ristampare, vi si riconobbero e lo adottarono. Nizan parlava loro del mondo, della lotta di classe, dello sfruttamento, del colonialismo, senza rinunciare a se stesso, mettendoci dentro la sua ansia di vivere, la sua paura della morte, il suo orrore per la borghesia e l'Ordine.
Quello che Sartre non poté all'epoca mandar giù era che dentro quella borghesia fatta di impiegati, di militari, di commercianti, di affaristi, di mercanti di armi, dentro quella borghesia che faceva orrore a entrambi, Nizan ci aveva messo anche lui, assieme ai loro compagni («degli adolescenti affaticati da anni di liceo, corrotti dagli studi umanistici, dalla morale e dalla cucina borghese»), all'École Normale(oggetto comico e più spesso odioso, presieduta da un vecchietto patriota, ipocrita e potente che rispettava i militari»). e ai loro professori («cani da guardia del vocabolario»).
Niente era stato risparmiato: Parigi, la Francia, il loro futuro, il loro stesso passato. «Ne restai stupidamente addolorato - scriverà Sartre più tardi – lui offuscava i miei ricordi». Se dunque ignorarlo era quasi una questione di sopravvivenza, una maniera per salvare la propria identità minacciata da tanta furia iconoclasta, c'è comunque un'altra ragione, forse più decisiva ancora, per temerlo. Aden Arabie non è un libro qualunque, è la storia dì un viaggio e di un ritorno attraverso cui tutto cambia, a cominciare dal protagonista, un adolescente in fuga - «il primo movimento della paura è di fuggire» - che decide di fare ritorno quando si rende conto che «fuggire significa solo rinunciare a guardare da vicino il mondo da cui si fugge». Aden Arabie è la storia di un viaggio iniziatico al termine del quale si diventa adulti.
Rifiutata la carta dell'esotismo - all'epoca feticcio letterario ancora molto frequentato - e quella dell'avventura - Nizan avrà sempre orrore per i viaggi - Aden è solo un detour, una strada più lunga che gli ha permesso di affrontare la paura di crescere. Per uno educato, come lui e come tutta la sua generazione, all'austero e irriverente precetto di Alain «dire di no», crescere equivale a dire di sì. Ed è proprio questo che Sartre non vuole: dire di sì, assumersi degli impegni e rassegnarsi a passare all'«età della ragione». Crescere resterà per lungo tempo per lui un passaggio bloccato.
Da allora si videro poco, forse per evitare una rottura a cui ormai le loro vite così diverse sembravano doverli fatalmente condurre. Nizan morirà in guerra. Poco prima di rimanere ucciso da una pallottola alla nuca, fa in tempo a dare le dimissioni dal Partito comunista, per protestare contro la posizione assunta dai comunisti francesi all'indomani del patto tedesco-sovietico. Un gesto che non gli verrà perdonato neppure dopo morto; nel dopoguerra il Partito comunista mette su una feroce campagna diffamatoria nei suoi confronti, mentre le sue opere diventano introvabili.
E' a questo punto che Sartre decide di intervenire per riscattarne la memoria. Sottraendolo al silenzio in cui era stato confinato, fa ripubblicare Aden Arabie e scrive quella lunga prefazione che resta tra le sue cose più belle.
E' il 1960 e ormai anche Sartre è cambiato dai tempi della loro amicizia. E' cambiata la sua posizione politica - lo troviamo a fianco dei comunisti di cui ama definirsi «compagno di strada», in verità più guardando al Partito comunista italiano che a quello francese - ed è cambiata la sua filosofia, che ormai parla di impegno e di marxismo. Ci sono voluti vent'anni, una guerra mondiale e la morte di Nizan perché anche Sartre potesse finalmente compiere quel tragitto che lo aveva separato dall'amico, abbandonando una volta per tutte «la bell'epoca del rifiuto». Ormai l'ultracinquantenne Sartre e il trentenne Nizan la pensano quasi allo stesso modo, condividono quelle stesse idee che un tempo, li avevano separati.
Ma la prefazione ad Aden Arabie, invece di essere l'epilogo della loro storia, in realtà apre un nuovo capitolo, quello decisivo, di cui Sartre è protagonista ed esegeta a un tempo. Nizan è ormai nelle sue mani, l'immagine che resterà di lui non è quella che ci viene dai suoi libri ma è quella che Sartre ci ha lasciato, dopo averlo assimilato a sé. Attraverso la scrittura Sartre recupera, e questa volta per sempre, la loro amicizia. Rievocarla gli serve a costruirla, riprendendosi con le parole quella complicità che Nizan con la sua fuga ad Aden gli aveva sottratto. Parlare di lui è l'unica maniera che gli resta per ritrovare quel rapporto fusionale che la vita aveva interrotto e che ora la morte gli restituisce.
Come un amante tradito passa il suo tempo a ricostruire i movimenti affettivi dell'amico, a giustificare le sue intemperanze, a cercare di indovinarne le ragioni, a sentirsi inutilmente colpevole per non averle sapute decifrare in tempo, a rimproverarsi per non essere stato capace, di fronte alle sue collere mute, che di pensare: «che carattere di merda».
Invece di essere una forma di elaborazione del lutto attraverso cui potersi finalmente distaccare dall'amico morto, trasformandolo in ricordo, la prefazione gli dà modo di rendere indelebile, complice la scrittura, una amicizia che la morte ha messo a sua disposizione.
Sartre non è comunque nuovo a questo genere di operazioni. Farà la stessa cosa prima con Camus e poi con Merleau-Ponty, gli altri due amici con cui romperà bruscamente per un improvviso dissenso politico e forse per qualche inespresso malinteso personale - e che poi moriranno prima di poter giungere a una riconciliazione. Anche in queste due occasioni Sartre scriverà un articolo per ognuno di loro, affidando alla scrittura un ordine che gli permette, con la complicità della morte, di ritrovare quella intesa che l'altro, con la sua scandalosa diversità, aveva cercato di negare.
Uno strano destino (questo delle amicizie maschili di Sartre, che non a caso ha sempre preferito le donne per amiche, forse perché il rapporto con loro si carica di una dose di ambiguità sufficiente a stemperare e nascondere, sdrammatizzandola, quella fusionalità tirannica che sembra essere la cifra dominante della sua maniera di vivere l'amicizia. Un destino che ha tutta l'aria di una coazione a ripetere, fatta di complicità e di dipendenza e che si traduce in una resistenza cieca a ogni forma di distacco, vissuta ogni volta come una catastrofe irreparabile.
In genere sono proprio queste amicizie a venir definite esemplari. E invece tanto più pure e disinteressate appaiono all'esterno, tanto maggiore e implacabile è la dipendenza che le consuma al loro interno. Molto spesso stanno al posto di qualcos'altro, di un bisogno irrisolto, di una paura inconfessata o di un qualsiasi stato di ansia o di angoscia che si cerca di risolvere magicamente attraverso il rapporto con un'altra persona.
Sono peraltro le amicizie più coinvolgenti, le più drammatiche, come quelle nate nell'adolescenza, con la loro tensione estrema, i loro eccessi e la sovrabbondanza delle loro richieste. La loro cifra è essenzialmente maschile, anche se si può dare tra donne. Attraverso di esse si compie una educazione sentimentale che si proietta tutta al di fuori di sé grazie a un altro, la cui assidua presenza soddisfa a quel bisogno di conferme e di riconoscimento che non si è ancora preparati a ricevere dal mondo.

Non so se in questi casi si possa continuare a parlare di amicizia, il farlo può essere solo una convenzione rassicurante, così come lo sono spesso i sentimenti, che coprono alchimie più complesse. Ma nonostante la loro patologia, c'è in queste amicizie un che di irriducibile, qualcosa che sfugge all'interpretazione, uno scarto residuale, che nemmeno il rigore severo della psicoanalisi è riuscito a decifrare. E' questo scarto, in cui si consuma l'incontro tra la necessità del bisogno e la contingenza del desiderio, tra la esigenza impellente di avere una relazione affettiva con qualcuno e la scelta di quel qualcuno, che riscatta il senso stesso dell'amicizia e la sua fatalità e che le fa apparire, forse non del tutto a torto, il modello stesso dell'amicizia.

venerdì 5 settembre 2014

Paul Nizan, un ribelle al tempo del comunismo

Cesare Pianciola
recensione
Paul Nizan, La cospirazione, Baldini & Castoldi, 1997
L'Indice 1998, n.3

La promozione 1924 dell'Ecole Normale, classe di Lettere: nella fila davanti Nizan è il secondo da sinistra, Sartre il quarto, Raymond Aron il quinto.

Credo che un giovane, a meno che non si specializzi in letteratura francese contemporanea, di Paul Nizan non sappia oggi neppure il nome. Eppure in Italia i suoi scritti ebbero una certa risonanza. Nel 1961 Mondadori pubblicò nella traduzione di Daria Menicanti, ora riprodotta, Aden Arabia, tagliente pamphlet del 1931 riproposto da Maspero con la premessa di un appassionato saggio di Sartre sul compagno di studi al liceo e all'Ecole Normale.
Sartre rievocava, contro il se stesso di allora, refrattario alla politica, la figura dell'amico, che nel 1927, a ventidue anni, era tornato da Aden, dove aveva toccato con mano lo sfruttamento colonialistico, con una volontà intransigente e totalizzante di impegno ("Che si abbia il coraggio di essere grossolani! [...] Vivrò tra i nemici [...] Non bisogna temere di odiare"). Si era iscritto al Pcf, diventandone uno degli intellettuali di maggiore prestigio, collaboratore dei quotidiani e delle riviste del partito, e condividendone le scelte politiche e la fedeltà all'Unione Sovietica, fino alle dimissioni nel 1939, sconvolto dal patto Molotov-Ribbentrop e dall'invasione della Polonia. A questo punto venne orchestrata una campagna di denigrazione nei suoi confronti ("l'informatore della polizia Paul Nizan", scriveva Maurice Thorez sulla stampa clandestina) e ci fu una damnatio memoriae, nella quale si distinsero Louis Aragon e il filosofo Henri Lefebvre. Nizan era morto trentacinquenne il 23 maggio del 1940 durante la ritirata di Dunkerque.
Bisognerà aspettare il 1978 perché "L'Humanité" inizi una timida riabilitazione. Ma intanto Nizan era diventato un autore ristampato e letto nella "nuova sinistra", anche se, come sottolinea De Luna nella postfazione, per la maggior parte dei militanti di quest'ultima, a differenza di Nizan, era tutto il movimento in atto che doveva abolire lo stato di cose presente, e veniva generalmente rifiutato un modello precostituito di nuova società. Come scrisse Rossana Rossanda nel 1970, presentando presso La Nuova Italia I cani da guardia, feroce attacco del 1932 all'idealismo dei professori dell'Università francese, "la milizia di Nizan è una milizia datata", inscritta nel contesto della Terza Internazionale tra le due guerre.
In Italia comunque una "fortuna improvvisa e perfino eccessiva, concentrata (anzi congestionata) nel breve periodo1970-1974 (Bellocchio) ci fu, come attestano gli studi (Franco Fé, Paul Nizan un intellettuale comunista, Savelli 1973) e le traduzioni, tra cui spicca illibro più bello e vivo di Nizan, quell'Antoine Bloyé (Bertani 1973, ed. orig. 1933) che racconta in modo dolente e preciso la biografia del padre, che "tradisce" la sua classe d'origine diventando un dirigente tecnico delle ferrovie, trasmette la sua infelice al figlio e lo impegna inconsapevolmente nel "tradimento" inverso.
I temi della fedeltà e del tradimento, dell'infelicità dei giovani e della vischiosità delle famiglie ("Che cosa potente e inflessibile è mai una famiglia! E' tranquilla come un corpo, come un organismo che si muove appena e respira quasi in sognosino al momento del pericolo, ma è pieno di segreti, di risposte latenti e di un furore e di una rapidità biologiche...") sono al centro anche di La cospirazione, storia delle astratte ribellioni di cinque giovani della generazione romantico-surrealista degli anni Venti. 
"Sensibili al disordine, all'assurdo, agli scandali logici piuttosto che alla crudeltà, all'oppressione", decidono di dare vita alla rivista "La guerra civile", mettono in atto un grottesco piano di sottrazione di documenti militari in vista di una rivoluzione che pensano imminente e falliscono, non perché la cospirazione sia stata scoperta, ma perché perdono per strada le ragioni della congiura con cui hanno cercato di mettersi fuori dall'ordine stabilito e di rendere impossibile il ritorno nella normalità ("un giovane si crede così poco stabile nella vita che vuole incatenare violentemente l'avvenire..."). 
Dei tre personaggi principali, Bernard Rosenthal, l'inventore della cospirazione, invece di portarla avanti si innamora ciecamente della cognata Catherine, ma quando questa rientra in seno alla ricca famiglia borghese e lo abbandona, si uccide, nell'inutile tentativo di riscattare con la nobiltà della tragedia il fallimento di una vita; Serge Pluvinage, figlio di un funzionario di polizia, pieno di rancore verso i compagnia a cui per nascita e doti si sente inferiore, cede alla "spaventosa fatalità" che lo riporta nel mondo del padre, denuncia e fa arrestare un dirigente del partito comunista che vive in clandestinità, sapendo che "il tradimento è irrimediabile come la morte". Philippe Laforgue sfiora anche lui la morte e, attraverso il crudele rito di passaggio della malattia, alla fine, in pagine molto alte e serrate, sicongeda da un'adolescenza prolungata artificialmente dagli studi e "rinasce" uomo, con l'amara consapevolezza dell'irrealtà irresponsabile degli anni trascorsi.
La cospirazione uscì nel 1938, ebbe un buon successo e un importante premio letterario; nello stesso anno uscì La nausea di Sartre, che le dedicò una bella recensione (si può leggere in Che cos'è la letteratura?, Il Saggiatore, 1995), nella quale, dietro gli "eroi irrisori" del romanzo, che a tratti sembrano unicamente espressione della loro famiglia e della loro classe", ritrovava "la personalità amara e cupa di Nizan".
Non c'è bisogno di prendere tante cautele e tante distanze, come fanno Bellocchio e De Luna in questa riedizione. Il libro è certo lontano e non è la cosa migliore di Nizan, ma non lascia indifferenti incontrare quella "personalità amara e cupa" e imbattersi in frasi come questa: "Ancora non sapevano quanto il mondo sia pesante e molle, come poco assomiglia a un muro che si voglia gettare a terra [...] ma piuttosto a un ammasso gelatinoso senza capo né coda, a una specie di grossa medusa con gli organi ben nascosti. Nizan, al di là e contro le sue pretese certezze, ha ancora qualcosa da dirci.



Nizanniʃã´⟩, Paul. - Scrittore francese (n. Tours 1905 - m. durante la ritirata di Dunkerque 1940). Compagno di studî di J.-P. Sartre al liceo Henri IV e all'École normale supérieure, iscritto dal 1927 al Partito comunista, con cui ruppe all'epoca del patto Molotov-Ribbentrop (1939), collaborò all'Humanité (1935), a Ce soir (1937) e ai Cahiers du bolchévisme (1938). Tra i suoi saggi, oltre al celebre Aden Arabie (1931; trad. it. 1961), ispirato a un viaggio ad Aden che N. aveva compiuto nel 1925 in preda a una profonda crisi esistenziale, vanno ricordati il pamphlet contro la cultura accademica Les chiens de garde (1932; trad. it. 1970), Les matérialistes de l'antiquité (1936; trad. it. 1972) e le Chroniques de septembre (1938; trad. it. 1975), dedicate agli accordi scaturiti dal Convegno di Monaco. Il suo impegno si riflette anche nei romanzi: Antoíne Bloyé (1935; trad. it. 1972); Le cheval de Troie (1935; trad. it. 1973); La conspiration (1938; trad. it. 1961); l'ultimo, La soirée à Somosierra, è andato perduto. Osteggiato dagli intellettuali comunisti dopo la sua morte, fu riscoperto nel 1960 grazie alla riedizione di Aden Arabie presentata da J.-P. Sartre. (Treccani)

venerdì 22 agosto 2014

Antonin Besse, il destino letterario di un capitalista


Certo, con Antonin Besse la sorte in quel caso è stata crudele. Amava le buone letture, aveva le sue preferenze tra gli autori, filosofi o musicisti che fossero. Nietzsche, Wagner. Quando nel 1926 cercò un precettore per il figlio André capitò su un giovane normalista francese, Paul-Yves Nizan. I rapporti tra il maturo uomo d'affari e il brillante intellettuale furono buoni, se non ottimi. Nulla lasciava presagire quello che accadde alcuni anni dopo. Nizan pubblicò nel 1931 il suo primo libro, Aden Arabie. Era un resoconto intessuto di riflessioni e aveva per tema l'esperienza compiuta dall'autore nel 1926-27: il viaggio in Oriente e il soggiorno a Aden. Un percorso simile a quello di Rimbaud in apparenza. Il poeta però aveva già prodotto la sua opera e voleva ormai fare altro. Nizan invece non si poteva ancora considerare uno scrittore e attraversava una fase di incertezza sul cammino da imboccare successivamente nella vita. Aveva anche accrezzato l'idea di unirsi a Besse nell'attività commerciale, diventandone socio. Poi si era chiarito le idee, e Besse era diventato per lui un eroe negativo. O almeno così appariva in Aden Arabie dove senza essere chiamato con il suo nome era presentato come Monsieur B. Il ritratto sembrava riuscito, era un vero pezzo di bravura letterario. E Besse si prestava all'operazione, già prima di incontrare Nizan aveva alle spalle una vita che somigliava per molti aspetti a un romanzo.
Aden Arabie rimane un bellissimo libro. Fu poi ristampato da Maspero nel 1961 con una prefazione di Sartre. Nizan diventava un modello per i giovani ribelli di quel tempo. Fin dalle prime righe il testo catturava l'attenzione del lettore. Risuona nelle memorie come uno squillo di tromba l'incipit: "Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita". Da un punto di vista artistico il discorso si potrebbe anche chiudere qui. Da un punto di vista storico, la versione offerta del soggiorno a Aden si sarebbe rivelata falsa. Nel 1967 uscirono le lettere scritte da Nizan al tempo della sua partenza per l'Oriente e durante il successivo soggiorno. I rapporti suoi con la famiglia ospitante non avevano avuto nulla di conflittuale, allora e anche in seguito. Dopo il ritorno da Aden la signora Besse aveva dato alla luce un bambino e Nizan aveva accettato di fare da padrino per il battesimo. Per questo le parole su Monsieur B. parvero un fulmine a ciel sereno.

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Aden Arabie, X

C’étaient aussi les heures où ils cédaient après tout aux illusions. Ils parlaient comme M. B… de leur action. C’est un mot qui fait rêver tous les hommes car c’est la chose qu’ils n’ont pas. Ils essayaient de se faire croire qu’ils agissaient. Ils finissaient par le croire. Ils étaient donc poétiques : être poétique c’est avoir le besoin d’illusions. Ils développaient cette illusion avec les ressources de l’intelligence, leur vieille servante maîtresse. Ils en faisaient la théorie.
Mais ils ne trompaient pas. On sentait bien qu’ils n’aimaient pas leur vie. Ils avaient beau se forcer : l’amour ne venait pas. Ils continuaient à vivre en pensant à ce qu’ils avaient fait, à ce qu’ils avaient à faire, le temps passait. Ils tenaient debout à force de tics. Ils étaient bien dressés ; leurs parents pouvaient être fiers d’eux, leurs patrons aussi. Ils n’avaient pas l’air humain, ils ressemblaient plutôt à des sacs de son : si on leur avait ouvert le ventre – c’était le seul service à leur rendre – de la poussière aurait coulé. Ils se vantaient pourtant d’avoir possédé des femmes, reçu des blessures de guerre : impossible d’imaginer la sortie de ces liquides vivants : le sperme, le sang, par des fentes de leur peau.
Les objets de leur volonté n’existaient pas : c’étaient des essences abstraites impossibles même à personnifier pour les faire entrer dans une prosopopée, le bilan, la balance, le crédit, la circulation du capital, le succès commercial, le devoir professionnel. Couchez-vous avec le Capital ? avez-vous le Capital pour ami ? Ces entités les occupaient, emplissaient les minutes : elles volaient tout le temps autour d’eux. Ils étaient abstraits. Ils exécutaient toutes les consignes qui ne concernent pas les hommes comme les ordres secrets d’un vice dont ils ne pouvaient pas guérir. Ils disaient pourtant : la vie, malgré tout, ils pensaient : vivons. Premier cri du réveil, dernier soupir de la veille. Mais il aurait fallu pour que cela fût possible qu’ils guérissent de leurs mauvaises habitudes, de leur digestion, de leur respiration, de leurs mariages, de leurs écritures, de leurs langages. Qu’ils soient transformés depuis les fondations. Mais ces maniaques mouraient à petit feu au service de capitaux anonymes.
Ce qu’il y avait peut-être de plus terrible, c’était de les voir dormir. Ils dormaient la nuit et ils dormaient après leur repas comme des serpents qui digèrent. Je les voyais sous les galeries de la maison endormis dans leurs fauteuils cannés. Ils reposaient enfin arrivés dans un port accueillant, dans une rade sûre, dans le seul bonheur de la journée, défaits, dénoués, la joie posée sur le sommet de l’épaule, le cou plissé, les mains à la traîne, avec des gouttes de sueur roulant sur leur front. Traversés par des rêves qu’on voit, leurs faces déballées parcourues par des oncles, dernières volutes des lames de fond envoyées par les régions humaines, qui les soulevaient comme les insectes soulèvent les animaux morts dans les fossés. Ils bourdonnaient, se retournaient. Ils essayaient de reparaître dans le jour avec les trouvailles du sommeil, de ne pas les oublier. Mais ils les laissaient retomber, ils revenaient les mains vides plus tristes que les femmes avortées. Le sommeil est pour un vivant le désintéressement le plus semblable à celui de la mort : il était pour eux la pointe même de l’attention, l’extrême de leur effort, tout ce qu’ils pouvaient connaître des réclamations de l’homme.

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Sir Antonin Besse (merchant/financier; French; Male; 26 June 1877 - 2 July 1951)

Also known as Besse, Antonin; Besse, Tony

Biography

Besse had a substantial import/export business in the Horn of Africa and southern Arabia which was based at Aden where he arrived in 1899 as a junior clerk. In 1908 he married a Belgian lady, Marguerite Hortense Eulalie Godefroid, but divorced in 1922; he re-married in the same year to Hildra Crowther. He had two children from his first marriage (Meryem, born 1909, and André, born 1910) and five from his second (Ariane, Joy, Peter, Tony, Monna). Besse was a personally modest yet deeply energetic and highly successful businessman. He founded a company which initially traded local skins, coffee and aromatics but from the early 1920s began to diversify as he acted as an agent on behalf of Shell and the Anglo-Persian Oil Company (later BP) to distribute oil and kerosene in Yemen and the Horn of Africa. He became the first chairman of Aden Airways Ltd (a subsidiary of BOAC, later BA), and in 1936 he established the A. Besse & Co. Football Club in Aden. His other ventures included establishing factories for soap, coconut oil and glycerine in Crater; and acquiring the Crescent Hotel at Steamer Point, Aden, as well as a floating dock which became known as the Besse Marine Workshop (both founded in 1937). The firm's profits rose in 1937/38 to the highest before WWII, and continued to rise from 1942; an increasing amount of benefactions followed as a direct result. Philanthropic works included opening the Besse Dispensary (1948), a School for Girls at Sheikh Othman, a Women's Centre in Crater, the Aden Technical College for Boys and a similar establishment in Djibouti, and substantial contributions to the University of Addis Ababa. He also gave voluntary assistance to the Church of Scotland Mission in Sheikh Othman, and the Catholic Mission in Crater. In 1947 his initial plan of founding an institute of higher education in France failed because of tax reasons and the unwillingness of the French Ministry of Education to recognise independently awarded qualifications; in the following year he instead chose Oxford as the centre of benefaction, pledging the sum of £1,500,000 (a particularly staggering sum after WWII) to the foundation of what became St. Anthony's College. Besse was awarded a K.B.E. and received a knighthood. In 1951 The British Museum received an important collection of South Arabian antiquities which had been bequeathed it by Besse. Several additional South Arabian (Qatabanian) sculptured heads (probably from the cemetery at Heid bin Aqil) and belonging to the private collection of Madame Antonin Besse in Paris were exhibited in 1997 in the Institut du Monde Arabe (Paris) as part of the exhibition "Yémen au pays de la reine de Saba" (catalogue edited by C. Robin & B. Vogt, Paris: Flammarion, 1997, pp. 99-100, 153).

 

Bibliography  

David Footman, Antonin Besse of Aden: the Founder of St Anthony's College Oxford, London: Macmillan, 1986.