martedì 7 luglio 2026

Graham Greene e la spia

 

scrittori e spie, amicizie e misteri

Guerra fredda. Un acuto saggio di Robert Verkaik cerca di indagare l’ambigua amicizia che legò sempre lo scrittore Graham Greene e la celebre spia Kim Philby, che dall’Inghilterra passò con i sovietici

Federico Varese
Il Sole 24ore, 7 luglio 2026

Che cosa può legare per quasi mezzo secolo uno dei più grandi romanzieri inglesi del Novecento e il più celebre traditore della storia dello spionaggio britannico? È questa la domanda che si pone Robert Verkaik in The Writer and the Traitor, un elegante esercizio narrativo che mette in parallelo due vite destinate a intrecciarsi per tutta la Guerra fredda: quelle di Graham Greene e Kim Philby.

Philby, uno dei “Cambridge Five”, fu un funzionario dei servizi segreti britannici dal 1940 al 1951, per poi scappare a Mosca nel 1963. Diverse opere del Novecento sono state ispirate, direttamente o indirettamente, dal suo tradimento: La talpa (1974) di John le Carré, Il fattore umano (1978) di Graham Greene e, forse, Il terzo uomo (1949), oltre a Il quarto protocollo (1984) di Frederick Forsyth. Meno noto è che Greene, collega di Philby nell’MI6 (il servizio segreto estero) durante la Seconda guerra mondiale, continuò a frequentarlo e a difenderlo anche dopo il suo smascheramento. Scrisse una prefazione sorprendentemente affettuosa al libro di memorie di Philby, My Silent War (1968), e andò a trovarlo più volte a Mosca. Per quale motivo Greene rimase fedele all’amico è il mistero che Verkaik cerca di svelare.

Greene e Philby avevano molto in comune. Entrambi furono profondamente segnati dall’esperienza delle public schools. Greene fu vittima di bullismo a Berkhamsted, la scuola diretta dal padre, e rimase segnato dal tradimento di quello che considerava il suo migliore amico. Philby entrò alla Westminster School grazie a una borsa di studio, non appartenendo al mondo privilegiato della maggior parte dei suoi compagni. Da studenti universitari furono entrambi attratti dal comunismo; entrambi lavorarono per The Times; nutrirono una passione per il rischio e condussero una vita sentimentale tumultuosa, costellata di amanti, rapporti mercenari e divorzi. La doppia vita era per loro un’abitudine consumata prima di entrare a far parte del Servizio Segreto di Sua Maestà.

Greene conobbe Philby nel 1943, quando andò a lavorare nella Sezione V dell’MI6, dove Philby era il capo ufficio. Verkaik lascia intendere che Greene sospettasse del doppio gioco di Philby già nel 1944, alla vigilia dello sbarco in Normandia. Per questo motivo si sarebbe dimesso all’improvviso e avrebbe poi cercato di avvertire Philby che era prossimo ad essere identificato come il “terzo uomo” del trio che comprendeva anche Guy Burgess e Donald Maclean, fuggiti a Mosca nel 1951. Lo strumento scelto dallo scrittore sarebbe stato niente di meno che il film Il terzo uomo, sceneggiato da Greene, diretto da Carol Reed e interpretato da Orson Welles e Alida Valli.

Pur avendo accesso agli archivi da poco aperti dei servizi di informazione, lo stesso Verkaik ammette che non vi siano prove che Greene sospettasse di Philby nel 1944. Alcuni capitoli del libro raccontano la genesi del film Il terzo uomo, girato a Vienna nel 1949. Durante i viaggi preparatori per il film, Greene incontrò una spia sovietica, Peter Smolka, che aveva conosciuto Philby quando questi era stato nella capitale austriaca nel 1934. Sembra che Smolka abbia fornito allo sceneggiatore l’idea centrale della trama di quello che diventerà il film noir per eccellenza. Eppure Vienna non fu scelta per alludere a Philby, bensì per iniziativa del produttore Alexander Korda; ed è del tutto implausibile che Greene avesse bisogno di un film per avvertire l’amico. Durante una pausa delle riprese, lo scrittore tenne persino una conferenza a Bruxelles nella quale mise apertamente in guardia l’Occidente dal pericolo stalinista. Nella novella, il racket criminale di Harry Lime è paragonato a uno «Stato totalitario», mentre i sovietici sono descritti in termini tutt’altro che benevoli.

Nonostante le due ipotesi principali di Verkaik rimangano tali, tra le pagine del libro emergono diversi aspetti cruciali per capire il rapporto tra i due uomini, la natura dello spionaggio e dell’arte di Greene. Durante il periodo in Sierra Leone (1941-1943) e poi al suo ritorno a Londra, Greene ebbe diversi conflitti con i colleghi e Philby lo difese di fronte ai superiori. Più che elusive affinità nel loro passato scolastico, sembra verosimile che Greene avesse conservato un grado di fedeltà a Philby per questi appoggi, e si dimise nel 1944 perché la vita d’ufficio, con la sua disciplina, non faceva per lui. C’è di più: la tensione tra il servizio di spionaggio interno (MI5) e quello esterno (MI6) era fortissima e Greene diffidava, come Philby, dei suoi colleghi del ‘5’. Non a caso, l’inchiesta contro Philby partì proprio dall’odiatissimo MI5. Le trincee dove i burocrati combattono le loro guerre di carta possono essere foriere di rapporti umani duraturi.

Eppure nessuna amicizia è assoluta e incondizionata, e non lo fu neppure quella tra Greene e Philby. Ad esempio, lo scrittore era consapevole di essere stato usato da Philby, quando questi fece di tutto per impedire che gli Alleati firmassero una pace separata con i nazisti, che a quel punto sarebbero stati liberi di concentrarsi sull’Unione Sovietica. È molto probabile che i viaggi di Greene a Mosca dopo il 1963 servissero ad entrambi: il traditore voleva mantenere contatti con il suo vecchio mondo e carpire informazioni, mentre lo scrittore usava il suo ex capo come fonte per i suoi romanzi e, forse, per raccogliere a sua volta dati utili da girare a MI6.

Greene aveva una dedizione totale a un’idea di letteratura ancorata alla storia politica e ispirata a persone e fatti reali. Condivideva con John le Carré l’idea che lo scrittore fosse lui stesso una spia che “osserva, ascolta, analizza e serve la letteratura senza farsi alcuno scrupolo”.

Il libro di Verkaik non offre facili certezze, pur ricostruendo con efficacia il mondo dell’intelligence britannica negli anni del secondo conflitto mondiale e della Guerra fredda. Alla fine, il vero mistero non è perché Greene rimase fedele a Philby, ma che cosa significasse quella fedeltà. Come spesso accade nei romanzi di Greene, amicizia, interesse personale e doppio gioco convivono in un equilibrio precario che solo la morte risolve per sempre.

Robert Verkaik
The Writer and the Traitor: Graham Greene, Kim Philby and the Great Betrayal
Headline Publishing Group, pagg. 384, £22



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