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lunedì 7 luglio 2025

Amore e rivoluzione

Eléonore Duplay, la presunta fidanzata di Robespierre

Sergio Luzzatto
I pentimenti autografi di Robespierre. Lo Stato francese ha pochi giorni di tempo per acquistare 116 fogli manoscritti dell’incorruttibile: i suoi discorsi con correzioni e ripensamenti 

 … bisogna partire da una singola casa della Parigi di fine Settecento, e dalla famiglia che la abitava. La casa era situata al n. 366 della rue Saint-Honoré, in pieno centro, a due passi da dove si riuniva la Convenzione. La famiglia era quella di Maurice Duplay, un imprenditore di falegna­meria presso il quale Maximilien viveva co­me inquilino in alcuni locali del primo pia­no, mentre suo fratello minore Augustin – detto “Bonbon”, lui pure deputato della Mon­tagna – e la sorella Charlotte affittavano un’altra ala dell’immobile. Giacobino fervente, Duplay aveva in casa due figlie. La maggiore, Éléonore, era qualco­sa come la fidanzata dell’austero Maximi­lien. La minore, Elisabeth, era legata a Philip­pe Lebas, un giovane deputato della Convenzione che proveniva dallo stesso dipartimen­to dei fratelli Robespierre, il Pas-de-Calais, e che si era andato illustrando – insieme al col­lega Saint-Just – co­me un montagnardo fra i più efficienti nel­la mobilitazione delle armate repubblicane. A sua volta Lebas aveva una sorella minore, Henriette, sentimentalmente legata a Saint-Just… Per­ché la Rivoluzione, oltreché un terremo­to politico, era un terremoto affettivo: nella promiscuità del mondo capovolto c’era spa­zio per l’amore oltreché per il Terrore. Quello fra Elisabeth Duplay e Philippe Lebas fu un grande amore. Se ne è conservata traccia nelle lettere che il montagnardo inviò alla ragazza – appena ventenne – prima e dopo il loro matrimonio, dalle frontiere dell’Est e del Nord dove combatteva con Saint-Just la guerra della Repubblica contro la coalizione dei monarchi europei. «Una lettera da te è senza dubbio una grande consolazione, ma non è te; niente può supplirti, e io avverto a ogni istante quanto mi manchi». «Quando siamo in carrozza e il mio collega, stanco, smette di parlare o si addormenta, io penso a te; se mi addormento anch’io, ancora penso a te». Elisabeth e Philippe si sposarono il 26 agosto 1793. Dieci mesi dopo nacque loro un figlio maschio, che ebbe il nome del padre e che sarebbe divenuto – nell’Ottocento – un insigne grecista e il bibliotecario capo della Sorbona. Ma Philippe junior non potè conoscere il suo papà: era un neonato di sei setti­mane il 9 termidoro, quando nell’aula della Convenzione Lebas chiese di essere arrestato insieme all’amico Saint-Just, e si sparò un colpo in testa poche ore prima che Saint-Just stesso, Maximilien Robespierre e Augustin salissero i gradini del patibolo fra i lazzi del popolo di Parigi. Restarono vive le donne, giovani donne segnate a dito come mogli o sorelle o compagne dei “tiranni”, e con fin troppa vita davanti a sé: Éléonore Duplay, Elisabeth Lebas, Charlotte Robespierre. Delle tre, la vedova di Le­bas fu l’unica a interpretare con fermezza il ruolo della sopravvissuta. Incarcerata per al­cuni mesi con il figlio al seno, quando uscì di prigione (nel frattempo, anche sua madre si era suicidata in carcere) Élisabeth non si accontentò di sbarcare il lunario come lavandaia sulla Senna, volle diventare una vestale della memoria di chi era caduto a Termidoro. Addirittura, secondo una tenace tradizione repubblicana, Élisabeth Lebas barattò il proprio vestito di nozze contro un ritratto a pastello di Saint-Just: il “bel ritratto” che Jules Michelet avrebbe ammirato con i suoi occhi, decenni più tardi, in occasione di una sua visi­ta alla “venerabile signora”. Ed era stata pro­prio Élisabeth – molto probabilmente – a na­scondere gli autografi di Maximilien Robe­spierre all’indomani del 9 termidoro, quando la polizia credeva di avere perquisito ogni an­golo di casa Duplay. I poliziotti riuscirono bensì a sequestrare un buon numero di carte, e a bruciarle quasi tutte: ma non trovarono i manoscritti che contenevano i discorsi più importanti dell’Incorruttibile, rimasti poi per due secoli presso i discendenti dei Lebas […]. Oltre a Michelet, un altro grande storico ottocentesco della Rivoluzione francese – il poeta e politico Alphonse de Lamartine – ebbe modo di incontrare Élisabeth da vecchia: gli parve «una donna della Bibbia dopo la dispersione delle tribù di Babilonia». …

Il Sole 24ore, 29 maggio 2011

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Blanche Toutain, attrice francese nota per la sua interpretazione di Eléonore Duplay

venerdì 5 settembre 2014

Paul Nizan, un ribelle al tempo del comunismo

Cesare Pianciola
recensione
Paul Nizan, La cospirazione, Baldini & Castoldi, 1997
L'Indice 1998, n.3

La promozione 1924 dell'Ecole Normale, classe di Lettere: nella fila davanti Nizan è il secondo da sinistra, Sartre il quarto, Raymond Aron il quinto.

Credo che un giovane, a meno che non si specializzi in letteratura francese contemporanea, di Paul Nizan non sappia oggi neppure il nome. Eppure in Italia i suoi scritti ebbero una certa risonanza. Nel 1961 Mondadori pubblicò nella traduzione di Daria Menicanti, ora riprodotta, Aden Arabia, tagliente pamphlet del 1931 riproposto da Maspero con la premessa di un appassionato saggio di Sartre sul compagno di studi al liceo e all'Ecole Normale.
Sartre rievocava, contro il se stesso di allora, refrattario alla politica, la figura dell'amico, che nel 1927, a ventidue anni, era tornato da Aden, dove aveva toccato con mano lo sfruttamento colonialistico, con una volontà intransigente e totalizzante di impegno ("Che si abbia il coraggio di essere grossolani! [...] Vivrò tra i nemici [...] Non bisogna temere di odiare"). Si era iscritto al Pcf, diventandone uno degli intellettuali di maggiore prestigio, collaboratore dei quotidiani e delle riviste del partito, e condividendone le scelte politiche e la fedeltà all'Unione Sovietica, fino alle dimissioni nel 1939, sconvolto dal patto Molotov-Ribbentrop e dall'invasione della Polonia. A questo punto venne orchestrata una campagna di denigrazione nei suoi confronti ("l'informatore della polizia Paul Nizan", scriveva Maurice Thorez sulla stampa clandestina) e ci fu una damnatio memoriae, nella quale si distinsero Louis Aragon e il filosofo Henri Lefebvre. Nizan era morto trentacinquenne il 23 maggio del 1940 durante la ritirata di Dunkerque.
Bisognerà aspettare il 1978 perché "L'Humanité" inizi una timida riabilitazione. Ma intanto Nizan era diventato un autore ristampato e letto nella "nuova sinistra", anche se, come sottolinea De Luna nella postfazione, per la maggior parte dei militanti di quest'ultima, a differenza di Nizan, era tutto il movimento in atto che doveva abolire lo stato di cose presente, e veniva generalmente rifiutato un modello precostituito di nuova società. Come scrisse Rossana Rossanda nel 1970, presentando presso La Nuova Italia I cani da guardia, feroce attacco del 1932 all'idealismo dei professori dell'Università francese, "la milizia di Nizan è una milizia datata", inscritta nel contesto della Terza Internazionale tra le due guerre.
In Italia comunque una "fortuna improvvisa e perfino eccessiva, concentrata (anzi congestionata) nel breve periodo1970-1974 (Bellocchio) ci fu, come attestano gli studi (Franco Fé, Paul Nizan un intellettuale comunista, Savelli 1973) e le traduzioni, tra cui spicca illibro più bello e vivo di Nizan, quell'Antoine Bloyé (Bertani 1973, ed. orig. 1933) che racconta in modo dolente e preciso la biografia del padre, che "tradisce" la sua classe d'origine diventando un dirigente tecnico delle ferrovie, trasmette la sua infelice al figlio e lo impegna inconsapevolmente nel "tradimento" inverso.
I temi della fedeltà e del tradimento, dell'infelicità dei giovani e della vischiosità delle famiglie ("Che cosa potente e inflessibile è mai una famiglia! E' tranquilla come un corpo, come un organismo che si muove appena e respira quasi in sognosino al momento del pericolo, ma è pieno di segreti, di risposte latenti e di un furore e di una rapidità biologiche...") sono al centro anche di La cospirazione, storia delle astratte ribellioni di cinque giovani della generazione romantico-surrealista degli anni Venti. 
"Sensibili al disordine, all'assurdo, agli scandali logici piuttosto che alla crudeltà, all'oppressione", decidono di dare vita alla rivista "La guerra civile", mettono in atto un grottesco piano di sottrazione di documenti militari in vista di una rivoluzione che pensano imminente e falliscono, non perché la cospirazione sia stata scoperta, ma perché perdono per strada le ragioni della congiura con cui hanno cercato di mettersi fuori dall'ordine stabilito e di rendere impossibile il ritorno nella normalità ("un giovane si crede così poco stabile nella vita che vuole incatenare violentemente l'avvenire..."). 
Dei tre personaggi principali, Bernard Rosenthal, l'inventore della cospirazione, invece di portarla avanti si innamora ciecamente della cognata Catherine, ma quando questa rientra in seno alla ricca famiglia borghese e lo abbandona, si uccide, nell'inutile tentativo di riscattare con la nobiltà della tragedia il fallimento di una vita; Serge Pluvinage, figlio di un funzionario di polizia, pieno di rancore verso i compagnia a cui per nascita e doti si sente inferiore, cede alla "spaventosa fatalità" che lo riporta nel mondo del padre, denuncia e fa arrestare un dirigente del partito comunista che vive in clandestinità, sapendo che "il tradimento è irrimediabile come la morte". Philippe Laforgue sfiora anche lui la morte e, attraverso il crudele rito di passaggio della malattia, alla fine, in pagine molto alte e serrate, sicongeda da un'adolescenza prolungata artificialmente dagli studi e "rinasce" uomo, con l'amara consapevolezza dell'irrealtà irresponsabile degli anni trascorsi.
La cospirazione uscì nel 1938, ebbe un buon successo e un importante premio letterario; nello stesso anno uscì La nausea di Sartre, che le dedicò una bella recensione (si può leggere in Che cos'è la letteratura?, Il Saggiatore, 1995), nella quale, dietro gli "eroi irrisori" del romanzo, che a tratti sembrano unicamente espressione della loro famiglia e della loro classe", ritrovava "la personalità amara e cupa di Nizan".
Non c'è bisogno di prendere tante cautele e tante distanze, come fanno Bellocchio e De Luna in questa riedizione. Il libro è certo lontano e non è la cosa migliore di Nizan, ma non lascia indifferenti incontrare quella "personalità amara e cupa" e imbattersi in frasi come questa: "Ancora non sapevano quanto il mondo sia pesante e molle, come poco assomiglia a un muro che si voglia gettare a terra [...] ma piuttosto a un ammasso gelatinoso senza capo né coda, a una specie di grossa medusa con gli organi ben nascosti. Nizan, al di là e contro le sue pretese certezze, ha ancora qualcosa da dirci.



Nizanniʃã´⟩, Paul. - Scrittore francese (n. Tours 1905 - m. durante la ritirata di Dunkerque 1940). Compagno di studî di J.-P. Sartre al liceo Henri IV e all'École normale supérieure, iscritto dal 1927 al Partito comunista, con cui ruppe all'epoca del patto Molotov-Ribbentrop (1939), collaborò all'Humanité (1935), a Ce soir (1937) e ai Cahiers du bolchévisme (1938). Tra i suoi saggi, oltre al celebre Aden Arabie (1931; trad. it. 1961), ispirato a un viaggio ad Aden che N. aveva compiuto nel 1925 in preda a una profonda crisi esistenziale, vanno ricordati il pamphlet contro la cultura accademica Les chiens de garde (1932; trad. it. 1970), Les matérialistes de l'antiquité (1936; trad. it. 1972) e le Chroniques de septembre (1938; trad. it. 1975), dedicate agli accordi scaturiti dal Convegno di Monaco. Il suo impegno si riflette anche nei romanzi: Antoíne Bloyé (1935; trad. it. 1972); Le cheval de Troie (1935; trad. it. 1973); La conspiration (1938; trad. it. 1961); l'ultimo, La soirée à Somosierra, è andato perduto. Osteggiato dagli intellettuali comunisti dopo la sua morte, fu riscoperto nel 1960 grazie alla riedizione di Aden Arabie presentata da J.-P. Sartre. (Treccani)