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martedì 24 settembre 2019
Il patto del 1939 in sintesi
Gianpasquale Santomassimo
... farei sommessamente osservare che nelle reazioni di sdegno che comprensibilmente abbiamo potuto leggere in questi giorni è presente anche una forma di sottovalutazione e fraintendimento della portata del patto Molotov-Ribbentrop che riproduce una diffusa giustificazione ufficiale retrospettiva di quell'accordo. In pratica, si ripropone la tesi di un semplice (e salutare) espediente, per guadagnare tempo e preparare la difesa da un attacco nazista che inevitabilmente si dà per scontato. Le cose non stanno proprio così. L'accordo prevede la spartizione della Polonia e l'acquisizione di altri territori, prelude all'attacco alla Finlandia che vedrà mutevoli fortune.
Ma soprattutto va notato che se da parte tedesca c'è la consapevolezza del carattere tattico di un accordo destinato ad essere rapidamente rovesciato, da parte sovietica si crede davvero al carattere durevole dell'alleanza. Non c'è la preparazione bellica asserita retrospettivamente, anzi al momento dell'attacco le linee verranno sfondate con troppa facilità. Con quegli eccessi di zelo tipici del potere sovietico si organizzano manifestazioni di amicizia talvolta imbarazzanti: ad esempio un grande Festival wagneriano a Mosca, con la rappresentazione di tutte le opere del grande compositore, alla presenza di ambasciatore e dignitari del Reich.
Eccessi di zelo si registrano anche da parte dei comunisti francesi, che assumono un atteggiamento collaborativo e vengono meno alle cautele della clandestinità. Qualcuno, come è noto, va a lavorare volontario in Germania.
Più in generale, si impone a tutto il movimento comunista di replicare l'interpretazione della prima guerra mondiale come conflitto tra imperialismi contrapposti, con una forzatura evidente dopo l'esperienza della guerra civile spagnola e la creazione di un vasto fronte antifascista, che di fatto viene dissolto. I rapporti tra i partiti antifascisti si bloccano e verranno riannodati con qualche fatica dopo il 1941.
I pochi dissidenti verranno espulsi, e sarà solo la saggezza di Togliatti a consentire il rientro a pieno titolo di Terracini e della Ravera.
venerdì 5 settembre 2014
Paul Nizan, un ribelle al tempo del comunismo
Cesare Pianciola
recensione
Paul Nizan, La cospirazione, Baldini & Castoldi, 1997
L'Indice 1998, n.3
Credo che un giovane, a meno che non si specializzi in letteratura francese contemporanea, di Paul Nizan non sappia oggi neppure il nome. Eppure in Italia i suoi scritti ebbero una certa risonanza. Nel 1961 Mondadori pubblicò nella traduzione di Daria Menicanti, ora riprodotta, Aden Arabia, tagliente pamphlet del 1931 riproposto da Maspero con la premessa di un appassionato saggio di Sartre sul compagno di studi al liceo e all'Ecole Normale.
Sartre rievocava, contro il se stesso di allora, refrattario alla politica, la figura dell'amico, che nel 1927, a ventidue anni, era tornato da Aden, dove aveva toccato con mano lo sfruttamento colonialistico, con una volontà intransigente e totalizzante di impegno ("Che si abbia il coraggio di essere grossolani! [...] Vivrò tra i nemici [...] Non bisogna temere di odiare"). Si era iscritto al Pcf, diventandone uno degli intellettuali di maggiore prestigio, collaboratore dei quotidiani e delle riviste del partito, e condividendone le scelte politiche e la fedeltà all'Unione Sovietica, fino alle dimissioni nel 1939, sconvolto dal patto Molotov-Ribbentrop e dall'invasione della Polonia. A questo punto venne orchestrata una campagna di denigrazione nei suoi confronti ("l'informatore della polizia Paul Nizan", scriveva Maurice Thorez sulla stampa clandestina) e ci fu una damnatio memoriae, nella quale si distinsero Louis Aragon e il filosofo Henri Lefebvre. Nizan era morto trentacinquenne il 23 maggio del 1940 durante la ritirata di Dunkerque.
Bisognerà aspettare il 1978 perché "L'Humanité" inizi una timida riabilitazione. Ma intanto Nizan era diventato un autore ristampato e letto nella "nuova sinistra", anche se, come sottolinea De Luna nella postfazione, per la maggior parte dei militanti di quest'ultima, a differenza di Nizan, era tutto il movimento in atto che doveva abolire lo stato di cose presente, e veniva generalmente rifiutato un modello precostituito di nuova società. Come scrisse Rossana Rossanda nel 1970, presentando presso La Nuova Italia I cani da guardia, feroce attacco del 1932 all'idealismo dei professori dell'Università francese, "la milizia di Nizan è una milizia datata", inscritta nel contesto della Terza Internazionale tra le due guerre.
In Italia comunque una "fortuna improvvisa e perfino eccessiva, concentrata (anzi congestionata) nel breve periodo1970-1974 (Bellocchio) ci fu, come attestano gli studi (Franco Fé, Paul Nizan un intellettuale comunista, Savelli 1973) e le traduzioni, tra cui spicca illibro più bello e vivo di Nizan, quell'Antoine Bloyé (Bertani 1973, ed. orig. 1933) che racconta in modo dolente e preciso la biografia del padre, che "tradisce" la sua classe d'origine diventando un dirigente tecnico delle ferrovie, trasmette la sua infelice al figlio e lo impegna inconsapevolmente nel "tradimento" inverso.
I temi della fedeltà e del tradimento, dell'infelicità dei giovani e della vischiosità delle famiglie ("Che cosa potente e inflessibile è mai una famiglia! E' tranquilla come un corpo, come un organismo che si muove appena e respira quasi in sognosino al momento del pericolo, ma è pieno di segreti, di risposte latenti e di un furore e di una rapidità biologiche...") sono al centro anche di La cospirazione, storia delle astratte ribellioni di cinque giovani della generazione romantico-surrealista degli anni Venti.
"Sensibili al disordine, all'assurdo, agli scandali logici piuttosto che alla crudeltà, all'oppressione", decidono di dare vita alla rivista "La guerra civile", mettono in atto un grottesco piano di sottrazione di documenti militari in vista di una rivoluzione che pensano imminente e falliscono, non perché la cospirazione sia stata scoperta, ma perché perdono per strada le ragioni della congiura con cui hanno cercato di mettersi fuori dall'ordine stabilito e di rendere impossibile il ritorno nella normalità ("un giovane si crede così poco stabile nella vita che vuole incatenare violentemente l'avvenire...").
Dei tre personaggi principali, Bernard Rosenthal, l'inventore della cospirazione, invece di portarla avanti si innamora ciecamente della cognata Catherine, ma quando questa rientra in seno alla ricca famiglia borghese e lo abbandona, si uccide, nell'inutile tentativo di riscattare con la nobiltà della tragedia il fallimento di una vita; Serge Pluvinage, figlio di un funzionario di polizia, pieno di rancore verso i compagnia a cui per nascita e doti si sente inferiore, cede alla "spaventosa fatalità" che lo riporta nel mondo del padre, denuncia e fa arrestare un dirigente del partito comunista che vive in clandestinità, sapendo che "il tradimento è irrimediabile come la morte". Philippe Laforgue sfiora anche lui la morte e, attraverso il crudele rito di passaggio della malattia, alla fine, in pagine molto alte e serrate, sicongeda da un'adolescenza prolungata artificialmente dagli studi e "rinasce" uomo, con l'amara consapevolezza dell'irrealtà irresponsabile degli anni trascorsi.
La cospirazione uscì nel 1938, ebbe un buon successo e un importante premio letterario; nello stesso anno uscì La nausea di Sartre, che le dedicò una bella recensione (si può leggere in Che cos'è la letteratura?, Il Saggiatore, 1995), nella quale, dietro gli "eroi irrisori" del romanzo, che a tratti sembrano unicamente espressione della loro famiglia e della loro classe", ritrovava "la personalità amara e cupa di Nizan".
Non c'è bisogno di prendere tante cautele e tante distanze, come fanno Bellocchio e De Luna in questa riedizione. Il libro è certo lontano e non è la cosa migliore di Nizan, ma non lascia indifferenti incontrare quella "personalità amara e cupa" e imbattersi in frasi come questa: "Ancora non sapevano quanto il mondo sia pesante e molle, come poco assomiglia a un muro che si voglia gettare a terra [...] ma piuttosto a un ammasso gelatinoso senza capo né coda, a una specie di grossa medusa con gli organi ben nascosti. Nizan, al di là e contro le sue pretese certezze, ha ancora qualcosa da dirci.
Nizan ⟨niʃã´⟩, Paul. - Scrittore francese (n. Tours 1905 - m. durante la ritirata di Dunkerque 1940). Compagno di studî di J.-P. Sartre al liceo Henri IV e all'École normale supérieure, iscritto dal 1927 al Partito comunista, con cui ruppe all'epoca del patto Molotov-Ribbentrop (1939), collaborò all'Humanité (1935), a Ce soir (1937) e ai Cahiers du bolchévisme (1938). Tra i suoi saggi, oltre al celebre Aden Arabie (1931; trad. it. 1961), ispirato a un viaggio ad Aden che N. aveva compiuto nel 1925 in preda a una profonda crisi esistenziale, vanno ricordati il pamphlet contro la cultura accademica Les chiens de garde (1932; trad. it. 1970), Les matérialistes de l'antiquité (1936; trad. it. 1972) e le Chroniques de septembre (1938; trad. it. 1975), dedicate agli accordi scaturiti dal Convegno di Monaco. Il suo impegno si riflette anche nei romanzi: Antoíne Bloyé (1935; trad. it. 1972); Le cheval de Troie (1935; trad. it. 1973); La conspiration (1938; trad. it. 1961); l'ultimo, La soirée à Somosierra, è andato perduto. Osteggiato dagli intellettuali comunisti dopo la sua morte, fu riscoperto nel 1960 grazie alla riedizione di Aden Arabie presentata da J.-P. Sartre. (Treccani)
recensione
Paul Nizan, La cospirazione, Baldini & Castoldi, 1997
L'Indice 1998, n.3
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| La promozione 1924 dell'Ecole Normale, classe di Lettere: nella fila davanti Nizan è il secondo da sinistra, Sartre il quarto, Raymond Aron il quinto. |
Credo che un giovane, a meno che non si specializzi in letteratura francese contemporanea, di Paul Nizan non sappia oggi neppure il nome. Eppure in Italia i suoi scritti ebbero una certa risonanza. Nel 1961 Mondadori pubblicò nella traduzione di Daria Menicanti, ora riprodotta, Aden Arabia, tagliente pamphlet del 1931 riproposto da Maspero con la premessa di un appassionato saggio di Sartre sul compagno di studi al liceo e all'Ecole Normale.
Sartre rievocava, contro il se stesso di allora, refrattario alla politica, la figura dell'amico, che nel 1927, a ventidue anni, era tornato da Aden, dove aveva toccato con mano lo sfruttamento colonialistico, con una volontà intransigente e totalizzante di impegno ("Che si abbia il coraggio di essere grossolani! [...] Vivrò tra i nemici [...] Non bisogna temere di odiare"). Si era iscritto al Pcf, diventandone uno degli intellettuali di maggiore prestigio, collaboratore dei quotidiani e delle riviste del partito, e condividendone le scelte politiche e la fedeltà all'Unione Sovietica, fino alle dimissioni nel 1939, sconvolto dal patto Molotov-Ribbentrop e dall'invasione della Polonia. A questo punto venne orchestrata una campagna di denigrazione nei suoi confronti ("l'informatore della polizia Paul Nizan", scriveva Maurice Thorez sulla stampa clandestina) e ci fu una damnatio memoriae, nella quale si distinsero Louis Aragon e il filosofo Henri Lefebvre. Nizan era morto trentacinquenne il 23 maggio del 1940 durante la ritirata di Dunkerque.
Bisognerà aspettare il 1978 perché "L'Humanité" inizi una timida riabilitazione. Ma intanto Nizan era diventato un autore ristampato e letto nella "nuova sinistra", anche se, come sottolinea De Luna nella postfazione, per la maggior parte dei militanti di quest'ultima, a differenza di Nizan, era tutto il movimento in atto che doveva abolire lo stato di cose presente, e veniva generalmente rifiutato un modello precostituito di nuova società. Come scrisse Rossana Rossanda nel 1970, presentando presso La Nuova Italia I cani da guardia, feroce attacco del 1932 all'idealismo dei professori dell'Università francese, "la milizia di Nizan è una milizia datata", inscritta nel contesto della Terza Internazionale tra le due guerre.
In Italia comunque una "fortuna improvvisa e perfino eccessiva, concentrata (anzi congestionata) nel breve periodo1970-1974 (Bellocchio) ci fu, come attestano gli studi (Franco Fé, Paul Nizan un intellettuale comunista, Savelli 1973) e le traduzioni, tra cui spicca illibro più bello e vivo di Nizan, quell'Antoine Bloyé (Bertani 1973, ed. orig. 1933) che racconta in modo dolente e preciso la biografia del padre, che "tradisce" la sua classe d'origine diventando un dirigente tecnico delle ferrovie, trasmette la sua infelice al figlio e lo impegna inconsapevolmente nel "tradimento" inverso.
I temi della fedeltà e del tradimento, dell'infelicità dei giovani e della vischiosità delle famiglie ("Che cosa potente e inflessibile è mai una famiglia! E' tranquilla come un corpo, come un organismo che si muove appena e respira quasi in sognosino al momento del pericolo, ma è pieno di segreti, di risposte latenti e di un furore e di una rapidità biologiche...") sono al centro anche di La cospirazione, storia delle astratte ribellioni di cinque giovani della generazione romantico-surrealista degli anni Venti.
"Sensibili al disordine, all'assurdo, agli scandali logici piuttosto che alla crudeltà, all'oppressione", decidono di dare vita alla rivista "La guerra civile", mettono in atto un grottesco piano di sottrazione di documenti militari in vista di una rivoluzione che pensano imminente e falliscono, non perché la cospirazione sia stata scoperta, ma perché perdono per strada le ragioni della congiura con cui hanno cercato di mettersi fuori dall'ordine stabilito e di rendere impossibile il ritorno nella normalità ("un giovane si crede così poco stabile nella vita che vuole incatenare violentemente l'avvenire...").
Dei tre personaggi principali, Bernard Rosenthal, l'inventore della cospirazione, invece di portarla avanti si innamora ciecamente della cognata Catherine, ma quando questa rientra in seno alla ricca famiglia borghese e lo abbandona, si uccide, nell'inutile tentativo di riscattare con la nobiltà della tragedia il fallimento di una vita; Serge Pluvinage, figlio di un funzionario di polizia, pieno di rancore verso i compagnia a cui per nascita e doti si sente inferiore, cede alla "spaventosa fatalità" che lo riporta nel mondo del padre, denuncia e fa arrestare un dirigente del partito comunista che vive in clandestinità, sapendo che "il tradimento è irrimediabile come la morte". Philippe Laforgue sfiora anche lui la morte e, attraverso il crudele rito di passaggio della malattia, alla fine, in pagine molto alte e serrate, sicongeda da un'adolescenza prolungata artificialmente dagli studi e "rinasce" uomo, con l'amara consapevolezza dell'irrealtà irresponsabile degli anni trascorsi.
La cospirazione uscì nel 1938, ebbe un buon successo e un importante premio letterario; nello stesso anno uscì La nausea di Sartre, che le dedicò una bella recensione (si può leggere in Che cos'è la letteratura?, Il Saggiatore, 1995), nella quale, dietro gli "eroi irrisori" del romanzo, che a tratti sembrano unicamente espressione della loro famiglia e della loro classe", ritrovava "la personalità amara e cupa di Nizan".
Non c'è bisogno di prendere tante cautele e tante distanze, come fanno Bellocchio e De Luna in questa riedizione. Il libro è certo lontano e non è la cosa migliore di Nizan, ma non lascia indifferenti incontrare quella "personalità amara e cupa" e imbattersi in frasi come questa: "Ancora non sapevano quanto il mondo sia pesante e molle, come poco assomiglia a un muro che si voglia gettare a terra [...] ma piuttosto a un ammasso gelatinoso senza capo né coda, a una specie di grossa medusa con gli organi ben nascosti. Nizan, al di là e contro le sue pretese certezze, ha ancora qualcosa da dirci.
Nizan ⟨niʃã´⟩, Paul. - Scrittore francese (n. Tours 1905 - m. durante la ritirata di Dunkerque 1940). Compagno di studî di J.-P. Sartre al liceo Henri IV e all'École normale supérieure, iscritto dal 1927 al Partito comunista, con cui ruppe all'epoca del patto Molotov-Ribbentrop (1939), collaborò all'Humanité (1935), a Ce soir (1937) e ai Cahiers du bolchévisme (1938). Tra i suoi saggi, oltre al celebre Aden Arabie (1931; trad. it. 1961), ispirato a un viaggio ad Aden che N. aveva compiuto nel 1925 in preda a una profonda crisi esistenziale, vanno ricordati il pamphlet contro la cultura accademica Les chiens de garde (1932; trad. it. 1970), Les matérialistes de l'antiquité (1936; trad. it. 1972) e le Chroniques de septembre (1938; trad. it. 1975), dedicate agli accordi scaturiti dal Convegno di Monaco. Il suo impegno si riflette anche nei romanzi: Antoíne Bloyé (1935; trad. it. 1972); Le cheval de Troie (1935; trad. it. 1973); La conspiration (1938; trad. it. 1961); l'ultimo, La soirée à Somosierra, è andato perduto. Osteggiato dagli intellettuali comunisti dopo la sua morte, fu riscoperto nel 1960 grazie alla riedizione di Aden Arabie presentata da J.-P. Sartre. (Treccani)
sabato 23 agosto 2014
Agosto 1939: il dissenso di Umberto Terracini
Camilla l'intrigante e Scoccimarro il debole
la Repubblica, 18 febbraio 1992
La lettera inviata da Palmiro Togliatti a Vincenzo Bianco in cui si affronta il caso Terracini-Ravera è di grande interesse per la comprensione di un capitolo importante della storia del Pci. Togliatti la scrive da Ufa - capitale della Baschiria - dove si è rifugiata una parte della Nomenklatura del Comintern. Nella lettera non si parla dei drammi dell' Armir, della guerra mortale con Hitler, ma di fatti politici e personali che si svolgono nell' assolata isola di Ventotene, a molte migliaia di chilometri da Ufa. Ma il lettore non si lasci ingannare. In tre paginette il leader del Pci e dell' Internazionale comunista affronta casi personali drammatici, mette le dita in una piaga purulenta, scoperchia una pentola nella quale hanno bollito a lungo alcuni veleni mortali del comunismo italiano. Oggetto della corrispondenza è la sorte da riservare a Umberto Terracini e a Camilla Ravera, due fondatori del partito, da moltissimi anni in carcere, indiziati di revisionismo, di trotzkismo, di scarsa o nessuna comprensione delle esigenze della politica sovietica. Che fare di questi eminenti compagni? Espellerli tout court, come sembra abbiano già fatto i dirigenti del collettivo comunista di Ventotene? O tentare di recuperarli? Per comprendere appieno il significato della lettera di Togliatti bisogna tornare indietro di quattro anni. Riandare con la memoria al 23 agosto del 1939. Quel giorno viene firmato il patto Ribbentrop-Molotov. La "terribile" fotografia in cui si vede Stalin stringere la mano al ministro degli esteri nazista sprofondò il comunismo occidentale in una crisi micidiale. Togliatti in quei giorni è a Parigi e fa propria la tesi del segretario del Pcf Maurice Thorez: "Si deve distinguere tra un giudizio sul Patto, che è positivo, e la necessità di battersi contro il nazismo se Hitler scatena la guerra". Poi anche il compassato Togliatti sbracherà, e scriverà alcune delle più vergognose pagine sul socialfascismo delle democrazie occidentali.
Ventotene nella tempesta
A Ventotene, dove è rifugiato il Gotha del comunismo italiano, è la tempesta. Oltre Terracini, Secchia, Scoccimarro, la Ravera, ci sono in quell' isola più di 1700 quadri di partito e una minoranza qualificata di non comunisti. Fra i comunisti il dibattito fu intenso, drammatico. L' unico a dare una risposta, dura e immediata, contro l' accordo Molotov-Ribbentrop fu Terracini. Per lui quel Patto era innaturale e scellerato e non avrebbe impedito a Hitler di attaccare l' Urss come aveva scritto nel suo Mein Kampf. Ma il dissenso di Terracini, e in parte della Ravera, andava oltre il patto germano-sovietico. Mauro Scoccimarro, - dirigente settario e molto pieno di sé - sosteneva, insieme ad altri compagni molto autorevoli, che una vittoria della coalizione anglo-francese sui nazisti non sarebbe stata di per sé una vittoria della democrazia. C' era la tendenza - dirà Terracini in un libro-intervista curato da Arturo Gismondi - "a vedere nelle correnti democratico-borghesi il nemico peggiore, il più insidioso, o l' ultimo". Per Scoccimarro e Secchia, aggiunge Terracini, "il dato significante fra i diversi regimi, democratici o fascisti, era che tutti e due si basavano sullo sfruttamento, e dunque sulla dittatura di classe della borghesia". La posizione di Camilla Ravera, apparentemente un po' più sfumata, era in sostanza in piena sintonia con quella di Terracini. Anche lei aveva espresso qualche dubbio sul patto Molotov-Ribbentrop. Anche lei, come Terracini, era dell' idea che in previsione della caduta del fascismo si dovevano preparare le basi per una coalizione di forze antifasciste. Una coalizione antifascista, sosteneva Terracini, che avrebbe dovuto preparare il terreno per soluzioni politicamente più avanzate. Con queste idee gramsciane in testa, Terracini e la Ravera - all' inizio del 1943 - sono definitivamente fuori del partito. E proprio agli inizi del 1943 i due "reprobi" preparano separatamente, due ricorsi da sottoporre all'attenzione dell'Ufficio politico, di Togliatti e dell'Internazionale. Terracini conclude il suo esposto parlando di un "brutto episodio che non ha nulla a che vedere con l' avanguardia organizzata del proletariato italiano". La Ravera invita invece l' Ufficio politico alla prudenza, a non prendere decisioni affrettate, a non "pregiudicare il mio prezioso diritto alla milizia nel partito con una conclusione non graniticamente fondata". Non sappiamo se e quando i ricorsi di Terracini e della Ravera - scritti nel febbraio del 1943 - siano stati conosciuti da Togliatti. Nella lettera indirizzata a Bianco - scritta il 10 febbraio del 1943 - Togliatti si riferisce sicuramente alle polemiche violente che a Ventotene avevano investito Terracini e la Ravera provocando, nelle settimane a cavallo tra il 1942 e il 1943, la loro definitiva espulsione, peraltro non ufficializzata e conosciuta solo da pochissimi compagni. Che fare ora? E' quello che si chiede Togliatti dal freddissimo rifugio di Ufa. La lettera che egli manda a Vincenzo Bianco perché sia possibilmente trasmessa al referente in Italia "Quinto" - uno dei nomi di battaglia di Umberto Massola - è un vero classico del repertorio togliattiano. Anzitutto il capo del Pci si protegge le spalle affermando che ogni posizione trotzkista deve essere combattuta con estrema decisione. Ma subito dopo Togliatti arriva al cuore del problema e si chiede: dobbiamo arrivare all' espulsione di Terracini come propone "Tistino" (Togliatti vuole probabilmente riferirsi a "Quintino", nome di battaglia di Scoccimarro), oppure dobbiamo salvaguardare la figura del compagno Terracini in vista dei compiti che attendono il Pci dopo la caduta del fascismo? Togliatti non sembra aver dubbi. Dopo averne sottolineato i difetti (cocciutaggine, orgoglio smisurato, ostinazione nel sostenere le proprie idee anche in minoranza), Togliatti mette bene in chiaro che però bisogna fare il possibile perché Terracini non esca dal carcere "come il dirigente di un gruppo di opposizione in lotta con il partito". La lettera è cosparsa di giudizi velenosi. Il più cattivo riguarda il dogmatico Scoccimarro che non si sarebbe dimostrato, al contrario di Terracini, un esempio di combattività in carcere, e che spinge il suo settarismo fino al ridicolo. Un altro, e la cosa sorprende un po', riguarda Camilla Ravera che, scrive Togliatti, "non vale niente, né come dirigente politico, né come organizzatore. Eccelle solo come intrigante". Ma come, proprio Camilla Ravera, la "maestrina di Acqui", l' intellettuale del gruppo "Ordine nuovo", la più dotata politicamente, in carcere da quasi tre lustri, è liquidata come una poco di buono, capace solo di tessere intrighi? Eppure, quell' "intrigante" era stata - nella drammatica crisi del 1929 - l'unica ad appoggiare incondizionatamente Togliatti contro i "giovani" Longo e Secchia, a rincuorarlo, a convincerlo a non abbandonare la politica di partito.
Verso la ' svolta'
L' impressione che si ricava dalla lettera è poi che Togliatti abbia perfettamente capito che le idee di Terracini non sono più tabù ma cominciano anzi a collimare con le sue. Dal suo eremo di Ufa Togliatti può immaginare il clima, pesante e intollerante, che si è instaurato nel collettivo di Ventotene, dove spadroneggiano Longo, Secchia e Scoccimarro che non hanno mai amato la politica delle grandi alleanze e gli accordi con i partiti democratici e borghesi. Proteggere e salvare Terracini è per Togliatti un modo per rafforzare quella politica che si tradurrà - nella primavera del 1943 - nella "svolta" di Salerno. In una lezione tenuta agli allievi della scuola di Kusnarienko, non lontana da Ufa e dove studiano alcuni italiani, Togliatti ribadisce questi concetti. Bisogna evitare, dice, "l' errore di considerare l' attuale alleanza con le forze democratiche dell' Occidente sinceramente antifasciste, come l' Inghilterra, la Francia e gli Stati Uniti, come qualcosa di passeggero. Non dobbiamo mettere sullo stesso piano il fascismo e le democrazie borghesi. Questa alleanza non è un trucco; ma risponde alle più profonde esigenze della classe operaia". Era in sostanza quello che Terracini non poteva dire nel 1939 e che invece, nell' inverno del 1943, al culmine della "guerra patriottica" combattuta nel nome di Stalin, è diventata una strategia politica finalmente praticabile. C' è poi nell' aria la sensazione che il fascismo abbia le ore contate. Gli alleati ammassano truppe in Nord Africa per lo sbarco in Italia. Il Comintern sta vivendo, in penombra, i suoi ultimi giorni prima del definitivo scioglimento. Dopo trent'anni di esilio Togliatti lascia, come un abito sdrucito il vecchio nome di Ercoli. Sta per aprirsi il fronte italiano, e Togliatti avverte che il combattivo Terracini, uno dei dirigenti più intelligenti espressi dal Pci, potrebbe tornargli utile.
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