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domenica 26 luglio 2026

L'assalto degli incappucciati

Alberto Giulini
No Tav, l’assalto degli incappucciati Sessanta feriti
Corriere della Sera, 26 luglio 2026

Centinaia di No Tav incappucciati hanno dato l’assalto ai cantieri dell’alta velocità nel Torinese. Dopo il corteo partito da Venaus, gruppi di manifestanti hanno raggiunto i lavori di Chiomonte, Salbertrand e San Didero. Duri scontri con lancio di pietre, molotov e bombe carta. La risposta delle forze dell’ordine con idranti e lacrimogeni. In fiamme quattro mezzi di carabinieri, finanza e polizia. Meloni: «La violenza non piegherà lo Stato». Il sindacato di polizia: «Feriti sessanta agenti». A loro il ringraziamento di Sergio Mattarella.

L’orologio segna le 13 in punto quando il lungo serpentone si mette in marcia da Borgata 8 dicembre a Venaus, cuore del festival Alta felicità, la rassegna No Tav arrivata alla decima edizione. «Siamo ventimila — esultano i manifestanti —. Davanti alla distruzione della nostra terra ci contrapponiamo. Oggi vogliamo fermare la Tav, la Val di Susa ci ha insegnato a lottare». Il corteo procede tra gli applausi dei residenti, si affacciano anche bambini a sventolare bandiere No Tav. Ma dopo poche centinaia di metri il lungo serpentone si divide: metà si incammina verso Giaglione e il presidio dei Mulini, il resto del corteo imbocca la strada verso Susa. Di lì a poco inizierà un lungo pomeriggio di scontri e attacchi su più fronti, che segnano il ritorno della guerriglia No Tav, con centinaia di antagonisti incappucciati che hanno usato sassi,bombe carta e anche molotov contro le forze dell’ordine a protezione dei cantieri dell’alta velocità. Il bilancio, ancora provvisorio, ieri sera era di una sessantina di agenti feriti e almeno quattro mezzi dati alle fiamme.

Il fronte più caldo è quello che raggiunge il presidio dei Mulini, dopo una camminata di chilometri e chilometri tra i sentieri nei boschi. A guidare il corteo è un anziano, bandiera No Tav in una mano e bastone per sorreggersi nell’altra. Il serpentone guada un fiume, arriva a ridosso del cantiere di Chiomonte e aspetta di ricompattarsi per dare il via all’assalto più importante. Il «blocco nero», costituito dagli antagonisti eredi degli storici Black bloc che operarono in molte città tra cui Genova durante il G8 del 2001, si fa largo. In settecento entrano nel cantiere, dando il via a una lunga battaglia.

In serata il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha chiamato il ministro dell’interno Matteo Piantedosi per esprimere alle forze dell’ordine la sua «solidarietà e il suo ringraziamento per la loro azione al servizio della comunità nazionale» e sottolineare la sua vicinanza agli agenti feriti. Piantedosi vede nei fatti di ieri «la conferma di una volontà, da parte di qualcuno, di dare luogo a un’escalation che richiede la massima attenzione. Serve una presa di posizione unitaria, netta e senza ambiguità da parte di tutte le forze politiche e delle istituzioni».

Per la premier Giorgia Meloni «chi lancia bombe carta, incendia mezzi dello Stato e aggredisce le forze dell’ordine non sta difendendo un’idea, sta attaccando lo Stato. A Chiomonte, dopo quanto accaduto nei giorni scorsi a Bologna, ancora una volta donne e uomini in divisa sono stati bersaglio della violenza di delinquenti incappucciati. A loro va la mia solidarietà e quella del Governo. La violenza non piegherà lo Stato: chi serve l’italia non sarà mai lasciato solo». Vittorio Pisani, capo della Polizia, ha telefonato al questore di Torino Massimo Gambino per ringraziare i poliziotti, i carabinieri ed i finanzieri che anche oggi hanno affrontato un servizio impegnativo e rischioso, esprimendo vicinanza ai numerosi feriti.

La guerriglia No Tav finisce al centro del dibattito politico. Il vicepremier Tajani attacca: «La sinistra è sempre più tollerante, se non addirittura connivente, con i teppisti, i violenti e i gruppi eversivi, da Bologna alla Val di Susa». II vicepremier leghista Matteo Salvini parla di «frutti avvelenati e violenti di una sinistra che alimenta odio e delegittimazione contro le forze dell’ordine». «I No Tav che hanno assalito i cantieri e bruciato camionette dei carabinieri sono dei criminali che devono pagare», afferma Matteo Renzi. Condanne anche dal Pd: «La violenza non è mai accettabile, solidarietà alle forze dell’ordine aggredite», dice il responsabile sicurezza del Pd, Matteo Mauri. Per il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, «le gravissime violenze meritano una condanna ferma e senza alcuna ambiguità» ma «il diritto al dissenso merita sempre piena tutela».


venerdì 6 febbraio 2026

Il ribelle inafferrabile

Giulia Sorrentino
La tattica degli antagonisti: i guerriglieri "senza volto" per attaccare la polizia

Il Giornale, 6 febbraio 2026

 La guerriglia urbana avvenuta sabato a Torino continua a tenere banco anche e soprattutto per la decisione adottata dal giudice per le indagini preliminari. Dei tre soggetti che sono stati fermati per aver aggredito le forze dell'ordine nel corteo pro Askatasuna, uno è agli arresti domiciliari e due hanno solo l'obbligo di firma. Ma come mai sono stati solo tre i fermi, se la devastazione a cui abbiamo assistito ha coinvolto centinaia di manifestanti e se nelle carte si fa riferimento a un gruppo organizzato di oltre 1500 persone?

Perché è cambiata la strategia dell'eversione: la Digos è perfettamente a conoscenza dei profili da monitorare, di chi è potenzialmente pericoloso e di chi frequenta abitualmente realtà a cavallo tra anarchici, pro Pal, gruppi di boicottaggio e centri sociali. Ma sono proprio queste realtà che, avendo compreso di essere facilmente identificabili, hanno messo in atto una strategia di vero e proprio reclutamento che avviene anche e soprattutto via social, di persone incensurate che però abbiano la predisposizione a delinquere.

In questo modo per le forze di sicurezza è molto più difficile intercettare i volti dei violenti che, oltre a essere interamente coperti, non compaiono nel sistema che loro utilizzano.

Si chiama SARI (Sistema Automatico di Riconoscimento Immagini) lo strumento che viene utilizzato in questi casi, in dotazione presso il Ministero dell'Interno e la Direzione Centrale Anticrimine della Polizia dal 2017: confronta i volti dei soggetti ripresi dalle videocamere con un database a disposizione di milioni di immagini. Ma se si è incensurati la comparazione diventa decisamente più complessa, perché questa ricerca avviene a partire da immagini del volto già in possesso della banca dati della Polizia e non c'è ad oggi un sistema che permetta di oltrepassare questo step. Un settore, quello del riconoscimento facciale, che secondo gli addetti ai lavori necessiterebbe di ulteriori step e investimenti soprattutto considerando il clima di perenne conflitto nelle piazze italiane.

Va, infatti, considerato un altro tassello che fa convergere sulle informazioni di cui Il Giornale è in possesso: prima del corteo erano state fatte circa 600 identificazioni. Ma nessuna di queste ha poi avuto un riscontro oggettivo relativamente agli scontri. Volti nuovi, dinamiche sottotraccia di un movimento che si sta organizzando in fretta e a raggiera.

E questa escalation non può che allarmare l'intelligence. Proprio perché il nodo è rappresentato da una serie di "lupi solitari" che in serie e in parallelo vengono fatti convergere con il solo scopo della sovversione.

Ed è proprio questo il motivo in cui risiedono i pochissimi fermi di Torino e le sole 24 denunce.

Perché i frontman della violenza sono sempre meno volti noti e sempre più incensurati che magari erano alla loro prima piazza. L'imprevisto, quindi, è doppio: lo è per gli agenti che devono prestare servizio fuori dalla loro città con tutte le incognite che ciò comporta, lo è per la mancanza di consapevolezza del livello del rischio. E, infatti, i profili dei due trentenni torinesi che sono stati rimandati a casa con l'obbligo di firma rispecchia questa violenza 2.0. Per cui, se da un lato è necessario rafforzare le misure di contenimento della ferocia con cadenza settimanale, dall'altro è necessario "mettersi al livello dei delinquenti" anche dal punto di vista tecnologico, incrementando i servizi a disposizione degli investigatori.

domenica 1 febbraio 2026

Guerriglia a Torino

Stefano Caselli
Askatasuna, guerriglia a Torino Barricate, fiamme e agenti feriti
Il Fatto Quotidiano, 1 febbraio 2026

Era stata preparata come manifestazione nazionale, attesa come scontro nazionale. Obiettivo raggiunto. Che il corteo pro Askatasuna, annunciato oltre un mese fa, si sarebbe concluso con la peggior guerriglia vista a Torino da molto tempo, era chiaro dall’inizio. E se qualcuno tra i manifestanti e le forze dell’ordine avesse avuto altri obiettivi, è stato tenuto nelle retrovie.
Tre cortei, uno dalla stazione di Porta Nuova, uno da Porta Susa e uno – soprattutto – da Palazzo Nuovo, storica sede delle facoltà umanistiche occupata un paio di giorni fa. Alle 14:30 sono già migliaia le persone in via sant’Ottavio. Il variegato corteo degli studenti (e non solo) si muove dopo poco più di un’ora. In testa lo striscione “Torino partigiana”, in coda – tra slogan anti-Meloni, solidarietà al popolo palestinese e unione ideale con i “resistenti” di Minneapolis – i comitati del quartiere Vanchiglia: famiglie con bambini, vin brulè e panini a offerta libera, signore non più giovani sorridenti e mano nella mano. Il corteo sfila per via Po e piazza Vittorio, fino a congiungersi con gli altri due in arrivo dalle stazioni. Tanta gente, chi dice 50 mila (cifra forse esagerata, ma non troppo). Poi, secondo il percorso concordato con la Questura, il ritorno verso Vanchiglia (il quartiere di Askatasuna a ridosso del centro) lungo corso San Maurizio. Un’ora di cammino, lento, irreale nell’assenza di macchine parcheggiate e saracinesche alzate. Lo snodo fondamentale del percorso concordato sta là in fondo, in quello che i torinesi chiamano Rondò Rivella. Si dovrebbe proseguire verso Barriera di Milano, Torino nord, fino al parcheggio del Cimitero Monumentale, indicato, come fosse una gita fuori porta, come luogo di ritrovo per i gitanti arrivati in pullman.
Che il percorso non sarebbe mai stato quello è evidente fin dalla prima occhiata al massiccio schieramento di forze dell’ordine. Apparentemente inspiegabile. Un consistente cordone di polizia blocca corso Regina Margherita in direzione periferica. Verso il Po, in direzione Askatasuna, il campo è libero, sbarrato centinaia di metri più avanti da un altro massiccio cordone di polizia. Mancano solo le frecce luminose. Arriva l’avanguardia del corteo, si calano i cappucci neri, si indossano le mascherine e gli occhialini da sub. Le signore di Vanchiglia vengono cortesemente invitate a tornare indietro. Poi arriva il furgone da cui partono musica e slogan, che senza esitare svolta a destra, verso Askatasuna.
Cala la sera e iniziano due ore buone di guerriglia urbana: bombe carta, pioggia di lacrimogeni, idranti, bottiglie, pietre, una camionetta della polizia in fiamme (come diversi cassonetti), qualche fermato, almeno una ventina di feriti (tra cui undici poliziotti e un signore colpito violentemente in testa da un palo di metallo, forse perché scambiato per ciò che non era), una troupe Rai aggredita, e barricate nelle vie di Vanchiglia all’ora dell’aperitivo, tra spargimenti di sangue e di detersivo, per citare De André. Il ministro dell’interno Matteo Piantedosi attacca “gli antagonisti ospiti dei centri sociali occupati abusivamente anche grazie a coperture politiche ben identificabili”. Guido Crosetto, ministro della Difesa, posta sui social il video dell’agente accerchiato e pestato: “Questi non sono manifestanti. Si comportano da nemici, da terroristi, da guerriglieri. Vanno trattati per quello che sono”. Il presidente Sergio Mattarella ha chiamato Piantedosi perché trasmettesse la sua solidarietà al poliziotto.
L’ennesimo Giorno della Marmotta di Torino si placa (relativamente) poco dopo le 20. Esultano (sotto una patina di indignazione) gli ultras della repressione, si ritirano soddisfatti gli incappucciati. Resta la frustrazione di tutti gli altri, compresi politici e intellettuali di area progressista. In piazza c’era anche un pezzo vero di città a cui non piace l’aria che tira.

venerdì 16 gennaio 2026

Capire la guerra. Marx, Nietzsche, Hegel

Paolo Ercolani 
Perché tre grandi filosofi possono tornare utili per capire il mondo contemporaneo
Il Fatto quotidiano, 15 gennaio 2026

Tre grandi filosofi possono tornare oltremodo utili per comprendere il mondo contemporaneo, poche altre volte tanto complesso e contraddittorio.

Il primo è certamente Marx, con la sua idea di fondo per cui la struttura del sistema di produzione del momento (capitalismo) non si limita a imporre una sovrastruttura ideologica funzionale al sistema stesso, ma produce anche delle azioni politiche necessarie al contesto economico mutato.

Il motivo per cui Usa e Cina, con in subordine Russia e India, stanno ridisegnando la propria politica di potenza, non senza rischi concreti di generare una terza guerra mondiale, è sostanzialmente legato a un’economia in cui gli Stati Uniti non sono più dominanti e hanno un bisogno spasmodico di ridefinire le proprie sfere di influenza con le terre da cui attingere risorse. Lo stesso vale, anche se al momento in misura più ridotta, per una Cina che da una parte sente aprirsi le porte di un primato economico mondiale e, dall’altra, teme che il mercato interno limitato possa rappresentare un ostacolo sostanziale al raggiungimento dell’obiettivo.

Pensare di spiegare le guerre, o comunque i blitz violenti, con le sole categorie della morale antiviolenta, da questo punto di vista, rischia di rivelarsi un esercizio etico tanto inutile quanto fuorviante. Specie per coloro che vivono nell’Occidente benestante anche grazie a secoli di colonialismo e imperialismo, e che forse si trovano adesso a contestarlo anche perché quel benessere non è più tale né distribuito quanto lo è stato per tutta la seconda metà del Novecento.

Nel pensiero di Marx non c’era spazio per la morale, ma in compenso vi era la consapevolezza inquietante per cui il debole non aspetta altro che diventare il più forte per poi esercitare il proprio dominio. La Storia è un equilibrio di rapporti di forza, non di morali della debolezza, come ben sanno tre figure “forti” del calibro di Trump, Putin e Xi Jinping, e sembrano dimenticare troppe “anime belle” del pacifismo da tastiera e a intermittenza.

Qui giungiamo al secondo filosofo, Friedrich Nietzsche. Costui, senza troppi giri di parole, aveva spiegato che il mondo umano è governato dalla volontà di potenza, quella sorta di legge cosmica che spinge inesorabilmente il più forte a esercitare un dominio anche violento su tutto ciò che è più debole. Ma spinge anche il più debole, impossibilitato a razzolare male per via della propria debolezza, a servirsi delle buone prediche della morale per conseguire una potenza di tipo alternativo.

Quando la Atene di Pericle, descritta dai manuali scolastici come primo esempio di “democrazia”, condusse una guerra di sottomissione, rapina e violenza contro il pacifico popolo di Melo – colpevole soltanto di non volersi schierare nel conflitto fra la stessa Atene e Sparta – lo storico Tucidide narra che i diplomatici ateniesi fecero pervenire questo messaggio ai propri interlocutori: “La saggezza di non mettervi contro il più forte dovrebbe consigliarvi di arrendervi […] Noi infatti crediamo che per le legge di natura chi è più forte comandi. Che questo lo faccia la divinità, lo crediamo per convinzione; che lo facciano gli uomini, lo crediamo perché è evidente. E ci serviamo di questa legge senza averla istituita noi per primi, ma perché l’abbiamo ricevuta già esistente e la lasceremo valida per tutta l’eternità, certi che voi e altri vi sareste comportati nello stesso modo se vi foste trovati padroni della nostra stessa potenza”.

Insomma, ben lungi dal considerare la guerra cosa buona o necessaria, bisognerebbe perlomeno ricordarsi, però, della natura umana: quella che è incline alla potenza senza le distinzioni geopolitiche di cui si servono i giudici certi e infallibili delle rispettive tifoserie.

Qui arriviamo al terzo filosofo: Hegel. Serve per spiegare quello che chiamo “cortocircuito degli opposti” (a favore di Putin o della Nato, di Trump o di Maduro, senza possibilità di sfumature di intelligenza del reale). Sì, perché mentre Hegel invitava a superare l’adesione alle antitesi nette, in genere innervata di moralismo fanatico, le troppe tifoserie che popolano il tempo attuale sembrano essere cadute vittime dell’iper-informazione resa possibile dalla Rete: quella che ci ha fatto scoprire un dato tanto ovvio quanto sconosciuto fino ai tempi della sola informazione mainstream. Ossia che nessuno dei soggetti in campo, o in guerra, ha completamente ragione, non presenta scheletri nell’armadio, non è mosso da interessi economici e, soprattutto, non manifesta una élite di potere incline a sfruttare il popolo per i propri scopi. Mutatis mutandis vale per tutti i soggetti in campo, nessuno escluso: Usa, Venezuela, Israele, Hamas, Russia, Ucraina, Iran etc.

Il fatto è che, grazie all’ipertrofia informativa delle Rete (l’occhio umano non vede al buio ma neppure quando c’è troppa luce, scriveva Platone), chiunque voglia prendere posizione in maniera netta ed esente da dubbi, trova materiale sufficiente per ammantare di sacra e violenta verità la propria parte, formulando le accuse peggiori contro l’altra. Un giochino mediatico ad esclusivo beneficio di influencer, politici di piccolo calibro (la grande maggioranza) e in generale di un teatrino informativo in pieno black-out intellettivo.
Non a caso Hegel scriveva che solo la Storia è quel tribunale implacabile che si incarica di smentire le favolette parziali con cui troppi amano illudersi o farsi forti.

Chi si ostinasse a non capire, giudichi pure “cerchiobottista” questo intervento. Il cui unico intento, invece, è ricordare che se non torniamo all’intelligenza delle sfumature, oltre a capire poco, innescheremo conflitti sempre più distruttivi.

lunedì 22 dicembre 2025

Arroccati sullo scontro

Gianni Oliva 
Quei centri sociali arroccati sullo scontro

La Stampa, 22 dicembre 2025

Di fronte allo sgombero di Askatasuna (e settimane fa del Leoncavallo) mi lasciano perplesso le prese di posizione indignate, le raccolte firme e i riferimenti storici al “movimentismo” del ’68. Le lotte partite simbolicamente con la “battaglia di Valle Giulia” (1 marzo 1968) e proseguite per almeno un biennio, videro coinvolte centinaia di migliaia di manifestanti, studenti figli della buona borghesia e operai immigrati dell’ “autunno caldo”. Ci furono errori, frange violente, farneticazioni ideologiche (non a caso, sfociate poi nella deriva degli anni di piombo e di tritolo): ma all’origine del movimento c’era la contestazione di “un modo di gestire il potere” in nome di “un altro modo”, per quanto confuso e informe. Si leggeva; si studiava; si discuteva fino all’esaurimento nelle assemblee. Era l’effervescenza italiana (e occidentale) di un mondo che si ribellava all’ordine postbellico e che aveva i suoi simboli nel Vietnam, in “Che” Guevara, in Nelson Mandela, in Martin Luther King, in Jan Palach.

Ben diverso è l’ “antagonismo” dei Centri Sociali: contro la Tav o contro Netanyhau, contro La Stampa o contro Leonardo, l’essenza è l’opposizione. Non si tratta di contestare un modo di gestire il potere, ma di contestare il potere in sé. Dimenticando, così, che il potere non è un’astrazione: il potere significa organizzazione della comunità, e si manifesta in migliaia di forme diverse. Le rivoluzioni che hanno cambiato il mondo hanno combattuto la forma storica in cui il potere si materializzava e hanno affermato al suo posto una forma storica nuova: è stato così per i liberali del 1789, per i giacobini del 1793, per i bolscevichi del 1917, per le lotte di liberazione anticoloniale. Non tutti gli esiti rivoluzionari sono stati positivi, ma tutti sono partiti dalla critica dell’esistente e da una prospettiva concreta di cambiamento.

L’ “antagonismo” esprime invece una forma di disagio esistenziale che trova la sua identità proprio nell’essere negazione: se all’ “antagonista” si toglie la caratteristica di “essere contro”, che cosa gli rimane? L’errore del Sindaco e della Giunta di Torino (al netto delle speculazioni politiche sin troppo facili) è stato pensare che l’ “antagonismo” si potesse normare, che allo scontro potesse succedere la collaborazione. Intento lodevole, ma se il progetto avesse funzionato, l’antagonismo non sarebbe più stato sé stesso: e per questo non poteva funzionare. I Centri Sociali innalzano di volta in volta bandiere occasionali, sventolate senza conoscerne il retroterra. Ieri il G7, oggi il No-Tav e i Pro-Pal, domani chissà. È vero che essi alimentano anche iniziative di quartiere ed esprimono forme di creatività (tipiche peraltro di tutte le manifestazioni di ribellismo), ma l’essenza è un’altra. Non a caso, gli antagonisti non hanno riferimenti in personaggi di statura o movimenti riconosciuti, ma si raccolgono attorno a slogan.

La nostra democrazia, espressa attraverso la libertà di voto, non è certamente perfetta, soprattutto in questa stagione, dove la libertà è sulla bocca di tutti mentre pochi si ricordano dell’uguaglianza e della giustizia. Ma, come disse sarcasticamente Winston Churchill nel 1947 alla Camera dei Comuni, «la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme sperimentate finora». Oggi servono energie positive che si battano per cambiare le anomalie e le esclusioni, generazioni giovani che si impegnino nelle battaglie per migliorare la forma storica del “potere”, non negatori seriali arroccati nella logica dello scontro. Vale per Askatasuna e Leoncavallo, vale per CasaPound (a proposito, a quando lo sgombero di via Napoleone III a Roma…?).