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venerdì 6 febbraio 2026

Il ribelle inafferrabile

Giulia Sorrentino
La tattica degli antagonisti: i guerriglieri "senza volto" per attaccare la polizia

Il Giornale, 6 febbraio 2026

 La guerriglia urbana avvenuta sabato a Torino continua a tenere banco anche e soprattutto per la decisione adottata dal giudice per le indagini preliminari. Dei tre soggetti che sono stati fermati per aver aggredito le forze dell'ordine nel corteo pro Askatasuna, uno è agli arresti domiciliari e due hanno solo l'obbligo di firma. Ma come mai sono stati solo tre i fermi, se la devastazione a cui abbiamo assistito ha coinvolto centinaia di manifestanti e se nelle carte si fa riferimento a un gruppo organizzato di oltre 1500 persone?

Perché è cambiata la strategia dell'eversione: la Digos è perfettamente a conoscenza dei profili da monitorare, di chi è potenzialmente pericoloso e di chi frequenta abitualmente realtà a cavallo tra anarchici, pro Pal, gruppi di boicottaggio e centri sociali. Ma sono proprio queste realtà che, avendo compreso di essere facilmente identificabili, hanno messo in atto una strategia di vero e proprio reclutamento che avviene anche e soprattutto via social, di persone incensurate che però abbiano la predisposizione a delinquere.

In questo modo per le forze di sicurezza è molto più difficile intercettare i volti dei violenti che, oltre a essere interamente coperti, non compaiono nel sistema che loro utilizzano.

Si chiama SARI (Sistema Automatico di Riconoscimento Immagini) lo strumento che viene utilizzato in questi casi, in dotazione presso il Ministero dell'Interno e la Direzione Centrale Anticrimine della Polizia dal 2017: confronta i volti dei soggetti ripresi dalle videocamere con un database a disposizione di milioni di immagini. Ma se si è incensurati la comparazione diventa decisamente più complessa, perché questa ricerca avviene a partire da immagini del volto già in possesso della banca dati della Polizia e non c'è ad oggi un sistema che permetta di oltrepassare questo step. Un settore, quello del riconoscimento facciale, che secondo gli addetti ai lavori necessiterebbe di ulteriori step e investimenti soprattutto considerando il clima di perenne conflitto nelle piazze italiane.

Va, infatti, considerato un altro tassello che fa convergere sulle informazioni di cui Il Giornale è in possesso: prima del corteo erano state fatte circa 600 identificazioni. Ma nessuna di queste ha poi avuto un riscontro oggettivo relativamente agli scontri. Volti nuovi, dinamiche sottotraccia di un movimento che si sta organizzando in fretta e a raggiera.

E questa escalation non può che allarmare l'intelligence. Proprio perché il nodo è rappresentato da una serie di "lupi solitari" che in serie e in parallelo vengono fatti convergere con il solo scopo della sovversione.

Ed è proprio questo il motivo in cui risiedono i pochissimi fermi di Torino e le sole 24 denunce.

Perché i frontman della violenza sono sempre meno volti noti e sempre più incensurati che magari erano alla loro prima piazza. L'imprevisto, quindi, è doppio: lo è per gli agenti che devono prestare servizio fuori dalla loro città con tutte le incognite che ciò comporta, lo è per la mancanza di consapevolezza del livello del rischio. E, infatti, i profili dei due trentenni torinesi che sono stati rimandati a casa con l'obbligo di firma rispecchia questa violenza 2.0. Per cui, se da un lato è necessario rafforzare le misure di contenimento della ferocia con cadenza settimanale, dall'altro è necessario "mettersi al livello dei delinquenti" anche dal punto di vista tecnologico, incrementando i servizi a disposizione degli investigatori.

lunedì 2 febbraio 2026

L'uso politico degli incidenti

Simone Alliva
Askatasuna, gli utili delinquenti. Governo all'assalto dei giudici (e dei diritti)

Domani, 2 febbraio 2026

«Le Br». «I comunisti». «Gli squadristi rossi». «L’Antistato». Con una Torino ancora impregnata dell’acre odore dei lacrimogeni, il governo Meloni abbandona ogni prudenza e imputa all’opposizione la guerriglia urbana scoppiata dopo la manifestazione pacifica contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Di fronte alle immagini vergognose del poliziotto accerchiato e picchiato con spranghe e martelli, e oltre cento agenti feriti, il governo evoca gli anni di piombo.

Tamburo battente

Parte in mattinata il ministro della Difesa, Guido Crosetto: «Devono essere combattuti come sono state combattute le Brigate Rosse e non essere trattati come “compagni che sbagliano”». Ma è la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a spostare ancora più in là il fronte, puntando sulla magistratura: «Se i poliziotti avessero reagito agli aggressori sarebbero già iscritti nel registro degli indagati», scrive sui social dopo aver visitato a sorpresa alle Molinette due agenti feriti durante gli scontri. «Mi aspetto che la magistratura valuti questi episodi per quello che sono, senza esitazioni».

A tamburo battente seguono i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini. «Mai più quello che abbiamo visto negli anni 70 e 80. Tutte le forze politiche isolino i violenti ed approvino il pacchetto sicurezza», scrive su X Tajani. E Salvini ci mette il carico: «Speriamo che gli arrestati non trovino un giudice buonista pronto a rimetterli in libertà». Per poi chiedere: «Subito il nuovo pacchetto sicurezza che prevede più tutele alle forze dell'ordine, e soprattutto l'obbligo di una cauzione per chi scende in piazza come proposto dalla Lega».

Dopo il tentativo fallito a settembre la proposta riaffiora: far pagare in anticipo chi organizza le manifestazioni. La Cgil non che reagire con durezza: è una proposta impropria e incostituzionale. «Che si fa? A chi non ha le possibilità economiche si toglie il diritto di manifestare?», commenta Lara Ghiglione, segretaria confederale. L’articolo 17 non ammette cauzioni: la libertà di riunione non si paga. Una proposta che aveva ricevuto forti dubbi anche da Forza Italia: «Di difficile attuazione. Bisognerebbe dimostrare che i violenti sono gli organizzatori. Oggettivamente non è quasi mai così», commentava mesi fa il portavoce nazionale azzurro Raffaele Nevi.

Una posizione che, fanno sapere gli azzurri, non cambia. Si anticipa così un altro fronte aperto con il Carroccio che chiede per bocca del sottosegretario all'Interno, Nicola Molteni. «Rapida approvazione di tutte le proposte avanzate dalla Lega».

Intanto l'ordine di scuderia di Palazzo Chigi è chiaro: spingere sul pacchetto sicurezza e colpire l’opposizione. Poco importa che la condanna alle violenze sia stata bipartisan e netta, dalla segretaria del Pd, Elly Schlein («violenza inaccettabile»), al leader del M5s, Giuseppe Conte. Schlein entra nel mirino del deputato di Fratelli d'Italia Federico Mollicone: «I violenti sono comunisti che vi votano e che voi tutelate».

«Affermazione da missino incallito», risponde il dem Dario Parrini. Punta invece alla giunta di Torino, guidata dal dem Stefano Lo Russo, Forza Italia. In una nota il ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, chiede al sindaco non solo di prendere le distanze ma di mettere alla porta Avs: «Fuori l'assessore, fuori Avs dalla maggioranza».

Più preciso il senatore azzurro Roberto Rosso: «C'è un assessore che si chiama Rosatelli deve rimuoverlo immediatamente, Avs non può stare al governo del Comune». E proprio nei confronti di Jacopo Rosatelli, che Fratelli d'Italia presenterà al Comune la mozione di sfiducia.

Solidarietà agli agenti

Sugli agenti feriti non si fermano gesti di solidarietà. Mentre una delegazione del Pd si reca all’ospedale per una visita agli agenti, il capo della polizia Vittorio Pisani fa recapitare loro una lettera: «Grazie, il vostro impegno è garanzia di sicurezza e democrazia». Al momento sono tre gli arresti e ventiquattro i denunciati. Tra gli arrestati anche un ventiduenne, proveniente dalla provincia di Grosseto, individuato grazie ai filmati.

Intanto è annunciata da Meloni per oggi la riunione di maggioranza «per valutare le nuove norme del decreto sicurezza» che dovrebbero arrivare in Cdm già mercoledì. Molti i nodi da sciogliere. Quasi certa l’approvazione di uno scudo penale per gli agenti, nonostante diversi giuristi abbiano fatto notare che verrebbe così meno il diritto di difesa, sottolineando anche un difetto di incostituzionalità: se la legge è uguale per tutti, risulta difficile approvare una scriminante che valga solo per le forze dell'ordine.

In bilico il fermo di polizia preventivo di dodici ore che aveva già incontrato resistenze nella trattativa per lo sblocco del pacchetto sicurezza, prima che fosse proposto al Quirinale. Sulla guerriglia «organizzata», così definita da Arianna Meloni, restano in sospeso i dubbi sollevati dal segretario di Più Europa, Riccardo Magi: «Ci si interroga su come l'irrompere di questo “esercito nero” di antagonisti violenti provenienti da tutt'Europa fosse atteso da tutti e sia puntualmente avvenuto. È evidente che il ministro Piantedosi, tanto bravo a fare propaganda securitaria e a introdurre nuovi reati, lo sia stato molto meno nell’opera di prevenzione». Il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, ha già chiesto al governo una informativa sui fatti di Torino, prevista, probabilmente, martedì.

Repole. Fermezza e dialogo



Giacomo Galeazzi

Repole: "Torino è una capitale della solidarietà e della carità. Chi devasta va denunciato"
La Stampa, 2 febbraio 2026

La guerriglia come ferita da ricucire. «Torino non è una città violenta, è una grande capitale della carità e della solidarietà sociale». Perciò «non può accettare di essere sfigurata in questa sua identità, di essere così manipolata dai cultori della violenza», afferma il cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e Susa, membro in Vaticano dei dicasteri della Dottrina della fede e dei Santi e in Cei della Commissione per l’educazione, la scuola e l’università. Da culla del cattolicesimo sociale Torino si trova ad essere laboratorio ecclesiale nelle tensioni della post-modernità e l’arcivescovo Repole, che per un decennio è stato presidente dei teologi italiani, prende di petto la sfida unendo dottrina e impegno concreto nella vita pubblica.

Così il cardinale lancia un accorato appello a «denunciare con forza chi ha scatenato la guerriglia sabato sera e siamo vicini alle vittime e ai feriti, alle forze dell’ordine». Contemporaneamente è necessaria un’attenta opera di discernimento per inquadrare correttamente quanto accaduto sabato a Torino: «Dobbiamo affrontare le radici delle sofferenze del nostro tempo, non confondendo le frange violente con le migliaia di persone che manifestano pacificamente». Il cardinale crede che «chi ha responsabilità oggi debba compiere proprio lo sforzo di non confondere gli inaccettabili eccessi di alcuni con il sentimento mite della maggioranza e con la sofferenza silenziosa di tanti che vivono la povertà e l’emarginazione». Zero alibi o semplificazioni che sviano l’analisi. «Torino ha sempre saputo chinarsi per curare le ferite prima di punire. Fermeremo la violenza, ma non si dovrà nascondere questa sofferenza e chi lavora per il dialogo», puntualizza Repole.

Quando due mesi fa era stata la redazione de La Stampa ad essere assaltata da frange violente di un corteo l’arcivescovo di Torino aveva richiamato l’attenzione sulla «degenerazione cominciata con lo sdoganamento di parole e linguaggi sempre più violenti».

Nel mirino dei «cultori della violenza» prima «un giornale di tradizionale liberal-democratica colpito come fecero i terroristi negli anni di piombo», poi l’intera città e le forze dell’ordine in un vortice di barbarie. In entrambi i casi «attorno al disagio sociale che i giovani purtroppo vivono davvero in questo tempo di grandi povertà materiali e culturali, stanno tornando a muoversi antiche spinte ideologiche, che cercano la destabilizzazione e scelgono simboli da attaccare».

Si tratta secondo il cardinale Repole di «segnali molto preoccupanti». Ed è «triste che la sofferenza di tanti giovani finisca per essere confusa con questa violenza». Come società «paghiamo anni di distrazione collettiva» rispetto all’escalation di violenza.

Dunque «si dovrebbe invertire questa deriva, ma adesso è diventata un’impresa dura, i social network moltiplicano l’effetto delle parole fuori controllo». Il porporato non pensa «solo a chi spacca le vetrine, penso a chi ha posizioni pubbliche e ruoli di influenza culturale: al di là degli schieramenti ci siamo abituati ad ascoltare valanghe di insulti, aggressioni verbali, diffamazioni di ogni tipo, che vengono spesso pronunciate con sfacciata arroganza. Invece sono reati, preparano il terreno alla violenza e non è giusto che restino impuniti».

Papa Francesco parlava al riguardo dello «spirito di Caino» che alimenta tensioni. Una minaccia per tutti. Sottolinea il cardinale Repole: «Rispetto a noi, penso che la guerra non sia solo quella che si combatte lontano: la guerra trova radici anche qui, nelle nostre strade, nelle nostre case e soprattutto nei nostri cuori se non troviamo alternative alle parole e ai gesti che ci dividono».

Perciò «è inutile che contestiamo le guerre che si consumano nel mondo se non siamo in grado di spegnere i germi di violenza che ci portiamo dentro». da qui l’esigenza di «riconnettere il più possibile il nostro tessuto sociale». Allo stesso tempo «non possiamo non dire che ogni atto o forma di violenza non può che essere bandita».

È infatti «troppo evidente che non si può vivere in una città dove devi avere paura che ci siano degli atti di violenza, in qualunque contesto», avverte l’arcivescovo di Torino. La risposta, sulle orme di Leone XIV, è una pace (anche sociale) «disarmata e disarmante» verso la riconciliazione.

sabato 20 settembre 2025

I miliziani di Hamas


Luca Foschi
Quanti sono i miliziani di Hamas rimasti a Gaza? I numeri degli 007 israeliani

Avvenire, 20 settembre 2025 

«Le forze israeliane continueranno le loro operazioni con una forza senza precedenti. Invitiamo la popolazione a unirsi alle centinaia di migliaia di residenti che sono stati evacuati nella zona umanitaria del sud». Il comunicato del colonnello Avichay Adraee, portavoce in lingua araba delle forze armate israeliane, si è subito tradotto in realtà: sono 15 le persone uccise ieri a Gaza City, 29 in tutta la Striscia, decine i feriti.

La stentorea affermazione lascia immaginare alle persone che non possono o non vogliono partire ulteriori stadi dell’apocalisse, e ha un obiettivo chiaro: contagiare di terrore chi esita ancora nella città per potere procedere senza troppe complicazioni diplomatiche con l’operazione di terra, pianificata per ottenere una vittoria definitiva su Hamas. Non esistono dubbi sulla capacità israeliana di incenerire definitivamente la capitale della Striscia. «In soli cinque giorni 11 strutture dell’Onu che servivano come rifugi per circa 11.000 persone a Gaza City sono state danneggiate. Nell’ultimo mese sono 200.000 i nuovi sfollati dal nord al sud di Gaza, 56.000 solo da domenica», ha dichiarato Stephane Dujarric, portavoce del segretario Onu Guterres. Le perplessità nascono invece intorno al concetto di vittoria. Secondo le stime dell’esercito di Tel Aviv, circa 480.000 palestinesi sono finora fuggite da Gaza City, dirigendosi verso il sud della Striscia:metà dei residenti secondo i militari.
Hamas, che sminuisce il numero degli evacuati e cerca anche con la minaccia di rallentare l’emorragia verso il sud, non è più la forza strutturata di due anni fa. I 7.500 miliziani rimasti secondo i servizi israeliani dentro la città sono diffusi in tutti i quartieri in piccole cellule organizzate per brevi operazioni di assalto e ritirata, sempre più spesso in abiti civili.
L’intelligence ha calcolato che in tutto il territorio dell’enclave il numero complessivo dei guerriglieri sia di 15.000. Si nascondono anche a Deir el-Balah, al-Mawasi e Rafah, come ha dimostrato la morte di quattro soldati israeliani, uccisi giovedì da un ordigno artigianale. La letalità delle tanto conclamate “zone sicure del sud”, dove mancano cibo, medicine, spazio e tende, è soprattutto nella morte quotidiana dei civili palestinesi.
Ieri due bambini sono stati uccisi in una tendopoli di Khan Yunis, bombardata dai caccia. Due morti e numerosi feriti a Deir el-Balah e nel campo profughi di Nuseirat. Ci sono poi i 20 ostaggi ancora in vita, che Hamas può muovere a piacimento. È ingenuo pensare che i commando israeliani possano estrarli vivi dai tunnel. Gaza oggi è una grande trappola senza uscita, per tutti. Forse per questo la settimana scorsa il premier Netanyahu ha discusso, durante un incontro con un gruppo ristretto di ministri, l’ipotesi di permettere ai gazawi, via nave e aereo, la «partenza volontaria». Intanto, il valico di Zikim, che permetteva il flusso di aiuti nel nord e a Gaza City, aree per cui l’Onu ha dichiarato ufficialmente la carestia, è stato chiuso il 12 settembre. Ieri Israele ha sbarrato fino a nuova comunicazione anche il valico di Allenby al confine con la Giordania.
La decisione segue l’uccisione di due soldati israeliani da parte di un uomo giordano che guidava, con regolare permesso, un camion di aiuti diretto a Gaza. Chiuso anche il Jordan River Crossing, a nord. Sono quattro in media le persone che muoiono ogni giorno per cause legate alla malnutrizione.
La trappola senza uscita è anche diplomatica: «La dichiarazione ufficiale di carestia ha utilizzato una metodologia errata», ha affermato ieri Morgan Ortagus, l’ambasciatrice Usa all’Onu, opponendo per la sesta volta il veto a una risoluzione del Consiglio di sicurezza che chiedeva l’immediato cessate il fuoco a Gaza e il rilascio degli ostaggi. La risoluzione, ha aggiunto Ortagus, «non condanna Hamas né riconosce il diritto di Israele a difendersi, e legittima ingiustamente le false narrazioni a beneficio di Hamas».
Tutti gli altri 14 membri hanno votato a favore. E a testimoniare il clima ingenerato da Trump e definito «scandaloso» da Mosca, alla fine il presidente dell'Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, potrà intervenire solo in video-collegamento (dopo che gli Usa gli hanno negato il visto), all'Assemblea generale dell'Onu la prossima settimana quando Francia, Gran Bretagna e Australia riconosceranno lo Stato palestinese.


mercoledì 14 maggio 2025

Pepe Mujica

 


È morto José "Pepe" Mujica, ex presidente dell'Uruguay e grande voce dell'America Latina

L'ex guerrigliero era diventato uno dei leader più rispettati dell'America Latina. Membro del partito di sinistra Frente Amplio, ha guidato il paese dal 2010 al 2015. Proveniente da una famiglia di agricoltori e noto per la sua integrità, ha donato il 90% del suo stipendio presidenziale in beneficenza.

Denis Merklen (sociologo, direttore dell'Istituto di Studi Latinoamericani  Avanzati)

L'ex presidente uruguaiano José "Pepe" Mujica, 89 anni, è morto martedì 13 maggio di cancro all'esofago, ha annunciato l'attuale presidente Yamando Orsi . L'ex guerrigliero era diventato uno dei leader più ascoltati, rispettati e popolari dell'America Latina. Le riforme da lui contribuì ad attuare in qualità di Presidente della Repubblica (2010-2015) segnarono l'ingresso dell'Uruguay nel XXI secolo.

José Mujica Cordano nacque il 20 maggio 1935 in una zona semi-rurale a ovest di Montevideo. Figlio unico di una famiglia di contadini, aveva solo 8 anni quando morì il padre. Ha dedicato buona parte della sua infanzia e giovinezza al ciclismo e alla coltivazione di fiori nel piccolo appezzamento di terra che coltivava con la madre, fiori che vendeva nei mercati della capitale. Ma il giovane José continuò gli studi fino al conseguimento della laurea, per poi iscriversi a un corso preparatorio di giurisprudenza presso l'Instituto Alfredo Vázquez Acevedo, un liceo pubblico situato dietro l'Università della Repubblica, dove entrò in contatto con buona parte della giovane intellighenzia dell'Uruguay degli anni Cinquanta.

Il Paese dispone già di un sistema di istruzione pubblica esemplare, che forma i migliori intellettuali del Paese, tra cui molti rifugiati spagnoli della guerra civile. Il giovane Mujica militò nell'ala più progressista del Partito Nazionale (centro-destra), che abbandonò nel 1962 per fondare l'Unione Popolare, in alleanza con il Partito Socialista. Un anno dopo, contribuì a fondare uno dei gruppi di guerriglia più famosi dell'America Latina, il Movimento di Liberazione Nazionale Tupamaros, di cui sarebbe diventato uno dei principali leader.

L’urgenza della “rivoluzione”

Con 2,7 milioni di abitanti, l'Uruguay rappresentò un'eccezione nella regione, grazie alle riforme del presidente José Batlle (1903-1907 e 1911-1915). La pena di morte fu abolita nel 1907, il divorzio legalizzato nel 1913, la Chiesa si separò dallo Stato nel 1917 e le donne hanno il diritto di voto dal 1927. Grazie al peso considerevole di un sistema salariale protettivo che copre più di tre quarti della sua popolazione attiva e a un tasso di urbanizzazione superiore all'80% dagli anni '30, l'Uruguay ha un modello sociale che ha portato il sociologo Alain Touraine ad affermare che questo Paese ha inventato la socialdemocrazia, ben prima dell'Austria o della Germania.

Tuttavia, a partire dal 1950, la situazione economica dell'Uruguay si fece sempre più difficile. L'economia è stagnante, l'inflazione e la disoccupazione sono fuori controllo. I due partiti di governo (Nacional e Colorado) si stanno rivelando incapaci di dare una nuova direzione alla piccola repubblica. I giovani ritengono che il Paese non abbia futuro, sia dilaniato dalla corruzione e stia diventando insopportabile per povertà e disuguaglianza.

Mujica e i suoi compagni giungono alla conclusione che la "Svizzera dell'America Latina" si sta dirigendo inevitabilmente verso una dittatura. Si organizzano per resistere all'autoritarismo e porre fine alle ingiustizie. Una recente esplorazione degli archivi diplomatici rivela che questa diagnosi è condivisa dai successivi ambasciatori francesi a Montevideo: vari settori dell'esercito hanno cospirato fin dal 1964 con il sostegno delle amministrazioni nordamericane. I giovani abbandonarono le strutture partigiane della sinistra socialista, comunista e cristiana e imbracciarono le armi: si chiamarono "Tupamaros", in riferimento ai gauchos ribelli dichiarati fuorilegge dall'amministrazione coloniale spagnola. Essi pongono con urgenza la necessità di una "rivoluzione".

Fidel Castro e i suoi compagni cubani hanno dimostrato che la volontà politica può superare dittatori, imperi e inerzia conservatrice. Altri esempi sono il Vietnam e l'Algeria. Ma questa gioventù istruita dell'Uruguay, che si sente capace di prendere in mano il proprio destino, non seguirà nessuna ricetta, né quella dei foco , dei centri di guerriglia rurale di Che Guevara, né quella maoista dell'accerchiamento delle città da parte delle campagne: la lotta sarà urbana.

Grazie alla loro creatività, i Tupamaros sono diventati un esempio per decine di gruppi armati nelle capitali di tutto il mondo, dalla Palestina alla California, passando per Italia, Francia e Germania. Nel 1971, 111 guerriglieri, tra cui Mujica, fuggirono attraverso un tunnel dal carcere maschile di Punta Carretas, dove erano detenuti. Poche settimane prima, decine di Tupamaras erano evase dal carcere femminile di Punta de Rieles. Nello stesso anno, i Tupamaros smascherarono l'agente della CIA Dan Mitrione, esperto in tecniche di tortura e controinsurrezione, e lo giustiziarono, ispirando il film Stato d'assedio (1973) , di Costa Gavras, con Yves Montand nel ruolo della spia. Rapiscono e poi rilasciano ministri, ambasciatori e diplomatici.

In un celebre testo intitolato "Imparate da loro", lo scrittore Régis Debray scrisse nel 1971  : "È in corso (...) una lotta violenta che potrebbe arrivare a preoccupare le avanguardie rivoluzionarie di tutto il mondo. La potenza esplosiva della lotta dei Tupamaros contro l'oligarchia del loro paese si estende ben oltre i confini dell'Uruguay. Non per queste operazioni sensazionali – rapimenti, espropriazioni, attacchi militari, fughe di massa – che fanno (...) notizia sui giornali. Ma per una ragione al tempo stesso meno spettacolare e più decisiva: semplicemente perché [hanno] inaugurato con successo un nuovo modo di intraprendere la rivoluzione socialista."

Il ritorno della socialdemocrazia

La paura del contagio tra i giovani delle capitali occidentali era così forte che, venerdì 16 giugno 1972, il Consiglio della NATO si riunì a Bruxelles per studiare il caso dei Tupamaros con un'analisi commissionata a Geoffrey Jackson, ambasciatore britannico in Uruguay, che era stato tenuto prigioniero per otto mesi nella prigione del popolo.

Alla fine del 1972 la guerriglia venne definitivamente sconfitta dall'esercito. I suoi leader e molti dei suoi dirigenti sono in prigione, gli altri sono andati in esilio. Nove leader, tra cui Mujica, furono dichiarati "ostaggi" dalla dittatura militare instaurata dopo il colpo di stato del giugno 1973 e tenuti in terribili condizioni di totale isolamento e tortura per quasi tredici anni, in prigioni spesso ricavate in fosse clandestine di caserme. Tutti i Tupamaros vennero rilasciati nel marzo 1985, in seguito al ritorno della democrazia, nell'ambito di un'amnistia generale per tutti i prigionieri politici.

Quattro anni dopo, nel 1989, Mujica e i Tupamaros crearono il Movimento di Partecipazione Popolare (MPP), parte integrante dell'alleanza di sinistra Frente Amplio (Fronte Ampio). L'MPP detiene ancora il gruppo di legislatori più numeroso del Paese e dalle sue fila proviene il presidente eletto il 24 novembre 2024, Yamandu Orsi . Mujica si candidò per la prima volta nel 1995, venendo eletto membro del Parlamento. Nel 2000 è stato senatore, nel 2005 ministro dell'Agricoltura, nel 2010 presidente della Repubblica e di nuovo senatore nel 2015 e nel 2019.

Durante i tre governi del Frente Amplio, tra il 2005 e il 2020, il piccolo paese del sud si è ricollegato al suo passato socialdemocratico o "battleista". Approfittando di una situazione favorevole per l'esportazione di prodotti agricoli, l'Uruguay sta riattivando la propria economia e rompendo la dipendenza energetica, investendo massicciamente nelle fonti rinnovabili, per arrivare oggi a produrre il 98% di energia elettrica priva di emissioni di carbonio. Il lavoro salariato sta tornando ad essere la norma grazie alla riduzione volontaria del lavoro nero e al ripristino dei "consigli congiunti" aboliti dalla dittatura. La povertà viene dimezzata e la povertà estrema ridotta all'1% della popolazione; il sistema sanitario viene riformato, offrendo un accesso abbastanza equo alla salute attraverso un mix tra pubblico e privato.

Sotto la presidenza di Mujica, l'Uruguay ha legalizzato l'aborto (2012) e il matrimonio tra persone dello stesso sesso (2013) e ha regolamentato il consumo e la produzione di cannabis nel 2014. Nello stesso anno sono state approvate una legge che modernizza la procedura penale e una legge volta a limitare gli effetti monopolistici della concentrazione della stampa.

"Il presidente più povero del mondo"

Tuttavia, le conseguenze della crisi finanziaria internazionale del 2007-2008 si fanno ancora sentire. L'economia sta rallentando, l'inflazione sta aumentando e i posti di lavoro stanno diventando scarsi. L'invecchiamento dei leader politici della sinistra, tra cui Mujica, che aveva 84 anni al momento delle elezioni presidenziali del 2019, ha fatto il resto. Con uno scarto risicato di 30.000 voti, la sinistra perse le elezioni. Il vecchio leader viene criticato per le sue dichiarazioni improvvisate, che sembrano essere state pronunciate senza pensarci e che spesso offendono alcune fasce dell'elettorato. I governi del Frente Amplio vengono criticati principalmente per le loro carenze in termini di insicurezza.

Resta il fatto che, ancor prima di diventare presidente della Repubblica, l'ex guerrigliero aveva acquisito un'immensa autorità all'interno della sinistra latinoamericana. Una reputazione che si basa sull'immagine dell'Uruguay come società democratica ed egualitaria, su quella del Frente Amplio, di cui si ammira la capacità di preservare l'unità della sinistra dal 1971, e infine su quella dei Tupamaros, questo gruppo guerrigliero che non è mai stato ossessionato dalla violenza ed è riuscito a evitare il radicalismo e il settarismo.

La BBC e buona parte della stampa internazionale elogeranno l'integrità morale nell'esercizio del potere di colui che viene presentato come il "presidente più povero del mondo" . Un'etica che nasce da una vita condotta sempre con la stessa frugalità, guidando al fianco della sua compagna, Lucia Topolansky, al volante del suo Maggiolino Volkswagen sulle strade sterrate che dalla sua piccola fattoria, la "  chacra", lo conducono al palazzo presidenziale. Dove, dopo una giornata di esercizio del potere, lo vediamo mentre si prende cura delle sue margherite, del suo cane a tre zampe Manuela e mentre riceve, sulle sedie di plastica del suo giardino, autorità, giornalisti e celebrità provenienti da tutto il mondo.

Il 6 dicembre 2024, il presidente brasiliano Lula e il presidente colombiano Gustavo Petro si recarono lì insieme per consegnare a Mujica, già molto malato, il Cruzeiro do Sul e la Cruz de Boyaca, le massime onorificenze dei rispettivi Paesi. Durante tutto il suo mandato presidenziale, José Mujica ha donato il 90% del suo stipendio in beneficenza.

Trasferimento del potere ai giovani

Forte della sua immagine, Mujica tenne due discorsi che ebbero risonanza mondiale. L'uomo che non ha né un account Twitter, né un account Facebook, e nemmeno uno smartphone, è intervenuto nel 2012 al vertice delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile a Rio de Janeiro, poi nel 2013 alla 68a assemblea delle Nazioni Unite  a New York. E ogni volta suscita un vero e proprio scalpore sulle reti.

Le sue numerose interviste e i suoi video sono stati visualizzati decine di milioni di volte ed è stato oggetto di innumerevoli articoli di stampa, numerosi reportage e documentari, tra cui El Pepe. Una vita suprema (2018) di Emir Kusturica e romanzi come Compañeros (2019) di Alvaro Brechner. Da Les Tupamaros. Guérilla urbaine en Uruguay, d’Alain Labrousse, en 1971 (Seuil).I ​​Tupamaros in poi gli sono stati dedicati decine di libri . Guerriglia urbana in Uruguay , di Alain Labrousse, nel 1971 (Seuil).

Il vecchio attivista attribuisce poca importanza all'essere al potere, perché, per lui, "è solo una circostanza"  ; Vuole lasciare "una barra" ("un gruppo") di giovani attivisti capaci di dare impulso a nuove energie di trasformazione sociale. Come se fosse un fedele discepolo di Hannah Arendt, Mujica associa la libertà alla politica e ripete ai giovani: "Non sei una formica o uno scarafaggio, perché hai una coscienza". Invece di seguire un destino naturale, una tradizione o condurre una vita senza senso, puoi fare qualcosa con il mondo in cui vivi. Prendi la vita nelle tue mani e costruisci un progetto collettivo. »

Poi, come se seguisse i Manoscritti del 1844 del giovane Karl Marx, mette in guardia contro i pericoli dell'alienazione sociale. “Non sprecare il tuo tempo lavorando per guadagnare soldi, avrai solo sprecato la tua vita, il tempo della tua vita, la cui unica cosa importante è viverla con gli altri… Vivi come pensi o finirai per pensare come vivi!” E per contraddire chi lo definisce povero: «Io non sono povero, non mi sottometto all'obbligo di perdere tempo a guadagnare denaro. Mi tengo la libertà di stare con gli altri. »

Nel 2020, Mujica ha lasciato il suo incarico di senatore e rinunciato a tutte le sue responsabilità per far spazio ai giovani. Nel suo ultimo libro di interviste con gli scrittori Carlos Martell e Mario Mazzeo, Semillas al viento ("Semi nel vento", Ediciones del Berretín, 2022, non tradotto), affermava: "A cosa serve un vecchio albero se non lascia passare la luce affinché nuovi semi possano crescere tra le sue foglie?". Quest'uomo comune e il suo gruppo di compagni potrebbero averci mostrato come evitare le trappole della storia.

https://www.lemonde.fr/disparitions/article/2025/05/13/jose-pepe-mujica-ancien-president-de-l-uruguay-et-grande-voix-de-l-amerique-latine-est-mort_6605847_3382.html?lmd_medium=pushweb&lmd_campaign=pushweb&lmd_titre=jose_pepe_mujica_ancien_president_de_l_uruguay_et_grande_voix_de_l_amerique_latine_est_mort&lmd_ID=

venerdì 18 ottobre 2024

La morte di Yahya Sinwar. Decapitare il serpente

L'esercito israeliano sui luoghi del massacro dopo l'attentato del 7 ottobre 2023

Il comandante di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, che era anche il successore di Ismail Haniyeh alla testa del movimento, è stato ucciso. La sua morte è stata confermata giovedì sera dal ministro degli Esteri israeliano Israel Katz.
https://www.lemonde.fr/.../la-trajectoire-de-yahya... https://www.ilpost.it/2024/10/18/yahya-sinwar-ucciso/

Tre interazioni, secondo Clausewitz, portano la guerra all'estremo:

Ciascun contendente impone all'avversario una violenza che, proprio nella reciproca necessità di annientamento, non può che essere spinta all'estremo; 

Lo scopo di ciascun contendente è ridurre all'impotenza l'avversario, per abbatterlo. Ma, essendoci reciprocità, i metodi per raggiungere il proprio obiettivo tenderanno all'estremo;

Motivazione e grandezza dei mezzi costituiscono elementi reciproci nel conseguimento degli obiettivi. Dunque tale reciprocità porterà all'estremo gli sforzi di entrambe. 

Carl von Clausewitz, Della guerra, Nuova edizione a cura di Gian Enrico Rusconi, Einaudi, Torino 2000, pp. 20-22. 

Questi sono, per il teorico prussiano, gli elementi che tendono a portare la guerra all'estremo. In astratto sono validi e hanno un loro peso anche nel corso normale degli eventi. Sempre nel corso normale degli eventi, altri fattori entrano in gioco e agiscono in senso contrario: la guerra non è un atto isolato; essa non consiste in un'unica decisione o in una serie di decisioni simultanee; essa è oggetto di un calcolo strategico che va oltre il semplice sviluppo dello scontro militare e riguarda necessariamente la condizione politica destinata a crearsi dopo, alla fine.
Ecco, nella guerra tra Israele e i suoi nemici, il momento del calcolo strategico più ampio non è ancora venuto, si direbbe. Lo scopo visibilmente perseguito è per Israele quello di annientare Hamas, annientare Hezbollah e, al tempo stesso, infliggere una dura lezione ai palestinesi di Gaza soprattutto e agli sciiti libanesi. Per Hamas e Hezbollah, invece, lo scopo realisticamente perseguibile non è la vittoria sul nemico ma il mantenimento della propria presenza in campo. Il che, in un contesto di guerriglia, resta nel novero degli esiti possibili.
Clausewitz a suo tempo parlava di annientamento pensando all'annientamento della forza militare nemica. Lo sterminio della popolazione appartenente allo Stato nemico sembrava escluso. Ancora nella guerra israeliana è presente lo scopo di ridurre all'impotenza la popolazione dei territori confinanti, Gaza e il sud del Libano. 
È uno scopo raggiungibile? Solo con una buona dose di superficialità e faciloneria si può dare una risposta categorica a una simile domanda, in una materia così delicata e complessa sarà lecito nutrire dei dubbi. 


Paola Caridi
, Hamas al tempo di Yaya Sinwar, il manifesto, 5 ottobre 2024

La strategia israeliana del «decapitare il serpente» ha segnato la storia di Hamas almeno negli ultimi trent’anni. La serie di omicidi mirati a opera di Israele ha colpito sia l’ala militare sia quella politica, sia i radicali sia i pragmatici. A cominciare nel 1996 da Yahya Ayyash, capo delle Brigate al Qassam in Cisgiordania, considerato il progettatore delle cinture esplosive degli attentati terroristici che hanno scosso le città israeliane. Per continuare con il tentato omicidio, l’anno successivo, di Khaled Meshaal, capo del politburo. E poi, ancora in alternanza, Salah Shehadeh, fondatore di al-Qassam, ucciso nel 2002 con una bomba da una tonnellata assieme ad altre quattordici persone, e due anni dopo sheykh Ahmed Yassin e dopo un mese Abdel Aziz al Rantisi, alla testa dell’ala politica.

L’eliminazione fisica dei leader non ha cambiato in modo sostanziale Hamas, come non è successo con Hezbollah, movimenti che fanno della dimensione collettiva del potere e dell’organizzazione uno dei loro tratti distintivi. Non ha, insomma, mai funzionato.

LA TRANSIZIONE di Hamas dipende da altro. Dipende da una discussione interna di cui si sa poco o niente, ma di cui si immagina qualcosa già in quello che esce in pubblico. Come il documento che all’inizio dell’anno diede una spiegazione ufficiale al 7 ottobre, mostrando in modo plateale che per avere una posizione condivisa Hamas aveva avuto bisogno di ben tre mesi di discussione interna. È una transizione all’insegna di opacità e debolezza che ha a che fare con i nuovi equilibri, evidenziati dalla designazione di Sinwar a nuovo capo del politburo. Da un lato, sembra una mossa in evidente continuità con Haniyeh, coetaneo, amico dei tempi dell’università e soprattutto esponente del movimento islamista di Gaza. Dall’altro lato, non chiarisce quale sia oggi il rapporto tra Sinwar, di fatto a capo dell’ala militare, e la leadership politica all’estero, impegnata anche a definire una possibile riconciliazione con le altre fazioni per passare il potere dentro Gaza a un governo tecnocratico.

E se è vero che Hamas ha guadagnato consensi dentro la Cisgiordania, e in genere in quello che in modo approssimativo si può definire il sentimento della strada araba, è altrettanto visibile la diminuzione del consenso a Gaza, dove lo stato di prostrazione, di lutto, di dolore è così alto.