Antonio Carioti
Italia, repubblica del Principe
Corriere della Sera, 21 maggio 2026
Tra poco festeggeremo gli ottant’anni della nostra Repubblica, ma Lorenzo Castellani e Gaetano Quagliariello non fanno cominciare la sua storia dal 1946, bensì dal 1943. L’anno in cui cade il regime fascista, l’Italia cerca maldestramente di uscire dalla guerra e finisce spezzata in due, con i tedeschi che comandano al Centronord e gli angloamericani al Sud. Se guardiamo a come eravamo ridotti allora, la vicenda della democrazia italiana si può considerare un «sofferto successo», sostengono gli autori del libro Il Principe e la Repubblica, in uscita per Luiss University Press venerdì 29 maggio.
«Nel settembre 1943 — ricorda Quagliariello — ci viene imposta una resa incondizionata e il nostro esercito non riesce a difendere Roma dai nazisti. Il sentimento nazionale ne esce gravemente indebolito. Ciò nonostante, ci rimettiamo in piedi con la stesura della Costituzione, che è un compromesso indubbiamente felice, tenendo conto del quadro internazionale. La Costituente viene eletta mentre l’accordo tra le potenze vincitrici Usa e Urss tiene ancora, ma termina i lavori quando la guerra fredda è ormai esplosa. Eppure arriva in porto. Il merito è soprattutto dei partiti, ai quali la società civile si affida, ma il loro predominio si afferma in modo netto solo all’inizio degli anni Sessanta. Prima c’erano stati tentativi di attribuire più autorità al potere esecutivo, la cui debolezza è il problema principale della Costituzione».
Oggi però i partiti non svolgono più quel ruolo e i tentativi di riforma istituzionale sono falliti. Parlare ancora di «successo» non è troppo ottimistico? «Partivamo da un Paese distrutto — risponde Castellani — e oggi godiamo di un benessere allora inimmaginabile. Nella vicenda repubblicana gli elementi positivi superano quelli negativi anche negli ultimi anni. Nel 2011 abbiamo resistito alla crisi dell’euro, che poteva finire ben peggio. Poi abbiamo fronteggiato l’ascesa dei populismi, che tutto sommato sono stati addomesticati. E oggi registriamo una stabilità di governo che non ha riscontri negli altri grandi Paesi europei».
Il segreto di questa tenuta, secondo gli autori, risiede nel cambiamento del Principe a cui fa riferimento il titolo del libro. Alla perdita di rilievo dei partiti ha supplito il ruolo centrale assunto dal presidente della Repubblica. È un processo che Quagliariello fa risalire al settennato di Sandro Pertini: «Da allora si sono succedute al Quirinale personalità diversissime, ma tutte hanno mostrato un attivismo inedito. La funzione ha prevalso sulle caratteristiche dell’uomo. Francesco Cossiga fu eletto per riportare la calma dopo l’effervescenza di Pertini e finì per diventare il picconatore del sistema. Oscar Luigi Scalfaro venne scelto anche per tenere un profilo basso rispetto a Cossiga e poi esercitò un’influenza politica diretta ben maggiore. Più di recente, con Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, il presidente è diventato una sorta di polo moderato del sistema. Le forze politiche si affermano puntando su proposte polarizzate di rottura (basti pensare a come i Cinque Stelle vinsero le elezioni del 2018) e poi il Quirinale provvede a stemperarle. Così l’opinione pubblica moderata, che non dispone più di una rappresentanza politica forte, ha trovato un punto di riferimento nel capo dello Stato».
Non è un problema però il fatto che i vari «governi del presidente» non corrispondano alla volontà espressa dall’elettorato, in quanto prodotto di convergenze tra forze che si sono fieramente contrapposte alla prova delle urne? «Si potrebbe rimediare — sostiene Quagliariello — se i partiti trovassero un accordo sulla legge elettorale, per assicurare che dal voto esca un vincitore chiaro. Non possiamo nasconderci infatti che la stabilità attuale, con il governo Meloni avviato a completare la legislatura, resta molto fragile. Ma il paradosso è che tutti giurano di non voler più formare maggioranze ibride tra formazioni rivali, i famigerati “inciuci”, e poi non sono disponibili a un compromesso che consenta di evitare soluzioni del genere».
Perché non introdurre allora l’elezione diretta del presidente della Repubblica? «Non mi pare una via praticabile — osserva Castellani — nell’attuale fase politica. Del resto non è detto che garantirebbe la stabilità, come dimostrano le difficoltà in cui si dibatte la Francia. Semmai si potrebbero costruire meccanismi che rafforzino il presidente del Consiglio, conservando al capo dello Stato quel compito di arbitro che lo fa assomigliare al re del primo Novecento e lo distanzia invece dal ruolo dei suoi predecessori nel primo periodo dell’italia repubblicana. Una situazione prodotta da un sistema politico incapace di riformarsi, per via della quale, con la rielezione prima di Napolitano e poi di Mattarella, è venuta meno anche la consuetudine del singolo mandato del presidente».
Intanto nubi oscure si addensano sullo scenario internazionale, al quale nel libro è attribuito un peso determinante nella recente storia italiana. «Al mondo di ieri — riflette Quagliariello — non si può tornare. Dobbiamo accettare il fatto che le relazioni con gli Stati Uniti cambieranno, anche a prescindere da Donald Trump. Occorre però fare di tutto perché la tradizione democratica americana, sedimentata in 250 anni di storia, prevalga sul tentativo dell’attuale presidente di modificare gli equilibri istituzionali. Non è una partita perduta, è in pieno svolgimento. Quanto all’unione Europea, è una storia di successo, ma finora l’integrazione economica ha fatto premio di gran lunga su quella politica. Bisogna invertire le proporzioni e puntare su un’aggregazione a geometria variabile che consenta ad alcuni Stati di spingersi più avanti in campo politico, trovando il modo di recuperare sul terreno strategico la Gran Bretagna. Infine l’italia, data la sua posizione geografica, deve aprirsi all’africa: stabilire un rapporto positivo con l’altra sponda del Mediterraneo è indispensabile per consolidare i segni di risveglio del nostro Mezzogiorno, che è cresciuto negli ultimi anni più del Nord».

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