Giorgio Mariani
Herman Melville, una finzione in grado di avvalorare il vero
il manifesto, 10 maggio 2026
Se per Cesare Pavese, all’inizio degli anni Trenta, tradurre Moby-Dick era un modo per «mettersi al passo coi tempi», una ventina d’anni più tardi, in Marinai, rinnegati e reietti, CLR James avrebbe sostenuto che la storia di Herman Melville e quella «del mondo in cui viviamo» erano sovrapponibili, perché l’universo culturale e ideologico descritto in Moby-Dick anticipava di un secolo quello della Guerra Fredda. Anche per Paolo Simonetti, autore de L’arte della fiducia Herman Melville, letteratura e post-verità (Mimesis, pp. 336, € 28,00), lo scrittore americano è indubbiamente nostro contemporaneo, ma — e questa è la prima novità di uno studio ricco di sorprese — l’analisi non si sviluppa a partire dall’abituale centralità di Moby-Dick. A fungere da perno del discorso critico è viceversa l’ultimo romanzo di Melville, The Confidence-Man. His Masquerade, apparso nel 1857 e condannato a un lungo oblio cui neppure il «Melville Revival» degli anni Venti era riuscito a porre fine, ma che negli ultimi decenni è stato elevato dagli americanisti di ogni latitudine al rango di secondo grande romanzo melvilliano, soprattutto in virtù della sua impietosa analisi della società americana.
Tradotto in italiano con tre titoli diversi (L’uomo di fiducia, Il truffatore di fiducia, L’impostore) Il romanzo è ambientato su un battello in viaggio lungo il fiume Mississippi con destinazione New Orleans. L’azione, con una scelta che anticipa l’Ulisse joicyano, si svolge nello spazio di una sola giornata (non a caso un primo di aprile) su un palcoscenico dove una galleria di variopinti personaggi si confronta con uno, o forse più truffatori, il cui scopo non è tanto quello di estorcere loro del denaro quanto metterne a nudo la grettezza, l’ipocrisia, il cinismo. «Romanzo-enciclopedia, che fonde narrazione e speculazione in una struttura polifonica, abbandonando tutti gli elementi codificati della forma romanzesca» e in cui è assente «un protagonista con cui il lettore può identificarsi», The Confidence-Man, per Simonetti, non è solo «un libro-labirinto [ …] profondamente teatrale, vicino all’astrattezza dell’enciclopedia e del dialogo filosofico» ma un’opera in cui Melville «mette in scena un repertorio di strategie discorsive che oggi riconosciamo con inquietante familiarità: dalla costruzione di identità fittizie alla manipolazione delle fonti, dal gaslighting all’influenza delle echo chambers, dalla ripetizione ipnotica di accuse, smentite e giustificazioni fino alle più smaccate professioni di sincerità e onestà».
«Post-verità» è il concetto chiave dell’impianto teorico del libro. Se le preoccupazioni melvilliane nei confronti della Verità, icasticamente riassunte nella definizione della letteratura come Great Art of Telling the Truth, sono state spesso indagate alla luce di un contesto romantico e metafisico, in questo studio la questione della verità, o meglio della sua relativizzazione, cancellazione o destrutturazione acquista uno spessore marcatamente storico-sociale e ideologico. In The Confidence-Man Melville ci pone di fronte a domande cruciali per ogni società che voglia definirsi democratica: «come affrontare la discrepanza tra ciò che riteniamo vero e ciò che ci viene raccontato? Su quali basi fondare la fiducia nel prossimo, e quando è legittimo concederla, pretenderla o negarla? Quali effetti produce una narrazione quando si confonde, o viene fatta passare, per verità? O, viceversa, quando vengono presentati come fake news eventi palesemente documentati?»
«La tesi cardine di questo libro», precisa Simonetti, «è che The Confidence-Man costituisca il perno della produzione melvilliana – cerniera tra due fasi della sua carriera e autentico centro gravitazionale del suo percorso artistico e intellettuale». L’arte della fiducia non offre dunque solo un’interpretazione dettagliata di The Confidence-Man, ma si avventura con successo in una ricognizione dell’intero corpus melvilliano, dai primi schizzi giovanili sino alle ultime poesie. Senza per questo negare che altre ricostruzioni della produzione melvilliana siano possibili, L’Arte della fiducia risulta convincente nella sua lettura di The Confidence-Man come «crocevia da cui si diramano i percorsi della narrativa melvilliana» e, soprattutto, nella sua insistenza sull’attualità dei temi che il romanzo esplora, e che spaziano dall’etica capitalista allo sfruttamento della natura, dal discorso religioso alla violenza insita in una società che ha costruito le sue fortune sulla base di un colonialismo sanguinario.
Come molte critiche radicali dell’esistente, che non pretendono di avanzare soluzioni sul piano pratico, la satira è segnata da un profondo e onnipervasivo scetticismo, riconducibile, a giudizio di Simonetti, alla lettura da parte di Melville non solo di autori come Montaigne ma in particolare all’attenta frequentazione delle opere di Pierre Bayle (e in particolare del suo Dizionario storico-critico, del 1697). «Bayle offre a Melville un modello alternativo tanto al dogmatismo quanto al nichilismo: una via narrativa, obliqua e refrattaria a ogni conclusione definitiva» che per Simonetti si configura come un atteggiamento vigile e critico nei confronti di qualsiasi assoluto.
Quest’ultimo punto merita di essere sottolineato perché conduce a un’ulteriore, anche se da Simonetti solo parzialmente percorsa, via interpretativa, in grado di aprire una nuova prospettiva sul rapporto tra Herman Melville e il filosofo e saggista Ralph Waldo Emerson, dal primo ammirato e al tempo stesso dileggiato. Per decenni la critica si è concentrata sugli attacchi che il romanzo muove alla visione trascendentalista di Emerson e Thoreau, denunciandola in termini sprezzanti come non solo ingenuamente ottimista, ma anche come gelidamente cinica. Melville ha colto senza dubbio alcuni dei più perniciosi usi ideologici che il capitalismo americano ha fatto della filosofia di Emerson, ma si deve al tempo stesso osservare che tutta la fase più tarda del suo pensiero è profondamente influenzata dallo scetticismo di quello stesso Montaigne cui anche Melville attinge a piene mani in The Confidence-Man.
Non è facile rintracciare nella mascherata melvilliana segnali, seppur flebili, di speranza. A mano a mano che le pagine scorrono, il riso si fa sempre più amaro e, nelle pagine finali lo stesso testo biblico è impietosamente coinvolto nell’infinito gioco di specchi e narrazioni fittizie di un universo postmoderno ante litteram, connotato però non dalle scintillanti immagini della società dei consumi bensì dall’oscurità di una notte senza fine. Ma se «l’ultima beffa dell’Uomo della fiducia è aver prefigurato, nella parodia della fine da lui orchestrata, l’era della post-verità», per Simonetti qualcosa d’importante sopravvive, perché «se è vero che l’arte getta la verità nella confusione, non lo fa per renderla opaca né per compiacersi di un gioco intertestuale, ma per restituircela più preziosa, una volta riconquistata attraverso la fiction».

Nessun commento:
Posta un commento