martedì 5 maggio 2026

Il premio di governabilità

 RIFORMA ELETTORALE

Il rebus del premio di maggioranza e le possibili soluzioni

Roberto D’Alimonte
Il Sole 24ore, 5 maggio 2026

Nel progetto di riforma elettorale proposto dalla maggioranza di governo il premio di governabilità è l’elemento principale. È un premio in cifra fissa. Alla Camera è di 70 seggi, al Senato di 35. Va a chi ottiene più voti oltre la soglia del 40% o a chi vince il ballottaggio nel caso in cui venga utilizzato. Questo tipo di premio è una novità. Nei sistemi elettorali dei comuni e delle regioni è in percentuale fissa. A chi vince vengono assegnati tanti seggi quanti ne servono per raggiungere la percentuale prevista dal sistema. È un premio flessibile. Era così anche nella legge Calderoli.

Un premio in cifra fissa può dare una maggioranza di seggi eccessiva a chi vince. Per impedirlo il progetto in discussione prevede un tetto massimo di seggi per il vincente. Alla Camera è 230. Al Senato è 114. Sono rispettivamente il 57,5 % e il 57 % del totale. Questa percentuale è elevata (nella legge Calderoli era il 54%), ma il problema però è un altro. I due tetti citati non sono in realtà il massimo che una coalizione può ottenere. Per diverse ragioni dal tetto dei 230 seggi della Camera sono esclusi un seggio della Valle d’Aosta, 7 seggi del Trentino Alto Adige e 8 seggi della circoscrizione estero. Sono 16 seggi fuori-premio che vengono assegnati in aggiunta a quelli previsti dal tetto. Lo stesso vale per il Senato con numeri diversi. Per semplificare, da ora ragioniamo solo sulla Camera.

In pratica i 400 seggi della Camera sono divisi in tre blocchi. Il primo è rappresentato da 314 seggi che vengono assegnati nei collegi plurinominali delle circoscrizioni con formula proporzionale. I secondi sono i 16 seggi-fuori premio. Il terzo sono i 70 seggi del premio. Avendo escluso dal tetto i seggi-fuori premio è teoricamente possibile che la coalizione vincente possa ottenere una percentuale totale di seggi superiore al 57,5 per cento. Nella ipotesi estrema che ottenga tutti i seggi consentiti dal tetto, cioè 230 su 314 , e tutti i 16 seggi-fuori premio arriverebbe ad avere in totale il 61,5 per cento. Se vincesse 230 seggi su 314 e solo 8 seggi-fuori premio arriverebbe al 59,5 per cento. Come è noto, con il 60% si possono eleggere in autonomia i giudici della Consulta. E ciò rende questa soglia particolarmente delicata.

Una analisi più realistica del funzionamento del sistema è proposta nella tabella in pagina. Ai dati già discussi ne va aggiunto un altro legato al fatto che anche i sistemi proporzionali contengono un potenziale di disproporzionalità rappresentato dalle soglie di sbarramento. I partiti sotto la soglia non conquistano seggi. Questo crea quello che in gergo si chiama voto disperso. Questo fenomeno aiuta i partiti sopra la soglia ad avere più seggi rispetto alla loro consistenza elettorale. In pratica più alto è il voto disperso più sono i seggi aggiuntivi che vanno ai partiti-sopra soglia. Questo vuol dire, per esempio, che un partito o una coalizione con il 42% dei voti potrebbe avere il 45% dei seggi, o di più, a seconda di quanto è elevato il voto disperso. Nella tabella ipotizziamo che con un voto disperso del 4% la coalizione vincente prenda 6 seggi in più, che sono da calcolare all’interno del tetto di 230.

I punti da cogliere sono quattro. Primo, non è semplice per chi vince arrivare al 60% , ma è possibile. Con il 49% dei voti , sulla base delle nostre assunzioni, lo sfiorerebbe. Però se il voto disperso fosse più alto e/o se vincesse più seggi-fuori premio lo potrebbe superare, anche con una percentuale di voti inferiore al 49 per cento. Secondo, la combinazione di voto disperso e seggi-fuori premio rende imprevedibile la maggioranza che il vincente può ottenere. Nella nostra analisi una coalizione con il 44% dei voti otterrebbe il 55,5% dei seggi . Questo può essere accettabile visto che il premio sarebbe di 11,5 punti percentuali e la soglia critica del 60% sarebbe lontana, ma il problema è che voto disperso e seggi fuori-premio possono modificare significativamente il risultato. E questi due fattori non sono regolabili con norme di legge. Terzo, il vero problema legato al premio non è la sua entità, che ruota intorno ai dieci punti percentuali, ma il fatto che a certe condizioni può assicurare al vincente la maggioranza del 60 per cento. Quarto, in assenza di voto disperso e senza seggi fuori-premio, il sistema non dà la maggioranza dei seggi a chi vince con il 40-41% dei voti. E, come vedremo in altro articolo, potrebbe non darla nemmeno nel caso di ballottaggio

A queste osservazioni ne aggiungiamo una altra fuori tabella. Il listone dei 70 della Camera e dei 35 del Senato crea due tipologie di candidati. In caso di vittoria quelli del listone hanno il seggio garantito e potrebbe essere a spese dei loro colleghi che vincono il seggio nei collegi plurinominali. Infatti se alla Camera l’aggiunta dei seggi-premio a quelli ottenuti tra i 314 dovesse essere superiore a 230, non verrebbero ridotti i seggi del premio ma i seggi in più verrebbero sottratti a quelli ottenuti dalla coalizione vincente nei collegi plurinominali.

Quali sono le possibili soluzioni ? La prima, e più drastica, è sostituire il premio in cifra fissa con un premio in percentuale fissa. La seconda è di includere nel calcolo del tetto anche i seggi fuori-premio. La terza è quella di ridurre il premio. La quarta è abbassare il tetto. Sono tutte soluzioni politicamente o tecnicamente problematiche, a parte – forse – l’ultima.











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